Indigo Child

Nel 1971, questo stesso giorno, riusciva il primo attracco permanente di una nave alla Grande stazione spaziale sovietica; noi vogliamo ricordarlo così: con il primo attracco permanente di  Stefano Felici nello spazio che conta, quello delle Riviste; e non è grazie a un racconto, no signori, il tramite è quello della navicella visiva Pink Lodge che ci accompagnerà per tutto il mese di Giugno prima di essere sganciata e liquidata nelle profondità granulose della fascia di Kuiper.

Nel frattempo qui nel nostro piccolo, orfano Soviet-paradiso si procede alla grande. Dal nuovo Governo i segnali sono confortanti: c’è arrivata voce di un’incursione aerea segreta delle frecce tricolore sopra Grottaferrata; le immagini non sono rassicuranti: il covo del Commissario appare avvolto da una nube di detriti, nessun segno di vita, e chi vi scrive spera sinceramente che continuino a non essercene.

La domanda è però, piuttosto: vogliamo davvero fidarci di un governo che appunta the Pink Lodge come social media manager e adotta Impact come font ufficiale?

Nel dubbio vi lasciamo a Indigo Child del fluviale Nubius Dee, che Massimo Fini, ci dicono, ha definito un Burroughs conservatore. Ci sono arrivate lamentele sul fatto che Nubius sarebbe, citiamo testualmente “un dito su per il culo con tanto di sabbione annesso”. Non vi preoccupate amici, il piccolo, felice Soviet-paradiso ha liquidato anche lui.

Prossimi aggiornamenti venerdì, in attesa della fine della scuola e di ulteriori nuove sulla ricerca del cadavere del commissario.

C’era il tuo indigo child avvolto nel maglione a righe, nella stanzetta degli artisti a casa di tua madre, sotto la proboscide danzante di Ganesh dalle trenta dita, dalle innumerevoli falangi, dal sesso di lucidissimo ebano, dal turbante di barriera corallina. Lo immortalasti sul muro, morbida parentesi spirituale nel gelo del dicembre agonizzante. Savona la tua Parigi, il liceo artistico Tempio degli Empi. Ma a un certo punto ti ritrovasti madre con preavviso minimo. Di trucco, nerissime, le ciglia, Ganesh ti amava, e prova ne era il fatto che in meno di due giorni si fosse fatto ritrarre in maniera impeccabile, fulgore d’Oriente su muro crepato. La pelle candida, soffio d’alba raccolto nel pugno, lo dipingevi e io non c’ero, non potevo esserci, non ancora. Eppure sapevo della tua esistenza, da anni ti cercavo, l’estate, nel budello ombreggiato, dardo bruno tu, dei fichi l’eco profumata, pendevano dai rami come molli feti silvani, viuzze gravide del centro. Afa. Ogni tanto una finestra s’apriva accecandoci. Tagliavi la via coi tuoi occhi-sentinella, anni prima che mi innamorassi del loro perenne arrivederci….perenne arrivederci…

Nell’ultimo ricciolo della proboscide Ganesh offre al mondo un garofano rosso, il fiore -l’unico fiore, quel solo fiore- che ti aveva regalato suo padre, il padre del piccolo indigo child, poche ore prima di crollarti tra le braccia come una promessa a fondo perduto. Pochi mesi prima avevi fatto un sogno. Eri col ragazzo -l’unico ragazzo, il solo ragazzo- che ti avrebbe portato in dono il suo Seme di Raggiante Adolescenza, riverso sul tuo costato tra le seggioline verdi della stazione ferroviaria abbandonata. Ti parve, nel momento in cui quel sogno s’avverò, d’essere stata rapita dalla follia. Era di taglio che la pioggia ti feriva le pupille -fendenti ritmici in caduta diagonale-, che ti socchiudeva le palpebre, respiravi acqua gelida dal naso, nuda insolente dea presa da Ares, dio foresto, funesto dell’Amore. La carcassa della balena di Carnevale2002 stazionava appena oltre i binari, voi danzavate come serpi sul pavimento allagato. Le avevano dato fuoco tre mesi prima e le fiamme s’erano alzate fino al cielo, esofago di Dio, incipriandolo di cenere e fumo, aliti di libeccio mosto ulivo, mentre palline di spugna imbevute di mare saettavano nell’aria da una parte all’altra dei binari silenti. Urlavano, i selvatici piccoli bimbi di sale. Celebravano la morte del Carnevale, l’evaporare della cartapesta, sguaiati e persi. La volta celeste s’era fatta bocca infernale e al di sopra degli schiamazzi dei ragazzini senza colpa una lingua di fuoco era salita oltre le altre disegnando una D. Ripensasti a quella strana visione mentre lui raggiungeva agonizzante l’orgasmo, mascelle serramanico, e, ancor prima che la sottile pellicola di lattice cedesse, avevi deciso che il nome del bambino sarebbe stato D****. Ormai più nessuna diga tra voi.

Mi raccontavi queste cose l’estate del dumilaquattro, illuminata a giorno dal faro. Stentavo a crederti, era il nostro primo appuntamento salato. Io, esemplare di provincia pedemontana, quasi omonimo del piccolo, indottrinato pappagallo implume. Credevo ancora in Hegel, nelle sirene di benzedrina. Tu indigena di riviera, esplodere incessante di vive stagioni in violenta parata. Non riuscivi a convincermi, non fino in fondo almeno, eppure sapevo che il tuo indigo child era nato, che aveva poco meno di un anno e che in quel momento cercava i tuoi seni dalle ginocchia di tua madre, sotto il ritratto dell’obeso Ganesh, sotto la danza di quel cane di Ganesh Mascara Eyes. Sapevo anche che non ti eri tradita, il piccolo si chiamava D****. Ciononostante continuavo a non darti troppo retta, no, e fu solo quando ci violammo in punta di pupilla che volli ricredermi… ali cremisi di farfalla, le labbrarosse si aprirono bisognose come mani di mendico, mostrandomi denti voraci, perlacei…quanti so long anticipati in quello spiraglio ansioso, quanti so long….non riuscivo a non avere fede in quei polpastrelli che, granchi pigri, curiosi, mi indagavano il torace sotto la t-shirt di Snoopy aviatore. Bevemmo molto, smezzammo quattro pacchi di superbe Lido Blu, andando a turno a rifornirci dalla macchinetta giallo-zabaglione all’edicola delle Palme. Quando poi ti venne la nausea, la Divina Provvidenza mandò il suo emissario più provvido, il Grande Akab, a curarti, o dea. Ci salutò col suo accento da East Coast e la parlantina spigliata da rappresentante di Vera Depilata Figa Americana per Innocenti Boy Scout, poi, capito il problema, sgranò del Plasil dallo zainetto Seven e te ne fece piovere in bocca un paio di compresse, sedendosi qualche minuto con noi, il culo a mollo nell’acqua tiepida, fonte battesimale per sfinteri eretici. Parlò di balene, preconizzando un avvenire in cui Re Plancton, dalla corona infetta, cieco come il Pipistrello Muto e muto come lo Squalo Cieco, avrebbe tiranneggiato la terra dal suo infausto Scranno D’Estasi Rilucente. E così fino all’Apocalisse degli Empi, quando ohhhhh sì quando quindi sarebbe venuto un altro re, un re di legno sulla croce di carne sì, un re di legno, sì, sulla croce di carne…ehhhhhh sì sì sì ecco, vedo come mi guardate! Lo vedo! Credete che sia matto, vero? Ma io sono stato il primo ehhhh… il primo dico, ou! Il primo a scrivere una cosa del genere, a rovesciare la dialettica binaria cristica del legno e della carne, Cristo!

Dopo aver ingurgitato Tavor q.b. e averne agevolato la discesa con Sangue Rosato di Discount, raccolse le residue forze e si alzò lento come l’alba, grondando copiosamente acqua dal culo. Aveva il torace ampio come quello di uno squalo. Era ben fatto, Akab, lo notai persino io. La bocca dell’Orca, però, non guarda in faccia nessuno.

In un momento di inaspettata lucidità ci salutò. Poi, con un verso scimmiesco ripartì al trotto verso il molo lungo, abusando di capriole a mezz’aria. Era la prima volta che lo vedevo, non l’avrei visto altre. Prima che tornassi a finire quel che avevo iniziato con te, a un mese esatto di distanza da quella serata d’agosto, il Grande Akab era tornato a giro per l’universo. Fu il primo duro colpo che ti inflisse la vita, mi dicesti nuda, sul divano-letto di casa mia, ai piedi del mare. Era il 19 settembre, l’estate lontana un’era. Gli volevi bene, e ancora facevi fatica a credere che dall’ostello dei pazzi si potesse anche non tornare vivi.

Ad ogni modo, quella sera d’agosto, appena l’East Man sparì fagocitato dalle spiagge-matrioska, io e te tornammo a stringerci. Facevano fatica le mie unghie a liberarsi della sabbia che raccoglievano mancando i tuoi fianchi. La nostra guerra fredda? Well, esasperante rincorrersi di membra tese, poco più che adolescenti. Voglia di sganciare la bomba, il sacrosanto orgasmo del cuore. Cariatidi sotto la cerulea luna sciolta nei tuoi occhi, vedevo uno ad uno gli spettri che ti infestavano l’anima da ciglia a ciglia. Uno si chiamava Ares, era il più alto e lungo di tutti, declamava poesie negli interstizi dei tuoi sogni e non perdeva occasione per ricomparire nei tuoi incubi più dolci. Credevo di bestemmiare le tue guance di carezze non richieste, stavo per scappare fino all’ultimo avamposto del mio imbarazzo, pensando al tuo indigo child aggrappato al seno di tua madre, cucciolo di pipistrello dagli occhi di giava. Mi ritrovai invece divorato dalla battigia, nel fosco dei tuoi capelli, ben a fondo nel gorgo bruno del tuo sesso, preso come tra le fauci del lupo mediterraneo, disteso tra i tuoi denti come un violento acquazzone in miniatura. Se Tonto’s Useless Bad Head è mai stato il nome di un giovane ambizioso insicuro romantico, bè, è stato il mio. Tonto’s Useless Shy Hands. Già due passi oltre la siepe del tuo cinto pelvico ci fermammo.

Ehi kids, let’s start a life! La tua lingua riprese a scialare aneddoti di vita vissuta, di esistenza al limitare del naufragio. Mi raccontasti dei santoni dal passo lungo che avevano dimorato-con un permesso premio, con licenze esistenziali degne di un Tenenbaum- nel cuore del tuo settimo chakra, risalendoti uno ad uno i gradini dell’anima, partendo dal centro esatto del bacino. Mi raccontasti di un tale -Pegaso Angel, lo chiamasti- che scopando suonava ritmicamente un piccolo kazoo. Gli penzolava dalle labbra, attorniato -come la grotta del sacro presepe- da pagliericcio verde slavato, dyed bear. Alla fine della corrida tirò fuori dal portamonete un minuscolo registratore, raccontandoti di come collezionasse i “ricordi sonori” dei propri amplessi. Disse che era necessario per famigliarizzare sufficientemente con la sua “evoluzione sessuale”. Ridemmo a lungo e a lungo piansi, tra le righe: quella serata sarebbe finita, come un ghiacciolo alla fragola, come quell’idillio estemporaneo, come il mare, come tutto. Complici nel riconoscere che c’era passato/a per le gambe ogni sorta di schizzato/a della vita, ci alzammo e raggiungemmo il molo a passo lento. Gli altri -il nostro inviolabile Piccolo Circo Pagano- avevano imbastito un corale, frenetico flirt con un trequattro ragazzotte svedesi, occhi larghi e borsoni sgualciti, gommose, lattine di birra e pantaloni a zampa d’elefante, eleganza trasandata, brumosa, pallida di conchiglia. Una di quelle silfidi indossava collant velatissimi, cicogna norrena, fumava con eleganza di starlet ed era chiaro che ti fissava in modo del tutto particolare. Era la più bella di tutte, più bella anche di te, se mi passi la bestemmia. La bocca fine, rara. Esotica, erotica, esagerata. Vi cercaste con gli occhi per qualche istante, cara, e il mio sospetto si fece certezza, ricacciai giù uno sputo amaro di mezza gelosia e cercai, senza riuscirci, di accordare la chitarra del Generale Casper.

Una mano poi s’allunga, del vetro mi balugina davanti agli occhi, tra la punta del naso e gli ombrelloni secchi. Il rito ha inizio, il vino è terribile ma scalda, Dio se fa che schifo sto vino. Risale verso il cuore e disattiva ogni mio chakra, ora sì che posso godermi la vostra danza famelica, sinuosa, torrida. Protagoniste della più tenera delle pornografie, non vi dimenticherò mai. Mai. Fine estate duemilaquattro, tutto ancora in gioco. Assumo il fatalismo come religione personale, prego un qualche Dio del Limone che non vi faccia smettere. Non ce n’è per nessuno, Akab risorge parzialmente dalla confusione più violenta e chiede a Casper di spiegargli per l’ennesima volta quella cazzo di frase di Stirner, e Casper, per l’ennesima volta, va fuori tema a spruzzo, finendo nuovamente a blaterare di quanto fosse unica Genova ai tempi dell’Università, a riraccontarci per filo e per segno di come andò quella volta che “quella troia della dirimpettaia, nel ’93”, comparve nuda e cruda sul balcone, invitandolo da lei per un caffè. “Finì che ci stetti tre giorni e quattro notti, ragazzi, tre notti e quattro giorni…passa il vinello, Ray…dicevo, sei giorni e dodici notti, cazzo”. Ne parlava ogni volta con tenerissimo senso del pudore, la carne lo atterriva. Aveva smesso di farsi da tempo, allora, dal giorno in cui l’estintore era caduto dalle mani di Carlo, ma avrebbe ripreso di lì a poco, e così ferocemente, che non sarebbe più stato perdonato né da Ganesh né da nessun altro Dio.

Fosti tu a dirmelo, qualche anno dopo. Mi telefonasti quando lo trovarono riverso tra i gerani del piccolo bilocale dov’era cresciuto con sua madre, in vena l’ultimo Desiderio. Di fronte, immutato, il parchetto dove aveva preso, ancora diciassettenne, a telegrafarsi lontananze sugli avambracci. Fosti tu, sì, e non riuscisti a chiudere la frase. Piansi anch’io, e dopo due giorni venni al funerale con Barbanegra, a cui parve, guardando Casper perlaceo nella bara, di riflettersi nello specchio dell’avvenire. Avuta quella visione pianse, questo lo ricordo, ma non saprei dire se per se stesso o per il morto. Non glielo chiesi mai, e quando morì gli baciai la fronte. Muto. Nella luce bianca delle candele il volto martirizzato del Generale Casper troneggiava, fiero come quello della leonessa. Gli facesti un ritratto, quel giorno, seduta a bordo-bara, in fondo lo amavi, lo avevi sempre amato, lo sapevamo tutti, forse anche tu. Per te fu un arrivederci, era chiaro, giocavi a fare la marxista ma la verità era un’altra. D’altronde, mi avresti confidato anni dopo, sarebbe difficile vivere senza il miraggio di un Nirvana.

Ma quella sera era ancora il duemilaquattro, e dopo aver lambiccato tutto il desiderio della svedese, dopo esserti offerta alla voluttà del suo disgelo mediterraneo, fu a me che chiedesti di riaccompagnarti a casa. E quando arrivammo di fronte al civico 16, dopo qualche bacio stanco, qualche promessa di routine e qualche ci vediamo domani, sul balconcino al primo piano, stretto tra le braccia dormienti di tua madre, avvolto nel tuo maglione da lavare, dormiva il piccolo indigo child, tuo figlio, con sotto le palpebre morbide tutta l’innocenza dell’infanzia.

Il giorno dopo, innamoratissimo, sarei scappato terrorizzato verso casa, con la scusa di un esame anticipato. Solo il mese dopo sarei tornato a cercarti. Avremmo fatto l’amore, riuscendoci a stento. I tuoi occhi non erano già più gli stessi e i miei, come al solito, già rivolti altrove.

Nubius Dee

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