Malore

life is a spiritual dance

Nadia Sgaramella– Life is a spiritual dance

Questi giorni stiamo ricevendo attestati di stima da più parti: lo stimato critico P. Palermo, Holy Frederick, l’ormai quasi quarantenne Er Felici, Goffredo Fofi. Ma bando alle polemichette, oggi torna il nostro Paolo Gamerro, l’unico che ci può salvare da scene, social, aggancini, rivistine, selfini e concorsini. Ma di Sbiadire cosa ci dite, spumini? Come sussurrò Scarlett Johansson a Bill Murray in Lost in Traslation: ROCKMENIA BROOM BROOM!

Ultima, (stavolta sarà vero?), illustrazione-gif di Nadia Sgaramella.

L’estate era finita da poche settimane ma mi sembrava un universo, me ne stavo tutto il giorno a cercare lavoro, a casa, attaccato allo schermo, inseguendo un sito internet dietro l’altro, iscrivendomi a portali, lasciando curriculum, informazioni personali, dati di vario genere, girando link, contattando persone, enti, uffici, agenzie, inviavo foto, chiedevo raccomandazioni, telefonavo, mandavo mail, e mai niente, nessuna risposta, rimanevo in una attesa logorante che mi scavava dentro nello stomaco. La mattina alle sette vomitavo bile fisso.

Uscivo a prendere le sigarette, poi tornavo a casa e ricominciavo: era l’inizio di ottobre duemilatredici e il mio amico Giulio era appena morto per un malore. Lavorava, seduto in ufficio, poi si è accasciato adagio, diceva sono soltanto un po’ indebolito, e in nemmeno dieci secondi è spirato via. Un malore, una cosa al cuore che non si sapeva. Giulio lavorava in uno studio legale, aveva appena passato l’esame di stato per il quale si sbatteva da due anni, era riuscito finalmente a superare la prova orale ultima e definitiva; poi per un malore, si è accasciato ed è morto. Arrivano i malori, improvvisi. Ti fanno morire via. Io la mattina vomito bile. Spesso accompagnata col sangue.

Una morte velocissima e indolore. Mi ricordo il funerale: i pianti dei fratelli, i pianti dei colleghi, gli amici, le amiche della sorella, i volti lividi degli anziani genitori disanimati, deformati dal dramma. Sudavamo per il caldo, l’umidità insoffribile, il cielo sbiancato senza sole, Giulio era morto per un malore e io cercavo lavoro su TuttoLavoro in metro, sul bus, sui treni, sul letto, sul divano. I miei nonni stavano in ospedale intubati per tumori e leucemie, pensavo tanto a mia sorella ma anche lei non c’era più.

I colloqui con i tipi delle agenzie interinali erano assurdi, loro stessi erano persone assurde, non capivano quello che avevo studiato, non riuscivano a decifrare il nome della mia laurea, cercavano il codice della mia laurea su internet per propormi un lavoro al call center che poi veniva preso da un altro. Mi trattavano come se fossi un idiota. Tornavo a casa e mi mettevo a piangere. Mi accasciavo sul divano e piangevo, mi sentivo la faccia rossa bollente e l’angoscia era una pasta schifosa viola che volevo buttare fuori con le urla e i colpi di tosse e i conati di vomito indotti. I capillari del viso e degli occhi si rompevano, volevo buttarmi giù e chiudere gli occhi e dormire il più possibile.

A novembre entro in un corso di reinserimento lavorativo. Un sabato mattina mi devo recare a Como, prestissimo, per stare tutto il giorno a sentire sbraitare un life coach romano che suda in modo indicibile. Davvero, mai visto un essere umano sudare così tanto. Con me altri trenta soggetti senza lavoro. Un poveraccio di cinquantotto anni si mette a piangere davanti a tutti: dice che è da solo con la figlia e non riesce a comprarle da mangiare, è stato licenziato in tronco da una azienda produttrice di infissi. La moglie è morta a causa di un malore qualche mese prima, era comunque disoccupata anche lei.

Torno la sera, verso le sette, passeggio per il lungolago di Como. In giro ci sono poche persone perché tira un vento che ti fa sanguinare la faccia. Sono gonfio e sono sotto farmaci. Vivo nella paura e temo drammi improvvisi.

Penso alla mia laurea in scrittura creativa, penso a quando lavoravo in biblioteca, in magazzino, mettevo a posto i libri consunti e impolverati sullo scaffale mentre l’impiegato fisso statale stava seduto su una poltroncina a giocare con il tablet. Diceva che vendeva e comprava strumenti musicali, lo statale. Alto, magro, sempre vestito di nero, lampadato, segaligno, lo statale. Non faceva niente. Penso ai malori, io, a Giulio, penso alle persone che muoiono nell’ospedale dove stanno morendo i miei nonni e salgo sul treno.

Immagino la morte come un fluido disperso nell’aria o come un nugolo di particole infette cariche di malattia, che ti contagiano e ti smangiano vivo.

Torno a casa e mi faccio di sostanze: perlopiù paste. Giulio era stato ad Amsterdam, dopo l’esame di stato. Mi diceva di essersi drogato, canne a tutto andare. Aveva conosciuto una ragazza in un locale, si era fatto passare alcune grammate di chimica e avevano scopato nella stanza dell’albergo di lui. Anche i suoi amici, gli amici con i quali era in viaggio, avevano scopato. Giulio passava con la lingua pastiglie colorate nella bocca dolce di lei durante un giro di silent disco, lui aveva in cuffia Ellen Allien, lei non lo so, ma mi diceva che era megafatta, e che una notte si era tolta le cuffie mettendosi a ballare come una pazza (ma in modo carino), in pista, rideva. La sua lingua aveva un gusto buono.

Mischio paste e alcol e medicinali e mi siedo sulla sedia davanti al computer: cerco lavoro tra i font imbarazzanti degli annunci che si aggrovigliano tra di loro, si confondono e si mischiano fino a diventare una pasta nera orribile.

Paolo Gamerro

 

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