Il caso Kramer

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Nadia Sgaramella, Life is a spiritual dance

Succede che il commissario è stato avvistato in uno scatto durante la presentazione di “Un’altra cena” di Simone Lisi. Nessuno l’ha riconosciuto, deperito com’era gli hanno pure fatto i complimenti per la nuova dieta. Non sappiamo chi l’abbia portato, non sappiamo chi l’abbia fatto scomparire subito dopo. Sappiamo soltanto che è vivo.

Aspettiamo istruzioni.

Oggi accogliamo sul blog Domenico Caringella: barese, 2 figli, avvocato (anche di se stesso), naviga a vista e in vista dei 50. Ha già infestato con i suoi testi diverse riviste on/off line (Scrittori Precari, Crapula Club, Terra Nullius, 451, Carmilla, Stanza 251 e altre) e ora anche Verde. Nel 2017 un suo racconto è uscito su ebook con Urban Apnea. Rivede Predator rilegge Finzioni e ripensa a Moby Dick a loop.

Il caso Kramer è la sua prima volta su Verde. Accompagnato dalla colonna sonora adatta alla fine del racconto.
L’illustrazione è di Nadia Sgaramella.

Mi sono imbattuto nel caso Kramer circa un anno fa.
La mia tesi di laurea cambiava titolo e direzione di continuo. C’erano molte teorie su quel capanno nella spiaggia del Maine e io ero sempre meno sicuro quale di queste sposare e quale confutare. Ma nonostante tutto non mi sentivo scoraggiato.
«Ci sono tante altre strade, scomode ma sicure, per arrivare ai nostri fantasmi» mi aveva detto il professor Garnett con un sorriso che voleva essere una deplorazione più che un consiglio, ma non avevo desistito.

La bibliografia sul tema prevedibilmente era sterminata, al contrario dei resoconti diretti, che ancora oggi possono contarsi sulle dita di una mano. Il primo è un verbale dello sceriffo della contea di York e porta la firma di un vagabondo, Lamarr, un rifiuto della società che dopo aver seviziato il barbone a cui si accompagnava da un paio di mesi e essersi suicidato, era diventato una curiosità, un caso secondario in qualche libro di criminologia. Nel verbale, Lamarr parla di un grosso buco, un pozzo che si era letteralmente aperto sotto i suoi occhi mentre preparava un fuoco per scaldare il capanno dove avevano trovato riparo lui e Fred, il suo amico. Il pozzo lo vedeva solo lui, Fred aveva continuato a sostenere che non ci fosse nulla lì, solo il pavimento di assi sconnesse e marce. Gli aveva dato dell’ubriaco. Lamarr non aveva saputo dire cosa lo avesse portato a fare a Fred quello che alla fine gli aveva fatto mentre dormiva. Terrore è la parola che ricorre maggiormente nel suo interrogatorio. Prima di essere trasferito in cella, aveva chiesto di andare alla toilette; là, con un calcio aveva sfondato la porta di uno dei cessi e con una scheggia di legno si era trafitto la gola e aveva girato e girato fino a perdere il respiro.

Il secondo a riuscire a vedere qualcosa nel capanno, cinque anni dopo, era stato Preston, un pescatore di Ogunquit. Lui non parlò di un pozzo, ma di un vuoto, di una macchia nera dai bordi irregolari, la cui superficie sembrava viva. Si era avvicinato, si era messo in ginocchio e aveva allungato una mano per accertarsi della consistenza di quel pezzo di notte, di mare scuro che ribolliva di schiuma, agitato da una forza sconosciuta. Lo avevano trovato con gli occhi cavati, ma calmo e apparentemente lucido. «Ho visto il mare e dentro il mare qualcosa, qualcosa che non conoscevo e che non so e non voglio descrivere, e che sto cercando di dimenticare» aveva risposto a chi gli domandò dell’accaduto. Allora, “mare” fu la parola che il pescatore pronunciò più volte delle altre. Restò internato al Pennhurst State School and Hospital di Spring City, sino alla chiusura nel 1987, per finire i suoi giorni in un’altra struttura dalle parti di Philadelphia, pare. Fu a Pennhurst, comunque, che il caso diventò ufficialmente materia da psicologi.

Un decennio ancora e il mistero del capanno sulla spiaggia di Ogunquit cambiò nome per la terza volta e prese quello di un cattedratico, Linfield Forsyth. La storia si arricchì di alcuni interessanti particolari. La finezza di Forsyth (la cui visita al capanno era seguita a quelle di centinaia di altri temerari, rimaste senza esito), un’inspiegabile evoluzione del fenomeno o forse il caso, imposero un brusco cambiamento di prospettiva agli studi che fiorivano al riguardo. Forsyth, che accedette al capanno non da solo ma in compagnia di due stretti collaboratori che affermarono di non aver visto nulla di quanto il professore poi raccontò, testualmente parlò di un cratere ribollente di lava in mezzo alla stanza, dentro al quale bruciava un groviglio di corpi e di pensieri e di azioni senza senso, o meglio senza un senso decifrabile. “Il mio inferno personale” lo chiamò. Inferno e Jung furono i termini in evidenza. Forsyth dopo una settimana uccise con due colpi della sua pistola, un revolver regolarmente dichiarato, una donna, un’impiegata in una banca di Baltimora durante una strana rapina destinata in partenza a fallire. A distanza di molti anni dal processo, poco prima di cedere a un tumore incurabile, confessò a un compagno di cella del Penitenziario di Stato del Maryland, di aver ammazzato quella donna prima di poter usare la pistola contro la sua famiglia, contro il suo primogenito soprattutto.

Nel 1988 il capanno andò a fuoco durante un temporale. Si diede la colpa a un fulmine e a una sorprendente predisposizione del legno fradicio a bruciare nonostante la pioggia incessante. L’area occupata dalla costruzione restò inedificata, un rettangolo di sabbia e di cenere. E su quella cenere il quarto eletto, una giornalista del Sentinel, in una luminosa notte di settembre, vide uno specchio – e specchio fu la parola chiave – e in quello specchio vide la se stessa che non aveva mai immaginato, il suo doppio nascosto, la sua ombra liquida. Ne scrisse un articolo o due, prima di essere licenziata, di finire la sua prima vita e iniziarne una seconda, allucinata, trascorsa a scrivere di quella immagine ovunque; oggi ha un blog, il cui nome (“Il monologo di una paranoica”) non si sa se è il frutto dello squilibrio mentale, di una insospettata riserva di autoironia o semplicemente della consapevolezza.

E siamo a me. Ogunquit mi ha accolto come la terra che riabbraccia un figlio morto, una tomba che custodisce per sempre un corpo. Quando sono arrivato sulla spiaggia li ho visti subito, il pozzo, il piccolo mare, l’inferno, lo specchio, tutti insieme. Ho chiuso gli occhi e sono sparito. È un palazzo di mille stanze quello dove mi trovo, che viaggia tra le stelle o forse sono le stelle che girano intorno a me, sole primordiale e dio creatore a cui tutto ritorna, un’astronave di vetro che solca un cielo di tenebre. Fuori c’è tutto quello che è. Adesso posso dire che è male, solo male ciò che siamo.

Di me, fuori di qui, rimane poco ormai: l’abbozzo di una tesi che si legge come un testamento; le tracce che chiunque si lascia dietro; la mia ombra che si allunga sbiadendo eterna sul mondo; uno sgabello per terra e un nodo scorsoio; e per qualche tempo il nome, David, David Kramer.

Domenico Caringella

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