Rosa! #4: Horus

Rosa! è la rubrica di Verde ideata e curata da Luca Marinelli per “operare una rivalutazione di un genere dalle infinità possibilità, a torto considerato secondario”. Ferruccio Mazzanti ha inaugurato il nuovo spazio a novembre, a febbraio Santa Nora Frescaqcua ha fatto Tutto esaurito, la terza uscita è stata di Massimiliano M. Maggi.
Oggi proponiamo Horus, un racconto di Giovanni Giliberti.

Giovanni è uno scrittore della campagna emiliana, cresciuto in un ristorante a gestione familiare. Appassionato di Shodo e arti marziali. Gli piace farsi tatuaggi e giocare all’X-box con il suo tatuatore. I suoi amici lo chiamano il Ryan Gosling dei poveri, un po’ per il suo essere taciturno e introverso, raramente per il suo aspetto, e un po’ perché come attore non è niente male. Questo è il suo esordio su Verde.

La copertina è di Giulia Canetto.

«Posso partire?»
«Vai».
«Allora vado».
Mi trovo in uno stanzino stretto, tappezzato da sketch alle pareti. Sono sdraiato sul lettino, a petto nudo, e mostro il fianco sinistro. È venerdì pomeriggio e lui pare un chirurgo dietro occhiali da vista, ma punta gli scarponi a terra come cavalcasse una motocicletta, pronto a sgasare sulla mia pelle d’oca. Appena l’ago mi punge penso “non è così terribile come mi aspettavo, la realtà è che fa proprio un male cane, ma tocca resistere per qualche ora, so che dopo, quando la ferita sarà rimarginata, starò bene”.
«Beh e in amore come andiamo?»
«Una merda come al solito. Una vera merda. Non riesco a starci dentro, o saltarci fuori. Mi basterebbe uno dei due».
«Ma lei ti piace?»
«Questo è fuori discussione».
«Sembra pericolosa».
«Mi piace soprattutto perché sembra pericolosa».
«Fratello a volte l’unica cosa da fare è togliersi il chiodo».
«Mi piacerebbe tanto… Per adesso proprio non riesco».
«Mh… Quante volte ti sei innamorato in vita tua?»
«Tre, quattro. Ho la sensazione che mi abbiano usato tutte quante».
«Be dai, neanche così tante. Adesso invece di una persona si prende un animale».
«Eh, ci ho pensato spesso».
«Ok, fermo adesso».
«Sono fermo».
«Ok».
La prima ora di tortura passa relativamente in fretta. Mi abbandono a ricordi che neanche sapevo di avere e li sparo fuori come una confessione a cuore aperto.
«Vuoi fare una pausa?»
«Eh, magari sì».

Un giorno avevo chiesto a mio nonno, che da sempre è appassionato di animali, se potevo allevare un falco pellegrino. Lui neanche mi risponde, si limita a guardarmi storto e a rientrare in casa con un brontolio. Il giorno seguente incontro mia nonna e tra una chiacchiera e l’altra scopro che i falchi pellegrini hanno una passione esagerata per lo sterminio dei colombi. Io questo giuro che non lo sapevo. Io mi immaginavo solo di scendere in cortile dopo pranzo e raggiungere il mio falchetto che se stava tranquillo in voliera, per andare a passeggio nella campagna dietro casa e guardarlo spadroneggiare in ampi cerchi nel cielo, poi, quando sarebbe stata l’ora di tornare, l’avrei chiamato a me con un potente fischio. Caso vuole che mio nonno addestrasse colombi da prima che io nascessi. Allora con la nonna ci eravamo messi a ridere, poi lei era tornata in casa e io avevo fatto il possibile per nascondere la delusione. Mio nonno, non adesso, nella casa vecchia, aveva cinque cani da caccia, i colombi viaggiatori, le galline e un tacchino, pure i conigli. Adesso sono rimasti solo i cani e i colombi. Comunque, togliendo un pesce rosso e un ragno che sono durati poco, una colonia di vermi che è stata smantellata causa problemi di habitat e un bellissimo cavallo che è andato al macello, mi sono “spariti” tra infanzia e adolescenza tre gatti: Silvestro, Tom e Mitch. E tutti a casa sapevamo che era stato lui, perché i gatti che girano in cortile coi cani che abbaiano e le galline (quelle i gatti se li mangiano volentieri) non ci possono stare insieme, non sono compatibili. E di notte in casa non si potevano tenere animali, perché a mio padre dava fastidio qualcosa di vivo che gira mentre sta dormendo.

«Ah salve ero venuta a chiedere quanto costa un tatuaggio».
«Dipende» dice la voce della proprietaria.
«Nel senso, se uno volesse farsene uno non troppo grande sulla spalla quanto verrebbe a costare?»
«Signora, i prezzi dei tatuaggi partono da una base di…»
Ma io ho già smesso di ascoltare e rido dentro di me, penso alla prudenza che rovina la gente, io prudente lo sono stato mai. E penso che mi sono rovinato uguale. Smetto di ridere e torno al dolore.
«Come andiamo? Ci sei?»
«Sì sì. Sto zitto così lavori meglio».
«Bravo, non parlare, anzi se riesci prova pure a non respirare. Fallo meno possibile».
Respiro raramente. E bestemmio.
«Scusa eh».
«No no, tranquillo. A noi le bestemmie piacciono».
E giù di bestemmie.
«Ce l’hai mica un goccio d’acqua?»
«No, chiedi alla boss».
«Allora vado a chiedere».
«Occhio che morde».
Sceso dal lettino, giro l’angolo ed entro in un secondo stanzino. Lei è sostanzialmente una vampira: alta, smilza, capelli corti e biondi, rigorosamente tinti, tatuaggi senza neanche
«Che vuoi? Chi sei? Che fai? Guarda questo video e dimmi che non fa morire dal ridere».
«Avresti un po’ d’acqua?»
«Sì, prendi un bicchiere, segaiolo».
«D’accordo». Simpatica.
Mando giù, chiedo un secondo bicchiere a rischio della mia stessa vita, il terzo non lo chiedo, torno in camera di tortura.

Quindi via i gatti, da un giorno all’altro. Ma io che i falchi se la prendessero coi colombi non lo sapevo proprio anche se avevo 25 anni. E tre giorni dopo mia nonna mi chiama al cellulare quattro, cinque volte di fila. Alla fine avevo risposto: «Giovanni! Un falco ha ucciso una delle colombe del nonno e lui gli ha sparato, l’ha centrato in pieno, vieni a vedere».
E poi ero andato a vederlo.
Ero entrato in casa con un magone al petto e mio nonno mi aveva detto con tutta la sua prepotenza: «Hai visto che fine ha fatto il tuo falco! Eh?! Hai visto?!»
Che dire, il falco era bello. Bellissimo. Pure da morto. Gli artigli e il becco adunco, occhi da assassino, capaci di scorgere la preda a grandi distanze. Una creatura meravigliosa.

«Eccomi».
«Ti vuoi fumare una paglia?»
«Eh ho smesso di fumare».
«Vuoi provare l’elettronica?»
«Ma sì dai proviamo».
Mi mangerei una pianta grassa a darmela in mano. Ci sono momenti in cui il dolore si trasforma in una sensazione che ne vorresti ancora di più, lui mi racconta qualcosa sulla sigaretta elettronica, mentre succhio grosse boccate. Prima che la ragione mi porti a scappare da quel luogo a gambe levate mi ritrovo sdraiato, i fogli che svolazzano.
E il pensiero di lei mi colpisce peggio della macchinetta, martella nel cervello il suo nome alla velocità dell’ago che entra ed esce. Lei che sembra accorgersene, tant’è vero che mi scrive solo per farmi del male e per dieci minuti buoni il dolore al fianco neanche lo sento, sparisce completamente da qualche altra parte, sotterrato da un dolore ben peggiore, che mi fa sorridere, come se i dolori più acuti si trasformassero per qualche regola inspiegabile nella gioia più pura.
«E non state insieme però».
«No no, lei con me non ci vuol stare».
«Le donne sono la rovina di ogni uomo».
«Già…»
«Ok, ho fatto le linee e riempito i neri. Ci diamo una sfumata, un po’ di oro e siam perfetti».
«Come?»
«Ho quasi finito».
«Ah, grazie a Dio».

Lei mi aveva guardato come qualcosa di pericoloso, ma anche bello, di cui non avere paura, e io altrettanto. Forse per questa ragione ci eravamo presi molto bene sin dall’inizio. La regola non detta al di sotto del nostro stare insieme era più o meno così: lo so che tanti ti guardano con paura, come se fossi una minaccia alle loro colombe, e non escludo che tu lo sia, ma al di là di questo per me sarai sempre una creatura meravigliosa. Per questo motivo, nonostante lei non volesse stare con me, per tutte le stupide e inutili ragioni che in alcuni momenti ero in grado di comprendere, smettere di amarla era per il mio cuore qualcosa di semplicemente impossibile. Cosa ci posso fare se sono fatto così? E i suoi sottili occhi nocciola potevano rubarti il cuore in un secondo; lo guardavano da chilometri di distanza e zac, un lampo di artigli e ce l’aveva lei. Un cuore che neanche tu ricordavi di avere adesso era a volare nel cielo più alto sopra le nuvole. L’ho sempre desiderato, un animale così. L’avrei sicuramente difeso da mio nonno. Anzi l’avrei difeso da tutti i nonni e da tutti i loro fucili, e saremmo andati insieme a sterminare tutti gli stramaledetti colombi del mondo. Perché ci vuole del talento a fare una cosa simile, talento e audacia, e tipi come io e lei, ero certo, ne avevamo a pacchi.

«Ok ti puoi alzare, guardati pure allo specchio».
Mi alzo frastornato, le fibre muscolari mi vibrano dalle costole ai denti. Io penso che alla fine il dolore lo reggo proprio bene. Cammino fino allo specchio e guardo il disegno, le penne sono squame nere che si allungano verso il fondo, sulle gambe, prima degli artigli, tratti ondulati alternati da puntini neri, gli artigli aperti come stretti alle costole. L’occhio è un cerchio perfetto di inchiostro nero che scruta e penetra ogni cosa. Horus: il falco pellegrino, simbolo del sole, divinità degli egizi capace di guarire gli esseri umani dalle loro malattie. E loro che la sapevano lunga su parecchie cose avevano capito che ci serve un falco che te lo strappi via, il cuore, e ti faccia volare più in alto di quanto tu abbia mai volato in vita tua. Avevo volato altissimo, lo giuro, forse troppo. Ma in fin dei conti va bene così, perché le malattie peggiori a mio parere sono quelle di un cuore che ha smesso di volare, che ha smesso di amare, e io la prudenza la reggo decisamente meno del dolore. Quindi mi rivesto e raggiungo l’anticamera all’ingresso.
«Grazie fra, ecco i soldi».
«Grazie a te».

Apro la porta ed esco, vorrei sdraiarmi sul cortile di ghiaia e dimenticare tutto. Chissà che fine hanno fatto i miei gatti, mi domando mentre salgo in macchina, se sono ancora vivi e hanno trovato un nuovo padrone che si è preso cura di loro, chissà se mi verrà voglia di prendere un animale prima o poi, quando avrò un posto sicuro tutto per me.
Metto una canzone e la mente è così leggera che sulla strada verso casa piuttosto di cambiare marce e girare il volante mi sembra di volare, mi appoggio a una curva e poi a un incrocio, salto da un guardrail all’altro, seguo la linea tratteggiata e mi stacco dall’asfalto, supero i pali dell’elettricità e gli alberi, prendo quota e vedo così lontano da non avere più paura di niente, plano in picchiata, stretto e preciso come un proiettile, ed ecco il vuoto, i suoni per pochi attimi spariscono completamente, prima che sia troppo tardi mi apro e torno in alto con agili battiti d’ali, osservo le nuvole spostarsi nella direzione opposta, fino a quando raggiungo l’altezza del grasso e caldo cerchio arancione dritto in fronte a me, allora spalanco le braccia e resto fermo, sostenuto da dolci spirali di vento, con il solletico tra le piume, e lontano, tra le colline al di là i tetti, noto un luccichio nocciola volare alto insieme a me.

Giovanni Giliberti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...