Stallo Dickensiano

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Nadia Sgaramella, I ricordi fanno luce

Quasi una settimana senza il nostro Commissario. Gli sforzi per rintracciarlo sono stati molti ma sin’ora infruttuosi. È di ieri la conferma del suo rapimento a opera di forze oscure che ingenuamente non sanno di danneggiare la litweb tutta.

Nella disgrazia, un piccolo miracolo: Quaranta ha accettato di rientrare in redazione a titolo temporaneo (la clausola di riscatto fissata dal suo nuovo agente Mino Raiola è talmente esorbitante da far pensare anch’essa a un rapimento, ma per ora non ce ne curiamo).

Dopo le sue parole di ieri sulla situazione, torna a trovarci la nostra zia preferita, Lucia Ghirotti, portando una torta pasqualina, una bottiglia di vino e un bellissimo racconto che sembra una parabola su ciò che è successo a Verde in questi due mesi

Lucia ha definito Stallo Dickensiano  “se non si capisce un cazzo buttatelo”. Noi ce ne siamo invece innamorati per i dialoghi ironici e per il modo intelligente di raccontare.

Lo accompagna un’illustrazione di Nadia Sgaramella. Buona lettura.

«Che ci prendiamo? Io quasi quasi un bell’americano con un chilo di patatine, festeggiamo il fatto che siamo tutte e tre assieme, per una volta. E poi è l’ultimo dell’anno, divertitevi!»
Antelia alzò la mano rosa e liscia verso il primo cameriere che passava scocciato, sventolò le dita carnose torturate da anelli troppo stretti, che a Hodelia sembrava fossero stati infilati con la magia, sicura che si sarebbero potuti togliere solo a maledizioni. Ma lei era così, si sentiva bella, e nessuno l’avrebbe mai trovata ridicola, neanche con quel bomber bianco aperto su un vestito rosso dalla cui scollatura strabordava malamente un seno grande e un po’ stanco che sembrava non temere il freddo di quel pomeriggio.
Hodelia invece, sprofondata in un cappottone con il bavero alzato, il cappello di lana calato sugli occhi e due giri di sciarpa intorno alla bocca, si era seduta il più possibile vicino al fungo termico. Tremava comunque di freddo, dentro quella protesi di bar fatta di plastica trasparente.

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«Scusa Antelia, ma di festeggiare non mi sembra il caso, abbiamo deciso di vederci per un motivo importante, la situazione è grave, disperata, e va affrontata questa notte, domani sarà tardi. Diglielo anche tu, non far fare tutto a me».
Hodelia rivolse un’occhiata che voleva essere severa, ma che risultava solo preoccupata ad Aurìa, che fino a quel momento era stata zitta e sembrava stesse per piangere. Era arrivata prima di tutte, aveva fumato cinque sigarette tenendo i mezzi guanti di lana scuri che lasciavano scoperte unghie lunghissime laccate di nero. I mozziconi nel posacenere pure erano neri del suo rossetto.
«E’ tutto finito, non possiamo fare più niente per lei» disse Aurìa senza alzare gli occhi dalla sua tisana, mentre una lacrima sporca di kajal le rigava il volto pallidissimo. «Ed è solo colpa vostra. Tua, Antelia, che hai viziato Isabella con le tue lusinghe, da ragazza l’hai convinta che essere giovane e carina le desse il diritto di fare tutto quello che ha fatto e che la cosa l’avrebbe anche resa felice. Tua, Hodelia, che sei solo capace sussurrarle nelle orecchie che per lei adesso non c’è più speranza. Ovvio che poi le vengano in mente quelle idee».
Antelia posò il bicchiere, si passò il polpastrello del pollice agli angoli della bocca per togliere i residui di patatine, provocando in Hodelia una smorfia di disgusto, e si sporse verso Aurìa.
«Senti Morticia, sono io che vi ho convocato, fosse stato per voi stavate ancora una a mangiarsi le unghie per la rabbia e l’impotenza e l’altra a frignare sulla sorte della povera Isabella. Adesso mettiamoci d’accordo per stanotte. Io ci passo per prima, poi tu Hodelia e poi Aurìa».
«Sì ma cosa le diciamo» farfugliò Hodelia mentre con i denti si tormentava a sangue una nocca, «Che la sua vita l’ha buttata? Che all’età sua fa ancora la ragazzina scema, soprattutto a causa tua, e adesso è troppo tardi per tutto, quindi tanto vale assecondare il suo proposito e vederla rovinata per sempre da domani».
Antelia finì il suo secondo americano, cercò di rimettere nella scollatura tutta la carne che nel frattempo si era ribellata alla strizzatura del corpetto, tirò fuori dalla tasca un foglio spiegazzato e si mise un paio di occhiali con gli strass.
«Allora, calma, organizziamoci… Se Aurìa ci fa il grande favore di smettere di piangere, vi comunico il piano. Qui dice che Isabella passerà da sola a casa l’ultimo dell’anno, prenderà un sonnifero e si farà pure un goccetto, questo ci fa gioco, e si addormenterà poco dopo la mezzanotte».
Hodelia le strappò di mano il foglio «Eh, ma vedi? St’imbecille caccerà dalla cantina pure il fucile di nonno bracconiere e quando sarà mattina andrà a casa di lui e…»
Aurìa si coprì gli occhi oramai irrimediabilmente impiastrati e si rimise a singhiozzare «No, no, è tutto finito…»

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Antelia riprese sgarbatamente l’appunto e lo fece platealmente a pezzi «Non è finito proprio un cazzo, cretina, e noi che ci stiamo a fare? Io mi presenterò da Isabella appena si sarà addormentata e le ricorderò com’era il capodanno da ragazzina, trent’anni fa, quando era fidanzata con Attilio, il figlio della vicina, che quello ancora solo sta, e fa pure il professore di lettere, DI RUOLO eh?»
«Ahhh, di ruolo… Allora…» le fece il verso Hodelia dando una gomitata ad Aurìa.
«Silenzio! fatemi finire. Dopo la mia bella sgrullata, toccherà a te, Hodelia, che le mostrerai, nudo e crudo come sai fare tu, il disastro finale di quest’anno, lei da sola con gli psicofarmaci e il gin che aspetta che quello, il compositore, lasci la moglie produttore esecutivo e i tre figli per lei, che va per i cinquanta e che socialmente è zero. A questo punto sarà tramortita e arriverai tu, Aurìa, che potrai piangere tutte le lacrime che vorrai assieme a lei, raccontandole mi-nu-zio-sa-men-te come passerà il capodanno tra dieci anni, con le compagne di cella ergastolane vecchie e tatuate che, se si sono messe le mutandine rosse ci sarà pure un motivo. Ecco, è tutto. Buon lavoro care».
Antelia fece la mossa di alzarsi, ma Hodelia con una mano sulla spalla la rimise giù.
«Non mi piace».
«Cosa, esattamente, non ti va bene?»
«Non mi piace che sia tu, causa principale delle sue disgrazie, a recitare la parte della buona, se l’avessi preparata allora, se non l’avessi lasciata tranquilla a sognare prima il ballo, poi il cinema, poi il matrimonio coi calciatori, a quest’ora non toccava a me farmi odiare perché le devo ricordare quanto è disgraziata. No, non lo faccio».
«Io neanche ci sto» intervenne Aurìa, che adesso non singhiozzava più ma continuava a tirare su col naso. «Non servirà a niente. Non serve mostrare l’abisso a qualcuno che non vede l’ora di caderci dentro. Meglio farglielo trovare da solo. Gli avvertimenti sono come la fionda per il sasso».
«Siete due cacasotto, due inutili appendici dell’esistenza, io vi ho consegnato Isabella piena di promesse e domani entrerà a casa di lui con un fucile in mano che, se tutto va bene, per quanto è vecchio e malandato, le scoppierà tra le braccia».
Hodelia batté il palmo sul tavolino del bar. «Ci hai consegnato Isabella con la testa piena di puttanate irrealizzabili, ma non sarò io a svegliarla dal suo sonno. Ma lo sai tu dove attecchisce il seme della disperazione? Nei guai, mi dirai. No, nella felicità. E come germoglia, come l’annaffi? Con le lacrime? No, con i ricordi belli, con la convinzione che prima era meglio. Se non le dirai che ha sbagliato tutto sin dal principio io stanotte non andrò».
«Di te faremo a meno, allora, ce la caviamo noi Aurìa?»
«Se Hodelia non fa quello che deve, io nemmeno vado. Non capirà mai il perché della sua fine se nessuno le aprirà gli occhi sul suo disastroso presente. Non c’è scopo nel disperarla se non può capire che c’è una via».
Antelia si ravviò i capelli con le mani, si sistemò un basco rosso sulle ventitré e disse con un sibiilo ad Auria: «Tu andrai, invece, perché se tu non la scaraventerai in quello che l’aspetta, io non mi disturberò a rovinarle la sbronza riproponendole la faccia smorta di quello, di Attilio, che a vent’anni non era manco capace a metterle una mano nelle mutande come si deve, sbagliava tutto. Era bravo solo a metterla nelle sue».
Le altre due guardano altrove con la faccia scura.
«Ho capito, non se ne fa niente, la lasceremo al suo destino. Direi che possiamo andarcene. Non ci rivedremo mai più, non c’è ragione».

Il Messaggero, martedì 2 gennaio 2018

Un misterioso tentativo di irruzione nella villa del compositore Ennio Del Vecchio a via Appia Pignatelli all’alba del primo giorno dell’anno sta dando filo da torcere ai carabinieri che, chiamati dai vicini svegliati da rumori sospetti, stanno vagliando il contenuto delle telecamere di sorveglianza disseminate nei dintorni. Da indiscrezioni risulta che una donna in evidente stato confusionale, irriconoscibile perché indossava una giacca con cappuccio, si sia avvicinata al cancello e abbia suonato ripetutamente al citofono. Da sotto il giaccone sembra spuntare un’arma, un fucile. Subito dopo si vedono correre verso l’ingresso altre tre donne, che trascinano via a forza l’intrusa, nonostante molte resistenze, e quasi di peso l’allontanano dal cancello. Una di queste, una figura corpulenta vestita con un abito stretto e un bomber chiaro, sferra addirittura un pugno alla donna e si sbraccia all’indirizzo delle altre due, una più esile, completamente coperta da cappotto, sciarpa e cappello e un’altra, giovanissima che sembra piangere per tutto il tempo.

Lucia Ghirotti

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