Orlando Furioso

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Nadia Sgaramella, Chiacchiericcio

Lorenzo Zerbola torna su Verde con il suo stile inconfondibile da fumetto, caotico, fluviale e vivace. Orlando Furioso è ambientato nell’universo di Sono passi -tacchi- di danza, del quale è più o meno una prosecuzione. Non sappiamo perché ma mentre lo leggevamo abbiamo iniziato a canticchiare “Hanno ucciso l’uomo ragno“. Dopo averlo letto all’unisono abbiamo detto: Avercene! A noi in redazione è piaciuto molto e così speriamo di voi. Per oggi lasciamo perdere le polemichette e la scomparsa del commissario; è venerdì: divertiamoci! L’illustrazione è di Nadia Sgaramella e si chiama Chiacchiericcio.

La cosa assurda è che gli mancano i denti, sia sopra che sotto. Il commissario non riesce a guardare e si volta: si chiede se sembra strano solo a lui un interno così barocco e raffinato in una casa popolare come quella.

«Non ti sembra strano anche a te questo salotto?», chiede al medico legale, che mastica un sigaro spento al gusto di vaniglia.
«A me sembra strano che non ci siano i denti», risponde acida, e il commissario sa che è perché non la porta mai fuori a cena.
«Portava una dentiera magari».
«A tredici anni, commissario?»

L’odore di morto è nauseante e persiste anche con le finestre aperte. Il commissario dice di dover uscire un attimo -la solita femminella- e il medico legale non gli risponde neanche. Fuori, sul pianerottolo, si accende una sigaretta. I vicini dai loro giardini confinanti, recintati, guardano dalle sbarre come cani che abbaiano quando si avvicina uno sconosciuto. Le loro proprietà private sono limiti invalicabili; si distinguono dalle caserme solo per i televisori lasciati accesi in tutte le stanze. Dalla finestra della villetta di fronte il commissario incrocia lo sguardo di un ragazzino che, spaventato, chiude subito le tende a fiori; dopo poco il funzionario di polizia sta già bussando alla porta di quella casetta colorata di giallo, per interrogarlo.

Ad aprire è un padre dall’aspetto un po’ stupido, ma decisamente carino, nota il commissario. Lavora nella necropoli qua vicino, come tutti nel quartiere. La moglie ha un bambino in braccio che dorme o forse è morto da poco. E al muro, appeso e incorniciato, il manifesto di un evento, la locandina di una festa in discoteca -4 luglio, ingresso libero, l’immagine di due ragazze mezze nude che ballano- ed è lì, dice la moglie, che lo ha incontrato, che l’ha baciato. Il marito sorride, ma non pensa a niente e si vede, mette una mano sulla spalla del commissario -è bello davvero. L’avesse saputo che finiva così, dice la moglie, anche il braccialetto avrebbe tenuto, che era giallo e al buio si illuminava, e sopra c’era scritto Mordimi perché quello era il nome della serata. Il commissario che non l’ha ascoltata nemmeno per un momento, incantato dalla visione del marito, si accorge che la donna li sta guardando e che sono tutti zitti da troppi secondi. Lascia allora di fretta un biglietto da visita al marito e si dimentica completamente il motivo per cui era entrato in quella casa -il ragazzo che al piano di sopra sta in una cameretta e che non osa più affacciarsi alla finestra- e se ne va.

«Non ci ha neanche chiesto se lo conoscevamo», dice delusa la moglie dando uno scossone al bambino che finalmente si mette a piangere.
«To’», dice, lanciando il bambino al marito, che lo prende al volo per un piede. Poi fa un verso, una specie di rimprovero alla moglie, che capisce solo lei.

Intanto il ragazzo al piano di sopra fa una chiamata che non dovrebbe fare -un telefono a forma di cazzo con i numeri da digitare sulle palle- e trema davvero, ma non per il freddo. Dopo due ore, esce di casa, la madre neanche lo guarda e gli ricorda distrattamente di tornare per cena, anche se sono le undici di sera passate.
Il ragazzo non ci ha mai fatto caso alla necropoli che si vede appena fuori casa sua, dalla strada, simile a un grande centro commerciale illuminato tutta la notte. Eppure, questa volta quasi lo spaventa, vorrebbe rientrare ma sa che non può e si raggomitola nel giubbotto. Prima di prendere la macchinina del padre, quella con cui gira tra i loculi della necropoli -tipo quella per il golf- va nella casa dell’amico morto con la scusa delle condoglianze. Dentro però è già tutto tornato alla normalità -la famiglia sta guardando la televisione- e non deve neanche chiedere il permesso per andare nella ex-cameretta dell’amico per prendere quello che gli serve -oltre al poster di una rock-band e alla collezione di carte telefoniche degli anni novanta, promesse eredità.

Non ci mette molto ad arrivare all’ufficio in cima al grattacielo, al centro della city, che porta il nome di un detersivo -o di una banca, il ragazzo si confonde- e dire che Alex è morto, fingendo un po’ di commozione.

«Ve l’avevo detto che era potente, di non esagerare», risponde una voce proveniente da una poltrona di pelle girata di spalle, verso una vetrata enorme, con vista sulla città.
«Che ci posso fare io se Alex era un tossico?»
«E io che cazzo ci posso fare?»
Un miagolio di gatto bianco agghiaccia il ragazzo.
«Ma è tutto a posto, non hanno trovato niente», dice tremante.
«Avete un rapporto facile voi con la morte, immagino, abitando là vicino alla necropoli».
Il manager si alza dalla poltrona, con il gatto bianco tra le braccia, e dando sempre le spalle al ragazzo si avvicina alla parete di vetro. Centodue piani più giù, nota un barbone che corre attorno all’isolato per non congelarsi. Pensa al sole che non tramonta mai sulle sue proprietà, tanto son vaste.
«Quindi posso andare?»
«Me l’hai riportata?»
«Sì, mancano pochissime pillole, ma te le ripagherò».
«E come? Sai quanti soldi mi doveva Alex?»
«Domani seppelliscono un mucchio di persone, per quell’incidente sulla tangenziale, e mio padre magari trova qualcosa nelle tasche. Ti ridarò tutto».

Il manager finalmente si gira per guardarlo e pensa a quel becchino stupendo di suo padre, scolpito dagli angeli, che anche lui ha sognato di recente, e sospira, sollevato, vedendo che padre e figlio non si somigliano per niente. Gli dispiacerebbe troppo dover uccidere un così bell’esemplare di uomo, così schiaccia un bottone sotto la scrivania e il ragazzino scompare.
L’Orlando furioso -OF- è una droga prelibata, di colore blu naturale, confezionata in piccole pillole che sanno di lavanda d’estate. Tagliata male può risultare letale, come direbbero i telegiornali, ma dosata bene -e questa qui è pure biodinamica, fatta a mano in Provenza- è l’esperienza più bella che possa capitare. Il manager, che si fa chiamare l’Innominato in questa impresa commerciale laterale, sta iniziando a distribuirla un po’ in città, e ogni tanto gli piace assaggiarne metà, non di più, quand’è solo a casa annoiato. È questo poi l’unico modo che ha per far ricomparire ai suoi occhi Celestina, la donna della sua vita, che ha visto per la prima e unica volta a un ballo di fine anno della compagnia di detersivi che possiede il grattacielo. È stato cinque anni fa; il giorno dopo era andato a trovarla nel suo ufficio ma si era appena trasferita, scomparsa, licenziata.
Da allora, prima di andare a dormire, l’Innominato la cerca su Instagram, tra migliaia di foto in fila, perché non è possibile che una donna così bella possa scomparire nel nulla e che nessuno la fotografi da qualche parte nel mondo. Poi, a luce spenta -lui che schiaccia bottoni e ragazzini finiscono nella botola- chiude le palpebre, gli occhi ancora si muovono su e giù, anche se non sogna. Immagina solo di scorrere uno schermo pieno di foto di Celestina, che gli raccontino ogni momento di una vita di cui non ha mai fatto parte. Il giorno che la incontrerà dovrà spiegarle chi è, se mai la rivedrà.

È questo forse un modo per trovare una sorta di centro in quella grossa città che l’Innominato guarda tutto il giorno dall’alto del grattacielo; piazze o chiese non esistono più per cui resta questo: innamorarsi, riportare una scarpetta perduta a Celestina.
E pensare che lei non è così distante; anche se il grattacielo lo si vede da qualunque parte della regione, o dell’emisfero. Celestina ha una vita normale, all’ombra di quella torre babelica in cui una volta lavorava. Le sembra quasi di vivere in un piccolo posto, nonostante le svariate milioni di persone che le stanno attorno. Ha ragione quindi quel frocione di Mario, il suo amico, che le ripete che è normale, ognuno poi anche a New York, a Shangai o Bologna finisce per vivere solo il proprio quartiere, le quattro strade che circondano casa. Anche i tragitti, dice, quelli abituali, come la strada da casa al supermercato o dal lavoro al bar, sono sempre quelli.
Ma ho come l’impressione che Mario non conosca per niente Celestina, che parli solo per sé e di sé, della sua di vita insomma. Non ha la minima idea delle strade che Celestina percorre, le porte cui bussa, le facce che vede ogni giorno, durante e fuori il lavoro. E le volte che è giù -e sono tante- e le sembra che nessuno la voglia, che siano tutti impegnati, si sente così sola che ripensa a sua madre, a quel che le diceva.
Celestina ce l’ha sempre avuta questa sensazione qua, di rivedere sempre gli stessi volti, le stesse strade. Alcune volte sono solo un paio di occhi, un profumo. Mario le tira fuori delle storie assurde su vite passate e altre stronzate, e Celestina fa sempre sì con la testa ma non lo ascolta mai veramente. Ora però ci ripensa. Sarà per questo che, anche se è una così grande città, con tutte queste strade e persone che vanno e vengono, ha sempre la sensazione che ci sarà un’altra volta, che si ripeterà l’occasione di parlare a quel viso, di fissare quegli occhi e annusare un profumo già sentito. Magari tra un po’, quando avrà più tempo e fortuna… Questo pensiero la rincuora, si sente un poco meglio.

«Mi scusi, signorina? Oh, signorina!»
A momenti il medico legale gliele fa mangiare le banconote tese per pagare l’hot dog; Celestina fa un sorriso e il medico legale una smorfia.
Non ha tempo da perdere con questa venditrice ambulante e il suo baracchino che oggi si è appostato strategicamente vicino al semaforo rosso più lungo di sempre. Oggi il medico legale è ancora più nervosa del solito, che c’ha sta bega di dover fare l’autopsia al ragazzo trovato questa mattina senza denti, e decisamente non è una cosa che le fa venir voglia di vivere o di ridere. E sarà anche questo cielo nero che sembra venir giù, da sbatterci la testa quasi, a farle venire il magone, ma forse è solo un’impressione -di quando si sveglia male, non c’è il caffè e nessuno nell’altra parte del letto. Tuttavia, quando trova una strana pillola blu, con inciso sopra OF, incastrata nell’esofago, sa di avere una scusa per chiamare urgentemente il commissario, anche a quest’ora della notte.
Quello, diligente come al solito, serio, -e frocio-, arriva subito, sembra non voler chiederle nemmeno come sta, ma poi cede. Lei, acida come al solito, gli fa:

«Secondo te come sto dopo avere aperto la pancia di questo ragazzo?»
«Sicuramente ti è passata la fame».
«Stai mettendo le mani avanti per non portarmi a cena fuori?»
«Forse. È tardi comunque».
«Conosco un posto qua dietro».
«Ci son stato, non mi piace».
Il medico legale resta in silenzio, mezza incredula e mezza incazzata nera. È davvero una bellissima donna.
«Cosa credi che sia OF?», chiede il commissario guardando da vicino la pillola.
«OH FUCK?»

Il commissario ringrazia e se ne va con la pillola dentro un sacchetto di plastica. Per tornare a casa evita la tangenziale dove pare che ci sia un incidente colossale e passa quindi dalla necropoli per far prima. Già che c’è, fa visita alla casa del ragazzo morto, e i genitori, tranquilli e piuttosto sereni, lo lasciano andare nella ex-cameretta del ragazzo a dare un’occhiata.

«O effe , o effe», si ripete, cercando le iniziali in quella cameretta, piena di fazzoletti sporchi vicino al letto e di poster di band sulle pareti che il commissario non ha mai sentito -nessuna di queste inizia per OF. Prova ad accendere il computer -la password è chiaramente OF- ma dentro non ci trova niente, se non un racconto delirante probabilmente scritto dal ragazzo sotto effetto di quella strana pastiglia. È stato abbastanza facile poi, o comunque non ci ha messo molto a notare nella libreria la presenza di un solo inverosimile libro: l’Orlando furioso. Dentro, le pagine sono scavate come per contenere qualcosa che non c’è più. Altre pillole, pensa, e sente un improvviso odore di lavanda. Prende il libro e se lo porta a casa.
Gli vien quasi la voglia di leggerlo -è un bel volume verde, spesso- se non fosse per tutte quelle parole mancanti -una voragine al centro- e quell’italiano che non capisce del tutto. È già da un po’ che al commissario gli è presa questa voglia qua di leggere -sarà la vecchiaia- prima di andare a dormire, soprattutto autori contemporanei, dietro consiglio del suo amichetto Mario che, inizialmente un po’ sospettoso per quelle richieste di consigli libreschi, gli aveva chiesto Come mai e lui Ma niente, curiosità. Allora Mario aveva voluto sapere cosa intendesse per contemporanei, se appena usciti o dei classici recenti, e il commissario giù stufo del discorso come una ragazzina impaziente, gli aveva risposto Fai quelli che non sono ancora morti, anzi, quelli che riescono ancora a riprodursi.
Sicuramente una selezione originale, aveva pensato Mario, che non ha detto più niente, perché il discorso era chiuso, stop, basta; ora c’erano le carezze.

Quando il commissario torna a casa non trova più Mario dove l’aveva lasciato -nel letto-, c’è solo un biglietto rosa sul frigo con scritto che si è divertito molto a pensare agli autori ancora in grado di riprodursi e che è riuscito a trovarne soltanto due e che spera gli piacciano.
Ora Mario è fermo in tangenziale sulla sua piccola Smart viola, e pensa davvero, e forse ha ragione, che anche in una grande città come questa le strade sono poche, sempre quelle, e che riportano quasi sempre al punto di partenza. Per questo ci sono gli ingorghi e gli incidenti sono così frequenti, come questo qui che è una cosa pazzesca. Mario suona il clacson, insieme al resto della coda chilometrica di macchine che si muovono tutte più o meno affianco.

Lorenzo Zerbola

 

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