Rivista Pazzesca #1 (anteprima): Storpio Rising

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Rivista Pazzesca #1, teaser 

La densa e maligna presentazione a Roma del primo romanzo di Alfredo Zucchi (“chi scrive o vuole scrivere deve leggere questo libro”, lo ha detto Luciano, e noi abbiamo annuito convintissimi) ha detonato i suoi frutti: è stato firmato l’armistizio Crapula-Verde (testimonianza fotografica), l’ordine è pace e amore nell’ammirazione e nella diffidenza reciproche. Il dibattito in corso (qua tutto) ha esaurito il suo scopo (no, Verde non chiuderà per il momento), ma proseguirà nel nome della polemichetta perpetua e della guerra alle scenicchie. La bomba voyeur ha perfino fatto riavvicinare Stefano Felici a Verde: c’era anche lui venerdì sera, eh be’ insomma ragazzi, ci ha cercati tra la folla e dopo una lunga discussione sui capitoli dispari del libro di Zucchi, si è scusato “Per tutte le sciocchezze dette e pensate negli ultimi mesi”. In segno di buona volontà ci ha poi offerto in anteprima Storpio Rising, un pazzesco w a p o r w a v e che diventerà oggetto di culto nelle campagne senesi e aprirà il numero primo di Rivista Pazzesca, la nuova rivista di Stefano che pubblicherà soltanto racconti e memicchi di Stefano (qui maggiori info).
Qualcosa di bello sta accadendo attorno alle nostre riviste. Sarà un piacere scoprirlo insieme a voi.

Ha settantadue anni ma ancora tiene una spalla tanto gonfia e tirata che pare un pomodoro enorme, cuore di bue, striato, muscoli marcati e duri. Fa ruotare la scapola all’indietro e contrae il tricipite: la pelle è bianca, chiazze marroni slabbrate coi ciuffetti candidi riccioluti, eppure il sangue si rapprende veloce nelle cavità delle fibre, neanche fosse un ragazzino di vent’anni. Si specchia per mezz’ora, in boxer e nient’altro. Le gambe sono magre: la parte più debole. Quella destra è amputata sotto il ginocchio.

Versa il caffè dalla moka in una tazzina di vetro. Lo manda giù amaro e bollente. Poi va verso il lavandino, poggia la tazzina sul fondo, prende un bicchiere e lo riempie d’acqua fredda: lo beve tutto d’un sorso.

Sono le sette del mattino. Ancora in boxer, va al centro del piccolo ingresso buio dell’appartamento. Prima si inginocchia, poi si stende prono. Si rialza con la forza di petto e tricipiti. Una volta, poi un’altra ancora, e di nuovo, non molla, non smette. Trenta flessioni. Suda come fosse in sauna, goccioloni dalla fronte al pavimento fanno il rumore di un tubo che perde. Prova una trentunesima flessione, ma non ce la fa: crolla a terra, frantumandosi il petto sul pavimento freddo. Tira un colpo di tosse raschiato, seguito da un rantolo. Come ogni mattina, teme sia arrivato il momento. Si afferra il braccio sinistro e aspetta: non succede niente.

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Accende la luce al neon del garage. Si abbassa sul paraurti anteriore, afferra un lembo del telo verde militare e si alza in piedi di scatto, svelando la Punto GT del ‘93 come fosse una preziosissima, compatta scultura di marmo di una chiesetta di paese.
La Punto è bianca e lucida. Non ha un graffio. Sembra uscita l’altro ieri dalla fabbrica. Ha gli specchietti chiusi. Gli pneumatici, neri e lustri, sembrano scarpe di pelle passate al Calzanetto.
Con uno spazzolino da denti nuovo, appena tolto dall’involucro, comincia a sfregare, ma piano, leggerissimamente, i vetri dei fari, i piccoli rilevi delle modanature e le intercapedini tra pianale e minigonne. La protesi dà fastidio e gli vien voglia di togliersela, ma poi ricorda, frustrato come se già non ci fosse passato altre centinaia di volte, che perderebbe presto l’equilibrio e finirebbe culo a terra, spaccandosi un femore o l’osso sacro.

La Punto GT bianca, 1400 di cilindrata, raffreddamento intercooler, 133 cavalli, serie originale, gli costò trentuno milioni di lire e fu un regalo per suo figlio, che s’era appena laureato in giurisprudenza, con una tesi di cui il vecchio mai aveva capito nulla, neanche il significato del titolo, e che oggi se ne stava ben rilegata, con copertina in pelle morbida, in cima a un armadio, i caratteri dorati ormai color ottone impolverato. A suo figlio venne diagnosticato un osteosarcoma e morì un anno più tardi. Passava tutto il tempo in casa, alla scrivania, computer acceso mattina e sera, e riuscì a guidare la Punto GT solo un paio di volte, senza allontanarsi dall’isolato se non entro un raggio di due o trecento metri.

Apre uno sportello e si siede al posto di guida. Sistema la protesi sul pedale del gas. Afferra il volante e lo accarezza con entrambe le mani, seguendone il diametro in entrambi i sensi: è liscio, meraviglioso. Si guarda riflesso nello specchietto retrovisore, in alto, sul cruscotto: ha gli occhi cerulei, con la sclera striata di venuzze rosso porpora. Fa una smorfia. Gli occhi si inumidiscono. Ricorda che le previsioni danno pioggia. La tentazione di uscirsene dal garage con la Punto GT, negli anni, è sempre stata difficile da tenere a bada. Oggi più che mai.

Tornato in camera, smette la vestaglia e si infila la canottiera grigia e i pantaloni color crema. Le braccia bianche e gonfie gli risaltano ancor di più. Contrae i bicipiti e torna a specchiarsi. Si slaccia la cintura appena chiusa – poi ci ripensa.
Allaccia delle scarpe da ginnastica dalla suola consumata; la gomma quasi non c’è più sui lati esterni. La tela è bucherellata e di lato alla scarpa destra, quella della protesi, ci passa un dito intero.
Mette una camicia azzurrina a maniche corte, col taschino. Sopra, un gilet a vento, verde scuro, pieno di tasche e moschettoni penduli. Si siede in soggiorno a bere un mezzo bicchiere di latte freddo. Guarda il palazzo dirimpetto: tutte le serrande chiuse, l’aria grigiastra. Sono le otto del mattino. Si annoia. Vorrebbe andare sulla tazza a spurgarsi dei sette etti di bieta bollita mandati giù a cena la sera precedente. Però ancora niente stimoli.

Torna in garage. Sale di nuovo a bordo della Punto GT. Si specchia nel retrovisore in alto e si liscia i capelli da una parte. Sono capelli finissimi: alcuni bianchi, molti altri grigi. Nessuna stempiatura. Sopracciglia nere e folte, all’insù. Il naso rosso e rotondo, crivellato di punti neri grossi come teste di formica. Pare possano uscirgli da sotto la pelle da un istante all’altro.

☠☠☠

Alle due del pomeriggio, affacciato in finestra, per quanto è fitta la pioggia non riesce a vedere nemmeno il palazzo di fronte. L’acqua gli entra nel soggiorno e gli schizza la faccia. Se ne sta a occhi chiusi come al parco di fronte a una fontanella.
Prova a rilassarsi come può.
Andare di nuovo allo specchio in camera da letto; tirarsi giù i pantaloni e i boxer; prendersi in mano il cazzo e farsi una lunga, lentissima sega che provochi quella deliziosa tachicardia che non sfocia mai in nient’altro che non sia un bel fiatone, e dopo un po’ in un mezzo orgasmo che subito sfugge tra le mani, quel cazzo rattrappito, gelatinoso, che sparisce nella pelle scura e farinosa del prepuzio.

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I fari della Punto GT illuminano la strada buia e costeggiata di sterpi. Un chilometro intero è tutto in rettilineo, ma non sembra interessato a dare il minimo sfogo al motore. Una curva leggera sulla destra e si immette in un viale illuminato da quattro lampioni posti a una distanza esagerata l’uno dall’altro. A metà del viale si ferma a un semaforo. In giro non c’è nessuno. Si ricorda dell’impianto stereo di serie e prova ad accenderlo. Il rosso del semaforo è così lungo che dopo un paio di minuti a smanettare senza cognizione di causa, la radio si accende su una frequenza fm che trasmette una nenia di chitarre elettriche e voci femminili sovrapposte e scazzate. Punta di nuovo lo sguardo sullo specchietto retrovisore del cruscotto e riproduce la solita smorfia. Appena l’asfalto umido diventa verde, con la forza del gluteo e del bicipite femorale destri affonda sul pedale del gas mentre rilascia la frizione. Stridio delle gomme e motore per un istante fuori giri danno l’impressione di urla disumane che si accendono e si spengono senza motivo in una strada vuota e inanimata.

Il viale termina in uno scarno piazzale chiuso da quattro edifici comunali, alti una quindicina di piani. Ogni spazio tra un edificio e l’altro è una stradina piena di bar e negozi di ferramenta, di forni, piccoli rivenditori di scarpe di gomma e pelle finta, tabacchi, ortofrutticoli, punti scommesse. Al centro del piazzale, un isolotto d’erba mal curato; una panchina semi-divelta, dalla quale mancano un paio di doghe di legno, e una fontanella di ghisa che getta in terra un inutile rigagnoletto d’acqua.
Ci gira intorno, a passo d’uomo. Sulla panchina, due ragazzi sono chini sui loro cellulari. Scrivono messaggi muovendo i pollici a velocità meccaniche. Gli si ferma di lato, tirando il freno a mano e spegnendo il motore. Uno dei due ragazzi se ne accorge e subito urla al vecchio che cazzo vuole. Lui, come risposta, gli sorride. L’altro ragazzo mette da parte il cellulare, scende dalla panchina e con tre passi è al finestrino della Punto GT bianca. Chiede al vecchio che problemi ha. Il vecchio sorride ancora. Poi abbassa il finestrino a metà. Non ha paura. Dice al ragazzo, che gli sta a due palmi dal viso, se lui e il suo amico sono arrivati lì nel piazzale con la macchina o col motorino. Il ragazzo si gira verso l’altro ancora seduto sulla panchina. Poi si volta di nuovo verso il vecchio. Dice che sono venuti in macchina. Che macchina, continua a chiedere il vecchio. Boh, risponde il ragazzo; e subito dopo: una Corsa. Il vecchio non la smette di far domande: di che anno, quanti cavalli, in che condizioni è tenuta, chi dei due è il proprietario, chi la guida meglio. Il ragazzo si irrita e fa un passo indietro, mentre l’altro, finalmente, scende dalla panchina mettendosi il cellulare in tasca: è rasato e indossa un giubbetto di pelle attillato, un brillante quadrato per lobo. Va verso il vecchio con uno sguardo basso e minaccioso, gli si para davanti anche lui in tre falcate e gli chiede direttamente, come avesse intuito dall’inizio, dal solo veder arrivare quell’automobile, se intende giocarsi la macchina. Il vecchio rimane in silenzio. Il ragazzo rasato, dice, ha un’Opel Corsa da mille, sessanta cavalli, è del duemilatredici, un giocattolo di macchina, ma aggiunge che se lui, il vecchio, vuol giocarsi la sua Punto GT, e nel riconoscerla le piazza una mano sul tettuccio, non c’è problema, zero problemi, è pronto: dal piazzale al TotalErg dopo la sopraelevata della tangenziale, lo sai dove sta il TotalErg?, gli chiede, e insomma, poi, arrivati lì si ritorna al piazzale. Piazzale-TotalErg-Piazzale. Il ragazzo dice al vecchio che se ci sta deve tornare al piazzale alle due di notte. Il vecchio sorride ancora in silenzio. Annuisce. Manca poco più di un’ora alle due. Dice che la passerà parcheggiato in una stradina interna ad ascoltare un po’ di musica alla radio. I due ragazzi tornano a sedere sulla panchina, tirano fuori i cellulari e si rimettono a scrivere. Scrivono con i pollici ancor più tarantolati, e tengono le bocche spalancate – sembrano sorrisi enormi. Ondeggiano la testa come fossero in alto mare.

☠☠☠

Alle due meno dieci si ripresenta nel piazzale.
Il ragazzo rasato coi brillanti ai lobi se ne sta da solo, con le braccia conserte, lontano dagli altri. Vede la Punto GT bianca. Alza un braccio e fa cenno al vecchio di andare verso di lui. Il vecchio toglie le chiavi dal quadro, apre la portiera, scende senza nessuna fatica.

Il ragazzo rasato mette un braccio intorno alle spalle del vecchio. Gli dice che è un vecchio tosto. In sottofondo si sentono delle risatine. Poi il ragazzo guarda verso il basso, indica la gamba destra del vecchio: gli chiede se è zoppo. Il vecchio diventa rosso e dice di no. Il ragazzo risponde sì, vabbe’, non gliene frega un cazzo. Gli toglie il braccio di dosso e gli chiede se è pronto. Il vecchio si gira e torna trotterellando verso la Punto GT. Quando riapre la portiera, tira fuori un urlaccio sgolato, sono prontissimo; dalla panchina, un bell’applauso e qualche vocina acuta d’incoraggiamento.

L’Opel Corsa è nera, corta, sinuosa, sembra una saponetta gigante ma ha delle linee spigolose sui fianchi, un tentativo di disegno aerodinamico, un’idea di movimento che sembra messa lì tanto per abbellire una bozzolo di latta; se ne compiace, vedendola così, muso a muso, parallela alla sua Punto GT bianca scintillante, 133 cavalli mai sfogati prima d’ora. Eccolo che riprende a sorridere, a guardarsi gli occhi celesti e spenti nello specchietto: smorfia d’impazienza.

Una ragazza bionda coi capelli corti e il rossetto fucsia sta nel mezzo, fra la Punto GT e la Corsa, con entrambe le braccia alzate. In direzione del vecchio grida se è tutto a posto, se non deve andare prima a pisciare, se è sicuro che non andrà a finire a sbattere da qualche parte; il vecchio annuisce senza nemmeno guardarla. Rivolta al ragazzo rasato, la bionda si limita a un pollice all’insù.

☠☠☠

Il ragazzo rasato tira su la zip del giubbetto di pelle, fino al collo, e dalla tasca dei jeans agguanta un tirapugni nero sormontato da tre punte a spirale.

☠☠☠

Ogni due minuti si affaccia dal materasso e sputa un fiotto viscoso di sangue e saliva. Bestemmia con precisione e ritmo cadenzato prima Cristo e poi la Madonna. Il cuscino è pieno di croste giallastre e nere. Non ricorda dove ha messo la protesi.
Tre giorni senza bere né mangiare. Riesce a tenere gli occhi aperti tutto il giorno e tutta la notte. Dai buchetti della serranda capisce quando è mattino, pomeriggio o sera. In piena notte, al quarto giorno di calvario, decomprime i muscoli vescicali e libera un rigagnoletto di piscio che gli cola tutto lungo il fianco destro.

LA COSA CHE NON MI VA GIÙ
È CHE SEI RIMASTO IL SOLITO
BAMBINO DEFICIENTE DEI
TEMPI IN CUI TUO PADRE, UN
UOMO CHE HA FATTO ‘STA CAZZO
DI GUERRA CHE NEMMANCO
È VERO POI, SICURAMENTE
LA METÀ DELLA FRACCA DI
CAZZATE CHE DICEVA, TI DAVA
E GLI ORDININI
E LE CONSEGNINE
E LE COMMISSIONCINE
DA ESEGUIRE COME DICEVA LUI
SENNÒ CROLLAVA IL MONDO
NON NE ERI ALL’ALTEZZA
E TU LÌ A CREDERCI, E
VA BENE FINO A DIECI, UNDICI, DODICI, TREEEEDICI ANNI!,
MA CE NE HAI SETTANTADUE MO,
PORCA LA MADONNA!
CHE TI DEVI DIMOSTRARE?,
DI STARE AL MONDO?, E CHE FUNZIONA
COME DICI E TE LO IMMAGINI TU?
ANCORA? E INFATTI GUARDA CHE FRACCA
DI BOTTE CHE PRENDI. TI DOVEVANO AMMAZZARE.

Ora, papà, prima di morire, un giorno in cui mi ero talmente rotto
il cazzo da non sapere più che fare, mi sono messo al computer e
con un programmino di quelli craccati, ma che cazzo ne sai tu di
programmini craccati, ho cominciato a fare un videogiochino,
un videogiochino fatto proprio coi modelli in treddì, è una roba
che dura venti minuti, ma è fatto col cuore, papà, perché ti volevo
bene e mi stavo rompendo proprio i coglioni a morire così piano piano.
Nel videogiochino il protagonista sei te. Eh eh, proprio te. E non ti
dico altro. Giocaci. Accendi quel cazzo di computer, se non ci riesci
fattelo accendere da qualcun altro e chiedigli come si gioca, porca puttana, ma ti prego
almeno fai ‘sto sforzo, voglio davvero che ci giochi, è l’ultima cazzo di cosa
che ho fatto per te, papà, l’ho fatta per te con tutto che sei un deficiente
che m’ha rovinato pure l’ultimo anno di vita appresso alle stronzate,
le fissazioni tue, tipo il vestirsi bene per fare i giretti con la Punto
sennò poi i vicini i vicini i vicini i porcoddio di vicini. Gioca a quel
cazzo di videogiochino, fai il favore, papà. Fammelo, ‘sto favore.

☠☠☠

La camicia azzurra fradicia di sudore e il gilet verde aperto, non riesce a star dritto, cammina reggendosi ai muri dei palazzi, mette le mani su ogni crepa, spuntone o filo arrugginito, senza fare la minima attenzione. Ha gli occhi semi-chiusi e respira con la bocca. La scarpa allacciata alla protesi non ha quasi più suola, e a ogni passo trascinato viene via un pezzetto di gomma.
Arriva al confine col piazzale degli edifici comunali. Si appoggia al muro, di schiena. Riprende più fiato che può; poi urla aiuto. Sulla panchina nel mezzo, ci sono tre ragazzi. Uno di loro è quello rasato coi brillanti ai lobi. Fanno finta di non sentirlo. Urla ancora più forte. Urla una terza volta. Poi cade in terra. Uno dei ragazzi, un biondastro riccio, si alza e corre a vedere se è morto.

Lo mettono sotto la doccia. Il biondastro prova pure a insaponarlo con una spugna ma gli altri fanno smorfie disgustate e allora lascia perdere. Un ragazzo coi capelli neri e mezzo stempiato, con la barba lunga, se lo porta a spalla fino in camera da letto, lo sdraia e gli infila un paio di mutande che il biondastro recupera da un cassetto.
Il ragazzo rasato gira per la casa e si ficca in tasca un paio di accendini che crede possano valere qualcosa, più un orologio che gli sembra d’oro.

Nello sgabuzzino, come ha detto il vecchio, il biondastro trova il case di un vecchio computer anni Novanta, con attaccati di fronte gli adesivi del Pentium Intel e della Energy – EPA Pollution Preventer.
Lo stempiato barba lunga si è seduto al capezzale del vecchio: ne ammira le spalle e le braccia scolpite, il petto rigonfio, il ventre duro e dalla pelle raggrinzita; le gambe sottili, con la destra che pare un mignolo senza una falange. Le lenzuola sono gialle ed emanano un puzzo acre-dolciastro, e nessuno ha voglia di cambiarle. Il vecchio dice parole come gioco figlio montatemi il gioco fatemi vedere figlio mio, e il ragazzo stempiato vorrebbe mettergli una mano sulla spalla, ma non vuol rischiare anche solo di sfiorare lenzuola o cuscino. Ci stanno pensando gli altri, mo ti attaccano il computer al monitor, dice il ragazzo, ce la fai ad alzarti? Il vecchio risponde di sì, ma non vuol mettersi la protesi, in un angolo della camera ci sono due stampellacce di legno, gliele porti, quand’è il momento.

☠☠☠

È questo il gioco?, chiede lo stempiato barbuto, la belle vie? Non lo sa, ma crede di sì. Il biondastro afferra il mouse e fa doppio click sull’icona tonda e blu nominata LaBelleVie.exe.
Tre secondi di schermo nero, poi lo stesso titolo, in rosso, a caratteri giganteschi; Premi Invio. Il biondastro preme invio.
Dalle casse integrate nel monitor parte una ballatina dimessa suonata da una trombetta elettrica. Un personaggio fatto di parallelepipedi e triangoli, testa nera e completo blu scuro, è nel mezzo di un’immensa sala vuota, marrone, forse fatta di legno, a ben vedere i pattern delle texture sparse su tutta la struttura tridimensionale dell’ambiente. Chiede al biondastro cosa deve fare per giocare, e lui gli risponde che non lo sa, ma probabilmente può muoversi usando le freccette sulla tastiera, quelle sulla destra. Lo stempiato aggiunge che con la barra spaziatrice sicuramente si salta. Allunga il braccio e prova lui stesso: e in effetti è così. Il pupazzo blu testa nera salta sul posto.
Vuole che il biondastro e lo stempiato se ne escano dalla stanza. Quello rasato no. Lo vuole in piedi, vicino a lui. Gli si rivolge con un sorriso tranquillo, mostrandogli i buchi dei denti che sono volati via col tirapugni. Il ragazzo rasato annuisce e gli altri due escono dalla stanza.

Nel salone di legno, l’avatar in completo blu del vecchio si muove a scatti e saltando senza motivo. Dopo aver girato in tondo due volte, trova una porta. Ovviamente, ci salta davanti. Il giovane rasato prende l’iniziativa e preme un po’ di tasti a caso. La porta si apre. L’avatar del vecchio entra spedito. Si muove in un ambiente stretto e dalle texture lignee, ma più scure. La trombetta elettrica si fa più tenue. È un corridoio. Sembra aver preso confidenza coi controlli. Pochissimi salti immotivati. Avanti senza inciampare nei muri. Poi un’ennesima porta. Toglie le mani dalla tastiera. Di nuovo, premendo tasti a caso, il ragazzo rasato riesce ad aprirla. Tutto nero. L’avatar blu del vecchio si staglia come su un fondale notturno. Il suono della trombetta va scemando. Una scritta, nella parte alta dello schermo: “Papà”. Sparisce la scritta. Poi: “Ti ritrovi in un hotel abbandonato”. Sparisce di nuovo. “Cerca la porta della stanza giusta”. Sparisce. “La stanza giusta è quella dove ci siamo io e la mamma”. Schermo nero. Di nuovo nel salone sterminato dell’inizio.

☠☠☠

Dalle casse esce fuori la voce lontana di suo figlio, spettrale e probabilmente fatta risuonare da dentro un bicchiere di plastica, che dice trovaci papà, trovaci, papà. Il ragazzo rasato non è a suo agio e dice al vecchio di spegnere questa merda. Lui schiaccia i tasti direzionali all’impazzata, la barra spaziatrice, tutti i tasti, poi guarda negli occhi il ragazzo rasato e gli dice di far rientrare nello studio il biondastro e lo stempiato, ché suo figlio va trovato a tutti i costi.

☠☠☠

Aperta per la ventesima volta una porta a caso, esce fuori un ammasso poligonale con occhi rossi e neri allucinati, fuori dalle orbite, un cranio verde sproporzionato su un corpicino quadrato e giallo, sobbalza sulla sedia e con lui anche i tre ragazzi, tutti più o meno disgustati; il cranio verde apre la bocca, e mostra la texture di una gola arrossata, una foto sgranata di una vera gola infiammata, su cui staglia un unico dente gliallo; il cranio verde si muove da destra a sinistra e nel frattempo il corpicino avanza, tendendo due tronconi che sembrano braccia. Una scritta rossa a metà schermo: “Ti ricordi che ero tua moglie?”. Sparisce la scritta. Un’altra: “Perché mi hai abbandonata?”. Il ragazzo rasato esce di corsa dallo studio, bestemmiando. Il biondastro e lo stempiato si guardano, ma non sanno che fare. Il vecchio urla verso lo schermo, brutta puttana infame, dove cazzo sta mio figlio, dove sta.
Quando le braccia del corpicino afferrano l’avatar del vecchio, il gioco finisce di colpo, si interrompe l’esecuzione del programma.

☠☠☠

Il sedile anteriore del passeggero è reclinato a centottanta gradi. Ci si è sdraiato sopra. Tiene gli occhi chiusi e le mani sul petto. Nudo. La temperatura è bassa: circa due gradi. Sono in aperta campagna. Il biondastro e lo stempiato cospargono la Punto GT di benzina con delle piccole taniche nere. I lobi del ragazzo rasato brillano al buio. Il biondastro apre lo sportello e butta un po’ di benzina anche sul vecchio, che sorride e si scuote per il brivido di freddo. Lo stempiato si toglie un guanto di lattice e comincia a lisciarsi la barba. Il ragazzo rasato ricorda agli altri due che dare fuoco a una Punto GT del ‘93 tenuta così bene è da coglioni imbecilli. Il biondastro dice di essersi rotto il cazzo e minaccia di staccargli il naso a morsi, al rasato, se non la pianta. Ma poi ride. Nessuno dei due ride con lui.
Il vecchio è steso e tranquillo. Pensa a sua moglie e a suo figlio. Il cranio verde con gli occhi di fuori e la voce d’oltretomba. Sente delle formiche camminargli sul naso. I muscoli li sente flosci, quasi liquidi. Non ricorda più se ad aver fatto la guerra sia stato lui o suo padre. Comincia a tremargli la lingua.

Gli viene immediatamente alla memoria di quando s’avvicinò senza accorgersene a un fuoco acceso entro un piccolo forno fatto di sassi. Nemmeno ventenne, se ne stava in un paesello di montagna insieme ai suoi amici dell’epoca. Una vampata dolorosa come un colpo e poi una serie infinita di acuminatissime punture lungo la schiena: schizzò via d’un balzo e finì in terra. Questo ora stava sentendo, ma su tutto il corpo, e non può che contorcersi mani e piedi, mandibole serrate. Il corpo lucido e rosso di fiamma.
La Punto GT è imbevuta e ardente. Non si sente alcun urlo, nessun lamento. I tre ragazzi guardano il rogo a un centinaio di metri di distanza, chiusi dentro la Corsa. Il biondastro, stravaccato sui sedili posteriori, si fuma una sigaretta. Dice che il vecchio è una specie di dio venuto da un’altra dimensione, lo stempiato barbuto ride e il ragazzo rasato digrigna i denti: sbotta: ma quale dio, questo è un coglione e noi peggio, ci ha fottuto la testa, io lo dovevo ammazzare la prima sera questo qua. Lo stempiato dice di stare calmi, con la vocetta in falsetto.
La Corsa fa inversione e lascia il vecchio nella sua tomba lucida, involucro di fiamma rossoviola. Pensa se all’ultimo se ne esce e ci fotte tutti, dice il biondastro. In quel caso sei morto tu e quest’altro stronzo con la barba da scemo, risponde il ragazzo rasato.

Stefano Felici

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