Liminal Personae #2: Michele di Orsara

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Federica Rodella

Liminal Personae nasce dalla necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo ritroviamo noi stessi, la nostra storia, nei gesti di altri, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Tre lingue si articolano nella mia mente ogni giorno. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. Liminal Personae è stato uno dei testi più belli che abbia avuto tra le mani nel periodo universitario, ne ho ancora una copia nell’armadio, a casa di mia madre.”
Michele di Orsara è la seconda puntata della nuova rubrica di S.H. Palmer, lanciata il mese scorso (ricordate cosa successe allora? Ripassate). Un estratto: “La sgradevolezza è un dono di natura, un talento di nascita. Una bella croce nera sul cuore sulla culla, al posto del carnefice francese e della corona. Una regalità obliqua, in un certo senso.”
Il collage di Federica Rodella.

Ci penso così, in pigiama di domenica con la tinta arcobaleno sui capelli. A trentacinque anni appena compiuti, pensando alla settimana entrante tra lavoro, giochi, gite, responsabilità e vita. Così, in divenire.

Ci penso così, scorrendo la home dei social network di domenica svestita di tutti gli stereotipi che cercano di appiccicarci addosso in città di provincia a ogni movimento più svelto, sguardo più attento, opinione più spinta e contraria.

Ci penso così, mentre il mondo è in delirio. Dappertutto. Mentre notizie di violenza, discorsi d’odio e distopie si spiegano davanti ai nostri occhi come mutazioni dell’arte di Escher.

Ci penso con una calma che mi stupisce ogni giorno di più, cenere e rinascita di anni passati al buio con la rabbia negli occhi e il disappunto sulla punta della lingua. Se mi vedesse il professor Sessa. Quello mi chiamava Elettra e cercava sempre di cacciarmi il meglio dalla gola, al contrario di quell’altro professore del biennio superiore, quello di matematica, che mi mise alla gogna per due tiri di sigaretta fuori dai confini territoriali della sua pseudo-giurisdizione.

Dopo non so quanti anni, almeno un decennio, mi sono trovata a pensare di nuovo a un mio ex compagno di classe, una di quelle persone che per forza di cose ti trovi davanti per cinque anni quasi ogni santo giorno. Un ragazzo antipatico, ambizioso e diligente. Uno che non se ne fregava poi un cazzo di piacere alle persone, pensava solo a essere il primo della classe – titolo che ha sempre dovuto dividere con un altro paio di studenti, povero lui.

Era invidioso e pieno d’astio. Non mi sopportava. L’ho sempre saputo. Si lamentava con i professori di me. Andava questionando che i miei voti non sarebbero dovuti essere quelli che erano (alti e splendenti come i suoi) in quanto il mio sforzo non sarebbe stato abbastanza. Studiavo poco. Ho sempre studiato poco, in termini pratici, ma non è colpa mia se ho una buona memoria e una superba dose di capacità analitica.

“Ma tu vedi un poco a questo” pensavo quando percepivo i tafferugli dopo un compito in classe un’interrogazione o un qualsiasi avvenimento che avesse premiato – anche – me. “Ma tu vedi un poco a questo chi cazzo gli sta togliendo niente” pensavo e a volte mi dispiaceva per lui perché viveva una vita grama.
La migliore descrizione di lui che possa fare, la mutuo dal tedesco: Unattraktiv.

La sgradevolezza è un dono di natura, un talento di nascita. Una bella croce nera sul cuore sulla culla, al posto del carnefice francese e della corona. Una regalità obliqua, in un certo senso.

Giuro che il cognome non me lo ricordo, altrimenti l’avrei scritto. Sono vecchia ormai, ho superato il mezzo del cammin della mia vita quindi non me ne può fottere di meno se qualcuno s’incazza. Non sono moralmente ricattabile. E l’aria rarefatta delle foreste della Westfalia ha fatto il resto.

Una parte di me spera vivamente che Michele sia cambiato. Con l’esperienza potrebbe essere mutato e diventato uno dei nuovi mostri dell’Italia bene. Spero si sia evoluto e abbia capito che trionfare non significa denigrare gli altri per motivi futili, ma soprattutto che abbia capito quanto poco valga l’accademia in sé, nel suo esprimere giudizi e voti, nel catalogare e creare stilemi sterili. No, non sono invidiosa. Una laurea ce l’ho pure io, e so bene cosa farci (esattamente quello).

Il fatto è che in un mondo patologico impastato di narcisismo e individualismo estremo, non me la sento più di giustificare certi comportamenti. I ragazzini sparano nelle scuole e lo fanno sempre più spesso. Noi invece abbiamo passato (e continuiamo a farlo) anni sgambettando su un confine sociale pluridimensionale tra accettabilità, eccentricità e autolesionismo, quando non ci si inculava nessuno. Ce la dovevamo vedere da soli. Magari, con un colpo di fortuna si incontrava qualche altro negletto con cui confrontarsi.

“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”: compagno Gramsci, sempre sul pezzo.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

S.H. Palmer

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