La famiglia

4

Federica Rodella

«Siamo giunti su queste montagne per allontanarci dal caos, e poter vivere e crescere i nostri figli nella serenità di una vera famiglia unita nel sangue e nei valori cristiani. Amore, rispetto, sostegno reciproco. I capisaldi della vera famiglia. I valori più sacri della comunità primordiale. La vostra, di famiglia, ha conosciuto la separazione, la solitudine, la disperazione. Ma ora svanirà risorgendo nella Nuova Famiglia, unita da un legame di sangue, sotto la protezione trinitaria del Padre …» Maurizio Donazzon torna su Verde, un anno dopo Stella. Il collage è di Federica Rodella.

Per le vacanze di Pasqua mi ero impegnato in un’escursione in montagna con il mio fratellastro. «Potresti stare più vicino a tuo fratello?» mi aveva chiesto mio padre. «Non state mai assieme. E poi La montagna ti piaceva così tanto da bambino. Mio padre e sua moglie erano preoccupati perché Nicolò, a sedici anni, frequentava senza profitto una costosa scuola privata in città, e diverse amicizie dedite a feste, alcol e marijuana. Cosa servisse una gita in montagna era un mistero, e cosa potessero dirsi un trentenne e un sedicenne pure, ma i miei sensi di colpa e la minaccia di ritorsioni per Nicolò ci costrinsero ad accettare di malavoglia.

Durante il viaggio dalla città fino al rifugio dove avevo posteggiato l’auto, Nicolò aveva spedito WhatsApp, controllato Facebook, cercato assordanti video musicali on line. Quando, sbirciando gli avevo chiesto chi era che suonava, mi aveva detto il nome di un gruppo che non conoscevo. Arrivati finalmente al bosco aveva bestemmiato perché c’era poco campo.

«Ehi, guarda» dissi con una passione che non ricordavo, «questa pigna è stata mangiata da un picchio. È così rovinata perché il picchio fa uscire i pinoli a beccate, mentre le pigne mangiate da scoiattoli e topi sono rosicchiate in modo più uniforme». Tenevo la pigna in mano per mostrarla a Nicolò. Scattò una foto veloce con il cellulare. «Il picchio deve aver fatto il nido su uno di questi alberi» continuai alzando lo sguardo alla ricerca di un buco scavato in un tronco. Nicolò era già andato avanti. Gettai via la pigna.
«Da bambini andavamo spesso in montagna» dissi dopo un lungo silenzio. «Era divertente cercare le tracce degli animali».
«Che spasso» disse lui.
«Da piccoli indizi scoprivi che animale era. Mi sembrava di essere Sherlock Holmes».
«Lo vedi anche tu? Che serie pazzesca».
«Andiamo bene».

Ci trovammo a un bivio. Nicolò prese il sentiero di sinistra, che sembrava meno battuto.
«Aspetta, controllo la cartina» dissi, cercando di orientarmi, ma Nicolò continuò a camminare.
«Aspetta!» gridai. Aveva già deciso dove andare, avrei voluto prenderlo a pugni: Non capiva quanto fosse facile perdersi in montagna? Poi pensai che non me ne importava proprio niente, che tutto andasse pure in malora! Lo seguii, lottando per sistemare nel verso giusto le piegature della mappa.

«E quello cos’è?» chiese. A lato del sentiero, sopra un tronco tagliato all’altezza di un metro, era appoggiata la testa mozzata di un agnello. Gli occhi spalancati ci fissavano vuoti. Le lunghe orecchie pelose e il muso erano macchiati di sangue. Guardai la testa disgustato. Nicolò si animò e disse con un sorrisetto: «Ecco una bella traccia! Finalmente qualcosa d’interessante». Scattò alcune foto con il cellulare, ma non riuscì a spedirle, non c’era campo.
«Perché l’avranno messa qui?» mi chiese.
«È la prima volta che vedo una cosa simile» dissi stringendomi nelle spalle.
«Non sapevi tutto della montagna?» mi chiese, proseguendo per il sentiero.

Arrivammo di fronte a delle case di pietra grezza e presto ci vennero incontro un giovane e una ragazza con in braccio un bambino. Si fermarono a pochi passi da noi: i due sembravano fratello e sorella. Nicolò andò verso di loro.
«Ci siamo persi» disse, «sapreste indicarci la strada per il bivacco?»
La coppia ci guardò senza rispondere. Dalle case uscirono altre persone, che si raggrupparono attorno ai tre. Indossavano gli stessi vestiti in diverse gradazioni di marrone, dal castagna scuro al legno chiaro, e mostravano tratti somatici simili: mento quadrato e occhi azzurri, zigomi pronunciati nei maschi, addolciti nelle donne e nelle bambine. Ci guardavano muti e diffidenti. Due meticci con le stesse chiazze nere e grigie si fecero avanti abbaiando. Nicolò fece un passo indietro mettendosi al mio fianco. Dietro di noi, con la coda dell’occhio, vidi arrivare due ragazzi che ci precludevano ogni via di fuga.

Dal gruppo emerse un uomo sui sessant’anni. Mi accorsi che era il più vecchio di tutti. Barba e capelli bianchi tagliati corti, ci fissava con lo sguardo fermo.
«Sono Padre Lot, e questa è la mia famiglia» disse allargando le braccia. La piccola folla si sparpagliò. Da soli o in gruppetti, ognuno riprese la propria occupazione.
«Prego, da questa parte». Padre Lot ci invitò indicando con la mano aperta una casa in pietra.
«Non vogliamo disturbare» dissi senza muovermi. «Ci siamo persi. Vorremmo solo sapere la strada per tornare in paese».
«Questa è la mia casa, siete i benvenuti» disse Padre Lot. «Ed è cortesia accettare l’ospitalità».

Nicolò mi guardò. Sembrava chiedere, per la prima volta, il mio consiglio. Feci cenno con la testa di seguire Padre Lot: non potevamo fare altro. I due cani ci scortarono fino a una porta robusta che si apriva su una stanza bassa, poco illuminata da piccole finestre. Padre Lot ci fece appoggiare gli zaini su una panca e accomodare a un tavolo di legno.

Su un muro era dipinta una Crocifissione. Ai fianchi del Cristo non c’erano i due ladroni, ma Maria e Giuseppe. Lo ricordavano i cartigli e l’iconografia usuale: Maria con il mantello azzurro che le copriva la testa, Giuseppe barbuto con la tunica e il mantello di traverso. Sovrastavano Gesù, la raggiante colomba dello Spirito Santo ad ali aperte e più sopra il vecchio Dio Padre. Padre Lot sorrise al mio sconcerto. «La vera famiglia della santissima Trinità e la falsa famiglia terrena» disse. Non chiesi spiegazioni.

Entrò nella stanza una ragazza. «Mia moglie» disse Padre Lot.
La ragazza ci guardò timidamente, mise sul tavolo un vassoio con tre bicchieri colmi di vino rosso e un tagliere con fette di pane scuro e formaggio. Quando Padre Lot alzò il bicchiere per il brindisi, invitandoci a fare lo stesso, notai il mignolo ricurvo nella mano destra. Nicolò si scusò, non aveva intenzione di bere vino.
«Non si rifiuta un’offerta» disse Padre Lot. Nicolò mi guardò indeciso. Prima che potessi fare qualsiasi cosa alzò il bicchiere, e assieme bevemmo quasi tutto il vino dolce e fresco.
«Siete fratelli?» chiese Padre Lot scrutando i nostri volti.
«Abbiamo lo stesso padre» risposi, «ma madri diverse».
«Fratellastri» sottolineò Padre Lot come se stesse masticando un cibo amaro. «Che brutta parola! Una malacopia di un legame di sangue. È così che vi sentite?»
Io e Nicolò ci guardammo imbarazzati: Padre Lot stava leggendo nei nostri pensieri che tenevamo vergognosamente nascosti?
«Sì, è così» continuò alzandosi in piedi. «Ecco a cosa portano le separazioni e i divorzi: confusione, mancanza di amore, famiglie disperse…»
Come per questa formica, pensai, fissando il minuscolo insetto che superava veloce le onde della trama del legno del tavolo. Un oceano per te, povera formichina. Ti sei persa e non sai più tornare a casa da papà formica e mamma formica? Le parole di Padre Lot mi giungevano come se mi fossi svegliato in quel momento. Non lo seguivo più, mi sentivo fiacco. Forse per la stanchezza della camminata non riuscivo a concentrarmi.

«La famiglia è il nucleo della convivenza» continuò Padre Lot allargando le braccia. Guardò me e Nicolò dall’alto, poggiando le mani sul tavolo. Non riuscivo a staccare lo sguardo dal suo mignolo storto. «La chiesa cattolica non rispetta la famiglia» disse. Fissò l’affresco, alla ricerca di ispirazione. «Mi hanno impedito di avere una famiglia, è probito. Ma non hanno potuto portare via i miei figli, non l’avrei permesso».

Guardai di nuovo la formica che trasportava un’enorme briciola di pane scuro. Sentivo la testa pesante. La scossi per liberarmi dal sonno e dalla confusione. Nicolò era incantato su Padre Lot. Provai ad alzarmi puntando le mani sul tavolo, ma le braccia non riuscivano a sollevare il peso del corpo. La formica salì sulla mia mano.
Entrarono il giovane e la ragazza di prima che teneva in braccio un bambino.
«Ammon è caduto» disse lei. Il bambino aveva un taglio in testa e alternava il pianto a uno sguardo smarrito. Il mignolo della mano destra era ricurvo. Il mio sguardo cercò la mano del giovane: il suo dito era piegato allo stesso modo. Aveva la mascella squadrata e zigomi pronunciati.

«Figli miei» disse Padre Lot quando ebbe finito di medicare il bambino. Nicolò appoggiò la testa sul tavolo, sopra le braccia conserte. «Ho tanto sonno» sussurrò. Ebbi un’ultima fantasia prima di cadere nell’incoscienza. Io e Nicolò eravamo distesi su un prato di montagna, ricoperti di formiche che creavano una superficie brulicante, nera e lucente.

***

Avrei voluto gridare, ma non riuscivo ad aprire le labbra. Passavo la lingua all’interno della bocca e sentivo i fili che la cucivano. Mi svegliai terrorizzato. Era buio fitto. La pelle mi pizzicava al contatto della paglia che scricchiolava a ogni mio movimento. Dov’ero? Provai ad alzarmi, ma la corda che mi legava le mani dietro la schiena si tese. Quando la rilasciai qualcosa tintinnò, era un anello di ferro. L’odore della paglia si mescolava a quello di sterco.

La paglia frusciò alla mia destra. Scalciai impaurito, cercai di vedere nell’oscurità. Silenzio. Rimasi immobile, trattenendo il respiro. Altri fruscii, qualcosa si muoveva. Mi lasciai sfuggire un sospiro. Aspettai immobile. Un belato. L’agnellino riprese a brucare la paglia.

Ora sentivo dei mugugni. C’era qualcun altro vicino a me. Nicolò? Borbottai forte per farmi sentire, strattonando la corda. Risposero dei lamenti sempre più acuti. Mi allungai sul pavimento. Riuscii a toccare qualcosa che mi sembrò un corpo umano. Il solo contatto mi rassicurò. Non aveva alcun senso, ma ora non ero più solo a sostenere l’angoscia.

L’agnello belò quando la porta si aprì grattando il pavimento. L’interno fu illuminato dalla luce tremolante di torce dall’odore acre. La prima cosa che vidi, sbattendo le palpebre, furono gli occhi dell’animale che guardava verso la massa scura che incombeva. Poi vidi il volto terrorizzato di Nicolò. Lo vedevo come in uno specchio: labbra cucite, mani e piedi legati, si agitava come stavo facendo io.

La nostra resistenza fu inutile. Ci immobilizzarono e ci trascinarono all’aperto. I volti, scavati da ombre ondeggianti, spuntavano dal buio mostrandosi come innumerevoli variazioni di uno stesso viso.

Fuori si era radunata una folla silenziosa di giovani donne, ragazze e bambini. Come sulla cresta di un’onda, ci trovammo davanti alla processione che scendeva in un sentiero roccioso. Tre croci si stagliavano contro la montagna, altre due erano riverse sul terreno. Laggiù venimmo legati. Guardavo il cielo coperto da nuvole dense che nascondevano le stelle e la luna, quando ci conficcarono i chiodi nei piedi e nei palmi delle mani. Vidi le ombre nere della gente e il bianco degli occhi di Nicolò. I maschi issarono con delle corde le nostre croci in faccia alle altre tre. Davanti a noi, come nell’affresco, i manichini di Gesù, Giuseppe e Maria. La folla iniziò a cantare una nenia malinconica, guardando in alto, verso le croci. Una ragazza, forse quella di prima ma si somigliavano tutte, teneva in braccio l’agnellino, accarezzandogli la testa. Un belato si aggiunse al canto.

Quando l’inno terminò, Padre Lot uscì dal gruppo. «Come ogni Pasqua, celebriamo la morte e la resurrezione di Cristo e della famiglia». Fece una pausa e indicò con le mani aperte le croci ai suoi lati. Abbassò il braccio destro e continuò. «Siamo giunti su queste montagne per allontanarci dal caos, e poter vivere e crescere i nostri figli nella serenità di una vera famiglia unita nel sangue e nei valori cristiani. Amore, rispetto, sostegno reciproco. I capisaldi della vera famiglia. I valori più sacri della comunità primordiale. La vostra, di famiglia, ha conosciuto la separazione, la solitudine, la disperazione. Ma ora svanirà risorgendo nella Nuova Famiglia, unita da un legame di sangue, sotto la protezione trinitaria del Padre …» abbassò il braccio, indicò con la mano destra le nostre due croci e quella di Gesù. «… del Figlio e dello Spirito Santo».

Lot tagliò la gola dell’agnello e versò il sangue alla base delle croci. Alcuni uomini misero delle fascine sotto le croci di fronte a noi, e Padre Lot, con una torcia, le accese. Alte guglie di fuoco vibrarono contro l’oscurità. I volti infuocati dei credenti, rivolti al cielo, sembravano avvolti dalla pece infernale.

Padre Lot ci lanciò un ultimo sguardo e risalì il sentiero, seguito dalla processione. Sul cielo, ora terso e stellato, incombevano le masse nere delle montagne e dei boschi e i volti di mio padre e di mia madre. La nostra famiglia era tornata unita come un tempo? Provai per loro una sensazione di riconoscenza e gratitudine.

E poi mi sentii come se la montagna mi fosse franata addosso. Il bagliore delle tre croci in fiamme oscurò i volti dei miei genitori.

Maurizio Donazzon

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