L’hotel degli amori perduti (Suicide blonde version n.1)

Barbara Caridi fotografata da Sergio Gilles Lacavalla postproduzione foto Ilaria Turini

Barbara Caridi fotografata da Sergio Gilles Lacavalla, postproduzione foto Ilaria Turini

Nota dell’autore: “Questa è una variante di Jeanne e Gilles, già pubblicata su Verde l’estate scorsa. Rispetto alla precedente versione, la storia letta nel libro trovato nell’hotel riguarda Paula Yates e Michael Hutchence. Inoltre, gran parte dell’atto è interpretato da Jeanne in un lungo monologo. Gilles è lì, “così lontano così vicino”, ma parlerà solo alla fine. Come nell’altra versione, alcune scene sono sessualmente esplicite. Il corpo nudo è necessario sia per il realismo della scena, perché la scena lo prevede, sia perché il corpo nudo è di per sé un elemento di drammaturgia, non solo di regia: il corpo nudo è linguaggio, una frase, un discorso. Tutto ciò che avviene qui, è già avvenuto. Ora la scrittura si intitola L’Hotel degli Amori Perduti (suicide blonde version n. 1).
La pièce, scritta da Sergio Gilles Lacavalla, sarà in scena al Teatro Tordinona (Via degli Acquasparta 16, a Roma) dal 2 al 6 maggio 2018 (qui la locandina).

Le Soldat Perdu Théâtre presenta “L’Hotel degli Amori Perduti (suicide blonde version n. 1)” di Sergio Gilles Lacavalla, con Barbara Caridi e Sergio Gilles Lacavalla, drammaturgia regia teatrale e video spazio scenico e fotografia Sergio Gilles Lacavalla, aiuto regia Barbara Caridi, editing e postproduzione video foto e grafica Ilaria Turini, produzione suono Lorenzo Macinanti, musiche Macelleria Mobile di Mezzanotte e Detour Doom Project.

(riservato a un pubblico adulto)

Personaggi
JEANNE PLEIADE
GILLES DUTRONC

“Stai scrivendo?”
“No, ti stavo solo pensando.”
(“Betty Blue”, Jean-Jacques Beineix / Philippe Djian)

JEANNE (Indossa una camicia e una gonna, ha le scarpe in mano. Una mano è fasciata sul palmo. Sembra sia rientrata da poco a casa e si stia spogliando. Anche Gilles è nel suo appartamento. Lui è vestito e guarda fuori dalla finestra, si muove nel suo appartamento).
“Dal momento che la vita scorre nel corso del tempo senza bisogno di creare storie, le storie esistono solo nelle storie”. Non è così? E nelle storie, tutto è al posto giusto, tutto è necessario. Ogni parola. Ogni gesto. Solo nelle storie.
L’hotel di Wenders.
Qual è il tuo stato delle cose, Dutronc?
«Scrittore e drammaturgo senza un libro pubblicato da cinque anni, forse è passato di più da un dramma rappresentato, a parte qualche reading, col sogno di fare il concorrente a Fort Boyard» era questo il tuo stato delle cose.
Lo fanno ancora? ti chiesi.
«Fort Boyard? Sì, penso di sì… o forse no… non lo so, non l’ho più visto. Non so perché… mi piaceva… insomma…»
Un intellettuale che guarda Fort Boyard. Mmm, non c’avevo mai pensato a Fort Boyard. Arrampicarsi sui muri della fortezza e gettarsi nel vuoto sopra il mare legati alle funi, risolvere gli indovinelli, restare imprigionati in una cella… sempre fradici… audaci e ridicoli. Perché no? E Les enfants du rock?
«No, quello non lo fanno più, sicuro. Era roba di quando eravamo bambini. Io un po’ meno, ma tu eri proprio una bambina».
Peccato. Ci saremmo stati bene noi due a Les enfants du rock. Intervistati da Thierry Ardisson e con la sigla di Iggy Pop, Nightclubbing. (Accenna la canzone). “Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re what’s happening. Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re an ice machine…”
Mi interrompesti. «No, quello era Lunettes noires pour nuits blanches, il programma con Ardisson. Mi sembra, non ricordo bene neanch’io».
Ah è vero! Oh che memoria!
«Eri troppo piccola. Comunque non fanno più neanche quello; sì peccato, ci saremmo stati bene a Les enfants du rock e a Lunettes noires pour nuits blanches. L’intervista verità. E il tuo, Pleiade? Il tuo stato delle cose».
Non risposi.
«Chi è? Cosa fa?» Poi mi chiedesti. Abbassai lo sguardo protetto dagli occhiali da sole. Scherzavamo, prima, ora eravamo diventati seri. D’un tratto, troppo seri. Forse lo eravamo anche prima. Fingevamo soltanto.
Entriamo, Dutronc.
Eravamo nella hall impolverata come tutto il resto. Come noi. Il tempo l’aveva impolverata. Aveva fatto lo stesso con le nostre vite. La storia qui fu interrotta, parlava di una storia interrotta, dall’esterno, il film di Wenders.
«Come la nostra», che uscita infelice.
No, senti Gilles, la nostra, se proprio la vogliamo chiamare storia, che poi non lo è mai stata davvero, la nostra, Gilles, l’abbiamo interrotta noi, soltanto noi, o forse solo tu, non lo so, ma nessuno ha colpa se non noi, con chi vuoi prendertela?
Dai, lasciamo stare.
(Sembra che Jeanne passi le dita di una mano su una poltrona della hall, se le guarda e le mostra a Gilles, che si è avvicinato, anche se lei sembra non vederlo. Eppure gliele mostra, sporche di polvere e sabbia).
È rossa.
«È polvere mista a sabbia. Viene dal deserto», mi spiegasti.
(Lui le pulisce le dita con le sue. Le tiene la mano. Lei non lo sente. Jeanne si guarda anche la pianta di un piede, polvere e sabbia rosse anche lì. Le scarpe le ha poggiate a terra).
«È dietro di noi, il deserto, lo senti il vento?»
(Jeanne fa no scuotendo la testa).
Ma io non sentivo niente. O forse viene da un altro pianeta, come questa luce, la luce di un altro pianeta, o dopo un’esplosione nucleare.
(Mi tolsi gli occhiali scuri. Li buttai su una poltrona).
“Guarda: senza gli occhiali da sole, senza i guanti di plastica, siamo noi i veri sopravvissuti”.
Sopravvissuti a cosa?
Non lo so… forse a noi… forse agli altri.
«Hai gli occhi verdi».
Sono le lenti: i miei sono sempre azzurri.
Vedi? Gli occhi di bosco.
«Gli occhi di storie» li chiamavi così, i miei occhi: gli occhi di bosco, gli occhi di storie.
(Gilles le accarezza la mano sopra la fasciatura, fa una lieve pressione, Jeanne ha una leggera smorfia di dolore e gli toglie la mano dalla sua).
«Sempre la mano… sempre nel sonno, oppure quando…»
(Scrollai le spalle, non risposi a quella domanda, e che importava, ormai era più che altro un’abitudine, avevo poggiato le scarpe a terra, le ripresi e le misi su un tavolinetto davanti a una finestra che dava sulla spiaggia e il mare di uno strano grigio come il cielo. Portai un piede sul tavolo dove mi ero messa seduta).
«Come te la sei fatta questa?»
(Gilles prende la caviglia della gamba di Jeanne sollevata sul tavolino e le tocca delicatamente una piccola cicatrice).
Mi carezzavi la cicatrice sulla caviglia. La conosci da sempre e me lo chiedi solo adesso.
(Gilles le tiene il piede).
Nuotando, tanto tempo fa, ormai. Avevo poco più di vent’anni, stavo uscendo dall’acqua della piscina, dopo aver fatto alcune vasche, poche per la verità, e avevo il fiato spezzato come non mi era mai successo prima, ma era da tanto che non mi allenavo. Sulla scaletta di ferro, mi sentivo senza più nessuna forza, davvero niente, niente e… sono scivolata come una stupida, ferendomi qui. (Si tocca sulla cicatrice spostando appena le dita di Gilles, che ora le accarezza il piede. A volte glielo bacia).
L’acqua era tutta rossa, sembrava chissà che, e io stavo lì fissa a guardare il mio sangue che si apriva lento e quasi morbido e mi veniva da piangere. Poi, infatti, ho pianto. Il dottore mi medicava e io piangevo, non è niente, mi diceva, stai calma che non è niente, non piangere, mi ripeteva, ma lui non capiva, io non piangevo per il dolore e il taglio, no, piangevo per quel gesto scomposto sulla scaletta, per il fiato corto. Piangevo perché all’improvviso mi ero accorta che stavo cambiando e io non volevo cambiare. Il fiato corto mi diceva che se alle cose non stai dietro, se le lasci andare così, cambiano, e tu con loro, tutto qui. No, io non volevo cambiare… ma, come si fa… e non volevo che le cose finissero, non l’ho mai voluto. Non lo accetto. Anche se una cosa non mi piace, non voglio che finisca.
(Guarda fisso Gilles, anche se continua a non vederlo, pare avvertirlo però, e gli toglie piano la mano dalla sua caviglia, che lui ha ripreso ad accarezzare. Poi dirige lo sguardo verso la sala bar poco più in là. La indica. In realtà indica il tavolinetto degli alcolici nel suo appartamento).
Lì c’è il bar.
(Si toglie la gonna. Va a versarsi da bere. È come se fosse dietro il bancone del bar. In realtà ci sono solo alcune bottiglie su un tavolinetto. Passa in rassegna le bottiglie di alcolici). C’è ancora del liquore.
(Ne prende una, la posa. Un’altra. La mostra a Gilles).
Martini bianco?
«Va bene».
Ricordavo che ti piace la vaniglia. E poi, va bene, poco alcolico.
(Guarda i bicchieri allineati, coperti di polvere e sabbia).
I bicchieri… sono pieni di polvere anche loro. Aprii il rubinetto per lavarne due, ma non c’era acqua.
Non c’è l’acqua, ti dissi. Mannaggia. Va be’, dai.
(Apre la bottiglia e si mette seduta su una sedia davanti al tavolino. Gilles si è seduto davanti a lei. Jeanne assaggia il liquore).
È ancora buono. “Martini girl. Oh yeah”. (Accenna la canzone di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Manda giù un sorso più lungo di liquore. Passa la bottiglia a Gilles. Anche Gilles ne beve una lunga sorsata. Poggia la bottiglia sul tavolo mentre Jeanne allunga un braccio verso di lui lasciandosi andare giù fino a toccare con la tempia, lo zigomo e la guancia il tavolino. Gilles le prende la mano. Gliela bacia. Jeanne chiude gli occhi). Martini girl.
(Anche Gilles si abbassa sul tavolo portando il viso vicino a quello di Jeanne. Jeanne apre gli occhi, lo guarda, Gli soffia sul viso).
(Gli soffio leggermente sulla faccia).
Martini girl, alito di vaniglia e alcol (lo bacia).
(Gli do un lieve bacio sulle labbra, stringendo di più la sua mano).
Bacio al Martini.
(Resta ancora seduta al tavolino. La mano ancora tesa verso di lui, che non c’è più. Gilles è tornato nel suo ambiente. Il viso di Jeanne ancora poggiato sul tavolo. Si alza). Tante stanze e tutte vuote. Tutte aperte. Tutte abbandonate, come se fosse successo qualcosa all’improvviso e sono scappati tutti.
(Si siede sul letto e prende un libro dimenticato sul comodino: un volume che parla della dissoluzione del rock’n’roll, dalla copertina nera come la notte dei crimini dell’anima. Con quattro segnaletiche. Pieno di storie d’amore finite male. Fa caso alla data di edizione).
Guarda, Gilles, qualcuno deve essere stato qui poco tempo fa, questo libro è recente.
(Lo apre dove c’è un segnalibro, comincia a leggere).
“Alla loro bambina, Michael e Paula, avevano dato un nome da paradiso esotico: Heavenly Hiraani Tiger Lily. Perché era il Cielo Divino nuovo e limpido arrivato a soffiare via quello pesante e plumbeo messo sopra la loro unione da Bob Geldof. Almeno così doveva essere. Invece il Cielo azzurro un giorno si sarebbe coperto delle nuvole peggiori per una bambina. Paula Yates alla fine non si faceva più neanche la tintura sui suoi capelli finto biondi, non si truccava più. La presentatrice più trendy della televisione inglese, l’ultima delle groupie very charmant, quella che presentava negli anni Ottanta su Channel 4 il programma cult The Tube, sembrava invecchiata di dieci anni da un giorno all’altro. Sempre strafatta di droghe con amanti che le servivano solo per rilassarla un po’ quando la testa le tirava troppo per tutto quel dolore che le si muoveva dentro e le spingeva le pareti dei ricordi. Pezzi di passato come vomito di una bevuta eccessiva o di un’overdose che purtroppo non riusciva a rendere confusi malgrado la sua roba da farmacia e pusher e boy che gliela davano prima di scopare senza neanche fargliela pagare (o facendogliela pagare anche troppo cara – lei era la ricca protagonista della televisione e la donna di due rockstar). Nessuno però le regalava più i vestiti alla moda da farsi inquadrare in TV. Lei in TV non ci andava più. E quando Heaven la chiamò, il 17 settembre del 2000, nella mattina gonfia di nubi come gli occhi della mamma, Paula era nuda sul pavimento della camera da letto della sua casa di Notting Hill, il corpo trascurato, sporco di vomito come la bocca, il seno di due misure in più rifatto per piacere ancora di più a Michael, vomito anche sui capezzoli, e non rispose. Era già successo che Paula non rispondesse a sua figlia. Quella volta però non era Tiger Lily ma una delle tre bambine avute dal suo ex marito Bob Geldof, Peaches Honeyblossom. La ragazzina di nove anni fu trovata in strada fuori casa in lacrime perché la madre non le apriva: aveva avuto un collasso per un’overdose da barbiturici. Per quell’episodio il giudice dei minori aveva riaperto la pratica per la custodia delle bambine. Si dice che l’avesse chiesta Bob Geldof che non aveva mai accettato che lei l’avesse lasciato per il cantante degli INXS e si tenesse le figlie. Adesso era domenica, il tribunale era chiuso, gli assistenti sociali a casa con le loro famiglie ed era il decimo compleanno della terza figlia avuta con Geldof, Pixie. Non le aveva comprato nessuna torta”.
Suicide blonde. Mi bruciano gli occhi e non ci vedo bene. (Si strofina l’occhio, quello che doveva essere senza la lente. Posa il volume sul letto).
Me la ricordo lei a The Tube, che ti credi, abbiamo solo otto anni di differenza io e te. Sì, era bella e chic. (Pausa). Michael Hutchence c’è stato a Les enfants du rock. Mi sembra. E anche a Lunettes noires pour nuits blanches. O forse a nessuno dei due. Di certo a The big breakfast, devo ricordarlo lì, sì, fu lì che si conobbero. Lei sempre biondissima. Lui l’aveva di certo già vista in Tv. Forse già pensava a lei. Suicide blonde.
(Pausa).
Mi dicesti, toccandomi i capelli, «Sei bionda anche tu». Sì, certo. Guarda, ho anche un po’ di ricrescita. Ma chi se ne frega.
A Lunettes noires però c’è stato Andrzej Żuławski; no forse anche lui era in un altro programma, in ogni caso litigò con Ardisson, un’altra trasmissione di Ardisson, che gli chiedeva di Sophie Marceau, riguardo il suo film del momento, La fidélité. La metteva sul personale: quanto c’è di autobiografico nella pellicola? L’ha tradita? E cose di questo tipo, detestabile… L’hai visto?
«No» mi dicesti.
Żuławski chiuse la discussione andandosene. Anche se una volta lo sentii parlare male della sua ex moglie, di Sophie Marceau.
«Non erano sposati».
Ne sei sicuro?
No. Non lo conoscevi poi così bene.
Va be’, è uguale. Diceva che era un’ignorante, che quando l’aveva conosciuta era davvero un’ignorante, non aveva mai letto un libro in vita sua, disse. Ed era maleducata, volgare, non si lavava. Sai, lui il grand’uomo che veniva da una famiglia di letterati. Così civilizzato e colto. Ma il suo era solo rancore. Era evidente: ormai era invecchiato e stava morendo. Poi fece un gran sorriso.
(Pausa).
Eppure mi è dispiaciuto quando è morto. Tu lo hai più visto?
«Un paio di volte. L’ultima era a Parigi per il montaggio di Cosmos». Gli regalasti un tuo libro. Gli scrivesti una dedica e lui si commosse. Mi hai detto che si commosse.
Cosa ci avevi scritto?
Non lo ricordavi, ma doveva essere qualcosa che riguardava il suo essere stato un po’ un maestro per te, almeno un tempo deve essere stato così, una cosa del genere. Forse sembrava un addio. Sì, anch’io lo trovai invecchiato. E debole. Indifeso. Malato.
Che fine malinconica: senza più la donna della sua vita, pieno di rabbia ma pure di rassegnazione. L’uomo sicuro di un tempo ora rideva sperduto. Con un ultimo film che per lui era stato un errore. Fatto con pochi soldi e tanti compromessi. Non ne voleva parlare. Ma Cosmos non è piaciuto neanche a me. A te è piaciuto?
No, non era piaciuto nemmeno a te.
Morto con ancora in testa le immagini della prima moglie che se ne era andata neanche due anni prima dopo una vita di follia, così diceva lui: che era pazza. Raccontava che una sera rientrò a casa e trovò suo figlio da solo, tutto sporco di marmellata, perché lei l’aveva abbandonato inseguendo un suo delirio mistico. Diceva che era ispirato a lei il personaggio di Isabelle Adjani in Possession. Ma questa storia dovresti conoscerla meglio di me. Probabilmente non era vero niente. Chissà se è andato al suo funerale. Non credo. Disprezzava sempre chi lo aveva lasciato. E mentiva. Anche lei era molto bella. Capelli biondi lunghi e lisci e grandi occhi chiari. Anche lei era un’attrice. Morire sbagliando. Sbagliando tutto.
«Però L’amour braque lo riscatta da ogni errore» dicesti.
Sì, è vero. È un film bellissimo. E anche loro erano bellissimi e innamorati all’epoca.
(Pausa).
(Faccio colare dalla mia bocca un filo di saliva su due dita della mia mano e le appoggio sulle sue labbra. Gilles le lecca. Con le dita umide gli seguo il contorno della bocca, poi quello degli occhi. Lui abbassa lo sguardo).
L’hai ascoltato il disco degli Spiritual Front? Sì, quello intitolato Amour braque. No, vero? … Mmm, già, capisco…
(Pausa).
Dovresti, è molto bello e… in copertina ci sono due amanti nudi, lei è nuda del tutto, lui indossa un paio di pantaloni neri. Lei è sdraiata su un letto, le lenzuola bianche, le gambe aperte, punta un coltello sull’addome di lui, che le è sopra, gli porge la lingua. Anche lui ha un coltello, tenuto nascosto dietro la schiena… Una mano serra un pugnale con un teschio sull’impugnatura, lo stringe sulla lama, intorno c’è un cuore fatto di filo spinato, la scritta Amour braque…
Non mi hai mai vista con una maglietta degli Spiritual Front, è strano, no?
Ci sto bene, sai? La mia preferita è quella di Open wounds, con i due amanti che si baciano puntandosi i coltelli alle schiene. Ancora coltelli. Anche qui.
(Pausa).
«Ricordo una tua carezza a un loro concerto. Mi passasti vicino e mi sfiorasti con la mano il viso» mi hai detto. «Ma non credo che tu la ricordi».
Invece sì. Perché non dovrei ricordarla? E ricordo anche che mi allontanai dall’altra parte del locale. Aspettando che tu mi cercassi tra il pubblico per restituirmela. O un bacio sulla guancia. Ma tu non ti spostati da lì.
(Pausa).
Mi dicesti che tutto era stato catturato da quella carezza. Ricordavi questo. Di quella sera ricordavi la mia carezza e nient’altro. Ricordavi che non sapevi che fare. Mi hai detto che ricordavi che non volevi che quell’azione finisse in un errore. Eri capace di affrontare chiunque, di notte, in un quartiere malfamato. E avevi paura di sbagliare una carezza. Di dirmi…
(Pausa).
“È più facile uccidere quando non riesci più ad abbracciare”. Era in un tuo libro.
(Pausa).
Io sono più coraggiosa di te.
(Pausa).
Sì, lo sono sempre stata.
(Pausa).
O forse lo ero. Comunque se non fosse stato per il mio coraggio…
E a cosa è servito? Ad avere dei ricordi. Ad avere dei ricordi, Gilles. Magari un po’ confusi. A tratti sbagliati. Ma ricordi. Per essere qui. Ancora qui. In questo niente. In questo tutto. Con il mare, la luce strana e la sabbia rossa.
(Pausa).
Dai, continua a leggere, per favore.
(Pausa).
(Riprende il libro e legge). “Pure se l’amava ancora. Per anni Geldof non riuscirà più a fare niente prostrato da quel rapporto andato così male. Racconterà tutto, quando il dolore più stordente sarà passato, in un disco pieno d’amarezza, Sex, age and death, in cui una canzone, Inside your head, dice: Ti sei presa l’oro, a me è rimasto il piombo / ti sei presa il succo e mi hai lasciato la buccia / ti sei presa il palazzo e io ho avuto la baracca / ti sei presa la vita, mi hai lasciato la morte. La separazione legale nel 1996 affidava Fifi Trixibelle, Peaches Honeyblossom e Pixie a Paula. Si dice che proprio il fatto che lei non vuole fargliele vedere fosse il motivo più forte degli ultimi litigi tra loro due. Avevano litigato anche quel giorno. Gridavano. Poi Michael l’aveva chiamata. Qualcuno riferisce di aver sentito urlare anche lui al telefono. Geldof stava rendendo la vita difficile a quella relazione quasi con metodo. Forse lei piangeva. Forse aveva ripensamenti. Forse gli rinfacciava quella scappatella con la modella ventitreenne Carolina Rorich avuta pochi mesi prima e Michael continuava a dirle che erano solo cazzate dei giornali. La conosceva appena. Diceva. E poi lei piangeva ancora, ancora per l’ostilità di Bob. Forse. Forse i genitori di Michael non vedevano di buon occhio il loro legame e facevano pressioni sul proprio figlio perché la lasciasse e si tenesse la piccola Heaven di sedici mesi. Sembra che il padre di lui, Kel Hutchence, non volesse che quella bambina vivesse con una donna come Paula: lei era quella sposata, quella che andava con tutti, quella che aveva posato nuda per i giornali. Lui però le aveva spedito delle rose rosse. Le aveva indirizzate anche alla sua piccola bambina. Il bigliettino diceva: «Alle mie splendide donne, con tutto il mio amore. Michael». Forse avevano parlato soltanto al telefono senza tanti drammi e si erano detti «Ti amo» alle 5 e 30 del mattino, ora di Sydney, dove lui stava incidendo il suo disco solista. Poi non si sarebbero più sentiti. Poco dopo, Michael Hutchence l’avrebbe lasciata sola per sempre impiccandosi con la cinta dei pantaloni nella suite 524 al quinto piano del Ritz-Carlton Hotel, il 22 novembre del 1997. Dopo tre anni Paula stava per raggiungerlo. Anzi, c’aveva già provato nel 1998 tentando di soffocarsi come il suo Michael con una cintura”.
Ma dove stai leggendo? Non era lì, hai saltato le pagine, dà qua, lasciamo stare, va, che è meglio. Dai. È troppo triste questo libro, poi un albergo e… gli hotel sono maledetti.
(Toglie con delicatezza il libro dalle mani di Gilles e lo rimette sul comodino. No, non gli toglie nessun libro dalle mani, è lei a posarlo. Prende un pacchetto di sigarette e se ne accende una).
Vuoi? (Gli porge la sigaretta dopo una boccata. La porge al vuoto. Fa di no con la testa). Già, non fumi.
Non ti piace.
Neanche a me. Giusto una ogni tanto. Vedi, è un pacchetto da dieci. (Fa ancora un paio di tirate e spegne la sigaretta su un posacenere sopra il comodino).
Lei fumava tanto, si drogava e fumava. Dovremmo cercare un altro modo per morire.
(Pausa).
Eppure è una bella storia, quella tra Paula Yates e Michael Hutchence, rischiare tutto, così, per un amore.
(Pausa).
No, è orribile (dice abbassando il tono della voce, quasi un sussurro, scuote la testa).
(Pausa).
(Rialza il tono della voce). Un libro interrotto e dimenticato, un letto non riordinato, e sì, sembra proprio che chi era qui sia scappato all’improvviso… erano due, come noi. Scappare – scopare. (Sorride).
Che stupido gioco di parole, eh Gilles? Ma se ci pensi, non è poi così stupido, no? Adesso abbiamo un posto dove stare: lontano da tutti. Anche da noi. Scappare – scopare.
(Si mette giù sul letto).
Guarda che strane ombre. (Fa osservando il soffitto).
Che ci facciamo qui? Eravamo noi due, quei due, vero? Non mi ricordo quasi più niente. Ma adesso va bene così.
(Si rimette seduta e apre la camicia di Gilles. Gli accarezza il torace. No, è solo Gilles ad aprirsi la camicia).
Ti depili intorno ai capezzoli e sul petto, come una ragazza lo fa sulle gambe e sotto le ascelle, a volte sul pube, io il pube non lo depilo mai: hai la pelle liscia di una ragazza.
E come una ragazza, i tuoi capezzoli s’inturgidiscono.
Ti depili anche le ascelle. Hai sempre un bel corpo, Gilles. Continui ad allenarlo, vedo. Tiri ancora di boxe?
Già. È importante avere un bel corpo, ti protegge un po’ dalla solitudine: ti guardi allo specchio, ti senti e… un bel corpo è sempre un corpo in attesa… è importante… ma c’è anche qualcosa di triste in questo.
(Ora Jeanne apre la sua camicia e si guarda il seno nudo; senza alcun sostegno del reggiseno).
Dovrei fare qualcosa anch’io, sto perdendo tono e sono molla sulla pancia. (Si osserva l’addome con qualche piccola piega dalla posizione).
(Gilles mi accarezza il seno indugiando sui capezzoli che cominciano a ingrossarsi e indurirsi, poi la pancia).
Sono bella così? Molla?
«Così».
Comunque ho ripreso a correre, e ora va un po’ meglio. Tocca (si tocca l’addome).
(Gilles s’inginocchia, mi solleva la gonna e mi toglie gli slip bianchi – Jeanne si sfila gli slip –. Gli poggio un piede sulla spalla e lui mi accarezza il sesso, comincia a leccarmelo mentre lo fisso. Mi tocca anche il piede).
Sei bellissimo, Gilles, quando mi lecchi.
«Sei bella come un film di Bertolucci».
(Mi dice staccando appena la bocca dalla mia fica umida tra i peli folti e alzando lo sguardo).
Antonioni, Gilles… era Michelangelo Antonioni, ora sei tu a non ricordare. Non ricordiamo niente… Philippe Garrel. I baci di soccorso. Senza quei baci, quando Nico morì, lui tentò il suicidio. Senza i baci. Senza soccorso.
(Gilles mi guarda in faccia ancora per qualche istante e riprende ad accarezzarmi il sesso. Lo bacia. Mi infila piano un dito nella vagina, la strofina in profondità e seguita a leccarmi. La clitoride. Le labbra. Continuo a guardarlo. A osservare quell’azione su di me che mi ricorda l’amore).
Non mi piace Antonioni: troppo sfacciatamente poetico. Vanno di moda gli occhi, non è ridicolo? Mi fanno male i capelli, ridicolo. E poi la poesia non esiste.
(Gilles non smette di leccarmi e di penetrarmi, ora con due dita. Una, dell’altra mano, è nell’ano. Continuo a fissarlo).
«Allora sei bella come una canzone di Nick Cave».
E questa in che film era?
«In nessun film. Romantiche, malinconiche, avvolgenti, umide e assassine. Le sue canzoni. Le tue poesie». Le mie poesie, già.
(Gilles riporta la bocca sulla mia fica. Lascio uscire un po’ di pipì, solo un po’, poche gocce incerte, poi, piano il mio piacere. Gilles mi lecca ancora, bevendomi. Una poesia umida).
La poesia. No, non esiste… e se esiste, dà solo fastidio, è finta, inutile, un inganno. (Si lascia andare di nuovo giù, guarda ancora il soffitto. Porta un piede sul letto, vicino al pube).
Nick Cave era nel Cielo sopra Berlino. “Vi parlerò di una ragazza”. Avrei voluto essere una trapezista. Illudendomi di volare mentre cadevo dal trapezio nel vuoto.
O dall’insegna del Million dollar hotel.
«Mi piace quando cammini a piedi nudi» mi dicevi sempre.
(Gilles mi accarezza il piede che sfiora il mio pube, ha tolto il dito dall’ano, senza smettere di leccarmi e accarezzarmi il sesso). Le scarpe, i tacchi a spillo, che idiozia, che follia, per troppo tempo non mi hanno fatto sentire la terra dove camminavo. Camminare scalza sporcandomi i piedi della polvere di un altro pianeta.
Di questo posto nel nulla… Zabriskie Point. Bum! From here to eternity. From her to eternity. Da qui all’eternità. Da lei all’eternità.
Un’esplosione, e tutto finisce, così. Finire adesso… mentre scopiamo: scappare – scopare, vedi che ha un senso?
(Jeanne si toglie anche la camicia. Ora è nuda. Seduta. Gilles le si avvicina. Le sfiora la schiena. Il seno. L’addome. Si poggia con la testa sul suo pube. Le labbra della sua bocca su quelle vaginali di Jeanne in un languido bacio. Lei non si accorge di niente. Lui non è lì, per lei. Come sempre. Solo in un breve momento pare sentirlo davvero, allora si piega su di lui. I suoi capelli lunghi vanno a toccare quelli corti di lui. Si sta masturbando. Lui le lecca il sesso. Poi lei si srotola lentamente la fascia dalla mano).
(Gilles sente sempre più il sapore del mio piacere sulla sua bocca. Forse non l’ha mai dimenticato, questo sapore. Quest’odore forte. Che impregna l’aria e i nostri ricordi a volte scordati apposta, altre perché così succede. Leccarmi tenendomi le labbra aperte, vuol dire ricordare. Esce languido. A volte è lattiginoso, denso. Poi più liquido e trasparente. Mi giro e mi inginocchio sul letto. Lascio scivolare le mani in avanti sulle lenzuola abbassandomi con il busto, facendo aderire i seni al letto. Siamo entrambi nudi. Gilles mi apre i glutei morbidi e mi lecca l’ano con un po’ di peli intorno, mi rimette un dito dentro il culo, che io lascio cedere. E ancora nella fica. La dischiude e la lecca strofinandomi la clitoride. Penetrandomi forte con due dita unite. Il rumore dello sfregamento sembra fortissimo: annulla il silenzio, lo amplifica. Sono inginocchiata come in una preghiera per questo amore, per questo momento che somiglia all’amore. Porto la mano dietro prendendo il membro rigido di Gilles, gli tolgo le dita bagnate e me lo metto dentro la vagina. Lui mi scopa solo qualche secondo, forse un minuto, forse alcuni minuti, non capisco, tra l’attimo e l’eterno, ed esce. Glielo riprendo e lo dirigo sul mio ano umido. Inculami, gli dico. Mettimelo nel culo. Gilles entra piano ma fino in fondo, fino all’intestino. Rimane immobile. Poi si muove, sono ancora pochi secondi, forse ancora un minuto, forse qualche minuto. Cerco di serrare l’ano per tenerlo in me. Lui esce. Mi volto, siamo inginocchiati uno di fronte all’altra, gli tengo il sesso e mi sdraio, le mie gambe aperte, la mia mano lo porta ancora nella mia fica, lui mi afferra i piedi e riprende a scoparmi, li stringe forte, i piedi, stringo la mia vagina sul suo pene, sono fradicia, il suo cazzo scivola fuori e Gilles si sdraia sul letto, allora gli riprendo il sesso, lo masturbo, e mi masturbo, lo porto nella mia bocca, ha il mio odore, il mio sapore, lo succhio, carezzandomi la clitoride, ancora non capisco se per pochi secondi, un minuto, forse di più, poi mi metto sopra di lui rinfilando il suo membro nella vagina sempre più fradicia, sempre di più, è un mare che cola sul suo cazzo, un ginocchio è sul letto, un piede sulla sua spalla, è una posizione scomoda, come il nostro amore, sembriamo un quadro di Egon Schiele, lui fa per togliermi da sé, ma lo blocco con le mani sul petto, con durezza, faccio no con la testa. No, ti prego no. Adesso no. E ripeto):
In una storia, ogni parola, ogni gesto, tutto deve essere al proprio posto, tutto necessario… (Sussurra). E questa è la nostra unica storia, gesti necessari. Solo questi gesti. Queste azioni. Belle, intime, naturali, facili, difficili, scomode.
(Pausa).
Leccami il piede.
(Gilles lo fa togliendo il mio piede dalla sua spalla, mentre continua a penetrarmi nella fica. Sono quasi immobile sopra di lui. Lo guardo incantata mentre la sua lingua mi lecca la pianta e le dita, lasciate rilassate tra le sue labbra. Non si cura della polvere. Della sabbia sul mio piede. Rimaste lì, attaccate alla pelle. Le sue labbra si macchiano di rosso, la sua saliva sulle dita. Ora contratte. Non porto lo smalto sulle unghie. La mia fica cola).
Adesso la bocca.
(Porto il piede indietro e mi abbasso su Gilles fino a baciarlo. È un bacio lungo, pieno di saliva).
I baci di soccorso.
(La saliva per medicare. Poi levo il sesso di Gilles dal mio e, voltandomi, mi porto con il sedere e la vagina sul suo viso).
69 mon amour.
(La mia bocca soffia questa frase sul suo membro, in un sorriso, e torno a succhiarlo, facendo aderire il più possibile le mie labbra al suo sesso rigidissimo, duro come l’alfabeto tedesco. Il mio culo con i glutei dischiusi si abbassa ancora un po’ sul suo volto, sulla sua bocca. Gilles mi lecca sia l’ano sia la vagina; entrambi palpitano, la fica continua a depositare sulla sua lingua liquido di piacere che si fa sempre più abbondante. Sempre di più. Gli cola ai lati della bocca. Il suo sesso sa ancora di me. Sempre di più. Mi giro di nuovo e mi rimetto sopra di lui).
Infilami ancora un dito nel culo, mentre mi scopi.
(Gilles mi penetra l’ano col dito, mentre mi muovo piano sopra di lui. Il suo pene immerso nel mio sesso. Piantato come a non voler più uscire da lì. Aumento il movimento e ora mi strappo la fascia dalla mano, me la mordo, come sempre, come sempre per riaprirmi la ferita. Il membro di Gilles sta per venire in me, lo sento. Io sto seguitando a venire su di lui, adesso con violenza. Ma Gilles, d’un tratto, mi toglie con forza da sé e, girandosi, eiacula abbondante e irrefrenabile sul lenzuolo. Cado sul letto, è un precipitare senza nessun appiglio. Lo guardo, masturbandomi seduta, con rabbia e disperata frenesia, con la mano insanguinata, per finire di venire con lui. Gli occhi lucidi, bagnati. Se è possibile, più della mia fica, adesso bagnata anche di sangue. Arrabbiata e confusa gli dico):
Perché? Eh? Ti ho chiesto perché? Volevo che mi venissi dentro… lo sai… tu non hai mai voluto niente da me, niente!
(Pausa, respira con affanno).
Oppure… ma che hai fatto in questi anni? Non rispondesti.
Dio, Gilles. No, no, no Gilles.
(Jeanne comincia a piangere).
(Tu sei solo capace di abbassare la testa senza dire nemmeno una parola. Piangi con me. Una volta mi mandasti un messaggio di auguri, era il mio compleanno, e io ti scrissi che ti regalavo le mie lacrime. Erano lacrime belle, di gioia. Avevano un buon sapore. Mi rispondesti che le avresti conservate nella scatolina delle cose meravigliose – per un istante accenna un sorriso, continuando a piangere –, mischiandole alle tue. Ma non abbiamo mai pianto insieme. Se solo ne fossimo stati capaci. Se solo le tue lacrime si fossero realmente mischiate alle mie. Sulle labbra. Se solo ne avessimo assaggiato il sapore. Forse ci saremmo salvati. Piangi con me. Ma è inutile. Tieni la testa abbassata. E io piango anche per te. Perché io sono più coraggiosa).
(Jeanne non piange più. Si rifascia la mano, cambiandosi la fascia, dopo essersi disinfettata la mano: la fascia di prima era sporca. Si rimette la camicia. Gilles è tornato nel suo appartamento).
Viene dal deserto, questa polvere. Solo dal deserto. Il deserto dietro di noi.
Non mi piace più questo posto.
(Si chiude la camicia. Si rimette le mutandine).
La luce ora è rossa come la polvere perché quello è un altro pianeta. E questo non è neanche l’hotel di Wenders.
Qual è il mio stato delle cose?
(Alza le spalle, non risponde). Questo me lo prendo. (Prende il libro, ne legge un ultimo frammento, come per distrarre Gilles da quella domanda a cui non vuole rispondere, a Gilles che non c’è, o forse per ricordargli in che situazione si stavano mettendo):
“Da quel giorno le sue pillole erano diventate da leggenda. Come caramelle alla menta e miele quando hai il mal di gola. Aveva provato a disintossicarsi, era entrata e uscita dalla clinica, ma solo per tenersi le bambine. Non aveva nessuna intenzione di stare bene (aveva anche scoperto di non essere figlia del telepredicatore Jess Yates di Stars on sunday, rubrica su ITN, ma di Hughie Green della trasmissione televisiva della BBC Opportunity knocks, ma che gliene fregava ormai). Ha ancora qualche amante celebre, tipo il cantante Finley Quaye e l’attore Marc Warren, che lascia subito, non può più amare nessuno. Era diventata pazza, dicevano. La sera prima la videro vagare a piedi nudi, ubriaca, per Notting Hill. I piedi sporchi d’asfalto e depressione. Sosteneva che Michael l’avessero ucciso. «Lo hanno ammazzato», ripeteva. «È stato Bob, io lo so; perché non volete credermi?» Diceva. Michael Hutchence si era suicidato e non capiva il perché (o magari lo sapeva così bene da essere andata fuori di testa – magari non era mai stata così lucida come in quel momento). Nessuno però lo ha mai capito davvero. Bastavano quelle difficoltà nella loro relazione per giustificare un suicidio? Michael e la sua band erano in un periodo felice, era uscito quell’anno un altro disco degli INXS, Elegantly Wasted, che li aveva tirati fuori da una leggera crisi attraversata nei Novanta (certo non era il successo di Kick del 1987, ma era comunque roba da chart), aveva un progetto a suo nome, una donna che amava e una bimba bella come il cielo d’Australia. Aveva parlato tempo prima, più di tre anni, con Bono nella villa francese di Èze del cantante degli U2 riguardo proprio al suicidio, commentando quello di Kurt Cobain (a volte Michael soffriva di crisi depressive, ma ora anche quelle sembravano roba passata grazie all’aiuto dello psichiatra inglese Mark Collins) ed entrambi erano d’accordo che fosse un gesto stupido e che loro non l’avrebbero mai compiuto. Se lo erano promessi.
Aveva detto Michael alla sua manager, Martha Troupe, per telefono alle 9 e 38 del mattino: «Ne ho abbastanza». Non aveva scritto nessun biglietto d’addio. Aveva dato un pugno al muro. Aveva cenato con i genitori, ma con il padre pare non avesse discusso di quella questione di Paula e la bambina. Aveva chiesto a una cameriera due sigarette e quando lei gliele aveva portate lui le aveva dato un bacio sulla guancia ringraziandola. Aveva fatto ritorno in albergo verso le 22 e 30 ed era salito in camera con due suoi amici, Andrew Rayment e Kym Wilson, un’attrice con la quale aveva avuto una storia in passato ed erano ancora in buoni rapporti. Aveva salutato i due intorno alle 3 del mattino. Avevano bevuto qualcosa, ma niente di che, e nessuna droga, i tempi della cocaina per Michael erano passati da quando si era avvicinato alla religione. Aveva telefonato e si era messo la sua cintura intorno al collo (o qualcuno o qualcuna gliela aveva messa). C’è chi dice che così, in uno stato d’asfissia, si provi maggiore piacere sessuale. Il cazzo ti sta dritto come non mai e quando vieni non la smetti più. E allora non pensi più. Ma non risulta che ci fosse una donna con lui. Autoerotismo. Disperazione. Bono, saputa la notizia, ha pensato che Michael stesse attraversando un momento di insopportabile disperazione e che l’avesse incontrato proprio lì, in quella stanza. Un ospite sgradito che non è riuscito a tenere fuori dalla porta. Ha mischiato il dolore alla rabbia per il gesto del suo amico e ha scritto una canzone, Stuck in a moment you can’t get out of, che dice: Non ho mai pensato che tu fossi uno stupido / ma caro mio guardati / Devi stare su in piedi, portare il tuo peso / Queste lacrime non vanno da nessuna parte, baby / Devi riuscire a mantenerti insieme / Sei stato bloccato in un momento, e ora non riesci a uscirne / Non dire che dopo andrà meglio […] Le notti che riempisti di fuochi d’artificio ti hanno lasciato senza nulla […] L’acqua è calda fino a quando non scopri quanto è profonda / Non stavo saltando, per me era una caduta / E giù distante verso il nulla assoluto.
La caduta è un tonfo. Con i sigilli della polizia e la visita del coroner Derrick Hand. Col cadavere ritrovato sul pavimento del bagno con la cinta legata alla maniglia della porta che si era sfilata dal collo. Sotto la terra del Northern Suburbs Memorial Gardens di Sydney. Perché verso quel nulla assoluto invece di restare a vedere il suo Cielo aprirsi? Chiederlo a Paula era inutile. «Mamma non si sveglia», disse Heavenly rispondendo al telefono a un amico di famiglia che aveva chiamato. La diciassettenne Fifi Trixibelle arrivò poco dopo a casa con la polizia e si inginocchiò vicino alla madre, vicino al suo corpo c’erano una bottiglia di vodka rovesciata e un flaconcino di pillole di barbiturici, entrambi semivuoti. Sul comodino c’erano tracce d’eroina e cannabis. Peaches Honeyblossom non avrebbe mai dimenticato quel giorno. Mai quello in cui piangeva fuori la porta di casa e chiamava Mamma. Fu trovata il 7 aprile 2014 morta nella sua abitazione del Kent nelle stesse circostanze della madre, overdose d’eroina e ricordi insopportabili. Fifi Trixibelle coprì il corpo di Paula Yates con una sottoveste, di quelle ancora alla moda e carina”.
(Rimette il libro dov’era).
Sì, è proprio una storia orribile.
(Adesso sembra che siano realmente nella hall dell’hotel, anche se lui non si avvicina ed è ancora nel suo appartamento).
Una pausa. A Parigi piove.

GILLES Solo una pausa.

JEANNE Solo una pausa.

GILLES Il tuo stato delle cose.

JEANNE Sto lì. Lo sai.

GILLES No, non lo so.
(Pausa).
Reciti ancora?

JEANNE No, non più.
(Pausa).
Non è rimasto niente di quei giorni.
(Gilles la guarda. Lei abbassa gli occhi. Dopo un lungo silenzio, rialza lo sguardo).

GILLES È la prima volta che sento la tua voce.

JEANNE (Sorride). Te lo dissi dopo il primo abbraccio. Era vero, hai parlato solo dopo quell’abbraccio. Eravamo l’attrice e il drammaturgo. Ci studiavamo nei nostri movimenti. Nei nostri corpi estranei. Eravamo sudati. Eravamo lì, ma non mi ricordo più dove. Non ricordavamo i nostri nomi. Eravamo due attori. Davanti a tutti. Eravamo da soli. Eravamo insieme ad altri. Eravamo gli esclusi. Eravamo i marginali. (Sorride ancora. Sorride anche Gilles). Tu mi parlasti di Jean Genet. Ti dissi che anch’io rubavo i libri. Ti parlai di Sarah Kane. I lacci degli anfibi intorno al collo. Tutte quelle pillole. Ti parlai anche di Sylvia Plath. Il suicidio è una possibilità, ti dissi. Tu annuisti. Basta superare quel momento e si è salvi. Mi dicesti poi, guardandomi un po’ preoccupato, era come un suggerimento. A volte disegno o faccio altro, e passa, aggiunsi, abbassando lo sguardo. Forse ti sentisti sollevato. C’era un video di David Bowie. Mangiavamo in un bar per pochi soldi. Insalata di riso e Aperol. Cantava Life on Mars? Tu mi spiegasti che la fantascienza non c’entrava niente, quella canzone parlava di disagio familiare e di una trasmissione televisiva. Eravamo due disagiati. La televisione parlò di un altro attentato. Tanti morti per le strade di Parigi. E noi a fare queste cose, ti dissi. Ci pensavo spesso. Si può recitare in un teatro quando fuori si spara? Si può vivere una storia d’amore quando intorno a noi si muore? Ti domandai. Si può raccontarla? Eravamo un uomo e una donna senza risposte. Ti parlai anche di Michel Foucault e di Bernard-Marie Koltès, li leggevo di frequente in quel periodo. Ebbi un brivido. Oggi è un senso di spossatezza. Rende il pensiero languido e vago. Tu mi parlasti di Egon Schiele e di Wally Neuzil. Lui la lasciò per sposarsi. La lasciò per un ordinario matrimonio borghese. Mi raccontasti che quando lui fu incarcerato per una falsa accusa di rapimento e corruzione di minorenne e per esposizione di disegni pornografici a dei ragazzini, gliene bruciarono uno in tribunale, di quei disegni, lei non lo abbandonò un istante. E lui aveva abbandonato la sua modella preferita e la sua amante. Fummo d’accordo che fosse una cosa orribile. Decidemmo che avremmo fatto un lavoro teatrale sulla loro storia. Tu Egon e io Wally. Ma non avremmo parlato di quell’abbandono né delle loro morti precoci. Il pittore e la sua modella. Solo questo ora ci interessava. Due amanti. Eravamo scandalosi. Qualcuno se ne andò mentre recitavamo. Eravamo sfacciati. Eravamo timidi. Occupa case e ruba, c’era scritto su un muro. Concordammo che fosse giusto. Se ne avessimo avuto bisogno l’avremmo fatto. L’avevamo già fatto. A Place de la République la rivolta era finita. I poliziotti parlavano con le ragazze, fumavano, non badavano a noi. Eravamo rimasti in pochi. Sconfitti più dalla pioggia che non la smetteva da un mese che dalla repressione. Sotto le tende per non bagnarci troppo. Prima che partisse l’ultima corsa del métro la piazza si svuotò. Noi passeggiammo. Non pioveva più. Tu avevi una tua camicia che mi avevi portato per una scena che poi non facemmo. Ce la facciamo solo per noi due, che ci importa, ti dissi. Non tirasti fuori quella camicia. Michael Hutchence e Paula Yates avrebbero ballato fuori dagli studi televisivi. Anche Serge Gainsbourg e Jane Birkin l’avrebbero fatto, nella città deserta di notte. Lo fecero la prima sera che uscirono insieme. Ubriachi fradici e felici. Lui c’è stato a Les enfants du rock. Non mi sbaglio. E anche a Lunettes noires pour nuits blanches. Forse avrebbero danzato anche Alain Bashung e Chloé Mons. Si innamorarono dopo un video di lui in cui lei recitava. Era ambientato di notte, in interni. Storie balorde. La loro invece fu una bella storia. Poi lui morì. E lei cantò le sue canzoni, con il grande seno e i capelli biondi. Le cantò per l’uomo che amava ancora. In fondo, pure loro erano due marginali. Anche se il telegiornale aprì l’edizione della sera con la notizia della sua morte, Alain Bashung è morto, fu il primo titolo. Tutta Parigi pianse. Piansi anch’io. La città sembrava uscita dal finale dell’Eclisse di Antonioni. I lampioni accesi, le vie vuote, i palazzi spenti. E noi. Mi piaceva ancora Antonioni. Avevo scritto una poesia. Mi dicesti che era molto bella. Era molto arrabbiata. Ero molto arrabbiata. Avrei voluto ascoltarla dalla tua voce, che ora non era più sconosciuta. Ma non te lo chiesi. E tu non tirasti fuori la camicia. Mi dicesti che era a righine. Maschile. So che mi sarebbe stata bene. Ti sarebbe piaciuto come mi stava. Solo la camicia e niente sotto. Parlavamo d’altro per non mettere fine al nostro incontro. Era troppo presto. Per non parlare di noi. Eravamo di nuovo soli. Eravamo io e te. Eravamo e poi non siamo stati più. Quell’abbraccio ci ha fregato. (Pausa). O che ne so. (L’occhio con la lente, quello che lei ricorda fosse con la lente, comincia a lacrimarle. Se lo asciuga. Sembrano le lacrime di un pianto malinconico e sommesso).
La polvere, mi sta graffiando la lente.
(Si guarda intorno nella hall. Adesso innervosita e come persa).
Le mie scarpe. Le mie scarpe, Gilles. Dove ho lasciato le mie scarpe? Aiutami a cercare le mie scarpe.
(Non è la hall: è solo il suo appartamento. E sono di nuovo ognuno per conto proprio).

Sergio Gilles Lacavalla

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