I manieristi (2/4): L’incendio era all’esterno

C’è un giorno per ogni cosa e il venerdì su Verde è il giorno di Raimondo Maniero (ciao, da settembre stiamo pubblicando I manieristi, un’opera incompiuta in due parti, la cazzona e quella seria). Karl è giunto alla conclusione che “la casa non temeva il fuoco, l’incendio era all’esterno.” Epifania sconvolgente che quasi tocca scriverla, ma “l’idea di ricominciare a scrivere mi accorciava il fiato e gonfiava i polmoni di un’ansia spaventosa e eccitante. Pregustavo il momento in cui avrei poggiato la penna alla pagina e continuavo a rimandarlo; toglievo il cappuccio alla biro e accendevo il televisore; stendevo per bene i fogli del quaderno e alzavo al massimo il volume dell’apparecchio; rileggevo l’ultima parte compilata e mi perdevo nella spaccatura della presentatrice che dallo schermo mi sorrideva; i lampi blu e le voci gracchianti erano rassicuranti; le linee bianche della carta un po’ meno.” Questo per dire the drama. Per dire the majesty invece, E/P VI VI VI (noi la saccheggiamo per regalarvi qualcosa di bello un venerdì al mese e mentre leggete che forse chiudiamo – a proposito: domani si ricomincia – le direste quanto vi piace? Possibilmente qui. Ciao).

Fu una notte movimentata. Una squadra di sei operai era stata incaricata dal proprietario di pulire le corsie del secondo e del terzo livello della rimessa. L’operazione era piuttosto complicata: un gruppo doveva spostare i camion e ammassarli negli spazi vuoti, gli altri dovevano azionare gli idranti e inondare il parcheggio, l’acqua doveva quindi defluire lungo i canali di scolo e solo allora i mezzi potevano essere riposizionati; la polvere, la cenere e i rifiuti accumulati sul fondo venivano così trascinati da un punto all’altro della rimessa e potevano attecchire in posti diversi. Gli animali misteriosi che infestavano la rimessa riuscirono a mettersi in salvo.

Venni coinvolto nelle operazioni e non potei starmene seduto come al solito senza niente da fare. Quella notte in realtà avevo intenzioni diverse: prima di uscire avevo infilato nella borsa il quaderno nero, ritrovando così la consuetudine di un gesto che mi era stato familiare fino a due anni prima. Erano le allucinazioni, più che i sospetti, che mi stavano sradicando lentamente dalla realtà; non erano i misteri, ma il movimento sconclusionato dei miei pensieri a confondermi, impedendomi di vedere. Dovevo fissare su carta quello che stava accadendo e l’idea di ricominciare a scrivere mi accorciava il fiato e gonfiava i polmoni di un’ansia spaventosa e eccitante. Pregustavo il momento in cui avrei poggiato la penna alla pagina e continuavo a rimandarlo; toglievo il cappuccio alla biro e accendevo il televisore; stendevo per bene i fogli del quaderno e alzavo al massimo il volume dell’apparecchio; rileggevo l’ultima parte compilata e mi perdevo nella spaccatura della presentatrice che dallo schermo mi sorrideva; i lampi blu e le voci gracchianti erano rassicuranti; le linee bianche della carta un po’ meno.

Dopo che anche l’ultimo camion ebbe parcheggiato e l’operaio più lento ebbe riposo l’idrante, nell’autorimessa tornò la calma. Erano le sei, fuori stava già albeggiando e io mi godevo lo spettacolo del segnale di una fila di neon che dal soffitto più basso andava stabilizzandosi abbattendo la consueta intermittenza. I lampi blu e le voci gracchianti erano ancora rassicuranti, le linee bianche e intonse meno spaventose.

Spensi la tv, gettai uno sguardo malinconico sul quaderno nero e andai a fumare dietro alla solita colonna. Il grasso dei motori, i tappi di birra pressati e le gomme da masticare erano ancora lì a segnare i contorni del pavimento. Era stata una illusione credere di poter ripulire un luogo sotterrato che raccoglieva cose e persone sporche e ingombranti che nessuno, là fuori, voleva; era stato inutile e non trovavo un solo motivo per cui Carelli avrebbe voluto farlo; non ne avevamo neanche noi e infatti non ci eravamo impegnati più di tanto, ma nessuno di noi aveva avuto da ridire o aveva protestato. Non ci eravamo scambiati una sola parola per tutta la notte e, sebbene fossi ormai abituato a non parlare, quel silenzio adesso mi sembrava una enormità; non sapevo neanche i nomi di quelle persone, loro non sapevano il mio e non lo avrebbero mai saputo. Cercavo i segni del loro passaggio lungo le colonne di mattoni rossi e le rampe polverose e non ne trovavo; toccavo i cofani dei camion spenti, ma il calore dei motori s’era già disperso nell’aria insieme ai segni impressi dagli pneumatici: la rimessa non aveva cambiato aspetto e nulla sembrava testimoniare la notte appena trascorsa. Che razza di posto era quello in cui il presente non si faceva passato e scompariva in un confine invisibile che forse si poteva attraversare soltanto assecondando le visioni? Di che visioni si trattava se non si manifestavano allo sguardo, ma confusamente e agli altri sensi? Mentre fumavo le gomme tornarono ad assestarsi e un odore intenso si sollevò dal fondo della corsia. Pensai a Rosaria, al suo abito slacciato e alle cicatrici sul suo corpo. La sua pelle s’era aperta in varchi nuovi che non temevano il dolore e agivano su di me attirandomi con promesse esotiche di conoscenza ed esplorazione. La disposizione di quei segni non era casuale e rispondeva a uno schema preciso che avrei dovuto studiare in punta di unghie, unendo i tratti di quel disegno e ricalcandone i contorni. Le indicazioni provenivano dalla sua voce ignota a cui dovevo abbandonarmi e lasciarmi ingannare, ed era un imbroglio che valeva una rinuncia, o meglio un’abdicazione, perché mi avrebbe permesso, forse con i suoi occhi, di tornare a guardare oltre all’abisso che mi ostinavo a pensare di poter governare. L’odore stava aumentando come se qualcuno ne regolasse l’intensità con una manopola. Avete mai provato quella sensazione di percezione persistente? È insopportabile, e questa volta ero sicuro che non provenisse dalla mia pelle, ma da un punto localizzato in una zona ristretta dietro la colonna, che affondava le sue radici nell’oscurità più profonda.
Andai a prendere una torcia e mi infilai nell’ombra. Gettai la sigaretta che ancora bruciava, mi coprii il volto con un lembo della camicia e puntai la luce sul fondo.
Mancava ancora un’ora al cambio turno.

Il sangue aveva formato una gora alta due dita in cui il corpo era affogato accartocciato su di sé, sulla schiena, come se fosse precipitato dall’alto. Lassù non c’era che una sezione dei grossi tubi bianchi di areazione che ogni notte utilizzavano per spostarsi da un punto all’altro della rimessa. La pelliccia nera era un tutt’uno con il pavimento, s’era fusa al suolo e strappata in un unico punto, sulla pancia, che rigettava frattaglie polverizzate e brani di interiora da cui veniva l’odore violento. Doveva essere stato investito durante la manovra di un camion e la pressione aveva avuto lo stesso effetto di una esplosione che dall’interno aveva disfatto la combinazione di quel corpo, distorcendolo come se in alcuni punti mancasse qualcosa e in altri ci fosse qualcosa di troppo. Il sangue colava lentamente sul pavimento, era nero e duro, sommergeva le strisce bianche che delimitavano l’area del parcheggio e schizzava sulle linee rosse catarifrangenti delle colonne. Si dirigeva verso di me con un movimento completamente diverso dal vortice di acqua che poche ore prima aveva inondato la rimessa: era millimetrico, orizzontale e denso come bitume, una sola goccia sarebbe bastata a incendiare ogni cosa. Il flusso aveva ormai raggiunto i miei piedi quando puntai la torcia sugli occhi del topo. Erano neri e senza fondo, il rosso che avevo visto bruciare in quelle orbite era soltanto un ricordo. Eppure continuavano a puntarmi.

Decisi che ne avevo avuto abbastanza e me ne andai lasciando incustodita la rimessa. A casa crollai sul letto e sognai il paese in fiamme. La luce del sole calava sulle strade, ma solo io potevo vederla posarsi sugli edifici e sulle insegne della piazza. Il bagliore bianco, lo stesso in cui Rosaria s’era rifugiata, incendiava gli alberi e scoperchiava i tetti, sollevava l’asfalto e inceneriva i lampioni, dirigendosi furiosamente ai piedi della collina. Le rocce si polverizzavano al passaggio di quella trama, la vegetazione cambiava colore, diventava grigia, e nell’aria si disperdevano in un fumo denso i crepitii del fuoco che rimbombavano come urla strazianti. Le fiamme non temevano ostacoli ma si infrangevano contro la mia casa e lì venivano respinte dalle mura che, spogliate della loro desolazione, si alzavano al cielo come quelle di un maniero recintato; e l’incendio svaniva, così come era scoppiato, nel fossato apertosi lungo il sentiero, al di là di una lastra invisibile, profonda come uno specchio, che infine riusciva a domarlo. La collina fumava, sembrava arresa, ma era ancora lì e io la guardavo dal terrazzo, mentre scoccava l’alba delle miei intuizioni.

Venni svegliato alle otto dai soliti squilli. Tentai di rispondere, ma quando posai la mano sul ricevitore il telefono tornò muto. Forse ero ancora nel sogno da cui mi stavo risvegliando, o ero già sveglio e avrei continuato a sognare il paese e la collina, la proprietaria e il titolare della rimessa, Rosaria e il suo ciondolo, la casa e il ripostiglio, le fiamme e l’abisso nello sguardo perso del topo, ma adesso disponevo di istruzioni chiare che mi erano state appena dettate: la casa non temeva il fuoco, l’incendio era all’esterno.

CONTINUA (qui tutto, qui la prima parte, qui la seconda)

Raimondo Maniero

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