Bru-Ma

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Federica Rodella

Francesco Quaranta va per i 29 e divide le sue settimane tra le lingue moderne e i karaoke. Ha pubblicato diversi racconti su Scrittori Precari, L’Inquieto, CTRL Magazine. Dal dicembre 2015 all’aprile 2018 ha fatto parte della redazione di Verde. Subito dopo, grazie a questo ottimo racconto (letto anche da Emanuela Cocco e segnalato da Italians Book it Better) è entrato in Crapula Club, a cui è adesso indissolubilmente legato tramite rapporti morbosi e minacce di sputtanamento. Scrive canzoni, canta in un gruppo, tifa Fiorentina come tutti e ha paura degli omini grigi dell’editoria indipendente.
Bru-ma è il racconto di addio a Verde, forte e onesto come Francesco non ne aveva mai scritti, ma sembra pure l’inizio di qualcosa di più lungo che forse verrà e leggeremo nei prossimi mesi (su Crapula? Ce lo auguriamo): “Avrà come la sensazione che chiudendo certe porte ci sia il rischio di ritrovarsi murati dentro la stanza, eppure che le porte vadano chiuse lo stesso per non farsi svuotare la casa dai ladri e portare via dall’inverno. […] E poco importa che Camilla muoia domani o che Bru-Ma la accompagni in una vita lunga e piena di successi, lei ricorderà sempre questa nudità sotto tutti gli abiti, sotto le arroganze, i compromessi, le violenze, le gentilezze.”
Il collage è di
Federica Rodella. Verde, lo sapete, è nata ormai sei anni fa con il sogno di costruire una casa senza finestre e con le porte girevoli. Quel sogno, siamo convinti, è adesso una solida realtà. Per questo Francesco, arrivederci, grazie e torna quando vuoi, ti aspettiamo!

Camilla fuma distratta come se la cosa la riguardasse poco. Guarda allo specchio la propria magrezza sotto l’accappatoio e quella testa bionda che ultimamente sta sempre fuori fuoco. Mamma l’ammazza se sente odore di fumo in camera, allora Camilla spalanca la finestra sulla mattina della periferia, ma non ci si affaccia. La Winston brucia talmente bene nella brezza che sembra sorridere.

Mentre sceglie cosa mettersi, lascia cadere l’accappatoio di pezza e raccoglie i capelli in un asciugamano. Quando sta così, quel turbante sulla testa e la sigaretta a penzoloni tra le labbra, le pare di essere una chiromante di qualche bassofondo balcanico. Si immagina col volto inciso di rughe e i rilievi delle vene sulle mani, la sua giovinezza offerta in pegno alla veggenza, senza più niente da perdere. Però a portata ha solo un mazzo di carte da poker: non molto credibili come tarocchi. Si cercherebbe immediatamente la linea della vita, se solo sapesse leggerla, per scorgere eventuali interruzioni. Per sapere come andrà con Bru-Ma. Potrebbe bruciarsi il palmo con la brace della sigaretta e non avere più linee, ma preferisce tormentarsi un pelo incarnito sopra il ginocchio e stringere i denti su un’altra giornata.

Sa che nel palazzo di fronte, dalla finestra proprio in faccia alla sua, qualcuno la sta osservando. Sta sempre lì, seduto alla scrivania davanti al pc, notti e mattine, le ore piccole e quelle con l’oro in bocca, chissà che lavoro fa, chissà se lavora davvero o se si piazza lì solo per guardarla attraverso la doppia cornice delle finestre. Sta lì seduto e aspetta paziente di vederla sfilare nuda: quando è di fretta, con un lampo di sculettamento verso l’armadio, quando è più tranquilla magari, con un balletto da velina di borgata. A Camilla non importa comunque, e soprattutto adesso. Si muove nella propria camera e si prende il suo tempo anche solo per scegliere la biancheria. Il dirimpettaio non smette mai di lavorare, anche se la osserva, non stacca mai le mani dalla tastiera, non si tocca sotto il tavolo, non saluta come non si saluta uno schermo. Avrà dieci anni più di lei, Camilla non sa come si chiami, il suo sguardo ricorda un pericolo ancestrale, un esporsi che non ha conseguenze prevedibili, un’indiscrezione virtuale. Come la sensazione disturbante di un tocco che non arriva mai, la sua minaccia dolce, un’unghia sospesa a due centimetri dalla radice del naso, dal cuore, dalla clitoride.

Se questo osservatore abusivo alla fine decidesse di scavalcare il davanzale e superare i pochi metri che li separano, sarebbe qualcosa di interessante, di nuovo, un miracolo da video porno. E lei avrebbe comunque tutto il tempo di chiudergli i vetri in faccia.

Da quando c’è Bru-Ma, Camilla non ha poi così tanta voglia di fare colazione. Nipote della migliore pasticcera di tutto l’hinterland, ha perso l’appetito e adesso il suo metabolismo turbolento le sfila chilo su chilo da sotto il sedere; quando mamma glielo fa notare, lei risponde di pensare agli affari suoi, mentre se glielo dice un ragazzo pare ovvio che ci stia provando. Anche la sua amica Anna glielo dice, ma è sinceramente invidiosa della cosa. Cosicché alla fine Camilla sporca di burro una fetta biscottata per fare scena, più come passatempo intanto che raffredda il caffè, e dopo due morsetti in punta di denti la abbandona nella pattumiera. Di solito è proprio a colazione che pensa per la prima volta nella giornata a Bru-Ma. Quindi si alza, prende lo zaino che pesa più di lei ed esce dopo aver dato un bacio al fratellino Michele.

Bru-Ma sta con lei ufficialmente da circa otto settimane e lei ha scelto di chiamarlo così perché davvero non conosce parole per descriverlo e quelle che lei vorrebbe usare le intravede sul fondo fangoso di canzoni straniere che non sa tradurre.

Incontra Anna davanti al tabacchino di via Gerolami, nemmeno l’ha salutata che quella già le sta chiedendo i compiti di inglese. Se c’è una cosa che Bru-Ma non è riuscito ancora a intaccare è l’impegno di Camilla per lo studio: l’orizzonte che si restringe nell’atto della concentrazione, il mondo che smette di essere quel cassonetto dell’immondizia che è, la sua vita incerottata, senza direzioni o sbocchi, messa da parte. Regole, assiomi, istruzioni, informazioni, nozioni, collegamenti, la precisione, la rete di salvataggio dell’ordine sul baratro dell’insensatezza. L’unico paradiso possibile dopo la morte delle favole.

Passa a Anna i compiti e questa li copia sulla panchina fuori da scuola, mentre Camilla allontana con minacce poco eleganti un gruppetto di compagni aspiranti copiatori.

Camilla in teoria sta con Massimo, sta è il verbo adatto, perché di certo non vanno da nessuna parte. Finché sei convinta di avere mille anni di vita davanti, anche se c’è la crisi e certi inverni in casa li fate senza riscaldamento, finché ne hai sedici di anni, dai comunque per scontato che ci sarà un dopo, che ci sarà di meglio. E poco importa che la nonnina dica “meglio soli che male accompagnati”, perché mi spiace nonna cara, ma meglio soli un cazzo. A dire così sono quelli abbastanza fortunati da non sapere di preciso cosa sia la solitudine. O per la precisione, non sapere cosa sia il terrore che la solitudine non finisca mai. La nonnina non c’è nei momenti in cui tutta la forza di Camilla si frantuma e lei vuole solo sentirsi protetta e restare inerte nelle mani di qualcuno. Qualcuno che diventa chiunque: un galeotto, un bamboccio, un boss di quartiere, un insegnante di vent’anni più vecchio, un secchione palestrato, un bulletto da disco, un mostro, uno sconosciuto, un alieno. Con questo rumore di fondo non vedrebbe molta differenza tra una dolcezza e un abuso. E su quella strada potrebbe risvegliarsi tra vent’anni ed essere sua madre.

È anche grazie a Bru-Ma che Camilla sta alzando la testa oltre i muretti della periferia e spingendo la coda dell’occhio oltre le reti metalliche delle recinzioni. Perché se poi si spegne tutto, lei rischia di essere stata solamente una delle tante fighette in rubrica di spacciatori e poco di buono.

Alla terza ora la classe esce per una gita a un tristissimo parco naturalistico allestito sul lago di Como. Camilla riceve un sms di Massimo: ha deciso di rubare la macchina del padre per raggiungerla e infrattarsi da qualche parte.

Camilla vede Massimo scendere dall’auto sullo sfondo delle onde, guarda il sole pronto ad accucciarsi dietro i tetti di una centrale elettrica, gli idrocarburi iridescenti sull’acqua del lago e poi torna sulla faccia di Massimo. Capisce che certe cose hanno senso solo all’interno del sistema che le ha generate e quando le porti al di fuori ti crollano addosso. Pensa che Bru-Ma, nonostante sia una grandissima scocciatura e un macigno sul cuore, abbia un orizzonte più grande di quel mezzo imbecille con il setto nasale scoppiato.

Si fa baciare e prendere per mano. Scopano in mezzo alla boscaglia con le portiere aperte. Per la prima volta Camilla capisce davvero cosa significhi non averne voglia.

Camilla racconta a Massimo dell’uomo che la osserva nuda dalla finestra di fronte.
«Lo sfondo di botte» dice lui.
Lei dice che non c’è bisogno e lui dice che non sta a lei decidere.
Camilla alza le spalle, «mi piace che si accontenti di stare lì, guarda ma non tocca, magari scrive di me sul pc. Che ne dici?»
«Che cazzo stai dicendo, Cami?»
«Ma infatti che te lo dico a fare? Quando mai capisci?»
«Oh Cami» la prende per le spalle, «devi capire che io penso che ti amo».

Allora Camilla vede finalmente davanti a sé un essere che sente infinitamente più piccolo di lei. Gli prende la mano e con delicatezza gli parla di Bru-Ma. Non l’ha fatto con Anna, non l’ha fatto con mamma, nemmeno con i nonni anche se sono così legati a lei, e di certo non con il piccolo Michele, non l’ha fatto mai con nessuno se non con un camice e un neon giallo. Adesso parla di Bru-Ma e vede gli occhi di Massimo ingrandirsi e tremare. Vede un uomo che si sente tradito dalla semplice sostanza dei fatti, senza colpevoli a cui aggrapparsi, un uomo che vuole il sesso di una ragazzina e non le rogne di una donna. E sa che non lo rivedrà mai più e che mai vorrà più rivederlo.

Guarderà fuori dal finestrino con fare malinconico sul pullman di ritorno, ma sarà soltanto un riflesso, un doloretto ai muscoli dell’anima dopo lo sforzo di una crescita. Avrà come la sensazione che chiudendo certe porte ci sia il rischio di ritrovarsi murati dentro la stanza, eppure che le porte vadano chiuse lo stesso per non farsi svuotare la casa dai ladri e portare via dall’inverno.

L’autobus frena di colpo e tutta la scolaresca viene sbalzata in avanti. Si sente un urto lontano sottolineato da una bestemmia del conducente. C’è un capannello circolare attorno alla donna e alla bicicletta. C’è della verdura sparsa sull’asfalto. Foglie di cavolfiore, carote, pomodori graffiati dal nero. Inquinati. È per colpa di questo dettaglio che Camilla pensa di avere il coraggio per guardare la testa aperta.

Ed è tutto lì, banale, semplice, brutale. Rotta come la bicicletta accanto. Qualcosa non funziona più e poi inceppa tutto il meccanismo. Il legame che Camilla sente con quell’insieme di ossa immobili, carne spenta e alito raffreddato è così forte che nessuno attorno può capirla. Un collegamento che la strappa da sé. Non c’è abbraccio che la sostenga e fazzoletto che la conforti.

Ed è come se si spogliasse in mezzo alla strada, non più solo per occhi indiscreti o per il cazzo di turno, ma per il terrore di tutti, per la loro debolezza e l’inutilità di ogni rapporto di forza.

E poco importa che Camilla muoia domani o che Bru-Ma la accompagni in una vita lunga e piena di successi, lei ricorderà sempre questa nudità sotto tutti gli abiti, sotto le arroganze, i compromessi, le violenze, le gentilezze.

Passa quella notte in cucina con una sigaretta che accende ma lascia a consumarsi nel posacenere sul davanzale, incenso disgraziato, e con litri di the a raffreddarsi accanto al lavabo, mentre lei lava piatti, posate, bicchieri, lava anche ciò che non è sporco, svuota le antine e i cassetti e lava il contenuto, lava fissando il vuoto con della musica in sottofondo: un disco dei Morphine che non sente davvero, ma del quale alzerà impercettibilmente il volume minuto dopo minuto mentre farà sempre più baccano con le stoviglie, finché sua madre non irromperà in cucina con lo schiaffo in canna, ma trovandola così cupa, curva su quel suo malessere scheletrico, quasi appesa per le spalle a speranze grezze eppure ancorata a terra da ciò che lei, madre, non ha saputo e non saprà offrirle mai, vedendola così riuscirà solo a domandarle che cosa c’è. «Ti prego dimmi che c’è».

E anche se Camilla sa che mamma non potrà gestire la situazione, che mamma non sa gestire niente, che non verrà mai il giorno in cui le sarà grata per l’aiuto che le sta per chiedere, decide che forse non è ancora il momento di chiudere del tutto questa porta.

«Siediti un attimo per favore» le dice.

Francesco Quaranta

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