Che cosa sta succedendo – Sulla fine #11: Franco Sardo

Ci scrivono: “Cara redazione, la settimana scorsa ho raccolto il vostro invito e sono andata a Le Mura. Il racconto di Stefano Felici è proprio una merda o non ci ho capito un cazzo io?”
“Direttore, io ce la metto tutta, voglio convincermi che possa esistere una credibile scena letteraria indipendente non toscana, addirittura romana, ma poi vado a Le Mura e chi ti trovo a leggere? Stefano Felici con tanto di barbetta alla Tommaso Paradiso che mi scartavetra il sottopalla con un racconto su cosa poi? Qualcuno lo ha capito?”
“Caro Commissario, quando direte che il momento più emozionante della quarta serata di 8×8 è stato l’ingresso in sala di Renata? Io ho comprato sei accendini e non fumo. Un po’ come dire che Stefano Felici “traccia segni grafici appartenenti a un dato sistema di scrittura, e che convenzionalmente rappresentano fonemi, parole, idee, pensieri, numeri, in modo che possano poi essere interpretati mediante la lettura da chi quel sistema conosca” ma non racconta?”
“Ma questi figli di papà tutti scrittorini di Monteverde con le barbette nere iscritti ai nuovi Dams telematici di Instagram & Twitter un esamino veloce veloce su Todorov, Propp e Genette non lo vogliono proprio fare? Meglio i bignamini fotografici di Carmelo Bene e David Lynch da condividere su Facebook? A LA-VO-RA-RE FELICI.”
“FELICI GAME OVER. INSERT COIN NEL LINEARE FLIPPER INVERO DABBASO ALLA SEVERA PORTA DER CESSO SUPER DENSO”.
Sono solo alcune delle decine di email che abbiamo ricevuto in questi giorni. Sia chiaro: il tiro al bersaglio non ci piace, non tollereremo sui nostri spazi campagne d’odio e dalli all’untore che offendono per prime le nostre sensibilità. Siamo convinti che alla quarta serata di 8×8 Stefano Felici non meritasse di arrivare ultimo (dietro Giulio Fenelli, peraltro), con nota di biasimo della giuria e ritiro dei due free drink (prima volta che succede nella storia del concorso). È quello che abbiamo detto a Leonardo Luccone, alla giuria e al pubblico, aggiungendo lealmente che il racconto era malmostoso e compulsante e che la “trovata” di Multipla, la misteriosa entità multiforme capace di trasformarsi nella variante di utilitaria che più terrorizza le sue vittime, ci sembrava una sminchiata senza posa. Felici non l’ha presa bene e ha scritto su Facebook di avere chiuso con Verde. Peccato che noi avessimo già deciso di interrompere la collaborazione (collaborazione, badate bene: uffici stampa di tutta Italia, fate attenzione, Felici non ha mai fatto parte della redazione di Verde, rifonderemo tutte le case editrici truffate a cominciare dagli amici di Effequ) perché la scrittura di Stefano non rispetta più gli standard della nostra comunità.
Se Felici vuole fare letteratura fondi una rivista. Metta in piedi una redazione, si presenti a Firenze Rivista e vediamo quante citazioni prende da Santoni.

Tanto era dovuto. Adesso a noi.

Prosegue il sempre più intricato dibattito attorno alla chiusura di Verde (qui tutto), annunciata in un editoriale del 30 marzo scorso. La situazione al momento: Paolo Gamerro è tornato a Zurigo, ma domenica 22 aprile sarà a Busto Arsizio con Sbiadire (e con la redazione di Lahar Magazine, aggiungono i maligni). Luca Marinelli ha lanciato il numero 1 di Guida 42 (qui, complimenti ragazzi) e ha lasciato Verde. Continuerà a essere accreditato come curatore di Rosa! almeno fino a giugno (avete letto il racconto di Maggi?). Andrea Frau è in trattative con L’Inquieto. Di Francesco Quaranta diremo nelle prossime ore: per il momento ci limitiamo a salutarlo e ringraziarlo. Pierluca D’Antuono tace, e con Vinicio Motta organizza il convegno di Pecorile, confermato da venerdì 27 a domenica 29 aprile al CSOA ex Casa Del Popolo Prospero Gallinari.

Mentre in Verde montava il caos, Franco Sardo, tra i più validi dei nostri collaboratori (ci auguriamo ancora a lungo), si trovava nel suo buen retiro ateniese, dove almeno due volte all’anno va a ricaricare le pile dell’ispirazione. Franco non ha potuto seguire da vicino la crisi della nostra rivista, ma alla giusta distanza è riuscito a costruirsi un’opinione incredibilmente aderente agli eventi che intanto incombevano: “Finalmente il mostriciattolo della litweb Verde smetteva di contenere letteratura e cominciava a essere letteratura! D’altronde era un passaggio scritto nel destino del nome stesso. Il Verde non è una forma, il verde è un colore. Il verde non contiene, il verde esiste e al massimo chiede di essere contenuto, ma può anche strabordare se vuole.” Tra le altre cose questo bel pezzo, che arricchisce di stile e di visione la nostra discussione, offre una prospettiva inedita sul ruolo di Andrea Frau e suggerisce cautela e buon senso: “un capitano quando governa male la sua squadra è pur sempre perché ne è diventato il capitano.”
Grazie Franco. E grazie E/P VI VI VI, in questi giorni oscuri resta lei la cosa più bella dentro Verde.

Ho appreso la notizia del golpe interno di Verde mentre ero in Grecia, ad Atene, nel quartiere della Plaka. Non c’era posto migliore per godersi il rovesciamento di un regime, seppure via social network, a colpi di status per addetti ai lavori ed editoriali bizantini. I greci ne hanno vissuti parecchi di golpe. Così, mentre baciavo il mio ouzo ghiacciato, mi rendevo conto che quel punto di osservazione mi permetteva di accorgermi di come le cose dall’interno fossero invece confuse. Gli interventi scadenzati di ogni redattore, amico o lettore, spesso sconclusionati, erano per me degli evidenti passaggi necessari, accelerazionisti o miglioristi che fossero, per il sopraggiungere di un cambiamento. Sì, perché alla fine le cose non potevano andare avanti così com’erano. Leggevo questo brulicare di follia e serietà con divertimento e puro godimento. Finalmente, pensavo. Finalmente la rivista, perdio no, basta, il blog letterario, argh, il mostriciattolo della litweb Verde smetteva di contenere letteratura, di quale qualità non sta a me dirlo, basti il fatto che vanto un 90% di opere proposte e pubblicate, e quel 10% è dovuto al vedermi rifiutata la storia del becchino suicida che alla fine sopravvive alla sua disperazione solo per potersi seppellire… finalmente, dicevo, smetteva di contenere letteratura e cominciava a essere letteratura!

D’altronde era un passaggio scritto nel destino del nome stesso. Il Verde non è una forma, il verde è un colore. Il verde non contiene, il verde esiste e al massimo chiede di essere contenuto, ma può anche strabordare se vuole. Ti sporca le dita mentre tu non te ne accorgi come un pennarello. Per cui festeggiavo, tra le bancarelle di Monastiraki, masticando una baklava, al colpo di mano su Verde. Festeggiavo anche perché in qualche modo lo presentivo. La mia relazione con la redazione è infatti sempre stata filtrata da fitti carteggi di vario tipo con Andrea Frau. Conosco Andrea da anni, e riconosco le sue inflessioni dei suoi messaggi vocali, il tono con cui digita certe parole. Sentivo che c’era in lui la voglia di girare qualche bullone e far saltare la catena di montaggio. Spesso con Andrea si finisce per citare Petri e i suoi film. Lui che è sempre stato un vulcano, uno scrittore incredibile, una mente radicata nel linguaggio e nella retorica, e che a questo affiancava grande spirito di corpo e giovane, mi viene da dire verde, entusiasmo, lui, sì proprio lui, percepivo sarebbe stato decisivo nel momento in cui si sarebbe finalmente un po’ tutti sollevati la testa. Non subito, ma quando la temperatura avesse raggiunto il giusto grado, lui avrebbe trovato il modo, le parole, e perfino le azioni per portare avanti il putsch. Sarà stata quindi intuizione, o sarà stata l’esperienza, ma quando partii per la Grecia sapevo che qualcosa stava per succedere. Potevo fermarlo, potevo mediare. Partii lo stesso, ed è stato questo il mio piccolo contributo alla causa del golpe. Un golpe che ho cercato di spingere, da lontano certo, come mio solito, al riparo da epurazioni impossibili per me che mai sono stato in redazione, ma che vedevo come la possibilità di una nuova linfa, nuova clorofilla, per questo alberello Verde.

Certo, io ero contrario a ogni rappresaglia nei confronti di Pierluca, gli volevo concedere l’onore delle armi. D’altronde un capitano quando governa male la sua squadra è pur sempre perché ne è diventato il capitano. Per Pierluca io pensavo una zona franca, qua in Sardegna e persino in Grecia se ne parla spesso come di un escamotage molto utile, una sorta di rubrica libera, da tenere un po’ come in questo momento deve tenere il suo diario il Papa Emerito Joseph Ratzinger, con fiducia, umiltà e passione. Non proprio un esilio insomma, semmai una trasformazione nello Scalfari della litweb. Un ruolo parallelo, in fin dei conti sclerotico, ma garantito. Perché un nuovo corso si fonda sempre su una nuova conciliazione. Tutto questo pensavo, nei pressi del Lykeion con le dita a stringere un koulouri… ma tutto questo non si è avverato.

Il golpe infatti, a quanto apprendo oggi, è fallito. Pierluca? Ancora lì a dettare legge e agenda. Andrea? Si dibatte, smania, ma già si sta risistemando, un po’ più vicino alla cima, adesso, e forse era quello che aveva sempre voluto. Gli altri, di cui non sono sicuro di conoscere le vere intenzioni in questa storia? Chi in fuga, chi alla macchia, chi di nuovo alla tastiera a produrre letteratura contenibile. Guacamole? Una rivista costituita da un solo editoriale. Ed ora che sono tornato in Italia mi accorgo che quella che consideravo distanza protettiva era in realtà una superficie deformante. Si è fatta gazzarra, adesso è finita, tutto come prima. E non solo Verde, sia chiaro.

L’intera litweb non ha fatto un passo avanti da Tomasi di Lampedusa. Verde non è il tabacco di Cuba. Il suo verde è quello della giungla boliviana, è la foto in bianco e nero di una rivoluzione catturata. E, perdonatemi l’ultima nota biografica, da un apolide come il sottoscritto a tutti voi, mordendo una pardula, non con la sconfitta, no, non è così che è finita, ma è così che è sempre cominciata.

CONTINUA (qui tutti gli interventi)

Franco Sardo

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