Rosa! #3: Annetta

Rosa! è la rubrica di Verde ideata e curata da Luca Marinelli per “operare una rivalutazione di un genere dalle infinità possibilità, a torto considerato secondario”. Ferruccio Mazzanti ha inaugurato il nuovo spazio a novembre, a febbraio Santa Nora Frescaqcua ha fatto Tutto esaurito, la terza uscita è opera di Massimiliano M. Maggi: nato a Siena nel 1995, è cresciuto e ha studiato a Orvieto, si è trasferito a Torino nel 2015 dove ha frequentato la Scuola Holden. Nel 2017 si è diplomato in Storytelling e Performing Arts. Con Annetta è per la prima volta su Verde.
La copertina è di Giulia Canetto.

Annetta cercava di non distogliere lo sguardo dalla punta delle scarpe. Camminando, pensava: “Se poi incontro qualcuno e devo guardarlo in viso e lui magari guarda il mio, mi guarda negl’occhi, magari? Oh dio, questo non deve succedere! Le scarpe invece, quelle non hanno gl’occhi. Mi piacciono le scarpe, perché sono molto prevedibili.”
Consolandosi un poco, si faceva largo fra la gente, fedelmente aggrappata alla certezza che, se anche le fosse capitata la sciagura di incrociare un altro paio di scarpe, le sarebbe bastato fare un passetto di lato e proseguire per la propria strada.

La piccola, dolce, timidissima Annetta. Questo affettuoso diminutivo le era stato affidato sin dai suoi primi vagiti: «Una bimba così minuta» le raccontò suo padre, «Non s’era mai vista!» Durante pranzi o cene in famiglia, la principale occupazione di zie, nonne e cugine era controllare che Annetta mangiasse tutto quello che aveva nel piatto: «Mangia, Annetta, mangia! Sei così piccola! Quando sei nata eri così piccola che stavi nella scatola delle scarpe, lo sapevi?»
Non aveva fame e quel soprannome non le piaceva. La faceva infuriare il fatto che nessuno avesse mai preso in considerazione la possibilità che volesse sentirsi chiamare Anna. Non l’aveva mai detto a nessuno: Annetta s’era abituata a tenersi tutto dentro esattamente come s’era abituata a tenere gl’occhi fissi sulla punta delle scarpe: camminando.

Le piaceva camminare, special modo in certi piovigginosi vespri d’autunno, quando il paese si fa quieto, le strade sono vuote e tutto risplende d’una luce acquarella, come nei quadri dei pittori francesi. A pensarci, Annetta si sentì tremare il cuore: “Come vorrei che fosse una di quelle sere. Una delle ultime sere d’Ottobre, sarebbe perfetta. Diavolo, io detesto l’estate!” Non le piaceva nulla, di quei tre mesi sciagurati. Non le piacevano le vacanze dagli zii e la grigliata di ferragosto. Non le piacevano i pomeriggi al mare: la sabbia impiastricciata fra le dita dei piedi, la pelle cotta dal sole e dal sale. Non le piaceva il pesce, non le piaceva lo stabilimento balneare, non le piaceva stare in costume. Non le piaceva quel clamore assordante che l’estate si trascina dietro. Quel clamore di onde, grida e fuochi d’artificio. Perché ad Annetta, sopra ogni altra cosa, piaceva il silenzio. Anche questo, però, non lo aveva mai detto a nessuno.

«Ecco a te, Zia Titina» disse con un gran fiatone, poggiando una pila di riviste sul tavolo. «C’erano tutte tranne Donna Ieri».
«Hai controllato nello scaffale in basso?» domandò Zia Titina. «Donna Ieri sempre lì sta».
«Sì, ho controllato, Zia. Non c’era. Vado a leggere in pineta Zia. Ok?»
«E vai, ma non ci stare troppo che lì è umido e fa male alle ossa».
«D’accordo, Zia».
Annetta raccolse lo zainetto e se ne andò di corsa.

In mezzo a tutto quell’orrore trombettante, la pineta era l’unico luogo che riuscisse a sentire proprio. C’era, in particolare, una piazzola, un soffice tappetino di aghi verdi, nascosta da un muretto di lavanda e rododendro, dove Annetta riusciva a perdersi nella lettura per ore, come le sarebbe potuto capitare in una grigia alba settembrina, accompagnata dal dolce ronzare delle api, che tanto le ricordava il cielo carico di pioggia.

Quando, arrivata a destinazione, si trovò di fronte una nutrita comitiva di coetanei, inutile dirlo, ad Annetta per poco non prese un colpo al cuore.

Sedevano, in cerchio, ai piedi del grande pino. Annetta li conosceva bene: Aldo, un ragazzone grande e grosso, figlio del meccanico di Montalto; Giulio, che stava in casa famiglia e aveva i denti marci; Tobia, che, sebbene avesse la stessa età di Annetta, vantava già una fitta barba rossiccia e un paio di baffoni arricciolati; Cecco, fratello maggiore di Aldo e consumato ubriacone. Sghignazzavano, passandosi bottiglie di birra e sigarette fatte e mano. Annetta, cercando d’arretrare con passo felpato, ebbe la sfortuna di calpestare un ramo secco. Crac! I quattro, all’erta, alzarono il capo contemporaneamente, come segugi. Gli occhi puntati su di lei.

La ragazza strinse le bretelle dello zainetto e immediatamente abbassò lo sguardo sulla punta delle scarpe. “Che macello! Che macello! Non voglio che mi guardino negl’occhi, non voglio…”
Fu Giulio a parlare per primo. La voce di Giulio somigliava al sinistro cigolio dei cardini arrugginiti. «Io ti conosco! Sei Annetta Bernaschi».
«Chi?» domandò Aldo col suo vocione sciocco.
«Annetta Bernaschi» ripetette lui. «Ti ricordi? Da piccoli eravamo parecchio amici»
Annetta mormorò qualcosa, ma nessuno la sentì. «Parla più forte» la esortò Tobia, col suo vocione tonante. «Qui dietro non sentiamo niente!»
«Bernardi. Il mio nome è Annetta Bernardi».
«Già, Berardi!» gracchiò Giulio.
«Dì» fece Tobia. «Per caso tua cugina è Sara Bernardi?»
Annetta annuì.
«A, be’! Allora mi sa che ti devo invitare a bere qualcosa».

I ragazzi risero, tutti tranne Cecco. Cecco, da quando s’era accorto di Annetta, aveva smesso di essere allegro.

«Non bevo» rispose Annetta.
«Sentito? Dice che non beve!» disse Aldo.
«Ho sentito, Aldo» riprese Tobia, «ma credo che dovrò insistere. Vedi, io e tua cugina ci conosciamo MOLTO bene e se…»
«Te la sei trombata?» gongolò Aldo.
«Certo che se l’è trombata» disse Giulio.
«Ti dicevo, Annetta se…»
«Ma non capisco, te la sei trombata o no?» chiese Aldo.
«Te l’ho detto. Sì, se l’è trombata» lo sgridò Giulio.
«Io l’ho chiesto a Tobia, mica a te» rispose Aldo, leggermente risentito.
«Ma se ti dico che lo so, cazzo! Mi spieghi perché devi sentirlo proprio da lui?!»
«Oh, per dio!» irruppe Tobia. «La vogliamo finire?! Non lo vedete che mi state rovinando la battuta, cazzo?! Mi mandate a puttane la suspense, maledetti stronzi!»
«La che?»
«La suspense, Aldo, la stramaledetta suspense drammatica!»
«Non capisco di che parli».
«Stai a dirlo a me» disse Giulio, confuso. «Vuol dire mica che ti abbiamo rovinato la battuta?»
«Vuol dire che…»
«E poi, spiegami un po’, Tobia» disse Aldo. «Se ti abbiamo rovinato la battuta, vuol dire che tu sapevi già cosa stavi per dire? Insomma, tu sai sempre quale sarà la prossima parola che dirai? E, se sì, come facevi a sapere che avremmo incontrato Annetta Berilli?»
«Bernardi» lo corresse Annetta.
«Bernini?» grugnì Aldo.
Tutti tacquero, per un attimo.

Tobia, il belloccio dalla barba spinosa, si alzò in piedi e prese a camminare verso Annetta che, in preda ad un attacco di panico, non trovò di meglio da fare che stringersi lo zaino contro il petto, come uno scudo.
«Bello lo zainetto».
“Non voglio” pensò Annetta, nascondendo il viso fra le pieghe della stoffa. “Non voglio che mi guardi negl’occhi. Non voglio. Non voglio. Non voglio.”
«Non hai sentito? Ha detto che hai un bello zainetto». Era Giulio.
«Sì, proprio una sciccheria» cantilenò Tobia, che oramai si parava di fronte a lei. Le sfiorò i capelli con due dita: «Che ci tiene dentro, le caramelle?»
Annetta scosse la testa.
«Ah, no? E allora, dicci un poco, Annetta Bernardi, che c’è di bello nel tuo bello zainetto?»
Silenzio.
«Credo che ci darò un’occhiata io stesso».

Improvvisamente tutto si fece nero, nel cuore di Annetta. Nero e buio come mai era stato. Al mondo, pensò, esistono due categorie di viventi: i macellai e la carne da macello.

Estrasse il fucile a canne dallo zainetto e caricò il colpo con un gesto rapido e deciso. «Non credo proprio» mormorò, appena prima di trapassare il petto di Tobia con una scarica di pallettoni da sei millimetri. A Giulio, che ebbe giusto il tempo di gridare un’ultima, vomitevole bestemmia, fece saltare la testa. Aldo lo trovò rannicchiato dietro un cespuglio. Si era pisciato addosso, così Annetta, presa da cristiana misericordia, gli sparò alla nuca.

Fu il turno di Cecco. Cecco che, in silenzio, beveva dalla bottiglia e guardava a terra, come aveva sempre fatto. Persino quando Annetta gli ficcò il fucile in bocca, Cecco rimase immobile. Non c’era paura nei suoi occhi, né rancore o pentimento. Negl’occhi di Cecco non c’era niente.

“Interessante” pensò Annetta. Ripose il fucile, fece a pezzi i corpi, li gettò in un fosso e sedette con lui a bere la prima birra della sua vita. Passarono la notte insieme.

Il giorno seguente Annetta fu arrestata, processata e condannata a sette ergastoli.
Ventidue anni dopo venne rilasciata per buona condotta.
Lei e Cecco convivono felicemente nell’entroterra sardo da più di mezzo secolo. Allevano capre da corsa. Non sono mai riusciti ad avere figli.

Massimiliano M. Maggi

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