Carteggio impossibile

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Federica Rodella

Luca Marinelli ha deciso per il momento di non prendere parte al dibattito sulla crisi di Verde (qui tutto), ma ha consegnato in redazione Carteggio impossibile, un racconto delicato eppure oscuro che avremmo potuto leggere in Rosa! e che già dalla dedica lascia intuire i suoi sentimenti su questi giorni. D’altronde, “Se il tempo fosse uno scorcio notturno tu saresti una frattura nel manto stradale.” E Luca le fratture le adora (due anni fa).
Il collage è di Federica Rodella. Domani sera saremo a San Lorenzo, Roma, per la quarta serata di 8×8 a tifare Stefano Felici (nonostante tutto). Vi aspettiamo!

A Verde,
forse un modo c’è
di diventare altro.

Ti senti come se il futuro dovesse diluviarti addosso. Perché hai guardato quelle nuvole nere che si sono spartite il cielo?
Oggi purtroppo hanno la forma di sciacalli, sono latrati di rabbia e opportunismo a cui vorresti forse far finta di non aver mai fatto caso. Ma io ti vedo che barcolli, nel tuo volo danzato e lieve: se l’esistenza fosse un vento di scirocco tu saresti profumo di fiori caduti.

Ed ecco adesso la tua casa antica; è la palla di vetro di un pesce rosso e tu sei il piccolo schizzetto caudale, che gioca, la padroncina: quant’era bello disporre di così poca memoria, dimenticare sempre come se tutto fosse stato sommerso in un’acqua trasparente e amica, con ogni grido che è un urlo muto, come se, già sotto il pelo di quel finto mare, non si corresse alcun rischio di annegare, come se si fosse da qualche parte oltre la linea di ogni pericolo.
Ma prima o poi arriva quel giorno di vento in cui una vecchina triste ti ha regalato il tuo foulard di malinconia.
Allora sei saltata fuori dall’acqua, lo facevi sempre ti ricordi?, ma quella volta era diverso, quella volta l’aria fresca del mattino non era umida e così puff!, così: sei diventata una farfalla, con le ali di stoffa di un blu un po’ mesto, solo un’ora ed era già il tuo foulard preferito quello, di un blu nostalgia.
E d’improvviso, eri ricordo: le farfalle sono origami della memoria della natura.

T’ho vista posata su un fiore, era in sogno: mi voglio convincere che fosse in sogno, come un uomo che non fa più sogni; sbalordito.
È questo ciò che voglio essere: sbalordito, l’ho capito la sola volta che mi sei passata di fianco per strada; era a Torino, su un marciapiede grigio un po’ malandato, camminavo da solo ed ero un cane randagio solo. Tu invece eri la musica, e quando sei finita ho morso un passante perché volevo ringhiarti di non andar via.
Se il tempo fosse uno scorcio notturno tu saresti una frattura nel manto stradale.

Crescono le rampicanti nel cimitero delle galassie a spirale, tra le candele memoriali che sono questi miliardi di stelle la notte, edera nera, si aggrappa e sale, si espande il vuoto cosmico nei nostri cuori piccoli come batteri nel grande corpo dell’universo, i nostri cuori che fremono di un brivido di paura: si espande come un grido nel silenzio, come un’onda sullo specchio d’acqua appena soffiato d’argento liquido della luna e quello specchio è un lago, intorno qualche albero e poi la terra, tanta terra sotto alla tua nuova casa; mi sveglio la mattina presto per vederti uscire, sono le sei e dai da mangiare ai pavoni. Eppure non posso raggiungerti: da dietro un angolo ti guardo vivere, distante, il sole ci dice separati dalla terra, terra che brucia.

Oggi anche il sole però è un gioco di luci; lo disegna a pastello il bambino nella tua testa, disegna te nel cortile a raccogliere le arance, disegna il tuo cane bianco pulcioso zoppo di una zampa, disegna le mosche che ronzano attorno al frigo, disegna tuo figlio che gioca alle trottole, disegna il giradischi di tuo marito, disegna me che si è bucata una gomma alla macchina e nella polvere di una strada desolata ne metto una nuova, e li disegna mentre assopita su una sedia a rotelle ti lasci trascinare via da un’infermiera, hai il pranzo sullo stomaco, l’ora di pranzo è da un’ora finita: sei una donna salice e mi guarderai forse nel pomeriggio ombroso della clinica dove i tuoi figli ti hanno ricoverata, per un attimo vedrai scuotersi i miei rami al vento, sono l’albero di mele al centro del giardino per le pause sigaretta, ma solo un attimo e poi mi avrai dimenticato.

Siamo una vertigine del niente, una crepa, ma formiamo una struttura di risonanza, e quando il vento ci passa tra le spire risuona un’armonica: quest’armonica è un castello di cristallo sul baratro dell’indicibile assenza di memoria, e nella torre più alta del castello, in una torre di rubino ci sei tu, che leggi. Però è solo un sogno, non devi aver paura.
Ecco che diventiamo fiori, comete, uomini, siepi; ecco che diventiamo il sudore che traspira dalla pelle di un alpinista al suo ultimo passo prima della vetta del mondo, ecco che diventiamo cenere, acqua, aria, vento, ecco che diventiamo il mondo stesso, ecco che diventiamo tessuti, cellule, proteine, molecole, atomi soli, nuclei, particelle, ed ecco, che d’improvviso, ci parliamo ancora.

Luca Marinelli

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