Che cosa sta succedendo – Sulla fine #3: Luca Carelli

Dopo le ultime sortite temerarie e l’annuncio di una possibile imminente chiusura, la redazione di Verde chiede maggiore collegialità nella gestione del blog e dei social ufficiali e nella definizione della linea editoriale. Si è aperto così un dibattito duro ma costruttivo sulle sorti della rivista, che sta coinvolgendo redattori, collaboratori, lettori, amici (grazie a tutti per l’affetto e la vicinanza che ci state dimostrando). Dopo Andrea Frau e Francesco Quaranta, è la volta di Luca Carelli. Seguiranno altri contributi, qui li trovate tutti.
L’illustrazione è di E/P VI VI VI.

Prendo parte al “dibattito”, così lo hanno chiamato gli amici di Verde rinunciando curiosamente alla consueta leggerezza (o è autoironico?), nell’insolito ruolo di mediatore ma con circospezione e sospetto (mi assicurano che non si tratti di boutade, ma tant’è).
Che cosa sta succedendo è presto detto: dopo mesi di cazzeggio sempre più ghignante ai limiti del rictus, allusioni, minacce, insulti e pose scomposte, la redazione è scoppiata. La situazione, sembra capire, si è fatta insostenibile. Vediamo come.

Una premessa è d’obbligo: non faccio più parte della redazione di Verde dal dicembre 2015, da quando cessarono le ripubblicazioni dei miei racconti scritti per “Storie Nere“, la rubrica che per due anni avevo tenuto sul cartaceo della rivista. Allora la mia intenzione era di riprendere quello spazio allargando l’area della narrazione e superando i caveat voluti da D’Antuono, che da supervisore ed editor della rubrica mi aveva vietato di scrivere di vicende “mainstream” (“Qua vogliamo rifare Telefono Giallo, mica Chi l’ha visto”): non più solo casi di cronaca nera “alternativi” (“Voglio Lo Spormonato sadico di Tor Sapienza e il Bujaccaro matto del Casilino 900, c’hai due articoli di Lugli, vedi che devi fa’”), non esclusivamente casi di vittime donne (“Il femminicidio è una barbarie e almeno qua dentro voi non me lo negherete”), non necessariamente italiani (“Non me ne frega niente del villaggio dei cannibali omozigoti della Groenlandia o dei fachiri assassini del Punjab, voglio i Jeffrey Dahmer della provincia di Caserta o al limite i Ted Bundy abruzzesi”).

La proposta fu bocciata perché ritenuta una “opzione impraticabile”. Ci rimasi male, certo, ma serbavo ancora riconoscenza per chi mi aveva permesso di tornare a scrivere su una piccola rivista, d’accordo, letta da non più di dieci persone (parenti e amici inclusi), ma comunque vivace e con a capo una redazione plurale.

Così pensavo allora, ma dovetti presto ricredermi.

Le mie idee e i miei racconti continuavano a essere respinti immotivatamente, senza alcuna discussione. Durante le riunioni di redazione, la domenica mattina su Whattsapp o Skype, D’Antuono non faceva che ripetermi “Luca, tu scrivi troppo e troppo poco”, “La tua scrittura è ontica, le tue resistenze ontologiche”, “La tua bombetta inesplosa è un vulnus inestroso”, amenità al limite anche divertenti a cui davo il giusto peso, ma che cominciarono a inquietarmi quando scoprii dell’esistenza del secondo gruppo di redazione Whattsapp.
E poi del terzo.
E del quarto.
E del quinto.

Esisteva una chat dedicata a ognuno dei redattori, a cui il redattore stesso non faceva parte. Lì, oltre al più meschino e criminale cyberbullismo mai concepito, venivano prese le decisioni e, per dirla con Andrea Frau, si inscenavano “purghe e processi degni della peggiore monarchia stalinista nordcoreana” (d’altronde conosciamo lo stile del nostro “Commissario”). Andrea Frau, Francesco Quaranta, Luca Marinelli, Vinicio Motta e gli altri sapevano? Sì, certo. E cosa fecero per arginare un fenomeno così malevolmente autoevidente?
Nulla.

(Paolo Gamerro fu l’unico a conservare integrità e dignità, ma era troppo preso dai sempre più frequenti viaggi di lavoro nella Svizzera Italiana per fronteggiare la situazione.)

L’ultima proposta che feci alla redazione mi fu suggerita da Frau. Mi disse che avrei potuto curare una “Storie Nere della lotta armata” sui casi misteriosi e irrisolti degli anni di piombo, e che tutti i redattori erano “dalla nostra parte” e avrebbero votato a favore. Ero molto scettico perché non sentivo la giusta distanza dal tema (la mia biografia la conoscete tutti!), ma l’invito mi sembrava un beau geste che sarebbe stato ingeneroso far cadere, e così scrissi il primo racconto, su Carlo Saronio e il Fronte Armato Rivoluzionario Operaio.

Alla successiva riunione di redazione Francesco banalizzò l’idea citando Sorin e la problematizzazione dell’uso del termine terrorismo (amava assumere pose colte per fare colpo su D’Antuono).
Luca chiese conto dei cuori neri, solo per litigare sperai (non era così).
Andrea non disse nulla.
Nulla.
D’Antuono si disse dispiaciuto, ma aggiunse di avere “le mani legate”.

È così che funzionava ieri, e funziona oggi, la redazione di Verde.

Che D’Antuono non legga i racconti che arrivano in redazione non è un mistero. Che D’Antuono non ami Verde e sogni di trasformarla nella rivista della “nuova scena letteraria e millennial fiorentina” lo sanno tutti. Che D’Antuono però ci abbia permesso di pubblicare racconti che francamente nessuna altra rivista avrebbe selezionato è un fatto. Diciamoci la verità, Andrea: te la immagini la Trilogia del Ribes su Crapula? Io no. E Francesco: “Colui che” addirittura per tre? Non ne bastava uno per Rapsodia? Luca almeno ha capito da solo che Verde Matematico non aveva alcun valore, né futuro. Per non dire di questo racconto.
Qualcuno dovrà farsi carico e spiegare a chi ci segue il filone Viola/Fiorentina, che ha fatto perdere lettori e ha portato a questa crisi, ma ha anche permesso questo dibattito, i cui esiti non sono affatto scontati.

Il punto è: vogliamo che Verde funzioni come una vera rivista, con una redazione paritaria, partecipe, qualificata, o vogliamo un sedicente lit-blog mascherato e proprietario, aggiornato narcisisticamente tre volte a settimana?
E se vogliamo una rivista, ci sono le condizioni perché esista una redazione vera con pieni poteri?
Sì? Bene, avanti così.
No? Meglio. Ognuno tragga immediatamente le conseguenze con coraggio e in piena responsabilità.
“Qual è la soluzione, Luca?” mi chiede disperato da ormai tre giorni Andrea Frau.
Semplice, Andrea. Uscire da Verde e formare una nuova vera rivista, come suggerivo io di fare già un anno fa.
Il nome, se volete, è sempre quello. Ve lo regalo.
“GUACAMOLE”.
Io sono pronto.

Ho avuto la fortuna di vivere nel pieno della mia coscienza la Bologna del 1977, ho conosciuto personalmente Roberto Freak Antoni e posso ben dire che gli Skiantos sono stati la colonna sonora della mia vita. “Largo all’avanguardia, pubblico di merda” andava bene quarant’anni fa. Che a quanto pare vada ancora oggi di moda è, lasciatemelo dire, una enormità. Non ci avete il fisico.

Un consiglio, ragazzi: leggerezza. Sarete pure rivista, ma non siete mica La Voce.

CONTINUA (qui tutti gli interventi)

Luca Carelli

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