Liminal Personae #1: Joachim

Redazionale lungo, molto più del solito, ma necessario e ci auguriamo chiarificatore.
È innegabile l’astenia che da tempo affligge la redazione e che si riflette sulla gestione del blog: racconti non pubblicati, periodicità alle ortiche, orari campali, editoriali insignificanti se non proprio assenti. Eravamo a un passo dal riconoscimento a rivista reg trib art 5, adesso considerarci gruppo chiuso di Facebook sarebbe già superbia. È la tipica crisi della crescita (abbiamo raggiunto il nostro apice, è evidente) o è la spia di qualcosa di più profondo e malevolo aka la nostra fase Dipré?
La verità è che da ormai sei anni Verde trascina stancamente una linea editoriale frusta e innocua, tristemente ricorsiva.
In redazione è chiaro a tutti che occorre cambiare e subito, in maniera radicale, senza timori né tentennamenti. Ma il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare. Ed ecco che tutte le proposte audaci e di buon senso (stop alle #polemichette inutili in maniera costruttiva, una nuova e coerente linea editoriale finalmente innovativa, un sensato patto di corresponsabilità e di rispetto reciproco con il nostro pubblico) vengono pavidamente cassate nel nome dell’intelligenza con il nemico (eppure Luca, questa sera con lealtà noi saremo alla Pecora Elettrica, a Centocelle, per la presentazione della ottima, seppure scissionista e francamente derivativa, Guida 42. Dalle ore 20).
È arrivato il momento di decretare chiusa una storia unica e irripetibile.
Questa storia, la nostra storia. Verde, lo sapete, è stata fondata nell’aprile 2012 da Pierluca D’Antuono, ma è nata molto prima, almeno nel 2009, dagli sforzi congiunti del nostro Commissario e di Sonia Manduzio, aka, non è più un mistero, S.H. Palmer (qui un rapido ripasso).
Che nel giorno in cui annunciamo la fine di Verde, torna sulle nostre pagine con una nuova rubrica, illustrata da E.P/ VI VI VI.
Liminal Personae nasce, come tutto quello che S.H.Palmer butta fuori, dalla necessità. Una necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo, ritroviamo noi stessi, la nostra storia, nei gesti di altri, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Tre lingue, si articolano nella mia mente ogni giorno. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. Liminal Personae è stato uno dei testi più belli che abbia avuto tra le mani nel periodo universitario, ne ho ancora una copia nell’armadio, a casa di mia madre.”
In un venerdì santo di sei anni fa usciva l’ultimo numero di una rivista che un mese dopo ricominciò da zero.
Presto tornerà anche Verde, con un nuovo nome, una nuova redazione, una nuova linea editoriale, la stessa fede di sempre e poche altre cose (la seconda puntata di Liminal Personae, per dirne una).
“Ritorna la vita dopo la morte, sempre. In questa verde resurrezione di speranza, leggete, condividete, scaricate, diffondete”.

Quanti anni ha Joachim, io non lo riesco a capire. Anche se ormai da quasi tre anni lo incontro più o meno regolarmente. A un’analisi oggettiva della sua fisicità logorata dalla vita di strada, potrebbe avere dai 30 ai 50 anni. A pensarci bene non gliel’ho nemmeno mai chiesto. Probabilmente non l’ho mai reputato un dettaglio rilevante.

Joachim è un cliente abituale, uno Stammkunde, si dice così, della filiale caffetteria-tavolacalda-e-cose dove lavoro poco più della metà della settimana. Quando ho cominciato a lavorare lì veniva ogni giorno e spendeva i pochi spiccioli del sussidio sociale e delle offerte dei passanti per un posto al caldo, all’asciutto e con una luce decente per dipingere. All’epoca viveva lungo i marciapiedi che circondavano la filiale, lo incontravo spesso anche quando facevo la spesa dopo la fine del turno.

A guardarlo bene sembra una figura saltata fuori e caduta male da un quadro di Egon Schiele. Gli occhi grandi, cerulei e rotondi, gli zigomi scarni i capelli selvaggi, neri vagamente striati di bianco. Il fisico ossuto, di chi siede ogni sera con la fame e all’ultimo tavolo della società, quello più lontano dalla luce e più vicino al confine.

Dipinge sempre Joachim. Non gliene frega niente di mangiare o di fare altro. Dipinge. Dipinge. Dipinge. Non ho mai visto tanta dedizione in un essere umano. E non ho mai conosciuto tanta umanità senza pretese. La sua gentilezza d’animo stride con la sua condizione di vita. I suoi sorrisi, dispensati a sconosciuti cozzano terribilmente con i suoi momenti psicologicamente bui, quelli in cui l’ho incontrato solo, col volto scuro, i quadri – arrotolati di solito ordinatamente in coperte e funi per il trasporto veloce – scaraventati contro in albero, le bottiglie di birra vuote.

La prima volta che ho parlato con Joachim per più di 30 secondi è stata per ringraziarlo. Era l’inverno del 2015, il periodo più duro da quando sono atterrata in Mitteleuropa. Mi sentivo nuda in mezzo alla tempesta di cose che stavano succedendo senza che potessi fare nulla, perché il delirio che stavo subendo non era il mio. Ogni giorno tornavo nel posto in cui vivevo e sulla soglia rivivevo la scena dell’incoronazione di Carrie. Ogni giorno. Ogni giorno andavo a lavorare e cercavo di migliorare il tedesco e mi faceva male la testa per via della lingua, per i pensieri e per la mancanza di luce. La settimana prima di Natale entrando in filiale notai delle buste, numerate e scritte dell’inchiostro più nero che avessi mai visto. «Le ha portate il pittore. Sono regali di Natale per noi dipendenti della caffetteria, perché siamo gentili con lui dice e non lo mandiamo via e lo lasciamo dipingere. Non sarà un granché è pur sempre uno che non c’ha niente». Fu la didascalia spontanea della vecchia capo filiale al mio sguardo curioso. Ne presi una e la infilai nella borsa.

Arrivata a casa dopo un turno particolarmente noioso, ero di nuovo sotto lo stipite della porta (il mio posto metaforico preferito) attendendo la secchiata di sangue di porco. Tirai fuori la busta tenendola stretta in mano come una bambina ha paura che qualcuno gli porti via qualcosa, svestendo i panni di Carrie per una volta e indossando una curiosità luciferina. Riposi il tutto nel mio cassetto personale e feci le mie solite cose e mansioni, intrattenendo mia figlia, cucinando la cena, mettendo su un disco dei Christian Death. Prima di andare a dormire in quei pochi attimi che avevo per me stessa, aprii la busta con un tagliacarte olandese, una cosa vecchia e consunta. Quel che trovai dentro mi lasciò a bocca aperta, e mi rammarica non poter riportare perfettamente il testo di quella lettera, riposta in qualche scatolone del trasloco affrontato da lì a poco. Il testo del biglietto di auguri, disegnato con una stilografica nera, con mano ferma e grafia antica era lungo quanto basta per arrivare il punto e di colpo tutta la tensione e lo stress giornaliero lasciarono spazio a un sorriso e a una luce verde abbagliante dietro lo sterno.
Il potere di un atto gentile. Dove la gentilezza è diventata un atto di bellezza e guarigione.
E speranza in qualche modo.

Insieme al biglietto c’era una sua opera blu. Tagliata magistralmente in pezzettini e pezzettoni, un puzzle da ricostruire a piacere, perché secondo lui non sarebbe stato importante ridarne la figura originale bensì l’interpretazione delle forme secondo il pensiero altrui. Tasselli blu, di cartone leggero, storie di forme geometriche semplici e sfumature impercettibili. Non ce l’abbiamo mai fatta a cercare di finirlo, quel puzzle. Ne abbiamo dato un’interpretazione tutta nostra, il primo giorno che siamo arrivate nella nuova casa, come un atto psicomagico per tuffarci nel nostro nuovo mondo.

Questo è l’antefatto del mio primo colloquio con il pittore. Un sabato come ogni altro stavo sistemando il negozio da sola, non c’era un’anima in giro e nevicava. I fiocchi scendevano leggeri e io, con uno straccio in mano, mi fermai di colpo rapita dal bianco silenzio della giungla urbana, che di solito non risparmia nessuno a suon di traffico e chiacchiere. Quel sabato come tanti, Joachim sedeva come al solito ai suoi quadri, lo incrociai al self service del caffè ancora nella nuvola di ghiaccio secco dei miei pensieri e così spontaneamente gli dissi: «Grazie per il pensiero di Natale. Grazie davvero. Il puzzle è molto difficile ma cercheremo di venirne a capo. Ti auguro salute e un po’ di serenità anche io. Buone Feste».

Per un paio di secondi mi guardò con gli occhi vuoti di chi sta tornando dai luoghi più oscuri della mente, quei viaggi che durano pochissimo in delay. Anche lui fluttuava nel ghiaccio secco della mente. Quando realizzò ciò che gli avevo detto i suoi occhi si illuminarono di quella luce verde della guarigione emotiva. Quello stesso sussulto che probabilmente avevo avuto io leggendo la sua breve lettera. Il pittore silenzioso in qualche minuto mi raccontò un sacco di cose sui suoi quadri e sulla sua vita attuale. Parlammo brevemente di storia dell’arte e dell’arte di arrangiarsi nella vita.

Da quel giorno Joachim l’ho incontrato tante volte. Per strada, in filiale e al supermercato. Per un periodo ha avuto anche una casa, veniva tutto ripulito a cercare lavoro. Telefonava tutto il giorno con un Nokia vecchio come il cucco e segnava numeri e indirizzi. Mi salutava aggiornandomi sulle ultime novità, dalle sue liti con presunte fidanzate ai colloqui di lavoro che non andavano mai a buon fine. Suppongo che non sia semplice per chi vive randagio tanti anni tornare nei ranghi dell’accettabilità sociale. Reazioni e emotività sono ormai tarati su altri standard di sopravvivenza, dove la parola torna al suo atavico significato perdendo ogni riferimento metaforico e psichico.

Da quel giorno Joachim l’ho visto soffrire, riprendersi, darsi una regolata, per poi tornare lo scorso dicembre a chiudere il cerchio. Logoro nei suoi abiti, con i capelli selvaggi scompigliati e una busta carica di colori a olio. Erano davvero tantissime scatole di colori. Chiudevo la filiale (questa volta con la mia collega preferita) ed era sempre sabato. Pioveva a dirotto e gli dissi che poteva aspettare con noi anche se chiudevamo, tanto non avevamo le chiavi e aspettavamo a nostra volta qualche altra povera anima. Mi ringraziò e mi chiese se avrei lavorato la settimana che precede Natale per potermi portare di nuovo un omaggio natalizio. Risposi di sì e gli chiesi – questa volta con maggiore sicurezza – se avesse ancora quel puzzle e se – soprattutto – avessi mai potuto in qualche modo acquistare un paio dei suoi dipinti, uno per me e uno da regalare a chi mi sta a cuore.

«Tutti questi quadri sono il mio diario. Ne dipingo uno al giorno da non so quanti anni e sono tutta la mia vita».
Questo mi rispose con un sorriso ampio e sincero e gli occhi smarriti.

Da quel giorno non l’ho più rivisto.

CONTINUA

S.H. Palmer

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2 thoughts on “Liminal Personae #1: Joachim

  1. Morire per rinascere, come uno sciamano. Il weekend di chiusura l’avete scelto per caso? Non credo… Mi informetete della rinascita o dovrò disegnare antropomorfi sulle pareti della grotta? Sbrigatevi…

  2. Pingback: Liminal Personae #1: Joachim | HyperHouse

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