Il bosco scarlatto

Qualcosa

Alessia Arti, Qualcosa

Marco Brion nasce a Thiene il 25 marzo 1991. Vive in provincia di Treviso. È ghostwriter e digital strategist. Sue storie sono apparse nella raccolta Sedimenti di Lahar Magazine, la rubrica sci-fi Terraform di Motherboard – Vice Media, L’irrequieto, Cattedrale Magazine, La Balena Bianca e Typee, con un racconto finalista al concorso ‘Laventicinquesimaora’ ed. 2017.
Con Il bosco scarlatto è per la prima volta su Verde. L’illustrazione è di Alessia Arti.

Letta l’ultima riga, Lia alzò lo sguardo dalla pagina al cielo. Morbide colonne di nuvole flottavano glassate dal sole che l’accecò per un istante, e poi eccola, di nuovo a casa. La panca fitta di schegge che scricchiolava, il muuu delle vacche in stalla. Un silenzio alitava fra gli alberi, che fluttuavano tremuli al limitare dei campi.
«Angeo? Gianni?» strillò a vuoto.

Uno scampanio allora segnò il tempo e lo restituì più denso. Al diavolo il fratello e il suo amico. Era ora di andare. Da qualche mese, Lia sfaccendava da una contessina in villeggiatura ad Oné; anche perché soldi a parte, dopo un anno a servizio nel palazzo di un duca, a Milano, in quella loro catapecchia si sentiva soffocare. Salita in camera, rimase cinque minuti a fissare il muro, rimpiangendo la libreria della duchessa. Le prime settimane a casa, le aveva passate a leggere i quotidiani della guerra del nonno o a fantasticare dietro i soliti abbinamenti che le riuscivano con un paio di gonne, tre camice e le vecchie scarpe col tacco di sua madre, che calzava ogni giorno per recarsi alla casa della contessina, divenuta per lei fonte inesauribile di letture: figlia di scampolari, la signora aveva intortato il figlio di un conte vicentino, che iniziata la guerra era fuggito in Provenza a far la Resistensa; così, afflitta dalla noia del paese, s’era presa la briga di educarla fra un colpo di scopa e l’ultimo pettegolezzo della contrada.

Al rintocco di mezzodì, Lia imboccò la via fulgida di sole con un tomo sotto braccio. Il nonno scorgendola dall’orto, urlò «CIAO CEA!!» ed ecco che neanche venti metri dopo, due marmocchi spuntarono dal fosso, quatti come fagiani.

«A dove sio ndai?!» ululò lei, inchiodandoli ai margini della strada.
«…»
«Dov’è che siete andati an? Desgrassie!»
«Dai Lia, jerimo qua da drio a funghi…» mugolarono i due a testa china, mostrando i sacchi di tela.

Con un cenno del capo allora li congedò, ma stette piantata lì finché non li vide entrare nella corte. Non che Angelo e Gianni fossero due tortellini, sia chiaro, ma in quei giorni si erano accampati in paese un sacco di tedeschi. La gente era tanto se usciva per lavorare; se papà avesse scoperto le scappate che i due le facevano sotto al naso, le avrebbe buscate di sicuro.

Costeggiata la riva del paese fitta di peschi e melograni, Lia spalancò il cancello della contessina e traversò il giardino. Poggiato il libro sul tavolo in cucina, si dette da fare con le camere al primo piano. Grazie alla sua efficienza aveva espugnato la riservatezza della padrona e ora poteva attingere dalla biblioteca del marito per finanziare le sue scorribande immaginifiche. E Lia, appunto, veleggiava verso l’isola dove il suo amato era stato esiliato, per trascorrervi con lui anni di serena solitudine, quando sentì la porta d’ingresso schiudersi. Scesa allora la scala e con un reboare di frana precipitò in cucina.

«Oi scric» l’accolse la contessina, donna alta e bruna, dai fianchi andati in carne in decenni di leccornie.
«Coi lavori sei a posto?» chiese, senz’ombra di severità.
«Sì» trillò Lia, scoperchiando un pentolone che scanagliava sul fuoco.
Raggiunta dalla folata di profumo, la padrona si volse, scoprendo due occhiaie buie come pozzi. Era malata? Aveva pianto forse? Lia rimase a studiarla mentre quella tuffava il mestolo nel minestrone: le gambe appena divaricate, la posa macilenta eppure godereccia.
«Ma staea mae signora o..?» azzardò Lia, stringendo le dita dei piedi dentro le scarpette.
«Stufa scric» borbottò la contessina.

Poi prese a mangiare, Lia fissava ogni cucchiaiata che l’entrava in bocca, indispettita per il pettegolezzo negato. Così, decise di prendersi una piccola vendetta. Finito di spazzare le camere di sopra, all’udire il tramestio nel lavabo in cucina, scese la scala a passi di feltro, scarpette in mano, ma nell’istante in cui stava per sgattaiolare una mano bloccò la porta.

«Qua» tuonò la contessina sorridente, porgendole un libretto azzurro «Due paginette stasera e in letto, capio scric? Doman ae sette te ‘spetto: se fa el cambio armadi».
«Grasie» bofonchiò Lia, e ficcatoselo in tasca corse via. Ma non appena svoltato l’angolo, dove peschi e melograni tingevano d’ombra la strada, lo trasse fuori e, rallentato il passo, attaccò a leggere.
“La villa era in cima ad un colle…”.

Lo sbrodolare del nonno echeggiava nel silenzio della cucina come una risacca; mamma stringeva le labbra, Lia fissava il bicchiere e Angelo con le mani si tappava la bocca coi gomiti inchiodati al tavolo. Papà sgranocchiava la crosta del sanguinaccio, lo sguardo piantato nel piatto; cena e pranzo erano per lui liturgie pari alla messa: i ritardi si tolleravano appena, ridere era considerata eresia e le assenze, incontemplabili.
«In capannon unco xe passà el colonnello Menschik» dichiarò con voce di quercia, «cercano el paron, l’ingegnere».

Il nonno, mollato il cucchiaio nel brodo, trasse dal taschino un sacchetto e spanse il tabacco su una striscia di giornale. Lia nel mentre scalciava sotto al tavolo cercando gli stinchi di Gianni, che sgraffignava le croste dal piatto di mamma, al lavabo a spignattare. «Angeo» sibilava, e lui guardandola sillabava: «F-E-T-T-O-N-A».
«A fabbrica pal momento i la chiude, così no i rischia altri attentati. Domani gli dobbiamo caricare i camion e fare l’inventario».
«’Tio can» sibilò il nonno, sbuffando. «Gnanca e paghe e ciapassi dai partigiani. E po’ e prove che l’ingegnere collabora dove sono?»
«Perché quei ghe serve prove? E bombe nostre des ghe fa comodo, coi ‘Mericani a Firenze hanno paura, stamattina ai soldati gliela leggevi negli occhi» disse, infilando un trancio di legna fra le braci. «Quei xe drio preparare n’altro rastrellamento. Poco ma sicuro: i tosi lassù bisognaria avvertirli» concluse scrutando fuori dalla finestra. Gli spifferi spiravano per la cappa e accendevano un crepuscolo di tizzoni nel camino: la casa, come una balenottera, sbuffava nero fumo sprofondando nell’abisso della pianura.

Spedito a letto Angelo, Lia aiutò mamma a sparecchiare. Dato un bacio a nonno e papà, corse a tuffarsi sotto le coperte e, agguantato il libretto, sfilò lo spago che teneva il segno, promettendosi di leggere qualche pagina, ma iniziato il nuovo capitolo la candela aveva ormai prosciugato le sue lacrime. Pagina cinquantasei? Dev’essere tardi, pensò. Il sonno l’avrebbe colta in due respiri, non fosse stato per l’eco di uno sparo. E poi un altro e un altro ancora. Un singhiozzio attraversò la casa; passi leggeri, il cigolio di una porta, ed ecco il brusio di una ninna nanna estinguere il pianto. Gli spari cessarono e rimase un silenzio tale che Lia si scoprì a rimpiangere perfino il baccano delle notti a Milano: i tram che sferragliano, l’echeggiare delle voci fra i palazzi. Così, afferrato il libretto, strisciò sul pavimento un fiammifero, diede fuoco allo stoppino e tirato lo spago, la pagina si spalancò in un’altra notte e un’altra vita.
“La stanza era al buio, ma dalle finestre spalancate entrava il chiarore lunare…”

Il mattino dopo il gallo cantò poco prima dell’alba. Stretta nel giaccone, Lia trascinava gli zoccoli nella brina del primo gelo. Mamma più avanti camminava a braccia conserte, lo sguardo perso dove la notte sbiadiva. Il nonno invece era fuori da un pezzo per via degli incubi. Tornato dal Piave, non si poteva sbattere porta senza farlo saltare come un grillo, dormiva poco e lo si trovava in orto a trafficare alle ore più insolite. Mamma senza dir niente, prese a togliere le lumache dagli spinaci, mentre Lia coglieva i primi lattughini. Quando l’alba iniziò a furoreggiare, il nonno si tirò su le maniche.

«Millenovecentotrentasette» esordì con un’occhiata a Lia. «Ti gaveva diese anni cea, e co to zii ‘ndavimo recuperar le bombe che ci avevano tirato dall’austroungarica. Quell’anno a Asiago ghemo visto l’aurora boreale. E uncó i ga corajo lamentarse del fret».
«Stagioni balorde papà. A gente ze corta de memoria» lo incalzò mamma.

Il nonno però non rispose. Caricata la carriola, si mise a spingerla con mamma che trainava per il muso. Lia, rimasta indietro, mirava il sole a filo della pianura, come l’occhio di un dio accucciatosi a cercare uno spillo. Papà, di fronte al portone della stalla li osservava, fumando la prima cicca del giorno. Dalla cucina il profumo del caffellatte era salito in camera svegliando Angelo. Sedutisi al cospetto del camino bevettero in silenzio, poi due rintocchi riverberarono nell’aria.

«Vo pareciarme, A parona me ‘speta a mattina oggi» disse Lia.
«Oggi tieni d’occhio tuo fratello» la gelò papà.
«M-ma così perdo el lavoro!» protestò Lia.
Lui allora le piantò gli occhi addosso in silenzio. Finito il caffellatte si alzò insieme a mamma e uscirono. Il nonno accarezzò con uno sguardo Lia, tirando un sospiro, mentre Angelo si fiondò di sopra a salutarli, immaginandosi imbarcato su un transatlantico.
« Ciaooo ‘ma! Ciao pa’!»

Seduta sulla soglia inondata di luce, Lia leggeva. Angelo a far gincane con la bici alzava scrosci di ghiaia che grandinavano sui muri della stalla, dove echeggiava il fischiettio del nonno che mungeva.
«Dio, che cosa hai fatto?»
Giaceva di fronte alla finestra, illuminato dalla luna. Si gettò in ginocchio accanto a lui, chiamandolo per nome.
«Karl, Karl, che cosa hai fatto?»
Gli prese la mano, che abbandonata ricadde inerte.

Il campanile batté i suoi rintocchi e Lia iniziò a intavolare piatti, posate e bicchieri, pensosa. Il gorgoglìo dello stufato riecheggiava l’ultimo incontro con la contessa. D’improvviso però, un istinto sviluppato in mesi di guardia ai figli della duchessa, le fece tendere l’orecchio: fuori il concerto volatile era tutt’uno col fischiettio del nonno. Troppa calma però, troppo silenzio. Come una saetta allora salì in camera e da lì scrutò fra i balconi socchiusi: Angelo e Gianni sacchi in spalla, erano già belli avviati. Scesa in uno schiocco, fece giusto in tempo a precipitarsi in strada che i due presero una svolta; solo che invece di mettersi a pazziare come sempre, li seguì. Quelli filavano come lepri, e a stargli dietro Lia non si accorse di superare casa della contessina, correndo su per la riva del paese dove vespe e calabroni ronzavano nell’ombra, divorando gli ultimi frutti sfatti. Tant’è che il bosco le si parò di fronte freddo e inaspettato; e avrebbe voluto urlare e chiamarli, ma Angelo e Gianni ci si infilarono senza esitazione e non volle essere da meno.

Una pioggia di foglie scarlatte fluttuava dalle cime. Aguzzato lo sguardo, li vide arrampicarsi lungo il costone che dominava la radura. Andò ad acquattarsi nell’erba alta e rimase a spiarli, guardando dove essi guardavano, ed ecco la contessina: i capelli raccolti in una bandana a mo’ di contadina, un pacco di lettere sottobraccio, a tu per tu con un ragazzo dal baffo appena accennato, pantaloni all’americana, camicia e stivali. Questi con una mano stringeva la tracolla di un mitra e con l’altra gesticolava, pispigliando parole impercettibili. Lia, pur non afferrandone mezza, aveva dipanato ogni sfocatura, come un romanziere che coglie la trama di un racconto al primo rigo: la contessina doveva essere una spia e quello un partigiano venuto a ritirare le lettere per il marito; la fantasiola si dissolse quando il ragazzo porse un foglio alla padrona che gli afferrò il polso, concitata, lui oppose una resistenza finta, sorridendo, la spinse a terra, tenendola per la nuca, le tirò su la gonna, si abbassò le braghe e iniziò a darle da dietro con la furia di una belva braccata, finché dal costone venne una risata e Lia non fece tempo ad acquattarsi che la padrona la scorse, ma richinò il capo, gemette e il ragazzo, tappatale la bocca, le farfugliò qualcosa all’orecchio che la fece crollare, scossa da un tremito nelle gambe, i capelli sciolti nella polvere. Allora, un’esplosione brillò fra i monti, cui fecero eco mille voci in un grido: «NAA! VOOORWÄRTS!»

Il ragazzo, scalciati via scarpe e pantaloni, si slanciò nel folto lasciando la contessina a terra; una prima scarica attraversò la boscaglia come un pettine, seguita da una frustata di cannonate che fece tremare la terra. Scivolata dietro un tronco, Lia gettò un’occhiata di terrore verso il costone deserto, ed ecco una seconda scarica e il suono di un’anguria spappolata. Voltatasi vide Gianni steso di pancia, le cervella sparse a terra e di fianco, ritto in piedi, Angelo, suo fratello. I loro sguardi allora s’incontrarono, ma non parvero riconoscersi, e presisi per mano corsero fuori dal bosco e giù per la riva, svanendo fra le ombre dei peschi e i melograni.

Quel giorno la sera scese dal Grappa come un torrente. Serpeggiò fra boschi e scarpate, casere dilaniate e trincee colme di cadaveri annegando gli ultimi agonizzanti, il cui pianto si spense nel crepuscolo che filtrava dai balconi delle case. Lia aveva guardato quella luce affievolirsi sulla coperta sotto cui il nonno tremava: gli aveva tenuto la mano finché i bombardamenti non erano cessati; finché papà e mamma non si erano affacciati in camera precipitandosi poi di sotto, dove qualcuno aveva pianto per un tempo incalcolabile. Liberatasi dalla mano del nonno, scendendo le scale, realizzò d’esser scalza, i piedi incrostati di fango.
Angelo stava dove l’aveva lasciato ore prima, immobile, la coperta così stirata sulla schiena da sembrare una statua di fronte al camino crepitante. Poi si volse a guardare mamma e papà che, seduti, si stringevano le mani sopra al tavolo.

«Cosa ti avevo chiesto di fare?» farfugliò d’un tratto suo padre.
«Tenere d’occhio mio fratello» rispose lei. Lui, voltatosi, guardò Angelo per un attimo, poi tornò a guardarla, muto. Lia allora lasciò la cucina. Salita la scala scalcagnata entrò in camera, s’infilò sotto le coperte gelate e si costrinse a leggere, senza speranza che qualcuno bussasse per convincerla a scendere.
“Tesoro, la vita è fatta per questo… rischiare”.

E bussarono. L’indomani molto prima dell’alba. La contessina aveva bisogno d’aiuto per partire prima che facesse giorno. Lia uscì di casa con la tela cerata del nonno e il libretto stretto fra le braccia.
Giunta di fronte al cancello della villa la pioggia si fece più fitta. Trovò la porta aperta, il camino spento. I lampi rischiaravano credenze e armadi spogli, i tuoni rimormoravano nelle stanze deserte. Poggiato il libretto sul tavolo in cucina, Lia iniziò dal primo piano: spazzò in terra, piegò coperte e lenzuola, infilandole in una cassa verde. E fu proprio frugando fra quella roba che s’accorse di quel drappo sul fondo del cassone sotto cui qualcosa sfregava.

Sollevandone con cautela gli orli, scovò un foglietto, quel foglietto porto dal ragazzo, ma in quell’istante udì la porta d’ingresso schiudersi. Svelta se lo ficcò nel cappotto. Poi un toc-toc la fece ruotare sui tacchi, il foglietto stretto fra le dita, in tasca. La contessa stava sulla soglia con l’impermeabile lucido di pioggia che gocciolava sul parquet. Il cranio blu rapato a zero, gli occhi colmi di una fissità vuota. Si guardarono a lungo, ma lo scroscio fuori scusò a entrambe il silenzio. Poi, da qualche parte in quel diluvio di tenebra, il rintocco delle campane segnò il tempo, restituendolo svuotato. Era ora di andare.

Marco Brion

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