Il porcile

il Mangiafuoco

Alessia Arti, Il mangiafuoco

C’è una interessante discussione che stiamo seguendo su Facebook e non sappiamo dove collocarci: ci torna utile il sempre utile né né, ma forse almeno abbiamo capito il motivo per cui non abbiamo un direttore ma IL Commissario. Intanto ci citano (inchino riconoscente) e la nostra rivista preferita (che ha un nuovo bellissimo sito) uscirà presto con il numero 10 extra. Perché extra? The answer tra due settimane (broom broom broom).
Veniamo a noi, con il racconto del mercoledì/giovedì che segue al racconto del lunedì/lunedì che veniva dopo il racconto della domenica/venerdì [“Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948.” (brooom brooom brooom)]. Vincenzo Zonno non aveva mai scritto per Verde, adesso invece sì, con Il porcile (titolo che cade a pennello a queste latitudini). Idem Alessia Arti e ce la teniamo stretta per un mese. Manca poco al ritorno di Vinicio Motta, segnate la data: venerdì o venerdì/sabato o venerdì/domenica o venerdì quanno ce pare, perché siamo anche un po’ blog.
In fede.

Erano giorni che vagavo senza conoscere la meta in groppa a un maiale enorme. In tutto quel tempo non avevo fatto altro che osservare affascinato l’essere silenzioso che, accettato il doveroso compito, mi trasportava continuando nel suo procedere sommesso. Grufolava di tanto in tanto in mezzo ai cespugli o ai mucchietti di foglie e rami in decomposizione, e emetteva suoni bizzarri che parevano provenire da una profonda caverna. Mi ero chiesto più volte se c’erano pensieri consci in quel testone che vedevo ciondolare da una parte all’altra senza alcun motivo, ma non avevo mai provato a interagire, temendo una sua reazione. Poi decisi che, non potevo peggiorare una situazione che aveva già raggiunto il culmine di una surrealtà accettabile, gli avrei rivolto la parola certo che mi avrebbe risposto.

«Hai mai amato qualcuno?»
Alzò il muso e mi guardò con occhi vitrei che riflettevano l’autunno che avevamo tutt’attorno, poi indifferente lo riabbassò.
«Allora, hai mai amato?»
«Potrei scrivere una magnifica storia per ogni donna che ho incontrato nella mia vita» disse alzando di nuovo il grugno per poi riabbassarlo verso il terreno che di certo lo affascinava più del mio sguardo consumato. «Per ogni donna che mi ha dormito accanto o semplicemente ho visto transitare per qualche istante davanti ai miei occhi. Da un marciapiede all’altro come se traghettasse fra le due sponde di un fiume» infilò una pausa eterna dopo questa frase, come se attendesse il fluire dei ricordi che si erano arrestati in qualche gorgo dei pensieri. «Non guardavo il mondo con questi occhi. Lo sentivo come se lo stessi accarezzando, percependone una dolcezza che però mi sfuggiva. A lungo, per tutto il tempo che anch’io avevo passato a transitare da un luogo all’altro senza cogliere nulla».

Probabilmente avremmo percorso ancora molta strada. Il suo silenzio era il risultato del mio che proprio non ero riuscito a dare un seguito alle sue parole. Eppure da qualche parte dentro di me c’era una soluzione a tutto. Ai miei e ai suoi dubbi.

«Dove siamo diretti?» gli chiesi dopo qualche ora, con la speranza che tutto fosse tornato all’origine.
«A casa, torniamo nel luogo più confacente alla nostra sopravvivenza».
«C’è un luogo che ci accomuna?»
«Sono nato in un porcile sul finire del bosco, sul fianco di un torrente. Eravamo in tanti stipati a gruppetti in piccole celle di alcuni metri quadri. Ci stavo bene. Passavo tutto il mio tempo a mangiare e ingrassare, e non mi interessava niente altro. Mangiavo qualsiasi cosa, mi piaceva tutto e non disdegnavo neanche le mie stesse feci. Tutto era cibo e mi faceva ingrassare come se quello fosse un vero obbiettivo. Come se fosse il mio».
«E poi? Poi cosa è successo, e cosa c’entro io in questa storia?»
«Poi senza un vero motivo è sopraggiunta una sorta di noia. Un giorno dei tanti sono andato via e sei comparso tu».
«Io? Proprio non riesco a capire».
«Non è facile. Non da dove stai. Troppo lontano dal terreno. Non puoi sentirne l’odore, e percepisci la vita labile, vaga. Ho smesso di divorare cibo iniziando a nutrirmi dei sentimenti altrui, e la mia ingordigia ha preso il sopravvento. Proprio come doveva accadere. Ero certo di donare felicità e invece mi nutrivo della generosità delle mie vittime. Del loro amore. Ma diveniva sempre più falsa questa mia certezza. La perdevo a ogni straccio di tempo, che fuggiva lasciandomi incompiuto. Poi arrivò lei. Lei cancellò le mie vicende passate per riscrivere un’altra storia» si fermò in una sorta di trance che durò molti minuti, quindi riprese come se si stesse svegliando da un sonno, «una storia più feconda».
«Chi è lei?»
«Diventano cosi labili i ricordi. Evanescenti si perdono e non hanno più alcun valore. Una sorta di ingiustificata sofferenza mi tormenta come se stessi vivendo senza più appigli. E mi pare impossibile questo limbo che distrugge ogni mia verità ma al contempo narcotizza i miei pensieri con una gioia dell’animo così difficile da interpretare. Può essere possibile tutto ciò?»
«Pare che stavolta sia tu la vittima di una passione. Come me del resto».
«Può esistere perfezione in un essere umano?»
«Sì, tu mi stai raccontando la mia storia».
«Hai ragione, è la tua e la mia storia. Quello che ero e quello che sono. Quello che sei e quello che tornerai a essere. Torniamo a casa. Ingrasseremo per un compito nobile. E stavolta anche noi saremo cibo per qualcun altro».

Smise di parlare nell’istante in cui cominciai a temere per il mio futuro. Sarei sparito? Sarei diventato un tutt’uno con lui, cibo per altri? Mi stava parlando di lei, la donna che aveva cambiato tutto e per qualche ignoto motivo anche lui conosceva. Lei, qual è il suo inferno e perché non lo colgo. Eppur mi sforzo ma… rimane cosi limpida ai miei occhi. Asseconda un’allegria incondizionata. E mi viene da credere stupidamente che ci sia un amore assoluto da qualche parte, e per uno strano caso del destino io l’ho travolto, lei mi ha travolto, mi scuote, rimesta. Avevo passato così tanto tempo della mia vita a nutrirmi senza mai pensare che un giorno io stesso sarei divenuto cibo. Eppure tutto ciò mi piace. Per questo fuggo e ritorno al mio porcile. Da dove sono venuto. Stranamente, anche questo lo devo a lei.

Lei possiede in sé tutte quelle spaventevoli caratteristiche che, quasi a schernirmi, ora mi donano l’unica sopravvivenza che mi sia possibile.

Vincenzo Zonno

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3 thoughts on “Il porcile

  1. Pingback: Una settimana di racconti #26 | ItaliansBookitBetter

  2. Che bello. Aperto, perché dei due, non sai mai chi dei due sia più umano. Potrebbe accadere anche a noi. Se solo sapessimo ascoltare il pesciolino a cui diamo da mangiare al mattino, le piante che annaffiamo o perché no, anche l’autovettura a bordo della quale trascorriamo la maggio parte del nostro tempo.

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