Fantasma

Ciao, nel momento in cui scriviamo queste poche righe è ancora 4 marzo e noi abbiamo votato. E allora? Risponde Stefano Solventi: «Sapessi quanto mi sono rotto il cazzo di sentirmi dire allora. È tutto un aspettarsi che io faccia quello che ci si aspetta. Ma l’ho capito che è una fregatura. Non lo vedi che tutto va a puttane se lo accetti, se ti adatti, quando ti metti a fare quello che devi fare? Quando scegli di fare la cosa migliore? È tutto finto. Sembra iniziare, invece no, finisce. Col cazzo che è la cosa migliore. Tu non lo sai qual è la cosa migliore, non lo sa nessuno».
Fantasma è illustrato da E/P VI VI VI. Chi ha vinto? Chi ha perso? Teneteci aggiornati, siamo pari?

(giugno 1988)

«Non bastano».
«È tutto quello che ho».
Luigi è in piedi accanto alla branda. Le banconote nella mano destra gli pesano come pietre. Il ragazzo che chiamano Bamba si alza producendo un cigolio di materasso e rete. Fa scorrere lo sguardo lungo tutta la camerata, uno sguardo elastico, allenato. Annuisce.
«D’accordo, vieni».
S’incammina verso i bagni. Luigi rimette le quindicimila lire in tasca e lo segue. Osserva la maglietta olivastra di Bamba, scolorita e sformata, un’ombra più scura nella verticale di metà schiena. Osserva quelle gambe magre fasciate dalla mimetica aderente che, si dice, abbia fatto restringere apposta. I piedi gli ciabattano nelle infradito rosse, rivelando un languore involontario, connaturato. Bamba sceglie l’ultimo bagno sulla sinistra. Apre la porta, con uno scatto breve della testa indica a Luigi di entrare.
«Siamo fortunati» dice Bamba con un sorriso pigro, «li hanno puliti da mezz’ora e non ci hanno ancora cacato».

Il candore dei suoi denti spande un accenno di malizia trasandata. Luigi nota la peluria sulle guance e sopra le labbra. La patina di sudore sulla pelle abbronzata della fronte, tra le sopracciglia affilate. Bamba tiene aperta la porta e gli fa cenno di passare. Luigi entra nel bagno e guarda dritto davanti a sé: fissa il vaso senza ciambella, la parete piastrellata di bianco sporco con le scritte mezzo cancellate. Sul pavimento nota qualche goccia giallognola. Luigi pensa che Bamba abbia ragione, poteva andare peggio. Ricorda ancora quando, forse due mesi prima, era entrato in quel cesso con le pareti spalmate di merda fino all’altezza del naso, la fuga immediata e i conati che gli spezzarono ugualmente lo stomaco.
Bamba si chiude la porta alle spalle, gira la levetta. Porge il palmo aperto verso Luigi, piega la testa e fa un ghigno da attore.

«Anticipato».
«Sì, giusto».
Luigi deposita le quindicimila sul palmo di Bamba, che le fa sparire in tasca, senza cambiare espressione.
«Bene. Visto che è la tua prima volta, ti spiego. Sul vaso non mi siedo. Di inginocchiarmi non se ne parla, per terra c’è sempre piscio. Per cui, sali sul vaso.»
«Sul vaso?»
«Sì. In piedi».

Luigi deglutisce, fa segno di aver capito e sale sul vaso. Ha ancora indosso gli anfibi, che lasciano impronte grigie sulla ceramica. Allarga le braccia e fa forza con le mani sulle pareti per assicurarsi l’equilibrio. A quel punto si accorge che la sua fronte, gli occhi, sono più in alto delle pareti dei cessi. Osserva la porta grigia che dà sulle camerate come se non la riconoscesse, prima di sentire un brivido irradiarsi dal collo ai fianchi.

«Oh, però così mi vedono».
«E tu abbassa la testa».

Con un movimento fluido Bamba afferra la cintura di Luigi, sgancia la fibbia e inizia a sbottonare. Luigi sente il respiro infittirsi, chiude gli occhi nel momento esatto in cui Bamba gli abbassa i boxer e si produce in un sussulto di finta sorpresa.

«E questo che è, un complimento?»
Bamba prende il cazzo in erezione di Luigi con due mani e alza lo sguardo, parlandogli con un’espressione di strana sufficienza.
«Complimenti eh, non me lo aspettavo grosso così. Ti facevo mezza sega».
Luigi ha gli occhi socchiusi, il volto arrossato. Sembra uno che sta per buttarsi o a cui stia per crollare qualcosa addosso. Bamba ridacchia e muove lentamente le mani.
«Ora stai calmo, non è che mi svieni, eh?»
Luigi socchiude le labbra e scuote la testa.
«No, macché».
«Ecco, bravo. Tranquillo».

Bamba libera completamente il glande di Luigi e inizia a lavorare di labbra, di lingua. D’improvviso lo prende in bocca e Luigi ansima, sussulta, smorza parole convulse. Viene in pochi attimi. Bamba mugugna un’esclamazione divertita, aspetta che Luigi abbia smesso di venire poi si stacca, si gira e sputa a lungo per terra. Luigi resta in piedi sul vaso, le mani alle pareti, il busto incurvato, gli occhi socchiusi. I lineamenti congestionati in un’espressione di sgomento.
Bamba ha finito di sputare. Guarda Luigi ed esita, immobile, come in vaga contemplazione.

«Oh, va tutto bene?»
Luigi annuisce, inspira.
«Sì, sì».
«Ci hai messo cinque secondi. Stavi per esplodere?»
«Scusa. Tre mesi. Da tre mesi che non venivo».
Bamba si sta asciugando la bocca con la carta igienica.
«Neanche una sega ti sei fatto?»
Luigi scuote la testa. «Non voglio farmene più».
«Che coglione. Scendi va, che usciamo».
Bamba toglie la levetta, socchiude la porta e getta un’occhiata nello spiraglio.
«Via libera».

Si volta, vede Luigi ancora in piedi sul vaso, le mani aggrappate alle pareti, i pantaloni abbassati. Piegato, come prima. Il volto teso, piangente. Bamba non può fare a meno di pensare, per un attimo, che gli sembra un cristo smarrito, caduto in quel cesso di caserma da chissà dove. Richiude la porta.
«Oh, che ti prende?»

Luigi singhiozza e a ogni singhiozzo la testa si abbassa. Guaisce come una bestiolina, come un bambino che ne ha prese tante da non riuscire a piangere. Bamba fa un passo verso di lui, lo sorregge per i fianchi. Poi si avvicina ancora, supera quel misto d’imbarazzo e schifo – che strano provare schifo, pensa, per questo cretino moccioso, se prima mi sono fatto sborrare in bocca – e lo abbraccia.
«Stai calmo, oh. Va tutto bene. Va bene, no?»
Luigi tira forte su col naso e scuote la testa.
«Non te ne andare. Non ve ne andate».

Bamba un po’ non capisce, un po’ fatica a credere di avere capito. Resta lì, abbracciato a quel ragazzo che un movimento alla volta è sceso dal vaso del cesso e gli grava addosso, come un sacco pieno e vuoto insieme. Bamba resta lì, appeso a quelle parole che ha sentito, che ha capito.

«Sei qui da marzo, vero?»
«Sì».
«Abiti a Firenze?»
«Vicino».
«Non sei di quelli che si fanno notare».
Luigi scuote piano la testa, appoggiato al muro.
«No».
«Io sono di Grosseto».
«Lo so».

Luigi fa un sorriso debole. Bamba aspira una boccata di fumo profonda e rimette la mano con la sigaretta fuori dalla finestra.

«Devi starci altri otto mesi qui, lo sai. Prendila più tranquilla».
Luigi inspira, alza gli occhi al soffitto, schiude le labbra.
«Non ci sto male, qui».
«E allora? Cos’hai, ti ha piantato la ragazza?»
«No. Cioè, per quello che me ne frega».
Bamba aspira fumo, misura con un’occhiata lo stato della sigaretta, la rimette fuori dalla finestra.
«E allora?»
Luigi si volta, poi fa ruotare di un quarto le spalle, i fianchi. Appoggia la spalla destra e la fronte al muro, gli occhi impantanati d’inquietudine.
«Non voglio che cambino le cose. Non voglio che ve ne andiate».
Bamba fa un ghigno.
«E cosa dovrei dire io? Così bene non sono mai stato. A parte all’inizio, i primi giorni, quei nonni di merda a Viterbo. Il culo che mi hanno fatto. Adesso mi diverto e faccio pure i soldi. Però è finita, cinque giorni e mi tocca tornare a quello schifo, a cercare un lavoro del cazzo».
«Non ce lo avevi già, un lavoro?»
«Sì. In tipografia. Ma non ci torno».
«Perché?»

Bamba aspira fumo, fa la faccia storta e getta la cicca dalla finestra, giù nel cortile assolato.

«E tu, che facevi a casa? Il lavoro ce l’hai?»
Luigi incrocia le braccia al petto.
«Ho iniziato l’università, ma ho mollato dopo due esami. Poi ho trovato un lavoretto da un commercialista».
«È un lavoro, no?»
«Non lo sopporto. Neanch’io ci torno».
Bamba si stringe nelle spalle. Chiude gli occhi, si stira. Luigi raduna un po’ di coraggio prima di parlare.
«Cosa pensi di fare quando… Dopo che ti sei licenziato?»

Bamba sbadiglia, lo guarda. Si solleva sul davanzale con uno scatto e si siede. Luigi si ritrova a pensare che si muove come un uccello, come se avesse le ossa cave. Il davanzale è stretto, ma è sufficiente per il culo magro di Bamba, per la sua leggerezza precaria.

«Cosa penso di fare non lo so. Però intanto qui ho capito una cosa. Ogni cazzo succhiato me l’ha fatto capire. C’è sempre una strada, sempre, per diventare quello che sei».
Luigi prova un fastidio istintivo per le frasi fatte. Questa non fa eccezione.
«E l’hai capito succhiando i cazzi?»
Bamba arriccia le labbra, guarda in basso.
«Guarda che non sono finocchio».

Lo ha detto con la voce più spessa e volatile, una voce fatta di temperatura più alta, con più profondità che contorni. Luigi è colpito ma cerca di tenerselo dentro. Vorrebbe chiedere a Bamba qualcosa che non sa chiedere. Resta in silenzio.

«Ho una ragazza» riprende Bamba. «È pure bella, e in gamba. Più di me».
Luigi alza appena le spalle.
«E allora?»
Negli occhi di Bamba vibra una rabbia vecchia, rugginosa.
«Sapessi quanto mi sono rotto il cazzo di sentirmi dire allora. È tutto un aspettarsi che io faccia quello che ci si aspetta. Ma l’ho capito che è una fregatura. Non lo vedi che tutto va a puttane se lo accetti, se ti adatti, quando ti metti a fare quello che devi fare? Quando scegli di fare la cosa migliore? È tutto finto. Sembra iniziare, invece no, finisce. Col cazzo che è la cosa migliore. Tu non lo sai qual è la cosa migliore, non lo sa nessuno».
«Io non lo so» dice Luigi col tono più basso di un’ottava. «Sto bene qui, con voi. Con te».
Bamba scende dal davanzale.
«Ma se neanche mi conosci».

Si fronteggiano. Luigi è più alto di cinque centimetri buoni. È pallido e spigoloso. Sul suo volto le ombre appaiono e scompaiono rapide, scoscese. Ha la postura strana, sbilanciata. Sembra sempre aggrappato a qualcosa di ruvido. Bamba mette le mani sui fianchi e inclina la testa.

«La sai la cosa buffa? Qui tutti mi chiamate Bamba, per via del cognome, Bamberghi. Neanche lo sapevi che mi chiamo così, vero? È andata così fin dal primo giorno. Per un anno tutti a chiamarmi Bamba, e divento Bamba. Mi sta bene, no? È un nome un po’ cazzone e un po’ da frocio. Perfetto. Mi sta benissimo. Però attento: qui sono Bamba, e qui Bamba finisce. Muore fra cinque giorni, col congedo».
Alza la mano destra, le dita aperte. Poi le chiude con un movimento progressivo, scenografico.
«Puuuf. Finito. Scomparso. Un fantasma. Bamba è un fantasma».

Luigi sostiene quelle parole, quei gesti, quello sguardo piantato negli occhi. In pochi istanti si sente svuotare di amarezza, di rabbia. In pochi istanti sente di non avere più niente da proteggere. Abbassa la testa.
«Vorrei fare il fotografo».
Bamba s’illumina di sorpresa.
«E me lo dici così? Ce l’hai la macchina fotografica?»
Luigi annuisce e il volto di Bamba si illumina.
«Vuoi dire che ce l’hai qui?»
«Sì».

Bamba inspira ed espira. Una volta, due. Allunga una mano sulla spalla di Luigi. Entrambi avvertono il calore dell’altro.
«Hai voglia di farmi qualche foto?»

***

(novembre 1988)

Luigi rientra nel corpo di guardia con un occhio che lacrima per il vento. Si butta su una branda sfatta, infastidito dalla coperta ruvida, dalle macchie di fango sulle lenzuola. Non vale la pena togliersi gli anfibi. Non lo fa nessuno, del resto. Tre ore di sentinella al cancello d’entrata, tre ore a passeggiare in un raggio di due metri quadrati col PM12 a tracolla, e occhio a chi passa, e mettersi sugli attenti dal caporal maggiore in su, e tenere le braccia squadrate, le mani rigide sulla mitraglietta. Di giorno, sono tre ore che passano con la tensione di essere sorpreso appoggiato all’inferriata dal maresciallo carogna, con la minaccia dell’ispezione del sottotenente che ti incula se l’alito sa di stravecchio. Di notte, sono tre ore di pensieri che vagano a circoli, a spirale. Pensieri che s’incartano in un avanti veloce, pensieri sordi che vanno a insabbiarsi nel vicolo cieco delle prospettive. Poi c’è il sonno, il sonno che ti morde gli occhi, un sonno che diventa solido, zavorra d’aria e articolazioni incagliate.

Luigi non sa togliersi dalla mente quella volta che, per il sonno, la pozza d’acqua smossa dal vento gli era sembrata un cane che si rotolava sull’asfalto. Era stata un’allucinazione vivida, concreta. E non aveva bevuto quasi nulla. Adesso, sdraiato in quella branda sporca nel tardo pomeriggio di un novembre umido, Luigi porta un avambraccio sugli occhi per darsi un po’ di buio. Il cambio della guardia ha già smaltito il consueto campionario di chiacchiere, proteste, invettive a vuoto e prese per il culo. Luigi non ha voglia di mangiare, di parlare, di leggere o ascoltare musica. Vorrebbe dormire o fingere di farlo per le successive tre ore, prima del nuovo turno al cancello d’entrata. Tenta di non pensarci.

«Oi, Luigi».
Toglie l’avambraccio per vedere il proprietario della voce, anche se l’ha riconosciuta.
«Ciao Salvo. Sei di guardia anche tu?»
«No».

Salvo si accuccia accanto alla branda. Porta il basco di traverso, anche se non potrebbe. È arrivato da due mesi. Tecnicamente è ancora un missile, ma ha stretto amicizia con tutti gli anziani, mosso da un’energia elastica di primeggiare, di rifutare la subalternità.

«Se non sei di turno non puoi stare qui. Ci farai punire tutti».
«Ti devo parlare».
Luigi ispessisce lo sguardo. Calcola le correlazioni di lineamenti e postura, quella vibrazione d’ansia dissimulata, la luce negli occhi crudi di Salvo. La sua equivoca determinazione.
«Cosa c’è?»
Salvo mette una mano sul braccio di Luigi, stringe appena.
«Mi hanno detto delle foto».
Luigi non cambia espressione.
«I soldi ce li hai?»
«Sì».
«D’accordo. Quando vuoi fare?»

Al suono della campanella che annuncia la mensa, Salvo e Luigi restano ognuno nella propria branda, indifferenti. La camerata si svuota velocemente, consumando chiacchiere logore e un brulicare di ammiccamenti rituali. Rimasti soli, i due ragazzi si cercano con lo sguardo. Luigi inspira, apre l’armadietto e prende un borsetto di tela. Scende dalla branda e raggiunge quella di Salvo, che lo attende con l’espressione guardinga, la tensione dominata a stento. Luigi allunga la mano libera verso di lui, il palmo aperto, verso l’alto.

«Anticipate».
Salvo afferra cinquemila lire da sotto il cuscino e le passa a Luigi, che annuisce con un mezzo sorriso.
«Bene. Puoi guardarle qui, io controllo che non arrivi nessuno. Un quarto d’ora al massimo, ok?»
Salvo ha la voce che trema.
«D’accordo. Le hai scattate tu, vero?»
Luigi fa passare qualche istante, come se gli si fosse spostato qualcosa dentro.
«Sì».
Un bagliore lento attraversa la patina di sudore sulla fronte e sugli zigomi di Salvo, che si scuote con un sussulto e apre il borsetto, i movimenti frenati a stento, elettrizzati. Luigi distoglie lo sguardo e si allontana di qualche passo, fermandosi all’ingresso della camerata. Dal corridoio arriva il rimbombo smorzato della mensa, un impasto batterico di schiamazzi e stoviglie sbattute, di sedie trascinate e scoppi di risa senza fondamento. Fa in tempo a distinguere due voci conosciute, distorte dall’eco attorcigliato delle scale, prima che l’urlo secco del sottotenente spiani un improvviso silenzio. La calma dura pochi secondi, poi i volumi riprendono progressivamente ad alzarsi, come una marea greve, ostinata.
Luigi si è appena accorto di avere fame, quando inizia a riconoscere il respiro affannoso e il sottofondo ritmico del movimento masturbatorio di Salvo.
Sorride.
Bamba, pensa, ne sarebbe felice.

Stefano Solventi

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