Michèle Morgan a Via Merulana

Oggi Michèle Morgan a Via Merulana, domani Lucia Ghirotti a Via di Porta Labicana 24 per la prima serata di 8×8, un concorso letterario dove si sente la voce (di Verde): vi aspettiamo. L’illustrazione inedita è di Giuditta Bertoni.

Venerdì

«…E poi non ti farebbe male dare una mano a chi è in difficoltà, voi siete ragazzi privilegiati, viene anche la figlia di Emma, Lorenza, te la ricordi Lorenza? Avete fatto la comunione insieme, vedessi com’è diventata bella. E dai Francesco, per una volta fai qualcosa con me, è domenica pomeriggio, qualche ora…»

Francesco alza la testa dal piatto di pasta e guarda la madre che, come sempre, quando a tavola cerca di travestire un ordine da favore personale a cui si può anche dire di no, si irrigidisce sulla sedia, serra la bocca e lascia andare solo gli occhi, che le diventano più grandi, più chiari.
«Mamma, no, non posso proprio, e poi non mi va, non ci verrei comunque. E poi che è ‘sta storia che mi devi invogliare con le figlie delle amiche tue, sei ridicola».

La madre si alza per raccogliere le scodelle; ci mette sempre un po’ prima di tornare dalla cucina con il secondo, deve riporre prima tutti i piatti usati nella lavastoviglie e pulire il ripiano dove sono stati appoggiati, anche se solo per un minuto, tutto deve rimanere come lascia Cory quando va via alle sei del pomeriggio. C’è anche quel minuto che serve a farle accendere la sigaretta di nascosto, sul balconcino della cucina, dare tre o quattro tirate, nascondere il mozzicone nel sottovaso del rosmarino e sciacquarsi la bocca sul lavello, asciugandolo subito dopo.
Il cellulare nella tasca dei pantaloni gli fa vibrare una natica due, tre volte. Guarderà dopo chi gli sta scrivendo, anche perché il padre ha lasciato cadere rumorosamente la forchetta sul piatto, infastidito dal ronzio.

«Francesco, a parte che si era detto basta telefono a tavola, e a tavola vuol dire anche addosso, sulla sedia, sotto al sedere, dove ti pare, e poi domenica mi avevi promesso di venire con me al circolo, te lo ricordi che c’è il torneo di doppio padri-figli? Sono settimane che mi alleno, tu sono tre mesi che non giochi e non ti fai vedere. Io trascuro lo studio e i pazienti e tu invece te ne fotti».

Francesco fa disegni con la forchetta sul purè e pensa che sì, in effetti sono settimane che Cory lava le divise di qualcuno che non è papà. Passando con lo scooter sotto lo studio aveva visto uno scambio di borse del tennis tra il padre e un amico di famiglia, famiglia loro, visto che la sua lo aveva scaricato anni prima e adesso si prestava a sfasciare quelle degli altri. Tutte quelle ore di allenamento rinfacciate, nella testa di Francesco rinculano addosso al padre sottoforma di immagini da vomito in cui il primario, col camice slacciato e la faccia sudata, guida una qualche testa bionda.

«No, Guido, scusa, si era stabilito che Francesco mi veniva ad aiutare al Charity Day, oramai ho detto che ci sarebbe stato anche lui a scaricare i furgoni, ma che figura ci faccio con le altre».
«Serena, da te ci sarà un sacco di gente, chi vuoi che ci faccia caso se c’è o non c’è Francesco, io invece, se lui non c’è, è proprio inutile che vada».
Il purè nel piatto del ragazzo ora è un fortino perfettamente circolare intorno ai bocconcini di carne sistemati a piramide. Il cellulare continua a vibrare, lo stanno cercando e lui vorrebbe alzarsi per rispondere.
«Guido, a proposito di domenica, hai trovato la sostituzione di Olga per tua madre? Avevi detto che te ne occupavi tu, questa settimana. Non dirmi che ti sei dimenticato, oramai è tardi per chiedere a Cory, poi lo sai che lei si scoccia quando tua madre comincia a chiederle i dolci e la insulta al primo rifiuto. L’altra volta l’ha chiamata puttana, cioè Cory mi ha detto “donna cattiva”, ma io ho capito. Forse dovremmo aumentarle il farmaco che la tiene calma».
«Domani parlo con Iorio che tanto è di turno con me in ospedale e vedo di farle aggiustare la terapia, lui è sempre molto cauto, trattandosi di mia madre, però vedo di convincerlo, che poi mica è lui che ci deve combattere, all’altra sostituta il mese scorso ha tirato un libro in faccia perché leggeva male, non te l’avevo detto?»

Serena si alza, porta i piatti in cucina e Francesco la sente lamentarsi dello scarso ordine nel cassetto delle posate e del fatto che oramai ha provato tutte le filippine di Roma nord, ma nessuna la capisce, nessuna l’aiuta veramente e tutte se ne fregano. Mentre sbatte coltelli e cucchiai per risistemare tutto come deve essere il cassetto delle posate di una casa dove non accadrà mai nulla di brutto, lancia la proposta.

«Vacci tu da tua madre domenica, se Francesco viene con me tu comunque non puoi giocare, Risparmiamo ottanta euro di sostituzione e stai un po’ con lei, che sono dieci giorni che non la vedi, io almeno ogni tanto vado a controllare, sennò Olga non fa più niente e diventa la padrona lì dentro».
«No, Francesco per una volta viene con me e fa quello che gli dico io, vero Francesco?»
La madre si affaccia in sala da pranzo con un mestolo in mano. Dalla tasca della felpa si scontorna chiaramente un pacchetto di sigarette che nessuno sente la necessità di farle notare, visto che Serena non fuma.
«È ora di sistemare una volta per tutte la questione delle sostituzioni per tua madre. Non è possibile che mi debba occupare io anche di questo, dopo tutte le cose che mi lasci sulle spalle, io domenica ho la beneficienza e da lei non posso andare, chiaro?»

Francesco sa che oramai si è innescata una discussione che non lo riguarda più, la nonna lo protegge ancora, anche da lontano, anche da dove vive adesso, che è la stessa casa di sempre, però abitata da persone che vede soltanto lei e dove succedono cose accadute cinquant’anni prima, quando era una maestra elementare, vedova a trent’anni con un figlio da mantenere e da far studiare. Quando la malattia ancora le permetteva di mettere i ricordi nel giusto ordine, raccontava a Francesco che gli unici lussi che si permetteva prima che Guido si laureasse erano i romanzi francesi e i dolci di Regoli, e lei ora doveva stare lontana dagli uni e dagli altri, per la semicecità, per la demenza e per il diabete.

Francesco si alza da tavola e si dirige verso camera sua. Si ferma nel corridoio e accende il display del cellulare per scorrere i messaggi.
Lo ha cercato Stecca:
“Allora Fra damose na punta fuori scuola domenica pomeriggio poi si scavalca e cominciamo a portà dentro il materiale”.
“Mi dispiace, ma mi sa che domenica non posso più”.
“Ma che stai a dì l’occupazione è lunedì mattina presto se non portiamo prima gli striscioni la vernice e pure la sega elettrica col cazzo che lunedì entriamo facile”.
“Alla riunione dicevamo niente sega”.
“Fra ma te ancora n’hai capito che pe’ tenette boni tutti qualcosa devi dì che li fa contenti, Tanto poi mica so loro che scavalcano, che sfondano le porte, che staccano le telecamere, loro rischio zero, loro entrano perché gli abbiamo aperto noi”.
“Dicevamo niente danni, eravamo tutti d’accordo”.
“Certo Fra, sonamo il campanello. Non fa l’infame domenica, vieni e basta. Se ti tiri indietro sei finito”.
Francesco cerca ancora nella lista dei messaggi, trova quello che aspettava.
“Va bene io faccio. Trovo cose che vuoi e ti porto a te”.
“Grazie, ma devono essere proprio come ti ho detto io, quelle buone, le devi prendere dove ti ho detto e me le devi lasciare lì, io non posso andarci in giro”.
“Guarda io prendo ma c’è pericolo tu sa questo”.
“Non farò nomi, non preoccuparti”.

Domenica

«Pronto, mamma? Senti mi dispiace, sono qui al circolo con papà, tra poco giochiamo, non potevo lasciarlo solo».
«Papà? Sto alla vendita di beneficienza, mamma ha bisogno e glielo avevo promesso, certo che mi dispiace, eh, lo so, scusami, dopo tutti quegli allenamenti che ti sei fatto, poi».
“Ste, non vengo, m’hanno incastrato i miei”.

Infila la chiave e gira due mandate per aprire. Olga ha l’ordine di chiudere sempre quando va via, e se protesta che la cosa impedirebbe alla signora di uscire per un’emergenza, i genitori di Francesco rispondono che comunque la signora un’emergenza non la saprebbe capire, quindi preferiscono correre il rischio per quel poco tempo in cui viene lasciata sola.
«Corrado, sei tu? Mi fai sempre aspettare, mascalzone».

Francesco percorre tutto il corridoio del vecchio appartamento dell’Esquilino. La nonna è seduta sulla poltrona dello studio. Olga l’ha sistemata per bene prima di uscire, le ha messo il golfino blu di cachemire e anche le perle. Che il nonno non si chiamasse Corrado, questo si sapeva, ma la nonna era rimasta vedova a trentadue anni e bella era stata bella, la Michèle Morgan di via Merulana, e qualcuno intorno aveva sempre.
«Nonna, sono io, sono Francesco, mi levo la giacca e ti faccio vedere cosa ti ho portato».
«Chi è adesso questo Francesco, io aspettavo Corrado».

Francesco va in cucina, sul tavolo Olga ha lasciato il pacchetto con quello che lui le aveva chiesto di portare. È stata brava, è andata da Regoli e ha preso i bignè con la crema e quelli alla nocciola, i preferiti della nonna. Rischia brutto, ché se Guido o Serena se ne dovessero accorgere lei passerebbe un guaio.

«In alcune province si trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella dei chiostri più tetri, delle lande più desolate, delle rovine più tristi: in queste case vi sono forse qualche volta e il silenzio del chiostro, e l’aridità delle lande, e le rovine…»
Honoré de Balzac, Eugénie Grandet

«Perché ti sei fermato, Corrado? Su, arriva fino a quando Eugenia incontra Carlo, poi mangeremo un altro bignè».

Lucia Ghirotti

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