Ascenseur pour l’échafaud #4: Sarah Kane

sarah kane giuditta bertoni

Giuditta Bertoni, Sarah Kane

Sono le 4:48 e Sarah Kane ci manca da 19 anni. Tanti ne saranno domani dalla notte del 20 febbraio 1999, che Sergio Gilles Lacavalla ripercorre, insieme ai cinque testi tetrali, nella quarta puntata di Ascenseur pour l’échafaud: “Lo sguardo ha un’accelerazione che corrisponde ai gesti necessari per sfilare quelle stringhe. Movimenti veloci prima di ogni ripensamento. Prima che qualcuno la scopra e butti giù la porta. Veloci e precisi. Basta quello di un solo anfibio. Si toglie l’anfibio, finisce di sfilare il laccio. Il piede nudo a contatto con il pavimento freddo le dice di tutto il gelo che avvolge ogni povera vita che ha perduto per sempre “la fede nell’amore” e vaga folle per Denmark Hill, attraversa un corridoio e si chiude a chiave in un bagno. Non dovrebbero lasciare la chiave nella serratura del bagno degli aspiranti suicidi. In questa situazione non puoi che sentire su di te tutta la crudeltà e la violenza delle relazioni. È colpa tua se tutto va male.”
L’illustrazione inedita è di Giuditta Bertoni

Nota dell’autore. I frammenti estratti dalle pièce di Sarah Kane sono nella traduzione italiana di Barbara Nativi. I titoli ho preferito lasciarli in inglese per conservare le varie sfumature di significato che alcuni di essi hanno.

Non poté fare a meno di ridere. Era una risata appena accennata, più che altro un sorriso ironico, con gli occhi abbassati gonfi e lucidi di sonno indotto e pianto da psicofarmaci, la mano che sfiora la bocca come per coprirla, quasi temesse che qualcuno potesse accorgersi della sua espressione, di quella smorfia tra l’amaro e il triste divertimento che diceva chiaramente Vi ho fregato. E, in effetti, li aveva proprio fregati. La paziente che doveva essere tenuta sotto stretta sorveglianza si alza dal letto e se ne va in bagno senza che nessuno se ne accorga. Avrebbero dovuto fermarla se lasciava la stanza. Se tentava di fuggire, sottoporla a trattamento sanitario obbligatorio. Nessuno che la fermi e la leghi al letto. Perché lì non c’è nessuno. Sotto il letto ci sono i suoi anfibi. Priva dei calzini, se li mette ai piedi. Li guarda e sorride. Che stupidi, pensa. La luce sfinita del bagno del King’s College Hospital riflessa sui Dr. Martens è l’ultima luna visibile alle 3 e mezza del mattino. La luna fa pena alle 3 e mezza del mattino. Anche lei fa pena alle 3 e mezza del mattino. Con un affaticato residuo d’orgoglio, nel suo pigiama, duplicata nello specchio, si fa proprio pena. La luna è una lampadina che rischiara la sconfitta. La drammaturga più in vista del nuovo teatro inglese ha perso. La lampadina è il riflettore acceso sulla sua disperazione. La lampadina comincia a scottare, e lei sta bruciando. Era stato sempre così. Si svegliava fra le tre e le quattro e non si riaddormentava più. Anche se teneva la luce spenta, non riusciva a riparare lo sguardo da quella luna artificiale che illuminava la parte più oscura dei suoi pensieri. Si metteva a scrivere. E tutto peggiorava. La necessità d’amore si risolveva in giochi di sevizie e distruzione. Nella crudeltà di ogni rapporto. Alla fine nella lunga confessione di una mente danneggiata irrimediabilmente dalle proprie parole. Andare sempre più a fondo in esse. “Io scrivo la verità e lei mi uccide”.

Le sue parole illuminate da quella lampadina erano spietate. Avrebbe voluto solo una tregua. Una sospensione dell’ansia. Poter non pensare, poter staccare i fili elettrici, rompere l’interruttore, sbriciolare la lampadina. Ma lei non può più niente. Se non serrare gli occhi e non riaprirli più. Mai più. Identificava le 4 e 48 come l’ora in cui “la lucidità mi fa visita”, scriveva nel suo ultimo dramma finito tre giorni prima intitolato con quell’orario e la psicosi che portava con sé. La lucidità di quando non è più notte e non è ancora mattina e tutto ti appare per quello che è in realtà. Orribile. Lo spazio di tempo in cui tu non sei niente, non vali niente e pensi di farla finita. “Ricorda la luce e credi nella luce. Nulla importa ormai”. Alle 3 e 30. Alle 4 e 48. Ciò che conta è non arrivare a un’altra luce a cui ha smesso di credere, a un nuovo giorno. “Nulla importa ormai”. Ancora la scrittura, le revisioni, le prove a teatro, la critica che ti maltratta, ti insulta, il pubblico che ti ama e nessuno ti ama, se non ti ama una persona, una sola persona, non ti ama nessuno. Non c’è nessuno nel tuo letto dopo essere uscita dal teatro. Ti svegli alle 3 e 30, alle 4 e 48 portandoti dietro gli ultimi istanti di un sogno in cui c’è lei e tu le baci la bocca. Sei sveglia e vorresti sulle labbra il sapore della sua saliva, quello degli umori del suo sesso, lei ti sorride, tu la lecchi tra le cosce, con una mano le fai indurire un capezzolo, le infili un dito nel culo e continui a leccare, lei socchiude gli occhi, viene di nuovo e le tua bocca è bagnata. La tua bocca è asciutta. Le labbra screpolate dal desiderio insoddisfatto, dalla trascuratezza, non metti più il burro di cacao, dalla solitudine, sono aride. Vieni a vivere da me, porta le tue cose e vieni da me, oppure prendiamo un appartamento a Chelsea, che ne dici? Staremo più vicine al teatro. Lei non c’è, sei sola nel letto e la tua bocca è asciutta. Alle 3 e 30, alle 4 e 48. Allora cosa vuoi aspettarti da un altro giorno? Un giorno prosciugato dell’amore. La notte con la lampadina accesa. A casa tua. Arriva dalla strada anche la luce di un lampione. È gelida e rarefatta. In una casa di cura, reparto neurologia, vicino a dove abiti, a Brixton. Disse: «Sono innamorata». Aveva scritto “Cleansed” e disse al collega e amico Mark Ravenhill: «Eh già, mi sono innamorata» con quel sorriso che non ti comunica niente di buono. Sapeva che la sua speranza nell’amore avrebbe incontrato presto in uno sguardo indifferente, in una frase crudele, in un rifiuto, in un tradimento la disillusione. Mi piaci. Lei non ti risponde. Mi hai sentito? Ti ho detto che mi piaci. Lei non ti ascolta. Forse ti deride. «Mi sono innamorata» e essere innamorati, come aveva letto in “Frammenti di un Discorso Amoroso” di Roland Barthes, “quando si è respinti, è come essere a Dachau”. Il dramma si svolge in un’università trasformata in una specie di campo di concentramento dove si eseguono esperimenti torture sugli amanti. Per testare la loro resistenza, fino a che punto si è pronti a soffrire per amore. Fino all’eliminazione. O a sopravvivere, con il proprio amore intatto, malgrado le mutilazioni. Rod: “Tu moriresti per me?” Carl: “Sì” […] Rod: “Io non morirei per te”. Carl: “Non c’è problema”. Ma Carl tradisce Rod, uccidi lui non me, supplica, dopo essere stato sodomizzato con un palo per ordine del crudele direttore del college Tinker e minacciato di farlo morire impalato. “Ti amo Rod morirei per te”, lo schernisce Tinker e poi gli taglia la lingua. Gli fa inghiottire l’anello che sanciva il loro amore. In un’altra scena gli mozzerà anche le mani. Ancora un’altra e saranno i piedi a essere amputati. Non puoi più danzare per chi ami. Rod alla fine si sacrificherà per il suo povero vile pentito amante perdonato e innamorato sempre più lasciandosi tagliare la gola dal loro aguzzino. “Io. Non Carl. Io”. Grace, al suo adorato fratello morto d’overdose d’eroina iniettata in un occhio per sua richiesta da Tinker e tornato in un’allucinazione, fantasia, sogno più reale della realtà, forse è questa la realtà, per amarla ancora dice: “Amami o uccidimi, Graham”, dopo averlo baciato dolcemente sulle labbra. Si baciano ancora. È “un bacio più profondo”. “Io pensavo sempre a te”, le dice lui. Lei risponde che “non importa. Sei andato via ma adesso sei tornato, è questo che conta”. Anche lui dirà: “Amami o uccidimi”. Ma lei non era tornata. Amami o uccidimi. Non c’è alternativa. Ascoltami: se non mi ami mi uccidi. Il fratello protegge con il proprio corpo quello della sorella da una scarica di proiettili di fucile automatico. Grace era stata massacrata di botte e violentata davanti ai suoi occhi per essersi accoppiata con quel tossico consanguineo, la “troia”. Lui le tiene la testa. Dal suolo spuntano narcisi che sbocciano. Per lei non c’è nessun fiore, se non quelli di convenzione del dopo spettacolo. Che non odorano neanche. Consegnati recisi, già morti. Si sente morire.

Quando, nella primavera del 1998, sostituì, perché malata, Suzanne Sylvester nella produzione di James MacDonald di “Cleansed” presso il Royal Court Theatre, lei interpretava Grace, era nuda ed era già delusa e senza più speranze. «Com’è recitare nel proprio dramma?» le chiese Ravenhill. «Non sto recitando nel mio dramma. Perché quel dramma è stato scritto da qualcuna che aveva speranza». Colei che amava non desiderava più il suo corpo, probabilmente non l’aveva mai desiderato, i suoi pensieri in quel corpo rivelato in scena con tutti i sentimenti scoperti sull’epidermide. Il pubblico la guarda. Lei è nuda. «Ti ritrovi completamente nuda davanti a centinaia di persone… Il primo istinto è quello di scappare via, ma in realtà quello che ti viene richiesto è molto semplice. Che cosa voglio? Che cosa provo? E come arrivo a provare questo?» Guarda in platea: «Che cosa voglio? Che cosa provo? Come arrivo a provare questo?» Cosa provo per te è qui sulla mia pelle, i peli si drizzano, puoi vederli in controluce, quelli degli avambracci, quelli del pube, la leggera peluria bionda sulle cosce che non si vede se non in questo riflesso strano che fanno le luci, sento freddo e sento caldo, sono solo pochi momenti ripetuti, non è una notte per noi due, nude, sole, ma è meglio di niente, guardami, sono nuda per te, e lei non la vede tra il pubblico. Inutile cercarla. Aspettarla dopo. Non è venuta. Togliti i vestiti. Me li tolgo anch’io. Graham aveva levato la maglietta a Grace. Le aveva guardato i seni. Le aveva succhiato un capezzolo. Lei gli aveva aperto i pantaloni, gli aveva preso il pene in mano. Si erano spogliati del resto degli abiti. Si guardano i corpi nudi. Si accarezzano. Si abbracciano. Fanno l’amore. Dammi i tuoi abiti. Indosserò i tuoi abiti. Mettiti i miei. Sono puliti. Sono pulita. Non mi importa che lo sia anche tu. Ma finita la recita si rimetteva i suoi soliti vestiti. Se li toglieva rischiarata dalla lampadina. Le dita infilate nel suo sesso sotto gli slip sono pugnalate al cuore, colpi della mano che distruggono la vagina e spaccano l’osso pubico. Frantumano ogni possibilità d’amare che schizza via in mille pezzi. Robin, colui che aveva indossato gli abiti del fratello di Grace, si impicca con i fuseau di lei, per amore di colei che non lo ama. Grace è legata al letto, ha subito l’elettroshock e un intervento chirurgico, il sesso cambiato, i seni sono stati asportati, due macchie di sangue. Sola nel suo letto, anche lei sanguina: dentro di sé. Poi il sangue tracima. Il sangue cola sul letto, inzuppa le lenzuola come mestruazioni senza controllo, come una ferita tra le gambe provocata dal morso violento di un amore arrabbiato, è sudore freddo e il dolore è diventato insopportabile. Nelle sue notti quasi mattina di solitudine le sembrava di sanguinare come Grace. Come lei soffriva di poter essere trasformata in chi amava. Non basta scambiarsi gli abiti. Bisognerebbe scambiarsi i corpi. Diventare il corpo altrui per non avere più bisogno dell’altro, di un’altra da sé. Ma lei ne ha bisogno più che mai. Non vuole trasformarsi in chi ama. Vuole colei che ama, il suo corpo che respira caldo sopra il suo. Simile al suo ma diverso.

La scena è sempre la stessa. Lei è lì accanto, masturbarsi a vicenda, baciarsi, amarsi e addormentarsi sfinite e appagate una addosso all’altra. Alle 3 e 30, alle 4 e 48. Ti alzi per andare a fare pipì. Torni e la guardi dormire, sei inginocchiata sul letto vicino a lei e la guardi respirare tranquilla nel sonno. Alle 3 e 30, alle 4 e 48. Lo sguardo si sposta lento dalla punta ai lacci. I lacci sono sufficientemente lunghi e robusti. Più neri della notte londinese del 20 febbraio 1999. Lo sguardo ha un’accelerazione che corrisponde ai gesti necessari per sfilare quelle stringhe. Movimenti veloci prima di ogni ripensamento. Prima che qualcuno la scopra e butti giù la porta. Veloci e precisi. Basta quello di un solo anfibio. Si toglie l’anfibio, finisce di sfilare il laccio. Il piede nudo a contatto con il pavimento freddo le dice di tutto il gelo che avvolge ogni povera vita che ha perduto per sempre “la fede nell’amore” e vaga folle per Denmark Hill, attraversa un corridoio e si chiude a chiave in un bagno. Non dovrebbero lasciare la chiave nella serratura del bagno degli aspiranti suicidi. Signorina, lasci la porta aperta. Signorina, non si chiuda dentro, lasci la porta accostata. In questa situazione non puoi che sentire su di te tutta la crudeltà e la violenza delle relazioni. È colpa tua se tutto va male. Se c’è guerra in un appartamento londinese o di chissà dove, se c’è guerra per le strade, ovunque. È colpa tua. L’hai voluto tu.

In “Blasted”, il suo esordio del 1995 definito dal critico del Daily Mail Jack Tinker (sì, proprio come il nome del torturatore di “Cleansed”) “una disgustosa festa di sporcizia, un dramma che sembra ignorare ogni limite di decenza senza avere, al tempo stesso, nessun messaggio da veicolare per giustificare le oscenità, né alcun merito artistico”, attaccato da tutti e difeso da Martin Crimp, Harold Pinter e Edward Bond, l’amore è un hotel di sentimenti indecisi, squilibrati e di reciproca dipendenza, un teatro di guerra in un interno a ore, a giorni transitori, a stagioni scandite dalla pioggia in una camera di lusso dove la relazione tra un malridotto, cinico e razzista giornalista gallese di 45 anni chiamato Ian, con la pistola e killer, così dice lui mentre lei gli fa una fellatio, per un’organizzazione antiterroristica, trapiantato a Leeds, città in cui si svolge l’azione, e un’ingenua, ma “non stupida”, e innocente ragazza di 21 anni del sud di Londra del “ceto medio-basso” dal nome di Cate, è un gioco di seduzione e soprusi che termina con l’irruzione nella camera di un soldato che porta con sé tutta la brutalità del conflitto combattuto fuori sotto le bombe e i colpi di fucile. Il soldato sodomizza con il proprio membro il giornalista tenendogli l’arma puntata alla tempia come aveva fatto Ian con Cate, svenuta in una delle sue crisi epilettiche. Lei era partita e lui veniva tra le sue gambe aperte. Piange il soldato ricordando la stessa violenza a cui avevano sottoposto la sua ragazza, ammazzata recidendole la gola, le orecchie e il naso, piange e incula il giornalista che non racconta queste cose, per fargli capire, o perché con qualcuno deve pur prendersela o solo perché ha “voglia di fare l’amore”, toglie il suo cazzo e gli infila la pistola nel culo. A Col, la ragazza del soldato, un proiettile sparatole nell’ano l’aveva finita; piange come Ian malato delle sue azioni. Uno stupro domestico porta allo stupro di guerra. Quindi il soldato acceca Ian succhiandogli via gli occhi, la stessa cosa l’avevano fatta a Col, li mastica, li inghiotte, infine si fa saltare il cervello con la sua arma. C’è una bambina affidata a Cate da una donna quando lei era uscita dal bagno per fuggire da Ian e da quella situazione, la bambina muore per gli stenti del conflitto. Viene seppellita sotto il pavimento della stanza, una croce fatta con assi di legno legate con la fodera della giacca del suo amante a benedirla, la bambina è mangiata per fame dall’accecato Ian.

Eppure, in tutto questo orrore, c’è ancora uno struggente male espresso bisogno di pietà. Cate ha portato da mangiare a Ian il cibo ottenuto in cambio di una prestazione sessuale con un soldato. Il vestito imbrattato di sangue sul ventre. Il sangue sbrodola come le lacrime rosse sul viso del suo infelice amore. La ferita che le aveva provocato Ian con un morso praticandole sesso orale si è riaperta. Cate imbocca Ian. Lo disseta con del gin. Piove dal soffitto aperto da un colpo di mortaio. Anche lei beve un sorso di gin. Si succhia il pollice. Ian: “Grazie”. C’è un avanzo di tenerezza. Come nel rapporto tra Tinker e la spogliarellista a gettone di “Cleansed”, che si lascia chiamare Grace. “Mi piace il tuo cazzo, Tinker. Mi piace sentire il tuo cazzo dentro di me, Tinker. Scopami, Tinker” […] “Come ti chiami?” “Grace”. “No, voglio dire” “Lo so – ho capito. Mi chiamo Grace”. “Ti amo, Grace”. Una richiesta di salvezza nella Stanza Nera di un peep-show, in una stanza d’hotel. La redenzione che sta nel supplicare una pistola per uccidersi. Ma Cate ha tolto le pallottole. Gli amanti balordi non riescono a lasciarsi. Meglio un amore balordo che questa solitudine. Le sue storie non riescono più a tenerle compagnia. L’incapacità d’amare è una patologia che investe tutto e tutti. Decide delle storie personali e invade la storia di un’intera società. E questa società la disprezza.

“Phaedra’s Love”, la sua seconda scrittura teatrale che debuttò nel 1996, rappresenta il declino della monarchia inglese distrutta da unioni amorose che hanno come conseguenze solo il fatale errore, la degradazione e la morte quale unico modo di espiazione. A qualunque livello è così. La regina Fedra e il re Teseo si suicidano dopo aver avuto rapporti sessuali con i figliastri Ippolito, linciato dai sudditi e squartato da Teseo perché accusato falsamente da Fedra, innamorata di lui e gelosa del suo rapporto con la figlia Strofe, di averla stuprata, lo scrive in un biglietto d’addio e si impicca, e Strofe, che, celata la sua identità, per reazione alla difesa del fratellastro è violentata e sgozzata dal monarca. Il principe Ippolito è un giovane inerte, debosciato, che vuole scoparsi tutti, pur senza nessuna voglia, donne, uomini e anche il prete che gli chiede di confessarsi e redimersi dai suoi peccati, gli eiacula in gola, il prete è inginocchiato davanti al suo basso ventre (“Vai. Confessati. Prima di finire bruciato”); nella noia di giornate davanti alla Tv mangiando patatine e dolcetti, Ippolito si lascia fare un pompino dalla matrigna come regalo di compleanno (Fedra: “C’è qualcosa tra noi, qualcosa di terribile, lo senti? Brucia”). Lui le viene in bocca senza staccare gli occhi dalla televisione, poi la rifiuta. (Strofe: “Non è gentile con la gente dopo che ci ha scopato”). Tutto è così umiliante nell’amore. Lei lo sa bene. Puzza di sudore, farmaci e amore andato a male. «Ho perduto per sempre ogni fiducia nell’amore», continuava a dire, facendosi ricoverare per due volte al Maudsley Hospital, l’istituto psichiatrico di Denmark Hill. Ricette di psicofarmaci lunghe come la scena di un atto unico.

La lista la metterà in “4.48 Psychosis”. Per fortuna quel sempre ha i minuti contati. Poi più niente. Niente di niente. “4.48 Psychosis” porta a questo niente in un percorso clinico dove nessuno capisce il suo dolore. Quel Mi piaci non ricambiato è straziante. Nessuna medicina può sostituire un Anche tu, anche tu mi piaci. Invece ci sono soltanto pasticche, diagnosi di patologia mentale e tutte quelle parole del “Dottor Questo” e “Dottor Quello” e “Dottor Come va” che uccidono una dietro l’altra: sono parole a nessuno, sentite ma inascoltate. Non serve a niente metterle in scena adesso, per chi? Rivolte a chi? Non è vero che un autore scrive per il pubblico, per se stesso, per il teatro, tutte cazzate per giustificarsi e darsi importanza. Scrive per una persona sola, solo per lei. Non aspetterà che quelle parole debuttino in un teatro. Il tempo è scaduto. “Sono triste. Sento che il futuro è senza speranza e le cose non possono migliorare. Sono stufa e insoddisfatta di tutto”. «La depressione non riguarda il vuoto» disse. «Ma è essere così pieni che tutto si annulla». Fine di ogni dolore nel lindo bagno del reparto per malattie mentali di un ospedale a Camberwell, sud di Londra, ancora a Denmark Hill, là dove le menti tormentate cercano sollievo. Non un granello di polvere, non un rumore, odore di disinfettante. Il laccio ha fatto un piacevole fruscio uscendo dai passanti, in tutto quel silenzio è come un vento che soffia dal Mare del Nord, un vento che fa vibrare le foglie degli alberi nei boschi e nelle campagne intorno alla nativa Brentwood nell’Essex, investe i campi sportivi della Shenfield High School dove le ragazze più carine corrono con i calzoncini della scuola e giocano a calcio e lei le amava tutte, taciturna e timida le amava, le guardava sotto le docce, ridevano affaticate e le amava, entra da una finestra aperta nelle aule dei corsi di teatro delle università di Bristol e Birmingham, il fruscio delle pagine di un copione sfogliate con un’attrice, sentire il suo leggero profumo alterato dal sudore delle prove di lettura, il suo alito avvicinandosi di più. Il laccio e la maniglia della porta – anche la maniglia brilla nel riverbero della luna-lampadina delle 3 e 30 – sono la sua salvezza. Lo spillone che buca quel palloncino pieno di irrimediabile sconforto che preme sulle pareti interne della vagina e del cuore, della sua giovane esperienza invecchiata dai rifiuti e dalla malattia. Da un senso di colpa per il suo modo d’amare che si porta dietro dalla rigida e bigotta educazione evangelica della famiglia. A sedici anni la fece finita col giudizio di Dio, ma mai si liberò di quel senso di colpa inculcato dal padre e dai libri sacri – la Bibbia, la raccolta delle peggiori nefandezze. Amo e sono colpevole. “Sono colpevole, vengo punita” scrive in “4.48 Psychosis”. “Vorrei uccidermi”. Sono colpevole di non riuscire a farmi amare. Eppure amo e tu mi piaci. Mi piaci tanto. “Non riesco a fare l’amore. Non riesco a scopare”. “Sono un fallimento completo come persona”. Ventotto anni compiuti da neanche tre settimane e non poterne già più di tutto. «Ho perso la fede nell’amore».

“Crave”, del 1998, è la messa in scena di quattro amori disperati, malati, ossessivi. I quattro personaggi della pièce non hanno nomi, sono individuati solo con lettere dell’alfabeto: A, B, C e M. A volte anche il sesso può apparire indefinito. I personaggi, comunque, anche per suggerimento dell’autrice, si possono identificare con un uomo maturo, A, che ha una deviata, irresponsabile e dolente passione per la giovane C, che lo detesta e si sente abusata da lui, e probabilmente lo è, o lo è stata quando era più giovane, una bambina o poco più, e da un giovane uomo, B, che umilia il desiderio di M, donna di mezza età, di avere un figlio da lui, pur senza nessun amore. C’è voglia, c’è urgenza, c’è brama, ma mai amore vero e realizzato. Soltanto impulsi e aneliti frustrati. Il lungo monologo di A, da tante attrici equivocato e interpretato come un bellissimo momento romantico di una donna verso un’altra donna, in realtà è una dichiarazione di amore soffocante e patetico dell’abusatore verso la sua vittima. ”[…] e io non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te” conclude A mentre C, sottovoce, ripete: “Ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta”. Un uomo e una giovane donna, voglio fare l’amore con un ragazzo di quattordici anni che mi svergini su un campo e mi violenti fino a farmi venire, dice C, forse è il desiderio di un’adolescenza che ritorna, uniti in un rapporto che dichiara la corruzione di ogni purezza. Lei non dà tante indicazioni. Una volta confessò di essere stata abusata a otto anni. A e C ricordano Ian e Cate di “Blasted”. Ma A è anche lei, l’autrice, che opprime e tortura i suoi personaggi, dunque se stessa; è A come era Tinker. È l’aguzzino e la vittima. C – che interpretò in alcune repliche – è stata, o è ancora, in un ospedale psichiatrico, come lei. C: “Sono depressa perché sto per morire […] Sono cattiva, sono malata e nessuno può salvarmi […] Mi accendono la luce ogni ora per controllare se respiro ancora”. I personaggi cambiano pelle, contesto, situazioni ma paiono riproporsi a ogni pièce. Sempre più perdenti. “Amami o uccidimi” è diventato “Sopprimimi o rinchiudimi”. La sconfitta d’amore adesso smarrisce i suoi connotati più visibili e concreti per diventare parole erranti nella terra desolata dei sentimenti irrealizzabili. Anime in pena che non risolveranno mai i loro amori confusi. B, da colui che rifiuta gli approcci di M, si ritrova a lei legato da un bisogno che arriva all’improvviso, quasi incomprensibile. M: “Mi hai chiesto di sedurti”. B: “Non di incastrarmi”. E adesso eccolo lì. B: “Mi piace averti dentro il mio sistema”. M: “Nessuna prestazione richiesta […] Nel mio letto una terza persona di cui mi sfugge il volto”. Poverino. B: “Le cose che voglio le voglio con te”. M: “Non. Sono. Io”. B: “È successo qualcosa”. M: “Ma non potrei mai dire che ci siamo amati”. C’è sempre e ancora e non cessa mai una sofferente dipendenza dall’altro, la sua dipendenza senza nessuno da cui dipendere. O dipendere proprio da chi non c’è. Niente che dia sollievo a questa astinenza. Ora è lei a leccartela. Le vieni in bocca. Vieni ancora mentre lei ti strofina due dita dentro e ti bacia, le labbra, le lingue, la saliva anche sul mento, sui capezzoli. Ti bacia e le vostre bocche hanno una il sapore dell’altra. Il gabinetto è caldo dei caloriferi accesi, tenuti alti, lì c’è gente malata, eppure il pavimento non riesce a riscaldarsi. Non si riscalda mai. Il freddo è tristezza e colpa, sul tuo piede scalzo vicino all’anfibio. “Quello che mi tiene legata a te è il senso di colpa” dice C ad A. Un altro senso di colpa. Uno schifosissimo senso di colpa. E mai, mai mai che si sia corrisposti. Sei sfinita. Ricorda con rabbia i tuoi fallimenti. È un male precisissimo e indistinto. C: “Ascolta. Sono qui per ricordare. Ho bisogno di… ricordare. Ho questa tristezza addosso e non so perché”. Perché si continua ottusamente a stare dentro questa malinconia come in un bagno caldo che ti avvolge ma non ti lava, l’acqua calda è spossante, poi fredda e la reazione è terribile? Perché non riesci a lasciare quella vasca d’angoscia? Pure se a volte ti ripeti di non sentire niente, non sento niente. Non sento niente, dici. «Ho perduto la fede nell’amore. Questa è la mia opera più disperata». Sul comodino vicino al letto nel suo appartamento ci sono alcuni libri inerenti il tema del suicidio. E le pagine di “4.48 Psychosis”. “Una notte tutto mi fu rivelato. Come posso ancora parlare? […] Ricorda la luce e credi nella luce. Un attimo di chiarezza prima della notte eterna”. Adesso diranno: Ecco la solita egocentrica – che poi chi ti conosce di persona si accorge di quanto tu sia timida. Non le bastavano gli scandali delle opere passate, l’ultima l’ha ambientata proprio dove ti trovi ora. Lo diranno, puoi starne certa. E il tuo dramma verrà ridotto a una nota del suicida in cerca dell’ultima stupefacente shockante pubblicità. Ma che ti frega, come se in questo momento ciò avesse importanza. Lega il laccio alla maniglia, lo tira per accertarsi della solidità del nodo. La distanza tra la maniglia e il pavimento è sufficiente. Dalle centocinquanta pillole di antidepressivi e le cinquanta di sonniferi ingurgitate tre giorni prima l’avevano salvata – anche se lei quello non l’aveva considerato un salvataggio quanto un accanimento terapeutico. Voglio vedere, davanti a quel laccio così resistente da tenere legato un hooligan del Manchester United di cento chili, figuriamoci una giovane donna minuta di neanche cinquanta, come avrebbero potuto ancora trattenerla in quel posto senza via di uscita a cui lei affidava la sua ultima speranza. Vediamo un po’. Sarà inutile suonare l’allarme quando mi troverete. Inutile correre, tentare una rianimazione, inutile anche piangere e recriminare, accusare il personale infermieristico di non avermi controllata come si doveva. Accuse della famiglia contro medici e infermiere in tribunale. «Nessuno mi aveva comunicato che era una paziente da monitorare continuamente» si giustificò davanti al giudice del Southwark nel corso dell’inchiesta Julie Forrester, l’infermiera che avrebbe dovuto tenerla sotto osservazione in base alle disposizioni degli psichiatri dottor Sedza Mujic e dottor Nigel Tunstall. La direzione sanitaria del King’s College Hospital avrebbe ammesso una non sufficiente comunicazione tra medici e infermiere. Mentre un portavoce dell’ospedale ha concluso che, in ogni caso, niente avrebbe evitato ciò che è accaduto. «Era una stella luminosa, ma era tormentata dall’angoscia mentale, tormentata da pensieri di suicidio» ha detto il coroner Selina Lynch. «Purtroppo ha fatto la sua scelta in un momento in cui soffriva di una malattia depressiva». Potevano dire tutto quello che volevano, arrivare a qualunque verdetto. Avrebbe vinto lei. Nella sua sconfitta, avrebbe vinto.

Sono le 3 e 32.
“Non ho nessuna voglia di morire
nessun suicida ne ha mai avuta”.
Robin: “Se potessi cambiare una cosa della tua vita cosa cambieresti?”
Grace: “La mia vita”.
Il laccio non cede.
“Alle 4 e 48
quando la disperazione mi fa visita
mi impiccherò
al suono del respiro del mio amante”.
Sei una romantica del cazzo, Sarah Kane.
Sono le 3 e 35 ed è sabato. La sera le ragazze carine andranno a ballare.

Sergio Gilles Lacavalla

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One thought on “Ascenseur pour l’échafaud #4: Sarah Kane

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