Gattini al dobermann

“Sono nato nel 1994 a Città di Castello, ho collaborato al progetto CasermArchelogica dal 2010 al 2011, all’epoca PiscinArchelogica, di Ilaria Margutti e studio Italianistica a Bologna. Compro molti più libri che cibo, e nient’altro”. Riccardo Meozzi ha scritto per Verde il prezioso Gattini al doberman (nulla a che vedere con altri felini), illustrato su misura di Giuditta Bertoni. Miao, a lunedì, buon fine settimana.

La signora Paola Vespucci aveva superato la cinquantina da due anni e quattro mesi. Ancora abbastanza giovane, intorno al metro e sessanta, non mostrava nella postura la propria posizione sociale. Non teneva lo sguardo troppo alto o le spalle inarcate. Si limitava a indossare abiti molto costosi con adeguata sobrietà. Sposata da quasi trent’anni con Luigi Vespucci, viveva con il marito e il figlio in una villa di inizio novecento circondata da un immenso giardino. Un tempo l’intera proprietà era stata molto più grande, ma Luigi aveva venduto alcuni ettari a imprese edilizie che avevano riempito la zona di nuovi palazzi per famiglie benestanti.

La signora Paola aveva ordinato che venisse innalzata una palizzata di ferro battuto mascherandola con altissime siepi. Le famiglie dei condomini guardavano il parco con stupore ma senza invidia. Voltandosi verso le loro case vedevano la loro fortuna, la loro modernità.

Sotto la guida di Luigi le filiali prosperarono e i clienti aumentarono. Dopotutto l’intero globo amava mangiare e bere nella plastica e risparmiarsi la rottura di lavare i piatti. Andrea, che nell’azienda di famiglia aveva lo stesso rango del padre, era restio a viaggiare, per cui Luigi era spesso in viaggio.

Paola non lavorava ma non si annoiava. Partecipava alla vita della comunità, era un membro attivo e rispettabile del Lions locale e adorava il brivido e l’incertezza delle raccolte fondi. Ripensava spesso ai tempi in cui era una donna intelligente e dirompente, con una risata forte e imbarazzante. Con l’età e con le compagnie aveva smorzato l’istinto e tutta la potenza della gioventù aveva lasciato il suo viso liscio ma impassibile, pacato ma ammiccante. Non soffriva la lontananza del marito, sapeva che la vecchiaia spaventa molto più gli uomini che le donne e per questo motivo aveva accettato il regalo del marito con una certa sorpresa e celato disappunto.

Il dobermann non era più un cucciolo. Aveva raggiunto la stazza della maturità, ma emanava comunque l’odore dei mammiferi ancora giovani. Per i primi minuti si era aggirato per l’enorme salone da poco arredato con nuovi mobili, aveva annusato le mani dei padroni accogliendone le carezze e alla fine si era accucciato sull’angolo nord ovest, sotto la libreria. Aveva orecchie e coda tagliate e Luigi insistette perché gli venisse dato un nome. Era un maschio e si profilò la classica lista: Rocky, Alex, Max, e altri. Andrea disse che tanto valeva chiamarlo Adolf. Il giovane dobermann restò così senza nome e Luigi ripartì.

Nel primo inverno insieme il cane crebbe e Paola gli tenne compagnia in salotto. La signora amava moltissimo il nuovo divano in pelle di Roche Bobois e passava le serate libere davanti alla tv. Lo schermo non le dava alcuna gioia, né la svagava. Occupava il tempo fino all’ora del sonno e il dobermann si accucciava sull’angolo scelto il primo giorno. Paola avrebbe potuto fare altro, leggere un libro, che in effetti comprava tutte le settimane, ma era giunta alla conclusione che i libri la turbavano troppo. Temeva che i libri potessero ridestarla dal torpore di quell’esistenza privilegiata.

Rimuginava spesso sulle preferenze sessuali di Andrea. Conosceva l’omosessualità del figlio, la accettava e in certi momenti era addirittura compiaciuta della sua eccezionalità. Andrea era solito sgattaiolare in piena notte e tornare qualche ora dopo, come una faina che prima di mangiare le galline ci si accoppia. Quando si incrociavano all’ingresso, la signora di ritorno da qualche cena e il figlio da un incontro, lui la fissava pieno di paura.

Le famiglie degli appartamenti, intanto, prosperavano, decoravano i balconi con luci e fiori, davano feste estive che riempivano l’aria di musica non sempre piacevole. Avevano figli più piccoli di Andrea, intorno ai diciotto anni, tutti con un’aria gentile e un po’ arrogante. Spesso si radunavano sul viale che portava al cancello per parlare fra loro e fumare sigarette clandestine. I loro schiamazzi le piacevano, la calmavano.

Una notte di tarda primavera, la prima in compagnia del dobermann, Paola guardava la tv. Aveva provato a leggere un libro, aveva accolto la botta allo stomaco e infine era tornata alla Rai. Si era rannicchiata, aveva stretto le ginocchia tenendo gli occhi puntati sullo schermo. Un rumore alto e acuto, simile a uno stridio, la fece scattare. Cercò il cane, ma vide l’angolo vuoto. Si affacciò alla finestra e lo chiamò. «Vieni qui, bello, vieni» disse, ma nel buio suonarono soltanto voci sommesse e passi che si allontanavano. Seduta sul divano aspettò che il cane tornasse. Dopo qualche minuto l’animale trotterellò in casa. Sembrava felice, baldanzoso, con la coda vibrante. Girò su se stesso, poggiò la testa sulle zampe e sbadigliò. Paola notò il rosso brillio del sangue sui denti aguzzi, poi andò a dormire.

Il giorno dopo Paola vide sul prato un corpo disteso. Era un gatto con il corpo rigido, due grossi fori sul collo e il ventre squarciato. Passarono altri giorni. La notte non guardava più la tv ma aspettava lo stridio animalesco, i passi che si allontanavano e le voci sommesse che pareva si congratulassero l’una con l’altra. Al mattino osservava il corpo del nuovo gatto, ma lo raccoglieva soltanto nel pomeriggio. Nel quartiere nessuno parlava di quello strano fatto. Pensava più spesso al marito, in quel momento in Lituania a negoziare un importantissimo contratto.

«Che ne dici di quella casa a Forte dei Marmi?» le aveva chiesto al telefono una sera. «Quella che guardavi quando Andrea portò il suo amico del liceo. È libera, ti piacerebbe?»
Lei aveva risposto con un sì sincero. Qualche minuto dopo la chiamata, però, la signora Paola si accorse che non provava vera gioia. Anzi, non gliene fregava nulla. Era un immobile in più, altre tasse da pagare, altre domestiche da istruire e nuovi mobili da scegliere. L’aria primaverile intorno a lei odorava già di estate. Presto avrebbe dovuto accendere gli irrigatori.

I gatti diventarono il suo unico pensiero. Continuava a riporli nel secchio della spazzatura dopo averli presi con i guanti. Portava ai netturbini il sacco personalmente, orgogliosa di quello che contenevano. Nessuno aveva sospetti, l’intero quartiere taceva. Paola cominciò a scordarsi del marito, a smettere di aspettare le sue chiamate. Scandiva le proprie notti con lo stridio dei felini e il felice rientro del dobermann. Andrea, che continuava a fare avanti e indietro dagli uffici amministrativi, non si era accorto di nulla.

Una notte ci fu uno stridio più lungo del solito, e per la prima volta un miagolio distinto, che fu soffocato in fretta. Paola rimase in attesa con le spalle appoggiate alla finestra e gli occhi chiusi. Qualche istante dopo un altro stridio e poi silenzio. Poi urla e la frenata di un’auto. La signora Vespucci scostò la tenda. Qualcosa le vibrò nello stomaco e un po’ scontenta tornò al divano. Il dobermann, rientrando, le trotterellò intorno.

Andrea spalancò la porta e le si piazzò davanti, immobile. Paola non aprì le braccia facendogli segno di accoccolarsi accanto a lei come al solito. Guardò il figlio. Indossava una felpa grigia, un po’ smunta, con i laccetti del collo dall’aria trasandata, forse mangiucchiati. Cercò di ricordarlo con indosso il doppiopetto che gli aveva regalato per Natale. Pareva un altro uomo.

«Mamma» latrò, «hai visto che fa il cane?»
«No, tesoro. Cosa?»
Il figlio avanzò, prese il telecomando e spense la tv.
«Mangia i gatti dei vicini. I ragazzi del quartiere li lanciano dentro la recinzione».

La signora non si scompose, si voltò verso il figlio cercando di immaginare la propria faccia. Per la prima volta dopo anni percepì l’essenza del segreto, di avere una storia da proteggere.
«È una cosa terribile» disse il figlio.
E sedendosi sul divano accanto a lei scoppiò a piangere. Paola annusò l’odore acre dei corpi che sudano troppo vicini, lo stesso odore che l’aveva fatta desistere dall’iscriversi in palestra. Non fu per empatia che sfiorò la spalla del figlio, ma quello pianse di più. Non riuscì ad accarezzarlo, né a prendergli la mano.
«Mamma, hai mai fatto qualcosa di orribile? Qualcosa da tenere nascosto?»
Gli occhi del ragazzo si alzarono. Lampeggiarono avidi di pietà e a quel segno inequivocabile le labbra di Paola si inarcarono.
«No» disse. «Non fino a ora».

Andrea se ne andò qualche minuto dopo. Disse che era stanco, che aveva bisogno di dormire. Fece promettere alla madre che il giorno dopo avrebbero portato il cane dal veterinario. Doveva essere soppresso. Non si poteva tenere in casa un animale così pericoloso.
Anche Paola decise di andare a dormire. Ma prima si avvicinò al dobermann, gli tese una mano e questo si mise in piedi. I muscoli ferini si gonfiarono, le orecchie andarono all’indietro. Un ringhio lungo e sordo gli usciva dalla gola. Paola restò ferma con la mano ancora alzata. L’animale scoprì i denti, spalancò le fauci e mirò al debole arto della donna.

I denti però non penetrarono e gli occhi della belva si videro in quelli di Paola. La signora aspettò un momento, sfilò la mano dalla bocca e accarezzò la pelle tirata del cane. Aveva un cranio liscio, spesso, con un’ossatura resistente. L’animale si alzò, la seguì e si accoccolò ai suoi piedi. Paola accese la tv. L’indomani, si disse, avrebbe fatto visita al canile cittadino.

Riccardo Meozzi

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