Il nuovo vicino di casa

In quasi cinque anni Paolo Gamerro ha scritto per Verde 27 racconti. Qui in redazione ci dividiamo tra fanatici della Mangrovia e fedelissimi del Paolo Casual, ma un racconto mette d’accordo tutti, Il vicino di casa (qui), autentico classico e pietra miliare della nostra rivista. Immaginerete dunque come abbiamo accolto Il nuovo vicino di casa, illustrato inevitabilmente da E/P VI VI VI. Chi sono i mostri? Che cos’è il male? Fa ridere Camera Cafè? E lei signora, che cazzo sta dicendo? Lo scenario è fosco, le domande senza risposta sono troppe, l’unica certezza è che di nuovo lunedì, ma noi possiamo farcela. Buon inizio di settimana.

“Nel tracciare un resoconto degli eventi che hanno determinato la mia reclusione in questo asilo per alienati, ho piena coscienza che il mio stato attuale susciterà dubbi più che naturali sulla veridicità della mia narrazione.”
H.P Lovecraft, La tomba

L’insonnia è un pianeta misterioso. È una frattura tra il mondo reale diurno, e quello notturno, del sogno, o nel mio caso dell’incubo, dato che se chiudo gli occhi, il mio cervello guasto mi presenta soltanto randomiche istantanee raffiguranti mutilazioni, violenze efferate inenarrabili e volti non umani, mostruosi, deformi maschere mortuarie, figure lugubri provenienti dal mio essere perennemente in affanno durante il giorno, sotto stress, paranoico, tormentato, perennemente sull’orlo dell’attacco di panico, che arriva facendosi strada dal braccio destro per espandersi nel petto e immobilizzare il corpo dal terrore. Ma non volevo scrivere questo, volevo scrivere un’altra cosa adesso: sono sdraiato sul divano, strafatto di sostanze psicotrope e digito deliri sulla tastiera, quindi sappiate che la narrazione che segue non è una… non so nemmeno cosa sia, non so niente. Sono insonne e davanti a me, dal digitale terrestre, ci sono quei presunti comici chiamati Luca e Paolo che dal televisore entrano nel mio salotto. Ecco: pensate a Luca e Paolo, vi fanno ridere? Vi fa ridere Camera Cafè? A me per niente. Ma non voglio discutere di Luca e Paolo, e anzi ora cancello tutto, che diavolo c’entrava poi l’introduzione di Lovecraft, mi prendo altre due pasticche e spengo la televisione, spengo le luci, non so cosa darei per dormire ora, per non pensare. La storia non parla di questo. Ma c’è una storia? Serve una storia? Forse sì? Tento di tracciarne un inizio: è dal trenta dicembre dello scorso anno che non riesco più a sopportare la vista del colore rosso e il motivo lo riconduco a un episodio successomi proprio quel giorno. A causa dello stress lavorativo (archivio dati in un data base, ma non posso raccontare altro a riguardo) ho avuto un orribile attacco di rash sul viso, seguito da un incredibile innalzamento della temperatura corporea (sui quaranta gradi di febbre), che mi ha spaccato le ossa e mi ha trascinato violentemente giù nel conato di vomito, finché due vene del mio occhio sinistro si sono rotte, facendo sì che la sclera da perfettamente bianca diventasse completamente rossa. Da quel momento, come ho già scritto (verosimilmente sarà sicuramente psicosomatico), ho una ripulsa per il colore rosso, un orrore che mi contorce lo stomaco per poi farmi accasciare a terra e vomitare. Come sempre, io sono quello che si accascia e vomita.

Sono fattissimo. Vedo rosso. Non riesco a dormire nemmeno con le pasticche, ho paura che mi venga un brutto male. Come sempre, soffro la paura tremenda.

La mattina parlo con la Signora Sepe, la portinaia, che mi chiede se abbia mai visto il nuovo vicino di casa, l’ometto del secondo piano, l’appartamento sotto il mio: Ivano Nani. Le dico di no e lei mi prende la mano, gelida, me la stringe mentre mi parla all’orecchio, mi sussurra quell’uomo è strano, porta con sé una potentissima aura, su di lui aleggiano particole di negatività.

E io le dico Signora, che cazzo sta dicendo?

Al lavoro, tutti mi guardano strano per via del mio occhio rosso. Al ritorno, sul treno, tutti mi guardano strano per via del mio occhio rosso. La sera tardi mangio in salotto e poi vado a portare giù il pattume. Nei bidoni della spazzatura ci trovo dei manichini fatti a pezzi. Trovo una parrucca, un busto maschile, uno femminile, teste, gambe braccia. Torno su a piedi senza un motivo preciso. Mi fermo al secondo piano per qualche secondo, davanti all’appartamento di Ivano Nani, anche se sul campanello non c’è ancora nessuna targa. Torno su a prepararmi una tisana, accendo il televisore. Mi metto il collirio, mi brucia l’occhio tremendamente, vedo rosso, provo una repulsione per il colore rosso. Mi fiondo in bagno a vomitare. Come sempre, io sono quello che, ci siamo capiti.

Passano i giorni ma non succede nulla di rilevante: al lavoro catalogo dati per “il sistema”, l’azienda della quale non posso parlare. La Signora Sepe è sempre più magra e consunta: mi dice che Roberto Rizzo, il bambino del quarto piano, è morto l’altro giorno cadendo dalla bici: si è fracassato la testa. Dietro di lui, lei ha visto, soltanto per un secondo, in un fotogramma rubato, il vicino di casa, Ivano Nani, lo ha visto ridacchiare. La Signora Sepe mi dice che suo marito ha un brutto male, usciti dall’ospedale hanno visto Ivano Nani, solo, plumbeo, si trovava nel parcheggio dell’ospedale senza un apparente motivo, ammorbava l’aria, ridacchiava, eiettava vibrazioni negative. La Signora Sepe dice che nel nostro palazzo è arrivato il male. Io le parlo dei manichini, lei scoppia in un pianto fragoroso, scappa. Sotto il mio zerbino trovo una parrucca, a mio fratello Saverio trovano una malattia al midollo. Me lo dice al telefono, la voce contraffatta dal patimento immane.

Mi fiondo in bagno a vomitare, il mio occhio è rosso e la notte è un pianeta misterioso. Penso a mille cose che non vanno bene, la notte. Si raggrumano le paure, si agglutinano, invadono il mio cervello, le sento pulsare dentro il mio occhio. Non riesco a stare a letto, qualcosa dentro di me mi spinge fuori dal mio appartamento, mi spinge verso quello di Ivano Nani. Busso alla porta ma nessuno viene ad aprirmi. Sento delle urla provenire da casa sua, sta succedendo qualcosa, busso ancora, la porta si apre da sola, scricchiolando. Strisce rosso sangue appaiono davanti ai miei occhi.

C’è qualcuno? C’è nessuno? Ivano Nani? Il nuovo vicino di casa? Posso entrare? Posso accendere la luce? In questo momento vedo qualcosa che non so spiegare. Chiamo questa cosa che non so spiegare visione. Uno scenario che riemerge in particole matte e atroci: il volto di un uomo deforme: la testa rossa e pelata, due occhi piccoli e stretti, il naso adunco, guanciotte viola, una bocca aperta senza denti; il servizio del telegiornale su una donna che ha preso a coltellate un pupazzo che provocava dolore al figlio comunicando con lui telepaticamente, parla la donna al telegiornale, la donna rovinata dalle sostanze, le grida della donna indemoniata che fischia; il salotto di una casa tremenda, anni Settanta: la moquette pelosa e umida sui muri, carte accatastate in un cestino, serrande giù, luce artificiale, una vasca da bagno lasciata all’incuria: lercia, strisciate marroni e rosse, primo piano su cerotti e bende giallastre, caldo soffocante, odore di carne frolla. Altre grida: non è la donna che sta uccidendo il piccolo, è un’altra persona che urla in strada: una donna grassa che hanno picchiato a sangue, si trascina sbilenca sulla strada, primo piano sulla lingua a penzoloni rossiccia e incredibilmente lunga, carnosa, spaventevole. L’urlo del disperato che viene dal luogo più buio, trova improvvisamente i genitori morti, i quadri del suo salotto che lo osservano, le grida dei freaks in stazione, picchiati dai sadici, il servizio del telegiornale che fa vedere i giovani scambiarsi le sostanze, le paste, le serate dello sballo e della morte, primo piano su un giovane deformato dall’uso della sostanze, della pasta che gli ha fermato il cuore, il giornalista peloso che interviene, gli occhi del morto, foto di manichini.

Mi guardo allo specchio e non mi riconosco: sono una maschera di sangue, la mia pelle è rossa, il rosso è uscito dall’occhio e mi ha smangiato la faccia, le labbra sono gonfie e dolenti, non ho sopracciglia, mi cade il naso nella tazza del cesso e mi accascio per vomitare.

Vado al lavoro con una maschera bianca sul volto, la Signora Sepe muore per un’ischemia improvvisa, mio fratello sta crepando anche lui, Ivano Nani l’ho visto una notte. L’ho visto in una notte nella quale non riuscivo a dormire perché la testa mia era invasa dai pensieri neri che mi hanno smangiato la faccia. Al lavoro continuo a archiviare dati per l’azienda che non posso nominare e che ci tiene tutti sotto controllo. I miei colleghi si pongono domande sulla mia maschera. In ufficio la moquette è lurida, nel mio palazzo continua a morire gente.

Che cos’è il male? penso. Mi chiedo se esista una radice del male. Nell’oscurità forse si nasconde una seconda oscurità più oscura della prima? Sto sparando stronzate. La notte, quando non dormo, va così. L’insonnia è un pianeta strano, dove si nascondono i dolori, le angosce. Esistono i mostri? È da stolti essere superstiziosi? Chi sono i mostri?

Sogno sempre che la mattina mi sveglio e trovo tutti morti. Nel palazzo e in strada, tutti morti. Vado a lavorare e sono tutti morti: Pierluca, Luca, Andrea, Francesco, i miei colleghi: tutti morti. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco: sono una maschera di sangue, la mia pelle è rossa, il rosso è uscito dall’occhio e mi ha smangiato la faccia, le labbra sono gonfie e dolenti, non ho sopracciglia, mi cade il naso nella tazza del cesso e mi accascio per vomitare. Strano, l’oculista mi ha detto che sarebbe passato tutto in una decina di giorni, ma anche che ci sono forze cosmiche che non possiamo controllare, che ci possono imprigionare in strani mondi. L’insonn

L’insonnia è un pianeta misterioso, come la comicità di Luca e Paolo, il loro senso dell’umorismo per me inspiegabile. Mi rigiro nel letto fino a mattina. Anche questa notte è stata guasta. Ho freddo. Non riesco a togliermi dalla testa quella figura plumbea, quel puntino nero. Il coagulo scuro che mi ha fatto scoppiare l’occhio, il dolore improvviso che si nasconde dietro ogni angolo, popola tutte le strade. Il tormento del vivere, la continua tortura del vedere la morte ovunque.

Paolo Gamerro

2 thoughts on “Il nuovo vicino di casa

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