Ascenseur pour l’échafaud #3: Egon Schiele

Con la pubblicazione della terza puntata di Ascenseur pour l’échafaud, possiamo dire di essere i primi a dare il via alle celebrazioni per il centenario della morte di Egon Schiele (31 ottobre 1918): non dobbiamo linkarvi nulla, lo conosciamo tutti, vero? Altrimenti leggete la lectio magistralis di Sergio Gilles Lacavalla, basterà, scoprirete della sua vita, della sua pittura e della musa Walburga “Wally” Neuzil. L’illustrazione è di Federica Consogno. Viva il lunedì, buon inizio di settimana con le cose splendide che vi regaliamo.

Il fuoco cominciò ad annerire il bianco, una parete bianca dietro l’esile figura indifesa, lentamente, quasi indeciso, poi prese coraggio e accelerò la sua avanzata accartocciando il soprabito arancione aperto sul corpicino nudo posto tra tutto quel bianco ora nero e consumato, che si sgretolava: non si poteva più fermare, in pochi secondi il corpo infantile fu mangiato dalle fiamme. Odore di fumo, carta e oltraggio.

Con lui portarono via anche i suoi disegni. Si trattava di una serie di schizzi a matita, alcuni accennati ad acquerello, ritraevano nudi di giovani. Erano stati al centro di polemiche a una mostra a Praga dalla quale aveva dovuto ritirarli in seguito alle richieste della polizia, forse una denuncia anonima o li aveva visti un funzionario del commissariato di zona, ma lui aveva sempre pensato che fosse stato solo un malinteso e non ci fosse niente di male nel loro erotismo. Non seguì alcuna azione penale. Così aprì il cassetto dove li teneva e li mostrò ai due gendarmi, o meglio, a un gendarme e a un messo comunale. Gli agenti, «dai vestiti colorati, i bottoni luccicanti», esaminarono il materiale, guardavano foglio per foglio, circa un centinaio di fogli, da «dietro la loro maschera di persone buone» che tradiva una morbosa attrazione per quei corpi acerbi e sinistramente seducenti, poi, richiudendo le opere dentro la cartella in cui erano custodite, le sequestrarono come elementi di prova, come corpi del reato.

Avevano strappato dal muro un altro disegno con raffigurata una bambina coperta solo da una mantella arancione, il cappuccio alzato sulla testa; misero anche quello nella cartella. Lui li aveva osservati procedere nelle loro diligenti operazioni sospeso tra lo sgomento e una certa tranquillità. In fondo non aveva niente da nascondere. Di cosa mai doveva preoccuparsi? Lui era un artista. Era colui che sarebbe stato riconosciuto come il più importante pittore della Secessione Viennese e dell’espressionismo. Quelli erano solo disegni e l’affare di Praga nient’altro che un incidente di percorso dimenticato da tutti. Eppure doveva saperlo. Doveva sapere che l’Austria era bigotta e invidiosa. Che la sua gente non sopportava l’eros svelato nella verità di un desiderio inquieto. Poteva tollerare quello decorativo e d’oro del maestro Gustav Klimt. Di certo non quello angosciante dei suoi corpi sofferenti e distorti. Lui nudo negli autoritratti, incurante degli sguardi ipocriti, il pene tra le gambe ossute, né ostentato né nascosto, le pose strane, troppo strano e immorale quel corpo. La vagina di una modella esibita tra le cosce aperte, una con due dita della mano magra dischiude le labbra vaginali: il sesso diventava una ferita dolorante nelle fantasie represse degli uomini e delle donne per bene. Intollerabile per donne rassegnate alla negazione del piacere e per mariti che menavano alle mogli e consumavano i rapporti coniugali con muta e sorda violenza. Le puttane rinchiuse nei bordelli o nell’ombra pesante dei palazzi delle vie buie del peccato dell’integerrimo Impero Austro-Ungarico che si preparava a mandare i propri figli a morire nello scannatoio della Prima Guerra Mondiale. Era stato costretto a lasciare il villaggio di Krumau an der Moldau, la cittadina boema in cui era nata sua madre Marie e dove si era rifugiato per stare lontano dall’insopportabilmente borghese Vienna, perché la gente del posto non vedeva di buon occhio la peccaminosa convivenza fuori dal matrimonio tra lui e la sua modella. Niente disturbava più della gioventù e della bellezza vissute senza inibizioni in giorni fatti d’arte. Lei posava per lui, a volte vestita, altre nuda, i grandi occhi azzurri, poi facevano l’amore. Erano scandalosi. Erano bellissimi. Tutto così semplice. Dovettero fuggire come ladri. L’integrità morale delle famiglie era salva. E allora doveva saperlo. Doveva aspettarsi che un oscuro burocrate avrebbe schedato le sue opere come pornografiche e lui come un delinquente.

Tutto era iniziato con un equivoco. Egon Schiele si era trasferito nel piccolo comune di Neulengbach, a una trentina di chilometri da Vienna, con la sua donna e musa Walburga Neuzil, detta Wally – ex modella e amante di Klimt che aveva preso il posto davanti alla tela, alla carta e nel cuore di Schiele della sorella minore del pittore, Gertrude, affettuosamente chiamata Gerti, la sorella, della stessa età di Wally, ormai perduta dietro l’amore per il compagno di studi di Schiele all’accademia di belle arti, il pittore Anton Peschka. Vivevano tranquilli, lavoravano e si amavano. Sembrava che in quel centro di circa ottomila abitanti nessuno facesse caso a loro. Qualche voce girava per via dei bambini che a volte scorrazzavano per casa e che lui ritraeva, ma i bambini erano allegri e giocavano con Wally, Wally che avrebbe voluto dei figli da Egon, «Lascia che mi sistemi, amore, e poi avremo anche noi i nostri bambini» le ripeteva lui. Lei sorrideva fiduciosa e lo baciava. I bambini si divertivano e facevano le smorfie davanti ai colori di Egon. Egon e Wally andavano a comprare da mangiare nel centro del paese e conoscevano i genitori di quei ragazzini, spesso abbandonati per strada a loro stessi, la vita non era facile per nessuno in quegli anni e bisognava tirare la carretta se si voleva mettere una scodella di minestra a tavola: qualcuno che li intrattenesse un po’ e desse loro un frutto e una fetta di pane e miele faceva comodo. La casa dei due era fuori dal centro abitato e una sera di temporale, bagnata fradicia e intirizzita, suonò al cancello una ragazzina poco più grande di quei bambini, la tredicenne Tatjana Georgette Anna Von Mosig.

«Vi prego, fatemi entrare» disse a Egon, con il viso bagnato di lacrime miste a pioggia. Entrata in casa, raccontò di essere fuggita dal padre, un alto ufficiale della marina militare in pensione dai modi autoritari che le impediva anche di respirare, figurarsi di divertirsi come ogni adolescente. Doveva non aver dimenticato la rigida disciplina delle forze armate. La famiglia era il suo equipaggio.
«Vi scongiuro, non mandatemi via. Non voglio tornare a casa».

La ragazza erano giorni che girava intorno a quella abitazione, sbirciava dalle finestre Egon Schiele che ritraeva Wally. Si immaginava al posto della modella. Si immaginava già adulta. Si immaginava libera e seducente. Aveva anche scambiato due chiacchiere con Egon quando lui dipingeva in giardino e lei si avvicinava con in mano un catalogo della Künstlerhaus. Fingeva di interessarsi d’arte, tradendo il fatto di non sapere che proprio dall’abbandono di alcuni artisti dissidenti dell’edifico sulla Karlsplatz che ospitava la Società degli Artisti Viennesi era nata la Secessione.

«Non può rimanere qua» disse Wally in un sussurro.
«Vi prego. Vi prego».
«Non possiamo mandarla via, con questo tempo si piglierà una polmonite» disse Egon, convincendo Wally a prendersi cura della ragazza e a metterla a dormire con lei. Lui si sarebbe sistemato nello studio, sul divano.
«Domani però la riaccompagniamo a casa».
«No, non a casa! Voi non conoscete mio padre. E mia madre, che è sua complice. Portatemi da mia nonna a Vienna. Lei mi vuole bene, mi capisce e ci penserà lei a me. Vi supplico».

Fu una notte tranquilla. Dopo la cena e un po’ di conversazione, e alla fine anche qualche risata per sdrammatizzare gli eventi e far calare la tensione, andarono a letto, la ragazzina e la giovane donna si fecero un po’ di confidenze parlando di uomini come due donne adulte, prima che la fuggitiva, con una camicia da notte di Wally, si addormentasse sfinita. Si lamentò nel sonno. Nei sogni il padre era un mostro crudele. La madre una strega. Quando riapriva gli occhi vedeva Wally dormire tranquilla al suo fianco. Wally era bella. Anche Egon le piaceva. Più di Wally.

La mattina successiva tutti e tre si recarono a Vienna. Egon lasciò Wally e Tatjana alla stazione e tornò a Neulengbach per lavorare a un quadro interrotto prima dell’arrivo della giovane. Un quadro di nudo. La stanza l’aveva riscaldata per far posare Wally. Quel tepore aveva accolto la ragazzina come un caldo abbraccio complice. Tatjana non se ne sarebbe più voluta andare. Egon diede appuntamento a Wally per il giorno dopo alla Westbahnhof. Ma quando tornò alla stazione, rimase sorpreso di vedere la sua compagna ancora con la ragazza.

«Non se l’è sentita di andare dalla nonna, è anziana, non voleva preoccuparla» la giustificò Wally. «Ha passato la notte nella mia stanza d’albergo. Ma arrivati a Neulengbach tornerà a casa, vero, piccola?»
La ragazza fece sì con la testa. Per tutto il viaggio in treno non parlò. Giunti a casa di Egon e Wally, chiese di restare ancora un po’. Il buio arrivò senza che se ne accorgessero. Passò un’altra notte ospite della casa-atelier calda delle sessioni di nudo e d’amore.
«Wally, domani mattina, che lo voglia o no, la riaccompagni dai suoi genitori, va bene? E non farti più incantare dalla sua faccetta afflitta».
«Certo, Egon, stai tranquillo».

Non fecero in tempo. Nelle prime ore del mattino si presentò al cancello di casa Schiele il padre della giovane. Lei lo vide dalla finestra e corse a rinchiudersi nella stanza da letto. Egon uscì in giardino, aprì il cancello e accolse con il suo sorriso migliore l’ufficiale in pensione. Austero e accigliato, ma calmo, l’uomo disse a Egon che aveva saputo da gente del paese che la figlia era a casa sua e aveva già sporto denuncia contro di lui per rapimento e corruzione di minorenne. Egon stava spiegandogli come erano andate davvero le cose, l’uomo sembrava credergli, quando fu interrotto da un grido della ragazza. Corsero dentro, si precipitò nella stanza anche Wally, e la trovarono sul letto, il letto era sporco di sangue e la giovane aveva i polsi tagliati da un paio di forbici. La lama non era così ben affilata e la ragazza poi non così convinta del suo gesto e tutto si risolse con una garza ben stretta sui polsi. Egon e Wally lasciarono padre e figlia a parlare da soli. Quando uscirono dalla camera, l’uomo teneva la figlia quasi in un affettuoso abbraccio. Diressero uno sguardo rassicurante a Wally e Egon, a cui l’uomo strinse la mano. Tatjana diede un bacio sulla guancia a Wally, salutò Egon e i due se ne andarono.

Ed ecco, qualche giorno dopo, la visita del poliziotto e del messo comunale.
Rinchiuso il 13 aprile del 1912 nella cella del tribunale locale in attesa di giudizio, a Egon Schiele, fino al processo dei primi di maggio, non verranno mai notificati i capi di accusa. Era per via della faccenda della figlia dell’ufficiale in pensione? Ma sembrava risolta, non c’era più ostilità nei modi dell’uomo. Per quei disegni sequestrati? Ma era assurdo, non erano altro che disegni, di certo non punibili con il carcere. Le domande sul perché della sua detenzione non gli davano tregua. Occupavano tutto lo spazio della cella. La cella è umida, sporca, buia, i suoi pensieri sono ancora più tetri. Dipinge sulle pareti con un dito inzuppato di saliva. Il muro l’assorbe in un istante. La saliva termina presto. Poco da bere, cibo scarso e da penitenza. Doveva pentirsi delle sue colpe. «Sono innocente. Di questo sono colpevole. Della mia innocenza. Dell’innocenza dei giovani ritratti nel loro erotismo».

Il 16 aprile Wally può fargli visita. Non possono neanche baciarsi. Un secondino li osserva. Il secondino se la vorrebbe fare. Il secondino umilia l’artista a ogni occasione. A Wally però la direzione del carcere ha concesso l’autorizzazione di portare al suo uomo matite, pennelli, colori e carta per dipingere e scrivere. Wally sapeva che senza quelli il suo Egon non ce l’avrebbe fatta. E così Egon scrive un diario e, soprattutto, dipinge e disegna tutto ciò che vede: la branda dura, le sbarre arrugginite, le pareti grigie e lerce che trasudano umidità e delitti. Il pavimento opaco dei corridoi che è costretto a pulire inginocchiato a terra con la spazzola, lo straccio e l’acqua putrida. Il cortile dei dannati con le mura troppo alte per far filtrare il sole. Tutto è così oscuro e deprimente. Poi un giorno Wally gli porta un’arancia: è il regalo più bello. Una luce colorata sul grigio-marrone delle coperte. “Un’arancia è stata l’unica luce”. Lui la dipinge invece di mangiarla. Un’arancia e il sorriso di Wally. Potrà affrontare il dibattimento. Il 30 aprile è trasferito nel carcere di St. Pölten dove si svolgerà il processo. Le accuse di rapimento di Tatjana Georgette Anna Von Mosig e corruzione di minorenne sono cadute in seguito al ritiro della denuncia, nonostante le pressioni che la polizia aveva fatto sul padre della giovane per mantenerla e dare una lezione come si merita a quel pervertito. Egon Leon Adolf Schiele è processato solo per esibizione di materiale osceno a minori, visto che per il giudice i bambini che frequentavano la sua casa non potevano non aver visto quei disegni. È una tragica farsa che si conclude con la condanna ad altri tre giorni di prigione da sommare ai ventuno già scontati.

Egon Schiele scrisse nei suoi diari dal carcere: “Non lo nego, non l’ho mai negato, che ho disegnato e dipinto soggetti erotici. Ma nessuna opera d’arte erotica è immonda quando è artisticamente rilevante, diventa tale solo tramite l’osservatore, se costui è un essere immondo. Potrei citare molti artisti, Rops, ad esempio, ha fatto solo quadri erotici, o lo stesso Klimt, e nessuno è stato messo in carcere per questo. Non voglio però giustificarmi, non sarebbe degno di me. Dunque non lo nego. Dichiaro invece del tutto falso che ho mostrato intenzionalmente tali disegni a dei bambini. Che avrei corrotto dei bambini. Ma andiamo! È un’infame menzogna! Tuttavia so che ci sono molti bambini corrotti. Ma cosa significa poi corrotti? Gli adulti hanno dimenticato quanto essi stessi erano corrotti da bambini, cioè stimolati ed eccitati dall’istinto sessuale? Hanno dimenticato come l’impulso li tormentava e li bruciava quando erano bambini? Io non l’ho dimenticato, perché mi ha fatto soffrire terribilmente. E mi fa soffrire ancora”.

Il giudice, come esempio, brucia con la fiamma di una candela il disegno della bambina con la mantella arancione.

“Allora andate nei musei a fare a pezzi le massime opere d’arte”, scrisse ancora nelle memorie. “Chi rinnega il sesso infanga nel modo più basso i genitori che l’hanno fatto venire al mondo”.
I quadri del carcere hanno titoli emblematici, sono manifesti poetici ed esistenziali, sono una denuncia sociale. “Non mi sento punito ma purificato!” è la visione del corridoio della prigione con un albero dipinto sul muro. Autoritratti deformi sono intitolati “Prigioniero!”, “Resisterò per l’arte e le persone che amo”, “È un delitto porre dei vincoli a un artista, significa uccidere una vita nascente”. Nel “Lottatore”, del 1913, si ritrarrà ancora spogliato, lo sguardo vigile verso un oscuro pericolo.

Uscito dalla prigione è prostrato, pur nel sollievo della riacquisita libertà, l’aria della primavera è piacevole e sensuale, e non arreso. I suoi nudi continuano a rivelare nel corpo sessuale il dramma e l’angoscia di vivere come corpi inconciliabili con i tormenti interiori e un’epoca che andava alla rovina. Wally tira su la gonna, apre le gambe, non ha le mutande, ha un paio di calze nere sorrette da giarrettiere rosse come i capezzoli, il seno scoperto, rosse come le labbra della bocca, rosse come quelle vaginali esibite sotto un ciuffo di peli scuri: “Donna con le calze nere” del 1913. “Nudo femminile sdraiato con gambe divaricate” è un quadro del 1914. Ancora quel rosso dei capezzoli e delle labbra della bocca, Ia peluria nera del pube ora occulta le labbra del sesso, un paio di calze marroni coprono metà gamba. Indosseranno le calze al ginocchio anche il soggetto ritratto nel “Nudo femminile con calze verdi”, di quel disgraziato 1912, le gambe accavallate lasciano intravedere i peli pubici neri come i suoi lunghi capelli e le scarpe, e la donna del “Nudo femminile seduto”, ancora del 1914: i capezzoli sono sempre scarlatti come la bocca, le cosce aperte. In “Due ragazze”, dello stesso anno, una è sopra l’altra, il coccige di quella sopra le apre i glutei, quella sotto tiene le mani incrociate sul collo dell’altra e ha delle culotte bianche. “Due ragazze abbracciate”, “Due ragazze sdraiate in posizione incrociata”, in entrambi i quadri una delle due donne è vestita, il tessuto degli abiti a contatto della pelle scoperta e sensibile dell’altra, sono opere del 1915. Il “Nudo femminile sdraiato sul ventre” evidenzia le natiche forti della ragazza, il mento poggiato sul palmo della mano, l’aria del volto indifferente. Tra i glutei della donna del “Nudo femminile piegato” di schiena, la vagina è come una cicatrice fresca, ancora rossa. I due quadri sono del 1917 e Wally in quelle figure e nella sua vita non c’è più. Se non come ricordo che pare modificare i tratti delle modelle. Al suo posto c’è sua moglie e la sua nuova musa, Edith Harms, figlia della media borghesia di Vienna, la città dove è tornato a vivere Schiele dopo la detenzione – basta con la piccola provincia di campagna – che gli darà un’unione rispettabile agli occhi di tutti. Il 17 giugno del 1915 si erano celebrate le nozze. Il 21 successivo Egon è partito come militare. La Prima Guerra Mondiale vuole tutti gli uomini validi con la divisa addosso. Lui come artista si risparmia il fronte: presta servizio con l’incarico di furiere e dipinge ufficiali e prigionieri russi. Praga, il ritorno a Vienna, poi Mühling e di nuovo Vienna, al museo militare. Lei lo segue sempre. Quando non sono nella capitale austriaca, Edith aspetta la libera uscita del marito in una stanza d’albergo vicino alla caserma.

«Non è vero, Egon. Non può essere vero. Quando andavamo al cinema con le sorelle Harms, quando uscivamo con loro a prendere il gelato tu già…»
«Wally, ascoltami. Ti prego ascoltami. Non è finita. Io ho ancora bisogno di te. Ma devi andartene da qui».
«Non puoi farmi questo. Ma perché? C’ero io quando ci cacciavano via da casa nostra, quando ti hanno messo in carcere. C’ero io a portarti i colori e le arance. C’ero io nei tuoi quadri. C’ero io nuda con le calze. Io nel letto» urlò Wally in lacrime, prima di lasciare quella che era stata la loro l’ultima casa-studio viennese.
«Aspetta, Wally! Non così, Wally, non così!»
Pochi giorni dopo lui le dà un appuntamento in un caffè. Le porge un foglio tirato fuori dalla cartellina dei disegni.
«Guarda qua, Wally. Vedi, ho scritto un accordo tra di noi, un contratto, una promessa, leggi: c’è scritto che ogni anno passeremo le vacanze estive insieme. Anche se mi sposerò, tu sarai sempre il mio amore, la mia Wally, che ne dici? Io voglio vederti ancora, per sempre».

Quella fu l’ultima volta che lui la vide. Wally Neuzil si arruolò come crocerossina e prestò servizio presso l’ospedale militare di Vienna, prima di chiedere il trasferimento al fronte. I corpi che adesso vedeva non erano deformati da conflitti interiori ma mutilati dalla guerra. Morirà il 27 dicembre del 1917 con il corpo deturpato dalla scarlattina, a Sinj, in Dalmazia. Nessuno ha mai saputo dove è stata seppellita. Aveva ventitré anni. L’aveva uccisa lui, che ora si ritraeva con la moglie. Nel quadro “Coppia seduta”, Edith si stringe a Egon, lui indossa solo una camicia alzata sull’addome, pare assente, lo sguardo vitreo perduto altrove. Lei è vestita, ai piedi ha un paio di calzini arrotolati alle caviglie, gli occhi chiusi e sembra capire che suo marito sarà sempre innamorato della sua modella preferita. La famiglia del quadro omonimo raffigura Egon e Edith nudi. Lui è dietro di lei, lei è ingrassata, sono seduti, davanti a loro, tra le cosce di lei, c’è un bambino, vestito. Il quadro è del 1918 e sono tutti e tre tristi. Il dipinto esprime un’infelicità infinita. Quel bambino non nascerà mai. Edith Harms spirerà il 28 ottobre a causa dell’influenza spagnola che stava provocando più vittime della guerra ormai giunta al termine in una nazione distrutta e sconfitta. Era incinta di sei mesi. Egon Schiele ritrae la sua agonia. Poi la seguirà senza tante opposizioni: la febbre spagnola sarà l’ultimo abbraccio con sua moglie che lo trascinerà con sé il 31 ottobre 1918.

Anche se fino alla fine l’abbraccio che Egon ricorderà, sentendolo sul suo corpo stremato e consumato dalla malattia, sarà quello di Wally, solo quello di Wally. Il suo abbraccio energico e dolcissimo, traboccante d’amore. Al termine pieno di disperazione. Un anno prima di morire, Egon Schiele aveva dipinto “Abbraccio (coppia d’amanti II)”: Egon e Wally sono nudi e stretti l’uno all’altra, i loro capelli si confondono, lei tiene le mani sul viso e sulla schiena di lui con le dita nelle stesse posizioni di quando Egon si ritraeva in tanti quadri. Con “Atto d’amore”, del 1915, si stringono ma sono vestiti, lui le tiene i capelli tirati su, lei ha sollevato una coscia sul suo fianco, non si guardano, guardano, con gli occhi svuotati dai sentimenti, punti che non saranno più in comune. Un altro abbraccio porta la data 1915-1916: ci sono ancora lui e Wally, lui indossa un cappotto marrone, lei un vestitino dai disegni color arancio. Lui studia la loro immagine riflessa in uno specchio. Lei lo cinge con le sue braccia, le sue braccia sono magrissime ed esageratamente lunghe, come due elastici, due corde che vogliono legarlo a sé, le mani nelle solite posture di quelle di Egon. Lei ha l’espressione triste. Fu iniziato poco prima che si lasciassero, quando lui già sapeva che stava finendo tra di loro e lei avvertiva la malinconia dell’abbandono, e fu portato a termine l’anno dopo, quando di lei non restava che la nostalgia. Era intitolato “L’uomo e la fanciulla”. Appresa la notizia della morte di Wally, Egon gli cambiò titolo in “La morte e la fanciulla”.

Sergio Gilles Lacavalla

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