I manieristi (2/1): L’abisso è una distesa viscosa

Prosegue la pubblicazione del racconto lungo o romanzo breve, unica certezza: incompiuto, del riservatissimo Raimondo Maniero, talmente tale che di lui nemmeno uno straccio di biografia. Ma se la biografia non è che la scrittura di una vita, forse che questi stralci assolvono allo scopo? Bella domanda, come ogni bella domanda destinata a non trovare risposta? Bella domanda pure questa, destinata pure questa come ogni bella domanda ecc ecc. I manieristi intanto cambia registro (e pure numerazione): da settembre a dicembre, passando per qui, qui, qui, qui, qui (questione link: li disseminiamo senza parsimonia in questi brevi redazionali, voi non li aprite, noi lo sappiamo e continuiamo a spargerli. Dice: 1. Perché? 2. Non avete scorto l’articolo del Post sullo studio del New York Times che spiega come i troppi link dissuadono la lettura online? 1. No 2. È un tic – o viceversa), abbiamo letto la prima parte (quella cazzona), da questo momento l’oscurità detona, il dramma si manifesta e non c’è più un cazzo da ridere (se mai prima). “Qualcosa di quelle ombre che non coglievamo rimaneva impigliato nel filtro dell’apparenza. Calamità soprannaturali, cospirazioni invisibili, altre forme di vita: erano le spiegazioni meno razionali e più improbabili che andavo ricercando. Quel filtro andava scandagliato. Dovevo farlo.”
L’illustrazione è di E/P VI VI VI, che ci invita a disegnare come viviamo. Non sarebbe magnifico?

L’abisso. Vi siete mai chiesti che cosa contenga davvero questa parola? Io ho smesso di farlo dopo aver letto Bitume o Macadam? È l’ultima poesia composta da Raimondo Maniero. In vita, mi verrebbe da dire, ma già immagino i vostri sorrisi ammiccanti e poi complicherei le cose e davvero non mi seguireste più. “L’abisso è una distesa viscosa” dice l’ultimo verso, il seicentosessantacinquesimo (li ho contati). Che cosa significa? E perché non arrivare a 666? Non l’ho mai capito, ma l’ho vissuto sulla mia pelle. È stato il mio corpo a spiegarmi che l’abisso non è una vertigine, né un autodafé; l’abisso è il tempo: è l’unica cosa che non muore mai ed è sempre uguale a stessa. Si dice che il tempo non sia mai abbastanza. Non è vero. È il paradosso dell’abbondanza: ne abbiamo così tanto alle spalle, davanti agli occhi e nella testa da non avere scelta.

L’abisso si è disteso per la prima volta ai miei piedi quindici anni fa. Se ci fossimo conosciuti allora avreste avuto di fronte un uomo allo sbando, uno squilibrato, nonostante decisi, subito dopo il diploma, che non avrei proseguito gli studi. La mia vita era aberrante. Quelle degli altri inutili. La realtà era banale. Tutto ciò che accadeva attorno a noi era grandioso, ma il modo in cui ne parlavamo era sconcertante e le parole che sceglievamo superflue. Avevamo deciso di perdere il senso di ogni cosa, chiudere gli occhi e ostinarci a non capire. Non parlo di me, è chiaro, e neanche di un gruppo specifico di persone: mi riferisco all’umanità.
Eppure qualcosa di quelle ombre che non coglievamo rimaneva impigliato nel filtro dell’apparenza. Calamità soprannaturali, cospirazioni invisibili, altre forme di vita: erano le spiegazioni meno razionali e più improbabili che andavo ricercando. Quel filtro andava scandagliato. Dovevo farlo.

Forse ero troppo disperato, o non lo ero abbastanza, fatto sta che in quei giorni capii di essere un pessimo scrittore. Un pessimo scrittore è colui che fa confusione tra capacità e pratica o tra perseveranza e tenacia. Così almeno credevo allora. Forse anche tra resistenza e resilienza e tra letteratura e lettura, ma non ne sono sicuro. Io ero un pessimo scrittore e non avevo pubblicato ancora nulla. Nei due anni successivi avrei cambiato lavori e città con una frequenza sufficiente a riempire due vite vissute a metà, che non valgono una vita vissuta per intero ma sono pur sempre più di una vita vissuta come di solito si fa.

Nell’estate del 2002 mi trasferii a Castel Sinone. Avevo trovato lavoro in una rimessa notturna, il mio turno andava da mezzanotte alle sette del mattino e il resto del giorno lo trascorrevo dormendo. Avevo il sabato libero e venivo pagato 4 euro e 50 all’ora. In quei giorni, completamente solo, senza alcuna pretesa e in un paese al confine del bordo del mondo, era il massimo a cui potessi aspirare.

Di notte, lungo le corsie dei parcheggi, le gomme si assestavano lentamente con schianti secchi che formavano nella mia mente l’immagine ricorrente delle mie falangi frantumate sotto uno di quei pesanti pneumatici. Le catene cigolavano alla corrente dei condotti di areazione e le sagome di piccoli animali misteriosi si dissolvevano nell’ombra. Avevo tutto, non possedevo più niente, avevo dimenticato ogni cosa, non desideravo altro.

La mia casa si arrampicava sul sentiero che portava fuori dal paese, e da lassù lo dominava. Era stato il signor Carelli, il titolare della rimessa, a mettermi in contatto con i proprietari: l’inquilino precedente, mi raccontò, era stato proprio il custode che avevo sostituito e sarebbe stato più comodo per tutti se anche io mi fossi stabilito lì. Così disse e non aggiunse altro. Cosa intendesse precisamente non me lo spiegò mai, né mai io glie lo chiesi. Pensai a lungo a quelle parole, giungendo alla conclusione che dovevano nascondere qualcosa, ma non ero sicuro di volere sapere cosa.

Quella notte sognai una maschera. Era il mio volto. La pelle era grigia, ricoperta di butteri e cicatrici. Un foro tra la narice e lo zigomo, un buco nero che ruotava su se stesso, si allargava e attirava a sé il resto del viso. Sicuramente non stavo bene o forse ero già morto. Nel punto più profondo di quella vertigine una luce rossa bruciava emettendo delle pulsazioni: erano i miei occhi che si aprivano e chiudevano. Davanti a me potevo vedere una porta chiusa a chiave e al di là della porta, incassata al muro, la manopola di una cassaforte che avrebbe permesso al mio volto di tornare mascherato. Non ero morto, ma sembravo ancora vecchio e malato.

Il giorno dopo trovai un accordo talmente vantaggioso con la proprietaria da poterle anticipare tre mesi di affitto. La casa aveva una camera da letto, un salotto, una cucina, un bagno e un piccolo ripostiglio.
L’appartamento sembrava abbandonato. I muri erano sottili come le tende di plastica di una cella frigorifero e sulle pareti lo stucco era ceduto formando delle sagome simili ad atolli disabitati. Dai soffitti pendevano cavi gialli e blu incendiati alle estremità e ognuno dei vecchi lampadari d’ottone montava una sola candela elettrica, contribuendo a immergere gli ambienti in una tonalità opaca che tendeva al grigio. Era il colore della polvere: quella casa non veniva pulita da anni, forse nessuno lo aveva mai fatto. A convincermi fu la vista che dal terrazzo dava sulla collina smembrata, dove si ergevano le rovine dell’antico castello. Sembrava che il sole non sapesse di poter battere in quel punto. Era ipnotizzante.

Fino a due anni prima avevo riempito un quaderno nero con una regolarità sinistra che adesso mi faceva guardare con sospetto alle mie mani. Scrivere ogni giorno, mi dicevo, doveva essere una forma camuffata di autopunizione. L’ultima pagina segnava la data del 12 agosto 2000. Quel giorno il sottomarino K-141 Kursk era stato affondato e nessuno dei 107 componenti dell’equipaggio era sopravvissuto. Non avevo mai creduto alla versione ufficiale, che addebitava le esplosioni a bordo a un siluro difettoso. La verità nascondeva sempre qualcosa di più rozzo e divinatorio. Ero rimasto sconvolto da un brano del diario di bordo del capitano diffuso dai giornali. Diceva: “Nessuno di noi può uscirne. Mi auguro che qualcuno leggerà queste parole”. Quel passaggio, che avevo quasi dimenticato, agiva ancora sotto la mia pelle. Mi fu chiaro quando iniziai a ricevere le telefonate.

Era trascorsa una settimana dal trasloco. Non portavo nulla con me e in casa c’era tutto ciò di cui avevo bisogno: un tavolo, una sedia, un materasso, una radio, un frigorifero. Il lavoro non mi pesava. Un piccolo televisore portatile mi aiutava a trascorrere il tempo. Guardavo le televendite di materassi e gioielli, le notturne delle Ragazze Assatanate di CasTeleSinone e documentari in bianco e nero sugli Ergoniani. Una volta all’ora mi alzavo per sgranchirmi le gambe e fumavo costeggiando la parte meno illuminata della rimessa. Quando la sigaretta finiva la lanciavo sul fondo e un piccolo bagliore illuminava due macchie rosse vibranti: erano gli occhi di un topo. Non aveva paura e se ne stava fermo nell’ombra a guardarmi, come in attesa. Alcuni ratti erano così grandi da confonderli per gatti.

Il mio collega era un piccolo uomo che nascondeva nello sguardo una riservatezza simile a un feroce istinto di difesa. Parlava poco, non faceva domande e si muoveva in modo da disegnare un’invalicabile distanza di sicurezza tra sé e i suoi interlocutori. Abitava a Selce, a trenta chilometri dal paese. Ogni mattina prendeva l’unico autobus per Castel Sinone e non arrivava mai prima delle 7 e 30. Al cambio andavo in piazza a fare colazione al bar. Lì, almeno due volte a settimana, incontravo Carelli. Occupava sempre lo stesso posto, quello davanti al ripostiglio delle scope. Beveva caffè lungo e stringeva tra le dita un sigaro spento che scuoteva nel posacenere. Il posacenere era poggiato su una pila di giornali del bar che lui non leggeva e non permetteva a nessuno di sfogliare.

Dopo avermi messo in contatto con la proprietaria di casa non mi aveva più salutato. Aveva perso da subito interesse nei miei confronti. Dava l’idea di essere un uomo che non prestava attenzione a nulla (neanche al lavoro: non lo avevo mai incontrato all’autorimessa). Quando si accorgeva di me mi domandava: «Perché mi guardi?»
Io rispondevo: «Sono Karl».
«Karl chi?»
«Dell’autorimessa».
«Perché non sei a lavoro?»
«Sto andando a casa».
«Dove abiti?»
«Nella casa che dà sulla collina».
«Quella sul sentiero?»
«Quella sul sentiero».
Ero costernato. Ostentava quella strana mancanza di memoria o forse si trattava di una malattia che gli impediva di ricordare i volti e le voci? Quando non aveva più niente da dire stringeva il sigaro o distoglieva lo sguardo, ma a volte sussurrava parole che non capivo: erano pronunciate male o ne ignoravo il significato.

Nessuno sapeva che mi ero trasferito lì e nessuno avrebbe dovuto cercarmi, eppure il telefono squillava ogni mattina non appena rientravo in casa. Forse chiamavano per il vecchio inquilino e non potevo escludere che le telefonate arrivassero anche quando ero fuori, ma un presentimento si trasmetteva con quelle chiamate: qualcuno conosceva i miei orari e mi stava controllando. Quegli squilli risuonavano come il trillo del diavolo. Decisi che non avrei risposto. Non avevo nulla da dire.

L’appartamento era molto grande per una sola persona. Non avrei mai beneficiato di tutto quello spazio e quel vuoto desolante distorceva la mia percezione delle cose. Forse non era stata una buona idea stabilirmi lì. Come tutti avevo sentito parlare di case infestate e presenze incombenti e ne avevo subito il fascino, ma non si trattava di nulla del genere. Qualcosa di più anomalo che riuscivo appena ad avvertire mi disallineava da quell’organismo che respirava e viveva in una dimensione separata dalla mia. Il mio tempo crollava su di sé schiacciato dalla potente energia della casa, che ricomponeva ognuno di quei frammenti in uno scontro che probabilmente si consumava soltanto nella mia testa: era come vedersi.

L’unico punto della casa in cui non ero mai stato era il ripostiglio. Sulla porta c’era una piccola cavità di vetro lucido, simile a una feritoia, che affacciava sull’abisso al di là del legno. La porta era chiusa e la chiave non era nella toppa. La cercai ovunque, rivoltai ogni angolo ma non riuscii a trovarla. È curioso, adesso che ci penso mentre ve lo racconto, quella porta chiusa in realtà restringeva lo spazio della casa, non era quello che desideravo? Evidentemente no, o forse mi colpì il riflesso sul vetro dei miei occhi immersi nell’oscurità: sembravano alla deriva. Si tenevano a galla nel centro esatto di quel nero cavo, ma erano destinati ad affondare. Mi dissi che pagavo l’affitto per tutto l’appartamento e anche se sapevo che non avrei mai utilizzato quel ripostiglio, non ne avevo bisogno, decisi di contattare la signora Savelli.

Non l’avevo più sentita dal giorno della firma del contratto. Era passato un mese. Il telefono squillò sei volte prima che lei rispose. Mi disse che stava andando a letto, ma se chiamavo per l’affitto avrei potuto portarle i soldi anche subito, mi avrebbe aspettato. Con imbarazzo le ricordai del lauto anticipo che le avevo versato e allora il tono della sua voce cambiò: si ribaltò e si appiattì su di sé e adesso riproduceva l’eco del suo schianto. Le dissi della chiave e lei rispose che dovevo cercarla con più cura, non poteva che essere nella toppa. Insistetti e mentii dicendo che si trattava di una urgenza. Rispose che non poteva aiutarmi e che no, non aveva una copia. L’avrà portata con sé il vecchio inquilino, concluse oziosamente, e riattaccò.

Non aveva senso. Perché avrebbe dovuto farlo? Cosa c’era nello sgabuzzino?

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Raimondo Maniero

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