È uno ok

Flavio Ignelzi ha esordito su Verde il 6 novembre 2015 con Vizi (quasi) capitali. Flavio Ignelzi ha pubblicato per noi dodici racconti, sempre di venerdì, sempre in Casual Friday e Gattini (probabilmente vi ricorderete di Sei proprio tu?, Le cinque fasi, Rizoma, Code). Di Flavio Ignelzi non leggevamo nulla dal 24 febbraio 2017 e ne sentivamo la mancanza. Perché Flavio Ignelzi È uno ok, e siamo convinti che il racconto fuor di rubrica (finalmente) che state per leggere sia il migliore che abbia mai scritto per noi.
L’illustrazione è di Federica Consogno. La settimana prossima su Verde: i segreti meglio custoditi della piccola editoria romana. Ciao, buona domenica.

Qui ci venivamo spesso a fare l’amore, soprattutto i primi tempi. Ed erano tempi felici, mi piaceva tutto, perfino l’olezzo di gomma del preservativo di cui sapevano le nostre mani. Quindi penso che sia normale che mi salga un po’ di magone. È stata una storia importante, per me.

Scendo dall’auto e inspiro l’aria frizzante della campagna: corteccia d’albero, pietriccio umido, sottobosco; la macchina di Ivan, sempre la stessa, è parcheggiata in mezzo alle frasche, sotto le fronde dei due salici centenari. Quanto mi piacevano quei salici.
Sul tronco di quello di sinistra dovrebbe esserci ancora inciso un cuore con le nostre iniziali, I + S, Ivan + Sonia.
Lo intagliò quando la nostra storia incominciò a prendere una piega importante, quando si cominciò a parlare di matrimonio.
Poi le cose andarono in maniera diversa, però.

Quando mi portava qua in campagna aveva sempre un atteggiamento furtivo, di clandestinità; infilava la macchina sotto quei salici, non voleva rischiare che qualcuno decidesse di fermarsi per salutarlo, non voleva essere interrotto sul più bello; che a lui lo conoscevano tutti qua in paese, così almeno si giustificava con me.

Che in verità la casa dei suoi è in periferia, quasi aperta campagna, a un paio di chilometri dal centro del paese, e mica era tanto frequente passare di qua; e pur passando di qua, c’è una stradina sterrata di un centinaio di metri da imboccare per arrivare davanti alla casa; mica era facile essere beccati. Ma la prudenza non è mai abbastanza, diceva lui.

Da quando ci siamo lasciati, io e Ivan, ci saremmo sentiti una mezza dozzina di volte, visti un paio. Quando mi è arrivata la telefonata ho tentennato parecchio, ormai è passato un secolo, abbiamo avuto altre storie, vite separate; mi ha detto che era importante, che doveva farmi vedere una cosa, una questione rimasta appesa, doveva togliersi un fardello; gli ho chiesto se era uno scherzo e se potevo risparmiarmi l’ora di macchina fino al paesello dei suoi.
Mi ha chiesto di fidarmi di lui, che andava fatto qua, e io l’ho fatto. Non ho ragioni per non fidarmi di lui.

L’auto è lì, ma di Ivan manco l’ombra, a parte il ferrovecchio; il posto mi pare pure in cattive condizioni, non proprio abbandonato, ma comunque frequentato poco. Foglie davanti al portoncino d’ingresso, finestre sprangate, cumuli di legna che sembrano marcire in cataste vecchie di anni.

Arrivo al portoncino e provo a bussare. Tre cazzotti: un, due, tre!
Le botte rimbombano ma non sortiscono risposta.

Passo direttamente al piano b, infilo la mano nella terra del vaso in ceramica di Vietri, sta lì da decenni. La terra non è compattata come m’aspettavo. Le dita affondano con facilità. La smuovo, la scavo, trovo la chiave. È giusto un po’ rappresa di terra. La spazzolo, ma è piuttosto pulita, quasi lucente. L’avrà piantata lui di recente.
La infilo nella serratura e giro. La ferraglia si smuove, i meccanismi stridono, frizionano la ruggine, ma girano e scattano.

La porta si apre nel buio. Polvere dappertutto. I mobili sono fantasmi che non mettono paura a nessuno. Le lenzuola che coprono tutto mi dicono che nessuno ci vive da un pezzo.

Camminando sul pavimento smuovo la polvere, produco rimbombi, disturbo la quiete. Le lame di luce che filtrano dalle imposte chiuse tracciano il contorno degli spettri, ricordo la posizione di ogni singolo mobile, potrei muovermi anche bendata. Provo ad accendere una luce, l’interruttore rende un suono cieco. Niente.

Attraverso l’ingresso, mi lascio andare ai ricordi, svuoto i pensieri e ricarico la memoria. Sulla destra la libreria: i volumi dell’enciclopedia universale sono sempre lì, nessuno li ha mai consultati, ci posso mettere la mano sul fuoco. Le ante di vetro riflettono pallidi riverberi di luce nonostante la patina di sporco e calcare.
Mi sembra di udire dei movimenti all’ingresso, mi giro e chiamo Ivan, d’istinto.
La porta si chiude sbattendo.
Buio.

* * *

Trascorro qualche secondo a cercare di capire quello che è accaduto.
Chiamo di nuovo Ivan. Nessuno risponde. Resto bloccata. Aspetto che gli occhi si abituino all’oscurità.
Pochi secondi e comincio a distinguere i contorni dei mobili grossi.
Mi dirigo verso l’ingresso, tocco la porta chiusa. Un colpo di vento? Cerco la serratura al buio, ma non la trovo. Mi sembra davvero strano. Le tenebre non aiutano, in alto, in basso: niente, niente serratura.
Come è possibile? Cosa sta succedendo?
Sbatto il palmo sulla porta e chiamo Ivan. Sbatto più forte e chiamo più forte. Nessuna risposta.
Cerco di rimanere calma, ci deve essere una spiegazione per tutto questo.

Devo uscire e chiamare Ivan. Ma non ho il telefonino. È rimasto in borsa, e la borsa è rimasta in macchina. Mi sarebbe stato utile, anche per fare un po’ di luce.

Mi dirigo a tentoni verso la finestra del soggiorno. Urto lo spigolo di un tavolo, il bracciolo di una poltrona, ma ci arrivo senza problemi.
È sprangata con assi di legno. Inchiodate da dentro. Strano, perché sprangare le finestre? Provo a smuovere le assi, ma sono fissate saldamente. A mani nude non riesco. Ho bisogno di un martello o di un piede di porco.

Faccio l’inventario delle mie tasche. Le chiavi dell’auto, un pacchetto di fazzolettini, qualche monetina. Niente che mi possa essere utile.
Mi dirigo a tentoni verso il corridoio. È ancor più buio. Vado a memoria.
Inciampo e cado. Dolore. Mamma mia che botta. Vedo rosso. Ho sbattuto il ginocchio, cadendo, e mi fa un male boia. Sdraiata a terra me lo stringo con le mani. Dolore.

Cerco di capire come è potuto succedere: devo essere incespicata in una piega di un tappeto, o in uno straccio, o in qualcos’altro del genere.
Mi alzo dolorante e avanzo al rallentatore, con le mani a sondare l’aria. Ogni passo è una fitta al ginocchio. Stringo i denti e vado avanti.
Dovrei essere spaventata, ma invece sono irritata. Anzi, sono incazzata proprio. E il dolore al ginocchio fa la sua parte.

Arrivo in cucina. Procedo a memoria verso il tavolo. Tocco i bordi, li seguo. Tocco lo schienale di una sedia, lo seguo, supero il tavolo e vado avanti. Arrivo alla credenza, ne seguo il profilo, trovo il primo cassetto, lo apro, rumore di ferraglia, faccio attenzione perché ci sono le posate.

Le mie dita sfiorano una rotondità di metallo liscio, forse un mestolo, sento dei filamenti gommosi, probabilmente degli elastici, pezzi di plastica (tappi per bottiglie?), poi, prima di arrivare alla conchetta dei cucchiaini, li trovo. Li riconosco subito. È dove sono sempre stati.
Fiammiferi.

Prendo il pacco, sento il foro nel cartone, mi faccio scivolare in mano un legnetto, cerco col polpastrello la banda ruvida, la trovo, afferro bene il fiammifero e sfrego.
Non si accende. Ritento.
La luce della fiamma è un sole nella notte.

Riconosco l’ambiente: lavello, frigorifero, tavolo, tendine. È come la ricordavo, la disposizione dei mobili non è cambiata. Però tutto è sporco, arrugginito, invecchiato. Ma che diavolo è successo? Perché questa casa pare abbandonata?
Mi guardo attorno cercando qualcosa che possa essermi utile per scardinare gli assi.
Muore il fiammifero. Ne accendo un altro.

Aguzzo la vista, scorgo un coltello infilato nel tavolo, in verticale. Chi può averlo lasciato così? Mi avvicino e intravedo delle lettere scavate nella formica.
Il fiammifero si spegne. Nuovo fiammifero.

Avvicino la fiamma per leggere. Non si capisce bene, le lettere sono un susseguirsi di tagli, apparentemente sembrano incise con lo stesso coltello. Cerco di decifrare. Qualcosa tipo: NON APRIRE FRIGO.

Non capisco. Lascio che il fuoco si spenga e resto al buio a ragionare. Chi può averlo scritto? Ivan?
Di certo mi terrò lontana dal frigorifero.
Accendo un altro fiammifero.

Prendo il coltello, uno di quelli per la carne, ben affilato, penso che potrebbe servirmi.
Faccio l’inventario delle armi: coltello.
Faccio l’inventario degli oggetti: chiavi della macchina, fazzolettini, monetine.

Mi dirigo nel corridoio. Scorgo il tappeto che corre per tutta la lunghezza del corridoio, e anche la piega che ha causato la mia caduta. Il ginocchio mi fa sempre male e zoppico.
Posso tornare nel salotto verso l’ingresso. Oppure andare dall’altra parte. Lì ci sono il bagno e la camera da letto. Mi ricordo bene.
Si spegne il fiammifero. Ne accendo un altro e mi affaccio in camera da letto.
Il materasso è nudo, sporco, bagnato al centro. Il mobile di fronte ha le ante aperte, le stampelle appese, nessun vestito.

Ritorno in corridoio ed entro nel bagno. Anche questo è in pessime condizioni. La tenda della doccia è strappata, il piatto doccia lurido e pestilenziale. Mi volto verso il lavandino e resto sbalordita.
Si spegne il fiammifero. Ne accendo un altro.

Il vetro sopra il lavandino riflette la mia figura spettrale sotto una scritta colorata. Mi pare sconosciuta. Di certo non è di Ivan. Sembra scritta con un rossetto.
Leggo il messaggio.
FINESTRE TRAPPOLA.
Sembra che qualcuno mi voglia dare dei suggerimenti. Il messaggio è molto chiaro: mi terrò lontana dalle finestre.
Ma come esco?

C’è un ripostiglio in fondo al corridoio, potrei trovarci qualcosa di utile.
Strofino un altro fiammifero e mi ci dirigo zoppicando. La porta è chiusa. Giro la maniglia e tiro.
Il colpo mi stende.

* * *

Sono a terra. Sento le forze che mi stanno abbandonando. Cosa mi ha colpito? Qualsiasi cosa sia ha fatto volare via i fiammiferi, dovrei recuperarli a tentoni, ma non mi sento bene, sono sul punto di perdere i sensi. Sento del liquido che mi cola dai capelli, forse sanguino, gli occhi mi si chiudono, ma nel buio non fa differenza; è come un’emicrania ma moltiplicata per mille. Anzi un milione.
Il dolore è talmente forte che non sento più quello al ginocchio.
Non ce la faccio ad alzarmi.

Infilo le mani in tasca, prendo i fazzolettini, due o tre insieme, provo a tamponarmi la ferita. La carta si inzuppa.
Il ripostiglio è una trappola.

Dovrei trovarmi stesa sulla soglia. Mi stendo verso il corridoio, allungo le mani; le dita toccano il battiscopa, e salgono sul muro freddo.
Devo lasciare un messaggio, devo avvertire che il ripostiglio è una trappola.
Recupero le chiavi della macchina dalla tasca, la stringo bene tra pollice e indice e comincio a incidere l’intonaco. Provo a scrivere NON ENTRATE.

Premo la punta della chiave nell’intonaco, cerco di avere una calligrafia più chiara possibile. Non pensavo fosse così difficile scrivere al buio. Sento le forze che mi stanno abbandonando ma stringo i denti, devo finire la frase, almeno quella, poi potrò riprendere fiato, poi potrò riposare.

N
Una lettera per volta.
O
Non riesco a chiudere il cerchio, ma va bene.
N
E
Scrivo una lettera e poi la ripasso al buio.
N
Come un cieco, il mio braille.
T
R
La erre è venuta strana, ma va bene così.
A
Non ce la faccio a scrivere altro. Ho bisogno di riposarmi. Ho bisogno di stendermi e rilassarmi. Ho bisogno.

* * *

Posteggio la mia Cinquecento dietro la Fiesta dell’Ivan, che è ridotta a un rottame rosicchiato dalla ruggine, abbandonato chissà da quanto tempo sotto quegli alberi cascanti. Giro la chiave e il motore s’azzittisce.
La casa è isolata, aperta campagna, lontano pure dal paesino qua vicino. Nelle condizioni in cui si trova è anche inquietante. Sembra l’horror di Raimi. Mi caco sotto. Sarei quasi tentata di sgommare via. Retromarcia e addio.

È tutto trascurato e lurido, ma l’Ivan a telefono è stato chiaro. Si tratta di una sorpresa e non ha voluto anticiparmi niente. Ha detto soltanto di fidarmi di lui. E lui è sempre stato uno ok.

Il vaso è al suo posto. Dentro ci sono le chiavi della casa. L’ha detto lui. Cerco di ricordarmi se m’ha detto qualcos’altro. A me pare di no, ricordo solo di doverlo aspettare dentro, mettiti comoda, ha detto, e fidati di me.

La storia con l’Ivan è durata poco. Ricordo che lui mollò una certa Sonia e si mise con me. Oggi mi ha convinto a venire qua.
E io mi fido dell’Ivan. L’Ivan è uno ok.

Flavio Ignelzi

One thought on “È uno ok

  1. Sicuramente sono da notare le parole sonore ferraglia, stridono, frizionano. Quella frase, secondo me, è la più bella del racconto. La cosa che più mi ha colpito è il modo in cui l’autore ha saputo creare la tensione e l’attesa, giocando sul contrasto tra Sonia che ritrova ogni cosa perché ricorda tutti i posti e le indicazioni come “finestre trappola”, che sono sembrano più una macabra guida alla morte. Forse la cosa che non mi è chiara, è questa: tutto il racconto sembra voler avere lo stile di chi si esprimerebbe dicendo “dietro la fiesta dell’Ivan” o “di Ivan manco l’ombra”. Se questo è vero, direi che parole come “olezzo” e “rosicchiato”, ad esempio, stonano.

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