Una mattina, il cielo

“A Palermo ci sono nata nel 1987 e ci sono tornata per studiare filosofia. A Bologna ci sono andata per completare gli studi e a Bonn per imparare il tedesco. Ora vivo a Roma dove lavoro in un archivio. Quando non perdo tempo a cambiare città, provo a scrivere. Le mie recensioni e articoli sono sparsi tra Filosofia blog, Sul Romanzo e Altri animali blog. Un mio racconto è stato pubblicato nell’antologia Orrore al sole 2017.” È Elisabetta Rizzo, per la prima volta su Verde con Una mattina, il cielo. L’illustrazione è di Federica Consogno.

Una mattina, il cielo. Le nuvole. Il sole che tenta di farsi spazio e che non ci riesce. Tu scendi verso l’inferno. Tre scalini o forse quattro. Ti blocchi. Rifletti. Sali. Giri a destra. Entri. Cerchi un libro. Tra gli scaffali non lo vedi. Segui l’ordine alfabetico. Quanto odi l’alfabeto? Zero, cento, mille. Lo odi mille. Cerchi la effe. Quella mattina la effe non c’è.

Te lo ricordi o no? Te lo ricordi. Pensi. Cosa cercavi? Perché sei entrata?
Lo ricordi. Dici il titolo. Lui cerca. Negli scaffali non c’è. Ti trascini la sciarpa dal collo alla bocca. Perché lo fai? Ti vergogni.
Hai fretta di andare via. Con la sciarpa sulla bocca.
Ti blocchi. Ti fermi. Sei una statua di sale. Sei il gelo. Sei semplicemente imbarazzata. Ti guardi. Intorno osservi le facce con il movimento degli occhi. Da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Poi lo sguardo si fissa davanti. Su un punto lontano lo vedi. Vedi lui che cerca il libro. Non lo trova. Si rivolge a una signora dietro il bancone. Dov’è il libro? Sotto tutti gli altri. È impacchettato, schiacciato. Lo sfila. Facendo attenzione lo tira fuori.

La sua mano. Tu vedi. Le dita affusolate bianche che si avvicinano al libro. Vedi il palmo magro. Vedi la leggera peluria sulle nocche. Vedi il polso. Magro per un ragazzo. Vedi un bracciale nero. A fascia che copre il polso. Un capello.
Un capello. Toglie un capello che esce dalle pagine. Con delicatezza. Con dolcezza. Con tenerezza. Ti rivolge uno sguardo. E tu vedi. Gli occhi grandi. Neri o marrone scuro. La luce non ti fa vedere bene. Vedi le sopracciglia spesse. Vedi il naso sottile. Vedi la bocca. Vedi le guance scarne. Vedi il viso magro, bianco. Accarezza il libro. Per pulirlo.
Vedi il corpo mentre si allontana. Coerente col viso. Magro, sottile. Vedi la maglia. Blu scuro. Vedi la cintura. Nera. Vedi i jeans. Larghi.
Sei in fila. Aspetti il turno per pagare. Lui è lì a sistemare i libri. Li prende. Li mette a posto. Li mette in ordine. Vedi la strada attraverso i grandi vetri. La gente che corre, che spinge. Il simbolo della metro. L’inferno. I militari che osservano. Studiano le facce. I cellulari all’orecchio. Il simbolo della metro. L’inferno. La pace lì dentro. Una mano delicata. Paghi.

Apri la porta. Dal silenzio al rumore. Suoni di clacson. Macchine che sfrecciano. Gente che parla. Chiudi la porta. Ti giri. Scendi le scale. Nel frattempo la delicatezza nella testa.
Senti i rumori della metro che sfreccia. Colori fluidi che corrono su uno sfondo nero. Il nulla da cui la metro arriva. Il nulla in cui la metro scomparirà. Il fascio si blocca. Tu vedi. Le immagini, chiare, distinte. Piedi fuori. Piedi dentro. Entri. Sei dentro i colori fluidi. Ora è il buio che corre fluido fuori dai finestrini. Cinque minuti, tre fermate. Di nuovo piedi dentro. Di nuovo piedi fuori. Sali le scale. Vedi la luce. Attraversi la strada. Un boato. Il suono di una esplosione. Le grida. Le orecchie si intasano, gli occhi si mortificano. Il fumo. La cenere. Il sangue. Una mano delicata nella testa scorre le pagine di un libro.

Elisabetta Rizzo

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