amoR – Variazioni sul tema di un incontro

amoR è un atto unico di Sergio Gilles Lacavalla che debutterà a maggio in teatro, a Roma, vista l’ambientazione. È una storia nostalgica di una lei e un lui in una città. Nota dell’autore: “È il racconto di sentimenti che sono aspettative deluse e desideri, che sono luoghi. Può essere rappresentato sia in forma di monologo di lei sia di dialogo tra lei e lui che si trasforma nel monologo di lei. Qui è nella forma monologo che indica ben chiaro l’eventuale svolgimento come dialogo. Parole per corpi che non si sono mai incontrati, se non in una carezza, in un abbraccio non compreso, in notti infinite di parole e musica, in sguardi. Con Le Soldat Perdu, il nome della mia nuova compagnia teatrale, sto affrontando il tema del rimpianto e della perdita – forse l’ho creata per parlare di ciò. In Jeanne e Gilles c’era il rimpianto da parte dei due protagonisti di non essere riusciti a perpetuare il loro amore smarrendolo in motivi che non sono mai riusciti a capire fino in fondo, e il tentativo di ricrearlo in un pomeriggio in un albergo abbandonato come loro si rivelerà il solito fallimento. La solita disperata illusione. In amoR il rimpianto sta nel non essere riusciti neanche a esprimerlo in un pomeriggio, soltanto un pomeriggio o una notte, questo amore. Ma che cambia? In tutte e due le situazioni il risultato è lo stesso, per tale motivo alcuni momenti di una storia li ritroviamo nell’altra, istanti ed elementi che riverberano nei diversi personaggi che a tratti si confondono, e che, tutto sommato, sono sempre gli stessi. Gli amanti perduti sono sempre gli stessi. Un amore finito, un amore non vissuto, sono la medesima cosa. Resta la domanda di cosa sarebbe stato delle loro vite se fossero stati capaci di amarsi. Potevi essere felice e non ne sei stato capace. O peggio, non ne hai avuto il coraggio. Forse. Tutto qui. Le Soldat Perdu non sa la risposta, per tale motivo si pone la domanda. In amoR ricorrono anche alcune vicende estranee e vicine ai due poveri amanti mai stati amanti che i più attenti si accorgeranno di averle già lette in altre mie scritture: perché poi le cose si ripetono. Perché Le Soldat Perdu è immerso in queste storie di vita e malavita, perché le nostre storie sbagliate sono solo alcune tra le tante storie sbagliate. La città dell’atto che leggerete, come dice il titolo, forse un po’ scontato, è Roma (letto al contrario così che dia amoR). Ho voluto un titolo semplice perché l’amore è semplice; siamo noi che lo rendiamo complicato. Semplici sono i desideri dei due amanti, perciò impossibili. Se questa scrittura parla di ciò che poteva essere e non è stato, lo stesso vale per questa assurda decadente città.
Ho chiamato la mia compagnia Le Soldat Perdu (Il Soldato Perduto, nome preso dal film Apocalypse Now Redux) perché a volte si è stanchi della guerra che distrugge le nostre piccole vite. Che poi questa guerra l’abbiamo dichiarata noi o la stiamo solo subendo combattendola con le poche inutili armi che abbiamo a disposizione, è un altro discorso.”
La fotografia, realizzata per il testo (uno dei luoghi della pièce), è di Ilaria Turini (qui i suoi lavori): “Nata a Roma nel 1985, dopo aver studiato storia dell’arte contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, incontra la fotografia. Nel 2013 conclude il suo corso di studio triennale alla scuola Roberto Rossellini come operatore di comunicazione fotografica, specializzandosi in fotografia analogica e camera oscura. Nel 2012 ha frequentato un corso di fotografia di matrimonio, light designer e videomaking. Gli ultimi anni scopre lo storytelling e se ne appassiona. Ogni giorno fa tutto ciò che la rende felice: immagina, scrive con la luce e scopre mondi.”

«Lei è stanco di questa guerra, glielo leggo negli occhi. Ha lo stesso sguardo che avevano i soldati della nostra guerra. Li chiamavamo les soldats perdus, i soldati perduti. Se vuole posso offrirle un po’ di cognac».
«No… io devo… devo andare a occuparmi dei miei uomini».
«La guerra ci sarà anche domani».
«Sì, è vero, ha ragione».
(Francis Ford Coppola, “Apocalypse Now Redux”)

LEI Forse i luoghi dove non abbiamo mai abitato sono i nostri luoghi. Un’estraneità che diventa conoscenza in un’ipotesi. Hai mai nostalgia di un posto dove non hai vissuto?

«Abiteremo un appartamento per ogni stagione: quattro case in quattro zone diverse di Roma» dicevi tu.
«Ma Roma ha solo due stagioni» ti feci notare io. «Inverno e estate».
«Allora un appartamento per ogni fase del giorno: uno per la mattina, uno per il pomeriggio, la sera, la notte. Uno per ogni mese dell’anno, tutti in quartieri diversi: conosceremo questa città abitandone la quotidianità. I momenti delle nostre giornate. Perché solo così potremmo dire di conoscerla veramente. Di conoscerci».
«Perché vuoi conoscermi?» ti domandai. Tu non rispondesti. Ci conoscevamo appena. C’è la storia di un incontro. Lui pensa che lei sia bellissima e… sorprendente. Semplicemente sorprendente. Anche lei è meravigliata nel vederlo. Non si aspettava uno scrittore che sembra più un peso leggero di pugilato che un intellettuale. “Sai, ti fai certe idee. Chiuditi la camicia”, gli dice lei fuori. “Fa freddo”. Forse non fu quella sera. Ma glielo disse. Deve averglielo detto. Perché lui lo ricorda. Lui ricorda ogni momento di lei. E lei deve avere queste attenzioni. Tornando a casa, lei gli manda un messaggio sul cellulare augurandogli la buona notte e dicendogli che è contenta di averlo conosciuto. La luce sul cellulare illumina la notte delle sue parole. Una notte diventata luminosissima. Da quanto per lui la notte non era così luminosa. Sì, lei era proprio sorprendente. C’è qualcosa che può colpirti di più della spontaneità? Lui ricambia. Avrebbe voluto dirle anche altro – lui avrebbe sempre voluto dirle altro, ma ogni volta gli mancavano le parole, con lei era uno scrittore senza parole, che pena! Non trovate? Povero piccolo scrittore senza parole, a che ti è servito riempire tutte quelle pagine. Che fallimento, povero stupido tesoro! Lui le aveva regalato un suo libro scrivendole una dedica presa dall’Idiota di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, diceva la frase. Almeno per quella notte, lui ne è convinto. Se non proprio il mondo, almeno il suo, di mondo. Il suo mondo insensato, davanti a quegli occhi riprendeva il senso perduto, forse mai avuto, forse dimenticato. Incontrarla per caso e dirglielo. Se poi lui davvero la rincontrasse per caso, attraversando la strada, in una mattina, un pomeriggio, di sicuro glielo direbbe che è proprio bella. Poi, si sa come a volte vanno le cose e quello che poteva essere rimane l’unica realtà conosciuta. Potevamo essere e invece non siamo stati. Incontrarsi per caso, ormai. Ormai, ormai, ormai: quanto sarebbe bello non dover dire ormai. «Inventiamoci un ricordo» ti dissi. «Dal nostro balcone di vede Via del Corso: lo sai che lì c’ha suonato Chet Baker? Il jazzista americano. Sì, in strada, per raccogliere i soldi per l’eroina. Era il periodo in cui gli andava proprio male. Siamo sul nostro bel balcone e sorseggiamo un drink. Non guardiamo la gente che passa giù, perché giù non c’è più Chet Baker a suonare. Ascoltiamo un suo disco che arriva dalla camera adiacente al balcone, la camera è grande, il balcone è piccolo, come tutti i balconi sopra il Corso, ma c’è spazio a sufficienza per noi due soli, siamo seduti su due sedie, i miei piedi nudi poggiati sulle tue gambe, sporchi sulla pianta del pavimento del balcone impolverato dal cielo di Roma, e ci guardiamo i visi. Il cielo a Roma è sporco eppure splendido a quest’ora. Sembra proteggerci e dà una bella luce ai nostri volti. Qualcuno ha detto che il cielo di Roma è un grande direttore della fotografia. Chet Baker alzò anche un po’ di soldi. Riuscì pure a suonare in qualche piccolo club. Siamo all’ultimo piano, sotto la folla del sabato pomeriggio, le persone sono onde di un mare in tempesta, il nostro balcone è la salvezza sopra l’albero maestro di una nave, fisso, solido, sicuro, nonostante lo scafo sia sballottato dalla burrasca. C’è qualcosa di violento in tutta quella gente che passeggia e fa compere nei negozi uno attaccato all’altro, i portoni delle abitazioni sono vie di fuga, un ladruncolo prende l’ascensore, preme un pulsante a caso, mentre sale conta i soldi, torna in strada lasciando il portafogli nella cabina e le sue porte aperte, ha anche le tasche piene di cioccolatini del bar, le scale, consumate e storte dal tempo, conducono all’albero maestro dove i due amanti si stanno arrampicando, anche loro hanno dei dolci, pasta di mandorle e bonbon per il Martini. Chet Baker riuscì a non impegnarsi la tromba. Non lo arrestarono mai a Roma».
«Questa città non ho ancora capito se accoglie o respinge» dicesti tu.
«E chi lo sa, forse entrambe le cose. Comunque ci sono i portoni, no? Comunque quella storia su Cher Baker l’ho letta in un tuo libro». L’alito sa di cioccolata e liquore. «Poi c’è una casa davanti alla residenza dell’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America. Proprio lì si andò a schiantare contro un camion la Ford Thunderbirdh del 57 del cantante torinese Fred Buscaglione. In una fredda mattina di febbraio del 1960 alle 6 e 15 circa, all’incrocio tra Via Paisiello e Viale Rossini. Correva verso il Rivoli, l’hotel dove abitava nei suoi soggiorni romani. La sua casa ai Parioli. Con la sonda spaziale Luna 1 che gli diceva: “Avanti, Fred, accelera, corri, corri di più. Non avere paura. Dai”».
«Come James Dean con la sua Porsche 550 Spyder, la sua Piccola Bastarda, l’aveva battezzata così l’attore americano, sotto il sole pomeridiano della California Jimmy premeva sull’acceleratore e Fred con la sua Criminalmente Bella faceva scoppiare il contachilometri verso la fine rischiarato da due lune che andavano a sparire verso il sole di un gelido inverno romano. “Su, spingi ancora”. Come dici tu. “Andiamo”. Anche Jimmy cercava la morte. Nessuno ha pensato al suicidio di James Dean».
«Figuriamoci a quello del Grande Fred. Fred voleva morire da quando sua moglie l’aveva lasciato».
«Pure James Dean era stato abbandonato, da Anna Maria Pierangeli, si era sposata con un altro. O forse era innamorato del suo meccanico, Rolf Wütherich. Tanti anni dopo morirà anche lui, diventato pazzo da quell’incidente e ancora su una macchina guidata ad alta velocità. Acceleri, acceleri di più. Non fai caso a chi ti si para davanti. Una Ford Coupé bianca e nera».
«Un Camion Lancia Esatau. Non so di che colore. Deve essere andata così per Fred e per Jimmy Dean. Per quegli abbandoni e perché la vita di tutti i giorni era diventata meschina. Che ci fai delle stelle quando le tue giornate sono grigie e meschine. Tutti sono meschini. Ogni cosa è meschina. Te ne accorgi ed è la fine. Acidità di stomaco – al posto del whisky ormai gli davano il tè, a Fred dal whisky facile – e meschinità. L’acidità ti viene perché sei infelice. Non sono tanto le tragedie – e poi chi decide cosa è per te una tragedia –, quanto la miseria della vita a ucciderti. Con la luna e la sonda sovietica che la mancò miseramente a incitarlo a esibirsi nel suo ultimo imperdibile spettacolo».
«Oltre le Colline Perdute il sole accecò James e il suo giovane assassino».
«La luna. Il sole. A Roma possono essere bellissimi. Il cielo lurido e splendido non riesce a sporcarli. È questo il motivo per cui non siamo ancora saliti su un’automobile senza freni? Parliamo di quelli: della luna, del sole di Roma. Oppure raccontami una storia nera su questa città nera malgrado il sole e la luna. Ma non tacere. Non tacciamo. Ho paura dello spazio che si crea nel silenzio. Ho paura che il silenzio voglia dire allontanarsi: due persone non si sentono più perché si sono allontanate troppo. Parlano al vuoto. Parlano a vuoto. Allora parla e io ti verrò dietro. Nonostante sappiamo che non riusciamo quasi più a vederci niente di bello in questa città, parla di lei. Prima c’era stata la morte di una ragazza chiamata Wilma Montesi, ecco, mi avevi raccontato. No, non l’avevi raccontato proprio a me, ma l’avevi fatto. Era la serata per Wilma. Dwight Holly distribuiva le carte della malasorte. Aveva diciannove anni, o ventuno, non ricordo, e abitava anche lei ai Parioli, sì, lì vicino, a Via Tagliamento, dove c’è il Piper (se i roadie non l’avessero tirato giù dagli amplificatori su cui si era arrampicato, Kurt Cobain si sarebbe buttato rompendosi l’osso del collo, molti anni dopo Wilma, la data romana dei Nirvana al Piper, la stanchezza e il disgusto di essere una rockstar), nel quartiere Trieste, accanto alle case esoteriche del Coppedè. Dario Argento vi girò alcune scene de “L’Uccello dalle Piume di Cristallo” e di “Inferno, lo sai? Wilma morì sul litorale romano. Una storia torbida che coinvolse politica e musica jazz. Piero Piccioni, figlio del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri democristiano Attilio Piccioni, jazzista col nome d’arte di Piero Morgan. Jet set e Regina Coeli. “Goddess in a dream. In my dream. Wilma Montesi Jazz Love Tragedy”, la cantavano i Macelleria Mobile di Mezzanotte, ricordo bene quella sera. L’elettronica, un sax e la tua voce che a tratti affogava nel torbido mare di quella storia le cui onde si infrangevano su una spiaggia sporcata dal presente. Non c’era nessuno, il locale era desolato. La barista in latex e le bevande colorate dal ghiaccio illuminato dalle luci del bancone. Io però c’ero. Non dimenticarlo». “Wilma nei sogni non ha mai le calze. Il tallone arrossato dalle scarpe. Sempre senza la gonna. Senza calze né reggicalze. Lui la sognava così. Con l’acqua marina che le carezzava i piedi. Piena della sabbia di Torvajanica. Acqua e sabbia. Nella gola. Nella vagina. Le mutande bianche, bagnate. Sembrava dormisse, sulla spiaggia di Capocotta. Con la faccia riversa sul bagnasciuga. Senza scarpe. Le scarpe per bene fanno male. La gente bene fa male. Gente bene e assassina che avrebbe indicato la strada verso il massacro del Circeo e cene eleganti”. Recitavi tu facendo riaffiorare un passato mai passato davvero in una città indelebilmente macchiata dalle sue colpe. La borghesia a Roma fa veramente schifo. I suoi figli fanno schifo. Non cambiano mai. Quando non uccidono – se non è su una spiaggia una banchina del Tevere va bene – sfruttano, ricattano. Li vedi al bar con i loro maglioncini da quattrocento euro, le parole sbagliate e le risate ebeti. Eppure certi quartieri borghesi sono così ricchi di fascino, con una certa grazia».
«Un appartamento al rione Prati. Gli edifici in stile umbertino e liberty. Hanno stanze spaziose. L’arredamento sarà minimal. Non c’è bisogno di molto, quando ad abitarle ci sono due corpi. Guarderemo i nostri corpi. Ci basteranno i nostri corpi. I grandi bar, le pasticcerie con tutti quei dolci profumati, più buoni di quelli comprati a Via del Corso».
«È per via dello zucchero a velo, il profumo che invade il marciapiede è dovuto allo zucchero a velo buttato sui fornelli per far arrivare l’odore in strada. I bei ristoranti e le pizzerie, neanche care poi. Via Cola di Rienzo. Via Ottaviano. I negozi di abbigliamento e le librerie. Mi leggerai un libro sfogliando le pagine a caso mentre io ti guardo. E il caos di questa città si ordinerà dentro pagine infinite con la musica e in noi corpi ora tranquilli in una pausa rubata ai delitti di una città che ci sentiamo pesare addosso perché siamo infelici. A strapparci noi due un foglio ancora di illudente serenità confusa nei nostri cuori mai in pace. Una frase e un’altra che non avrò ascoltato perché all’improvviso troppe parole scure si avviluppano intorno al battito lento delle mie vene. Poi riprenderanno a scorrere, le tue parole, da una bocca che sento che ha voglia di me e mi dirai che hai mollato la tua anima appena mi hai visto. Me lo dirai perché non sei capace a dirlo. Ma tra i libri si può. L’attribuirai a un poeta. “È arrivata limpida come qualcosa che hai sempre saputo ma che non sei mai riuscito a dire”, canta Liam McKahey accarezzandoci leggero con la sua voce morbida che si spande lenta in un posto dall’odore di carta e vaniglia e luci basse nel mattino di nuvole. Mi dirai che l’hai lasciata dentro di me, la tua anima, o qualcosa che le somiglia, appena sono arrivata come qualcosa di puro e d’inaspettato ma che avevi sempre saputo che c’era, proprio come sta sussurrando il cantante dei Cousteau. E perché non mi hai cercato? Mi aspettavi silenzioso da qualche parte e così ora ci apparteniamo, fino alla morte. Sorriderò spaventata. Io non voglio che mi parli di morte. Roma è mortale, lo so. Le tue storie sono mortali. La tua pistola è vera, non è solo di scena. È pesante. Non so se il caricatore è pieno. Ma è pesante. La camicia nera e la pistola nella fondina marrone sotto l’ascella. Un anello d’argento al dito della mano destra che brilla quando afferri il microfono. Ha una rosa nera stretta tra i denti. Un po’ inquietante. Non so nulla del tuo passato, e anche se deve essere stato pieno di dolore, questo non giustifica niente. Non so niente del tuo presente. Vorrei sapere tutto del tuo futuro, quando sarà il nostro presente. Smettila di parlarmi di morte, di nessuna morte. Ma io faccio lo stesso, forse solamente per intrattenerti e somigliarti e piacerti e perché la città è diventata più violenta. Almeno è così che l’avvertiamo. Con le sirene delle volanti e il rumore degli elicotteri in cielo. Le ambulanze. Un uomo pochi giorni fa ha ucciso la compagna e la figlia di lei e si è buttato giù da un edificio occupato alla Stazione Termini. I soldati alle fermate della metro sono armati di mitra. Una ragazza ha tatuate rose nere e bianche sulle cosce pallide. Mi fermo a guardare quei fiori, poi più su: anche il seno è ornato da rose. La ragazza è completamente nuda. Sulle braccia sono disegnate antiche bambole giapponesi e vittoriane. La pancia, tonica e con delle leggere pieghe per via della posizione della giovane seduta sull’asfalto, è priva di tatuaggi. Il pube è depilato, a parte una sottile striscia di peli neri al centro. Al suo fianco c’è un’altra ragazza, tutta nuda anche lei (indossa solo le scarpe), ma senza nessun tatuaggio. I capelli biondi, tagliati cortissimi. Quelli dell’altra, invece, sono lunghi e neri come la sua peluria e lisci. Il basso ventre della bionda è rasato del tutto. Le labbra vaginali si mettono in evidenza, quasi si dischiudono, mentre poggia un ginocchio sul marciapiede e piega l’altra gamba a toccarsi il seno che scende morbido sulla coscia, tenendo la suola dello scarponcino alla caviglia col tacco a stiletto a terra, e comincia a infilare, lentamente, degli aghi sul braccio e sui seni della sua partner. Righe di sangue colano sull’avambraccio, sulla mano, sui capezzoli e sui fianchi, anch’essi ricamati da rose e bambole dell’età del jazz, colorando di rosso buio i volti, i fiori e la pelle. Non è sangue cattivo. Anzi, è così vitale. Eppure le poche persone che le guardano fanno un passo indietro quasi spaventate, o impressionate. Pensano che quel sangue possa essere infetto. Non c’è musica. La ragazza tatuata si gira di lato e porta il viso a sfiorare il suolo esibendo la schiena, che viene trafitta dalla sua amica con piccoli ganci che fanno piangere di rosso gli occhi delle bambole anni Venti dipinte sotto la pelle delle anche e tracciano righe irregolari sul dorso. Il sangue le solca i glutei senza disegni e le piante dei piedi nudi sporchi della strada. Sopra i piedi ci sono altri piccoli disegni: ancora bamboline. La performer senza tatuaggi ha appena cominciato a leccare quelle ferite, lei non ha paura delle malattie, poi conosce bene la sua amica, e comunque che le importa, quando, alzando appena lo sguardo, si accorge che sta arrivando la polizia. Tocca sulla spalla la sua compagna che solleva il viso. In un attimo sono in piedi, raccolgono gli abiti vicino a loro e il bicchiere con i soldi delle offerte, lo infilano dentro una borsa, e scappano. Gli agenti provano a inseguirle, ma le ragazze sono più veloci, più giovani, più allenate, le gambe più muscolose, sono più furbe e hanno un certo vantaggio: si dileguano per le vie vicino a Piazza della Chiesa Nuova, dove si erano esibite. Una casa su Corso Vittorio Emanuele II o a Campo de’ Fiori. Se le avessero prese le avrebbero massacrate di botte, probabilmente violentate in un commissariato. Comunque le guardie si fanno grandi davanti alla gente per aver interrotto quell’oscenità costringendo le due alla fuga. Dio, ma cosa c’era mai di osceno in quell’esibizione!? Non erano oscene. Erano bellissime. Il sangue era nettare che nutriva splendide rose fesche profumate d’arte e sudore e volti di bambole serene d’altri tempi e d’altri luoghi. Non ho mai avuto il coraggio di tatuarmi anch’io rose sul seno. Quando mi faccio piccoli disegni sulla pelle, con l’acqua poi spariscono. Ho preso la metro, era deserta. Ma c’erano loro, sai? Le ho riconosciute subito, anche se si erano rivestite. Probabilmente entrando in uno di quei portoni aperti del centro dove la ragazza bionda ha disinfettato le ferite della sua partner. Odore di salviette detergenti per la pelle. La ragazza tatuata provava ancora il senso di ebbrezza che devono darle quelle superficiali ferite; lo prolungava ridendo e baciando la sua amica e contando i pochi spicci rimasti nel bicchiere dopo aver fatto la spesa da Tuodì: due birre, un pacco di pasta corta, sugo ai funghi in barattolo e una vaschetta di Profiterolles. Il dolce finale alla cena. Sono scese qualche fermata prima della mia. Il métro era ormai un treno fantasma verso il nulla. Tre controllori oltre i tornelli d’uscita chiedono i documenti a due ragazzi trovati senza biglietto. Lei cerca di giustificarsi, dice appena qualche parola, rossa in viso, ma uno degli uomini in divisa le intima di stare zitta, bruscamente; è un ordine che non tollera repliche. Interviene il ragazzo – penso sia il fidanzato della giovane. Anche lui viene messo a tacere, da due poliziotti che fanno da scorta al personale di controllo: lo ammanettano, dopo una manganellata sui reni. Gli agenti portano via i due giovani. Lei comincia a piangere. Fuori dalla stazione della metropolitana trovo la sera. Avrei voluto almeno il tramonto, avrei voluto che i due ragazzi passeggiassero sotto il crepuscolo, invece è già sera. La luce è quella dei negozi e dei lampioni. Le rose, sotto i riflessi artificiali, ora tracciati dalla pioggia sopraggiunta all’improvviso, marcirebbero. Marcisce tutto in fretta in questa città. Siamo soli e infelici e così ci accorgiamo di tutta la sua durezza, della sua crudeltà, delle sue miserie, non tralasciamo niente, e ci fa male, troppo male. Noi siamo il mondo che sta male, la nostra città che soffre in un interno o agli angoli delle strade. Ne sentiamo la pena, la sopportiamo con difficoltà, spesso non la sopportiamo più. Una ragazza era alla finestra, l’ho vista girare per casa in slip e reggiseno, erano spaiati, le mutandine arancioni con piccoli disegni verdi, non sono riuscita a capire cosa rappresentassero, il reggiseno a righe sottili blu su sfondo rosa, l’ho vista che entrava coperta da un lenzuolo di tela bianca, quasi grigia e ruvida, in un’ambulanza con la sirena spenta. Non c’era bisogno di far lampeggiare la luce né di correre. Ricordi i dettagli quando non riesci a pensare, quando sei così stordita da non riuscire a pensare a niente. A volte te li inventi: i dettagli che piacciono a te. Il suicidio è un’alternativa, la tristezza ti ottura i pori della pelle, il respiro si affanna, ti guardi intorno e non c’è nessuno, nessuno che respiri il tuo respiro. Io però non ho mai voluto morire. Avevo soltanto pianto l’intero pomeriggio abbandonata nella vasca da bagno. Vorrei che mi parlassi carezzando il mio corpo nudo e indifeso nell’acqua profumata, che mi dicessi che il mio seno è perfetto, come la mia pancia e il mio sedere, le mie gambe e i miei piedi, il mio pube con la peluria bagnata – lacrime di piacere e tristezza dal pube. Ti piacerà elencare le parti del mio corpo come in un film di Jean-Luc Godard, perché sei uno scrittore e io ti piaccio. Mi dicevi che ero bellissima, mentre io mi sentivo brutta e volevo solo lasciarmi andare nei tuoi complimenti teneri e sinceri, senza più quelle lacrime di debolezza e insicurezze – lacrime di piacere e tristezza dal pube; sul viso dagli occhi stanchi. Così anche tu ti abbandonavi, giù fino in fondo a quelle parole sul mio corpo trattenendo le tue lacrime; ma mai le mie. Lacrime da uomo innamorato – se solo piangessi, senza abbassare lo sguardo, solo perché ti piaccio, e allora ti commuovo. Una mattina tra i libri e il caffè caldo e le note di piano con le parole del cantante dei Cousteau. Mi laverò appena la faccia, sulla pelle del corpo ancora l’odore della notte e ancora bagnoschiuma d’albicocca e con le labbra screpolate, solo un po’ di burro di cacao messo per strada e i capelli tirati indietro con una fascia, scoprendo il mio viso privo di trucco, ti chiederò di leggermi una poesia. Mi tocchi il palmo della mano con una piccola ferita di carta affilata e ti sporchi del mio sangue penetrando leggermente nella mia pelle. Chiudo la mano sulla tua, quando mi leggi un’altra riga da un libro che non avevo mai letto. “Un così meraviglioso sboccio di bellissimi e foschi fiori l’appresi soltanto a frammenti”, leggi da un libro di Jean Genet. Petali di crudeltà e giustizia si spalancano attimo dopo attimo a frazioni di allucinante, inspiegabile meraviglia in una città che marcisce nel crimine. Riapro la mano lentamente sul tavolino e l’avvicino al tuo viso. Fuori dalla porta a vetro al piano inferiore sta piovendo e il sangue della mia mano si diluisce sul marciapiede per essere poi inghiottito sotto di esso. Nessuno lo vede quel sangue. È solo pioggia per chiunque passi. Forse è davvero soltanto acqua, però adesso tu riabbassassi lo sguardo, anche se volevi leccarmi la mano, e continui a leggere e allora io so che è sangue. Che cola sul libro; si assorbe nel foglio e sulle tue dita. Alzi gli occhi e confondi il tuo sguardo nel mio lasciandomi dentro le sensazioni che scorrono morbide nelle tue pupille come lacrime a lungo represse. Vorrei che ci lasciassimo andare una volta per tutte nei nostri occhi lucidi. Inventiamoci un ricordo. Inventiamoci un passato. Il presente non ha storia, non ha basi. Che fare se fuori la pioggia si mischia sempre al sangue? Le strade si coprono di fango e si allagano. Tienimi stretta a te correndo sotto la pioggia. Ma non ho il coraggio di dirtelo. Vediamo gli orrori di questa città perché non riusciamo ad abbracciarci. “Ogni uomo è prigioniero del proprio desiderio” continua a cantare Liam McKahey; e noi siamo in trappola ormai. Ormai, ormai, questo ormai lo vorrei, se la trappola fosse la nostra unione, si dice anche relazione, rapporto, storia: raccontiamoci una storia. La nostra storia, stavolta. Usciamo, ha smesso da poco di piovere, l’aria non è cattiva. Malgrado non ce la facciamo a respirarla. Nell’acqua c’è una pagina strappata da un libro con sopra scritto: “Non mi seguirai mai. La fine delle risa e delle morbide bugie. La fine della notte in cui abbiamo cercato di morire”. Io ti seguirò fino alla fine, mi dirai tu, dopo che avremo letto quella frase insieme. Sorriderò annuendo, come a dirti: anch’io. L’odore di vaniglia e caffè è nell’aria fredda fuori dalla libreria e il vento gelido sembra non riuscire a soffiarlo via. Passeggeremo in silenzio. Mi regalerai un paio di scarpe. Me le proverai tu, perché i miei piedi sono stanchi per aver camminato troppo sui tacchi. Compreremo pane fresco, ne mangeremo qualche pezzo verso casa, le nostre case sono ancora una distante dall’altra, strappandolo dallo stesso filoncino dentro la busta di carta con lo scontrino adesivo, e fiori secchi profumati da mettere vicino alle lampade. I chioschi dei fiorai a Roma non chiudono mai. Piazza Risorgimento e in fondo c’è la Città del Vaticano. Sui muri e sui pali della luce, tanti anni fa, c’erano dei manifestini con scritto: “Emanuela Orlandi, anni 15 – alta mt. 1,60. È scomparsa”».
«Preti e orge, servizi segreti e attentatori del Papa, lo IOR e la banda della Magliana. Si dirà. Si dice ancora. Tutto qui diventa un si dice, un film, un rebus, un complotto, una favola e ci puoi mettere dentro chiunque e chiunque andrebbe bene, tanto chiunque è colpevole».
«Ma forse è solo fuggita da questo schifo di città. Uccisa perché qui nessuno sopporta l’innocenza. Noi siamo innocenti? Anni 15, è scomparsa. Poi il quartiere Della Vittoria. Con l’Osservatorio Astronomico: non ci sono mai entrata in quel posto in alto, non me ne è mai fregato niente di guardare le stelle da un osservatorio, magari con qualcuno che te le vuole anche spiegare, a me le stelle piace guardarle dal nostro appartamento, sul balcone o dal letto rischiarato dalla Luna. La luna, il sole sul letto umido. Hai mai corso allo Stadio dei Marmi, sotto il sole con il sudore che d’estate ti liquefa e d’inverno ti gela?
«No».
«Era bellissimo sentire i muscoli delle gambe e della pancia tendersi e il fiato accelerarsi insieme al cuore e ti sembrava di morire di una morte piena di vita, ti faceva male e ti faceva bene, sulla pista rossa di atletica leggera vigilata dalle enormi statue nude di atleti di marmo; il senso di eternità che Roma ancora conserva nei suoi monumenti e nel tuo respiro alterato dalla corsa. Riprendere fiato nuotando piano nella piscina del Foro Italico e negli spogliatoi, la doccia è una pioggia pulita e tiepida in cui riesci a non pensare, a non pensare a niente, e l’assenza di pensiero ora è benefica, un sollievo, non pensare a niente se non al tuo corpo bagnato e ti senti davvero immortale. Con uno strano languore al quale ti lasci andare a lungo, nell’acqua profumata di vaniglia e miele che scorre sul tuo corpo e si perde tra i piedi sul pavimento di maioliche. Il costume sulla panca. Poi fuori, con i tuoi abiti addosso e nelle strade grigie, in quella zona le strade sono sempre grigie, anche d’estate, è colpa dell’architettura e degli studi legali, torni a essere una comune mortale e stai di nuovo male. Via Poma, l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Portieri, e ancora figli e nipoti della Roma altolocata e fidanzati di periferia. La sua cronaca nera è ovunque. Si perpetua in nuove vittime per nuovi articoli di giornale. Alla fine sembrano tutti uguali. Non si arriva mai alla verità. Se parli di questa città non puoi evitare di parlare dei suoi misfatti, inutile, non puoi. Per noi però saranno soltanto trasmissioni d’inchiesta e documentari alla tv. Una serie su Netflix. Solo per fare qualche commento. Perché noi ce ne fregheremo. Perché gli amanti se ne fregano della cronaca, se ne fregano della storia. Esiste solo la loro storia. Nella nostra casa con la televisione accesa, piatta e appesa alla parete come uno schermo cinematografico. Guarderemo “Babylon Berlin” su Sky e concorderemo che è una bella serie, parteggeremo per il morfinomane ispettore della Buoncostume Gereon Rath e la forte e disinibita dattilografa della Omicidi e mistress Charlotte Ritter e faremo finta di ballare e peccare anche noi al Moka Efti. Dopo usciremo e andremo al mare. Non sarà mai un mare tragico e di violenza. Anche se ogni volta che ci vado non posso non pensarci. Sul litorale romano massacrarono Pier Paolo Pasolini. Scrivevi tu: “Il volto ridotto a un tentativo malriuscito d’icona del tempo, il corpo schiacciato e macellato dal conformismo che rifiuta i tratti marcati della diversità. Sulla tavoletta col suo sangue e i capelli c’era scritto: Via Idroscalo 93. Sul lungomare Duilio di Ostia correva contromano l’Alfa Romeo Giulietta GT 2000 del regista, al volante Pino Pelosi: guidava a folle velocità inseguendo le sue bugie, senza fermarsi mai fino a quando quella macchina sportiva non ha travolto anche lui”. Perciò ci penso. Su quel mare con gli stabilimenti balneari appaltati alla malavita. Sembra che sia tutto insopportabilmente cupo quando… quando mi sento come adesso, parlavamo d’infelicità».
«Ma sarà solo il ricordo di un poeta» mi dirai e io accennerò un sorriso. «Cercheremo il ricordo di un poeta. Nei suoi versi. Nei momenti sereni che eppure deve aver avuto. Aveva un bel sorriso, segnato ma bello. Nell’acqua del mare, nel vento sulla spiaggia, deve aver incontrato qualche attimo di felicità. Cercheremo anche noi la felicità sulla sabbia appiccicata alla pelle dopo aver fatto il bagno tra le onde appena agitate. Nei luoghi da lui battuti, tra la Tuscolana e l’Appia, Cecafumo, il Mandrione, il Pigneto, la Casilina, Pietralata, Donna Olimpia, Monteverde e l’Eur dove abitò gli ultimi periodi, in questa città capace di uccidere la propria poesia senza stancarsi, senza averne mai abbastanza: è drogata di male».
«Berlino Babilonia e Roma che somiglia sempre più a Weimar, con il destino di soccombere definitivamente ai nazionalsocialisti. Criminali al potere e altre vittime. E neanche i conflitti e il frenetico divertimento prima del crollo».
«E noi ci sentiamo colpevoli per l’amore irrisolto e per non esserci divertiti abbastanza. Sarebbe la nostra rivoluzione, il nostro amore sarebbe la nostra rivoluzione. Il fascismo è l’assenza d’amore. “Pasolini is me”, canta Morrissey. “You have killed me”».
«La polizia lo ha fermato a Via del Corso, lo vediamo dal nostro balcone. Tu hai un vestitino corto a fiorellini. La schiena scoperta. Lui dice che un poliziotto gli ha puntato la pistola in faccia, dopo aver tolto la sicura. La questura ha replicato che il cantante inglese era stato fermato perché guidava contromano e non aveva i documenti. “Ma come, sono Morrissey, non mi riconosce?” Noi non capiamo bene come siano andate le cose, ma vediamo Morrissey che litiga con l’agente. Morrissey contro la polizia, sembra il titolo di un film di serie B».
«Che ridere! Lui ha abitato a Roma. Le foto al Pigneto. Qualcuno sostiene di averlo visto comprare dei vinili in un negozio di dischi da quelle parti. E tagliarsi i capelli in un barbiere vicino a Piazza del Popolo. Piazza Cavour, Visconti e Anna Magnani. “Yes, I walk around somehow. But, you have killed me”».
«Abiteremo anche a Piazza Cavour, dove c’è il cinema Adriano. Andremo a vedere un film ogni week end. Un giallo e un horror».
«Mi stringerò a te nei momenti di paura».
«Una commedia sentimentale…»
«Americana…»
«Sì, americana. E un film di fantascienza».
«E i cartoni animati. Ricordi quel cartone animato, “Giù per il Tubo”? Sembreremo noi quei due topolini di plastilina: io sono Roddy, il topo che vive nella sua lussuosissima casa a Kensington, facciamo che sia a Piazza Mazzini e io sia un maschio e tu Rita, la topolina fuorilegge che vagabonda per la periferia e lo porta in giro giù per il tubo in cui lui è caduto dallo scarico del water, nel pericolo fuori dalla sua tranquilla abitazione dei quartieri alti. Rideremo di gusto guardando il film e ce lo diciamo, che quelli siamo noi, e corriamo veloci sullo scafo e ci divertiamo e abbiamo voglia davvero di scappare giù per il tubo fuori da tutto poiché a volte ci rendiamo conto di non avere niente. Roddy ha una paura folle, ma Rita è una dura e lo trascina nella sua spericolata avventura per salvare la città dalle minacce del gangster cattivissimo che la vuole inondare. Riusciamo a ridere davvero perché avremmo voglia di piangere. Facendo finta di non saperne il motivo. E un musical. In quella sala ci suonarono i Beatles».
«Vivremo anche nella parte opposta della città, a sud, all’Eur. Ci sembrerà di essere in un film di Antonioni. Vedremo l’alba come ne L’Eclisse. Saremo in una Roma metafisica. Di De Chirico».
«Nel “Tito Andronico” di Shakespeare ambientato in un oggi parallelo di quel film con Anthony Hopkins, come s’intitolava? … Ah sì, “Titus”».
«Staremo ore a parlare sui gradini del Palazzo della Civiltà del Lavoro, sotto le grandi statue. Cammineremo sotto i suoi portici».
«Ricordi quella terrazza? Era più grande dell’appartamento. Aveva il pavimento in cotto rosso e un gazebo per la pioggia – che invece se lo portava via il vento. Il panorama da lì sembrava un quadro di Edward Hopper. C’era anche una stazione di servizio, le piante ai lati delle pompe di benzina, la macchinetta del caffè e degli snack e gli alberi in fondo».
«O una foto di Richard Tuschman ispirata alla sua arte, oppure di Gregory Crewdson. Il paesaggio era desolato come alcuni luoghi della provincia americana. Eppure bellissimo. Forse perché c’eri tu. I tuoi occhi erano il paesaggio. E c’era luce oltre il buio».
«Però non me lo hai detto. Il paesaggio della tua America e di Roma nei miei occhi. Vorrei fare un viaggio con te su una Dodge Challenger R/T bianca del 1970, come nel film “Punto Zero”. Da Denver a San Francisco. Fermarci nei motel da pochi dollari. Le finestre aperte e fuori non c’è niente e le lenzuola bagnate per il caldo. La Coca Cola fredda del frigobar. Mischiarla al whisky. Anzi, su una motocicletta: nuda come la ragazza che il protagonista in fuga incontra nel deserto del Nevada al confine con la California».
«Ti fotograferei come farebbe Stephan Würth su quella strada desolata».
«Solo con il fucile e gli stivali da cowgirl, come una modella del suo libro “Ghost Town”. In bianco e nero. La macchina in panne sul ciglio della strada. Senza un’anima viva nel raggio di miglia e il sole sulla pelle nuda. Sentire il paesaggio sulla pelle. Sul seno, sul sedere, sul pube, sulle cosce. Accoglierlo. Farne parte. Vidi “Punto Zero” in televisione da bambina e da allora quella motociclista nuda per me rappresenta la libertà e qualcos’altro che non sono mai riuscita a definire. Così le fotografie di Würth. Lo stesso senso di libertà e di minaccia. Alla fine Barry Newman, crash! Boom! Boom! A tutta velocità, con un sorriso sulle labbra e negli occhi, dritto sul posto di blocco della polizia. Sulla barriera dei Bulldozer. Sam Shepard. Su una Buick degli anni cinquanta da Los Angeles a Phoenix. Fermarsi nella Valle della Morte. Era “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni. Il protagonista del film muore colpito dai proiettili degli agenti appena atterrato sulla pista con il piccolo aereo rubato. Sembra che per la libertà si debba pagare un pegno. Per questo le modelle di “Ghost Town” sono armate».
«Mark Frechette, così si chiamava l’attore del film di Antonioni, morirà davvero, forse suicida, forse ucciso, neanche cinque anni dopo nel carcere di Norfolk dove stava scontando una condanna per rapina a mano armata a una banca di Fort Hill. Uno dei suoi due complici era morto nel conflitto a fuoco con la polizia. La pistola di Mark Frechette era scarica».
«Non lo sapevo. Lei, Daria Halprin, sposerà Dennis Hopper, da cui divorzierà quattro anni dopo. “Easy Rider”. Dalla California alla Louisiana e poi verso la Florida. Wyatt e Billy, Peter Fonda e Dennis Hopper (con lo stesso cognome del pittore) sulle loro motociclette. Un furgone affianca Billy, dal finestrino un tale gli punta il fucile e bang! Prosegue. Torna indietro e ancora un colpo che centra anche Wyatt. I due interpreti di “Zabriskie Point” nella pellicola avevano i loro veri nomi. Realtà. Finzione. Viaggi sempre interrotti. Anche la tua America uccide. A un reading raccontasti della Dalia Nera. “Uno squarcio tagliava in due il suo volto: da un orecchio all’altro. Una lacerazione da circo degli orrori, come una versione femminile del Gwynplaine di Victor Hugo con la faccia di Conrad Veidt nel film muto di Paul Leni: la faccia era dell’orrenda bellezza della morte. In quella grottesca risata, l’ultimo viso di Elizabeth Short. Betty Short. Liz Short. La chiamavano la Dalia Nera perché tutto era nero in quella giovane donna: i capelli, gli abiti, il pelo pubico e il cuore. Tagliato in due anche il suo corpo: all’altezza dei fianchi. La metà inferiore mostrava oscenamente la vagina spalancata – privata degli organi interni – con le labbra riverse verso l’esterno (allo stesso modo quelle della bocca). Meglio di una pellicola pornografica. Asportate anche le interiora della parte superiore, con i seni bruciacchiati dalle sigarette e mezzi staccati. Una bambola afflosciata con le gambe rotte, svuotata, solo un involucro mutilato come da un bambino che abbia seviziato il suo giocattolo. Non c’era però traccia di sangue sui suoi capelli. Puliti come il resto del corpo, come appena lavati. Sul South Norton Avenue, tra Coliseum Street e la Trentanovesima Ovest. La trovarono lì. Il 15 gennaio del 1947”. Dwight Holly tirò fuori dal mazzo dei Tarocchi firmati Gelso Nero la carta XIII della Morte, che ritraeva un uomo e una donna in abito da sera impegnati in un ballo figurato sotto una grande falce, una gigantesca mano usciva dal suolo, e la gettò al pubblico. Vedi, mi ricordo tutto. Pare fossero coinvolti nell’omicidio pure Walt Disney e Orson Welles. Topolino è uno psicopatico. Charles Foster Kane un maniaco. Era un fatto reale e un film di Brian De Palma. Elizabeth Short era interpretata da Mia Kirshner, l’ultima donna di Sam Shepard. L’amore della malattia e della morte. La pellicola era tratta dal romanzo di James Ellroy, il primo della tetralogia di Los Angeles. Ho quel libro autografato da lui. Ellroy è Los Angeles. E comunque i denti a Chet Baker glieli spaccarono a San Francisco, mica a Roma. Nei tuoi reading narravi sempre storie di crimini e follia, di eroi sconfitti, di emarginati oltre la legge. Raccontami una storia: solo per me, pensavo quando finivi di esibirti. Solo per me. Ma tu non lo facevi mai. Te ne tornavi a casa insoddisfatto e imbronciato. Come i tuoi personaggi. Solo per me, che ti ci vuole?»
«Erano per te. Non te ne accorgevi, ma erano per te».
«Non è vero. Però anch’io sono brava a raccontarle, non trovi?».
«Sei bravissima».
«Non è vero. Ma me le ricordo tutte. Perché io ero attenta, sai? E poi quelle storie erano meglio di niente. Dai, raccontami una storia, solo per me».
«“Berlino sei tu, mi disse una volta Lou Reed”. Lo disse alla cantante tedesca Nico. Lui era New York. La sporca New York. Coney Island baby. Lei recitò ne “La Dolce Vita” di Fellini».
«“Marcellino, bruttino, cattivo… ci porti queste due creature infelici?” Via Veneto».
«Nella stanza 541 dell’hotel Excelsior, Courtney Love si strinse al seno i fiori di Kurt Cobain ma non il suo uomo. La mattina dopo lo trovò sul pavimento ai piedi del letto in coma da overdose di champagne, Roipnol, antidolorifici e farmaci per la gola. La prima volta Kurt e Courtney si mischiarono i loro geni facendo a botte. Poi facendo l’amore. Poi scambiandosi l’ago. Nella camera 541 lui voleva scopare. Lei aveva preso il Valium».
«E tu vuoi bere dal mio bicchiere, dove vi ho poggiato le labbra? E tu vuoi dirmi che Roma sono io e non vorresti vivere altrove perché Roma sono io? Anche se gli amanti si uccidono in una stanza d’albergo o in un appartamento? Passeggeremo in silenzio come Christa Päffgen e Philippe Garrel, come Clotilde Hesme e Louis Garrel, les amants réguliers, fino a sentire l’arrivo della malinconia e la eviteremo con un’alta acrobazia: un sorriso tenendoci la mano. Roma come Parigi a primavera o in autunno, lì ci sono ancora la primavera e l’autunno – almeno nei film di Philippe Garrel. Raccontami una storia. Ma non una storia di delitti e di sfacelo, non nasconderti più dietro quelle storie ai limiti. Una storia che parli di noi. Di noi due. Io e te in un appartamento. Un uomo e una donna, normali. Inventati un ricordo di noi due. Meglio di niente, no? “Non facevamo che fare avanti e indietro tra Parigi e Deauville”. Un uomo, una donna. Un ricordo di domani».
«In una Roma romantica e musicale. Ascolteremo un disco degli Spiritual Front, tu danzerai e io starò lì a guardarti, mi chiederai di ballare con te e balleremo in casa e poi continueremo in strada. Tu con la maglietta di “Open Wounds”, quella con i due amanti che si baciano puntandosi i coltelli alla schiena. E una gonna corta. O i calzoncini. Ti toglierai le scarpe. Noi due non saremo armati».
«“Rotten Roma Casinò”: nella Roma degli Spiritual Front, il gatto di C. C. Askew piange immalinconito davanti a San Pietro. Il sole tramonta dietro la cupola della basilica e il gatto cerca consolazione nel fumo di una sigaretta e suonando una dolente ballata alla fisarmonica. Qui nessun gatto piange per noi e per la nostra sorte, in questa sfinita città da omicidio e dai romanticismi impronunciabili. La Roma noir jazz dei Macelleria Mobile di Mezzanotte dove gli uomini e le donne sono colpevoli e sconfitti dal troppo romanticismo di cui non ricordano quasi più da dove veniva. Quella affascinante, profonda di corpi e pioggia di Calm’n’Chaos. Buia e romantica delle Winter Severity Index. Marziale e sacra degli Ivashkevich. Se ci penso, non trovo momenti di noi due che non siano legati alla musica. Erano tuoi amici, non ci collaboravi solo, erano tuoi amici. Qualcuno lo è ancora o tutto finisce? È così difficile che le cose continuino qui, è così facile perdersi. Il nostro amico regista però c’è sempre. Non lo vediamo mai, ma c’è sempre. Ha una figlia, con la sua fidanzata. Sono bellissimi insieme. “Com’è la vita ora, con una bambina?” gli ho chiesto una sera. “Più complicata…” mi ha risposto e poi ha aggiunto: “No, più bella”. Ci faceva recitare nei suoi film. Ma non ci ha mai fatto recitare insieme. Chissà perché?».
«Ricordo quella notte dell’ultimo dell’anno. Proprio quella fra tante. Faceva freddissimo. Il buio era freddo. Gelido. Il Circo Massimo sembrava un prato abbandonato al suo lento declino millenario. L’unica luce calda veniva dalla scena, dove lui era a fare le riprese. L’unico suono caldo era la musica degli Spiritual Front. Il resto era un vociare indistinto e freddo. Freddo e stridente. Ricordo le bottiglie di spumante vendute clandestinamente. Le misere animazioni tornando a casa, clown sui trampoli, mimi e orchestrine, le strade del centro illuminate come un set cinematografico, le luci però non erano mai sufficienti a rischiarare tutto per bene, ogni cosa sembrava sbiadita. Anche la gente che si muoveva in gruppo e rideva e beveva da quelle bottiglie era sbiadita. Mi feci seguire dalla musica che ormai era finita per illudermi che non fossi stato solo quella notte. Solo lui scese dal palco a farmi gli auguri per il nuovo anno. Non ricordo che anno fosse».
«Non c’eri al loro concerto sull’Appia Nuova. Quella sera faceva caldo. Quando cominciarono a suonare gli Einstürzende Neubauten capii che non saresti più venuto. Vidi una locandina di una mostra di Egon Schiele. Il manifesto degli Spiritual Front e la locandina di Egon Schiele. Il manifesto era di carta, la locandina era digitale».
«Tornare a casa dai concerti ognuno per conto proprio. Non facciamolo più. C’è troppa tristezza nel ritorno da nessuno. Abbiamo quattro case per ogni momento della giornata, no? Tante case per ogni mese e ogni notte. Andremo a un concerto di Nick Cave and the Bad Seeds e poi dove passeremo la notte?»
«Che ne dici al Pantheon?»
«Perché no? Un attico. Una camera che affaccia sui tetti. Non abbiamo mai dormito insieme. Non abbiamo mai fatto colazione insieme».
«La mattina deve essere bella a Via Margutta. Andremo a fare colazione da Rosati, dove si riunivano i pittori della Scuola di Piazza del Popolo: Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Franco Angeli, Tano Festa e i loro amici. Se avessimo i soldi collezioneremmo quadri. Solo qualcuno alle pareti. Pieni di arte e droga. Erano pieni di idee innovative e droghe. Mario Schifano e Anita Pallenberg: si amavano. Poi lui la presentò ai Rolling Stones, così si dice, e lei andò con Brian Jones, che la riempiva di botte, allora passò a Keith Richards, che la riempiva di tenerezze. Schifano si consolò per un po’ con Marianne Faithfull. Che belle che erano Anita Pallenberg e Marianne Faithfull!»
«Tu sei più bella».
«Sì, certo».
«Giuro. Però resteremo a casa. La finestra della cucina che dà sul cortile di un vecchio palazzo».
«Una delle dimore delle tre Madri progettate dall’architetto alchimista Emilio Varelli. Sentiremo i segreti dei suoi inquilini attraverso le pareti e i tubi dell’acqua. Cose banali. Rivelazioni indicibili. Ti capita mai di guardare nelle finestre di qualche appartamento e immaginare chi ci abiti? Non penso mai a una famiglia: moglie, marito e figli. Sempre a persone sole. Si preparano da bere, lo sorseggiano davanti alla televisione o al computer, mangiano qualcosa, leggono un libro, si masturbano. O a coppie. Ma non parlano mai. Perché conoscono il loro amore e non temono che il silenzio li divida. Si guardano, dirigono lo sguardo fuori dalla finestra, e quando mi vedono io indietreggio e mi nascondo in un angolo in ombra della stanza. Sono per strada, quando scruto nelle finestre, eppure mi sembra di stare in un’abitazione, così arretro. Nessuno si è affacciato. Stanno facendo l’amore. Si poggiano l’uno sull’altra. Immagino lui sul pavimento tra le cosce di lei seduta sul letto. La testa poggiata sul suo pube. Lei gli accarezza i capelli. Poi lei si lascia andare giù sul letto».
«Qualcuno immaginerà noi. Da uno di quegli interni ci inventeremo la nostra Roma».
«La nostra storia. Vorrei non fosse inventata. Come Egon Schiele e Wally Neuzil faremo del nostro appartamento un atelier. Ho visto un film sulla loro storia al Forum Austriaco di Cultura. Sulla salita di Viale Bruno Buozzi. Vicino alla Galleria di Arte Moderna, dove è esposto anche un quadro di Gustav Klimt. A due passi dall’Istituto Austriaco c’è l’Auditorium Parco della Musica. Mi piace l’Auditorium. Ci vidi uno spettacolo di danza. Parlava di baci. Baciami questa notte, prima che sia troppo tardi e che il giorno arrivi ad allontanarci con la sua luce, prima che quel lampione si spenga. Baciami questa notte, perché il suo buio e le sue ombre ci proteggano e ci avvicinino. Baciami in questa notte perché anche nella notte è difficile baciarsi, pure se vogliamo che sia la più buona delle notti, quella da aspettare al riparo della luce di una lampada vicino a un divano, luce soffusa e delicata, come qui in fondo non c’è mai stata, per questo abbiamo bisogno di un’altra casa, luce che riverbera sul tavolo due cocktail; bevande per addolcire la bocca e inebriare un po’ la testa come aperitivo al bacio desiderato, da non lasciarsi sfuggire nella notte da attendere con le sue promesse della notte più giusta. Ma c’è mai una notte giusta oppure essa è solo l’illusione di un incontro di due bocche? O peggio, la notte è un buio inganno e l’abat-jour serve solamente a mistificare per farci credere che l’incontro sia possibile? Non mi ricordo il nome della compagnia, ricordo i volti e i corpi dei danzatori e i loro baci. Ci saranno notti di baci per noi? Lo spettacolo diceva che certe notti finiscono. E io che parlo di queste notti. Un uomo e una donna si confidano, si sfiorano, si toccano, si spogliano rivelando le proprie seduzioni per poi portare una carezza a una spinta, un abbraccio a un intrappolamento brusco e una parola a un urlo, un sussurro affettuoso a un insulto ad alta voce, con la luce della lampada adesso a svelare la difficoltà di una relazione con la sua componente di sopraffazione che appare ancora più tremenda in un’illuminazione che da soffusa è diventa dura e tagliente. Allora di cosa parliamo? Vogliamo anche noi fare questa fine? Perché è chiaro che neanche la notte più giusta può realizzare l’incontro, non l’ha ancora fatto. Una notte di rapporti desiderati e poi spezzati prima del tempo, prima del bacio. Notte che non è seguita a un pomeriggio di corpi nudi, il tuo sesso eretto, il mio bagnato di una carezza distrutta, nessun bacio, nessuna notte di baci. Kiss me goodnight. No dai, è che ho queste cadute di umore. Scusami. Ti prego, perdonami. Ricordi l’abat-jour che rischiarava languida il mio corpo? Il seno era nudo, un paio di mutandine bianche. Erano a calzoncini».
«Fu in quel tuo spettacolo di danza che pensai per la prima volta a una casa tutta per noi: ti alzi di notte e accendi la lampada, il tuo corpo è nudo. La mattina. Quello spettacolo si riproporrà ogni volta che sposti il lenzuolo. Il tuo corpo. Il tuo odore del sonno e del risveglio».
«La colazione al bar dell’Auditorium. Sapore di cappuccini e baci mattutini. Da quelle parti, sì mi sembra non fosse lontano da lì, vidi in un piccolo teatro “4:48 Psychosis” di Sarah Kane. L’attrice che interpretava quella pièce si chiamava Elena Arvigo, indossava una sottoveste rossa e i suoi piedi scalzi calpestavano frammenti di specchio. Specchiarsi nella depressione che prenderà per mano Sarah Kane e le stringerà i lacci degli anfibi intorno al collo dopo averle riempito la bocca di psicofarmaci, al King’s College Hospital, e annullarsi nei riflessi di quel disperato struggente ripetuto inascoltato “Mi piaci, mi piaci, mi piaci!”. Magari è stato anche ascoltato, qualche volta, ma per poco tempo, troppo poco tempo, e mai sentito, intendo sentito sulla pelle, negli occhi che si lucidano. “Mi piaci” è più forte di “ti amo”. Tu mi dirai “mi piaci” e ascolterai il mio “mi piaci”. Lo sentirai. “Mi piaci”. Un pomeriggio in una casa al Flaminio. In primavera o d’estate. No, la primavera non esiste, abbiamo detto: d’estate. Sarà più piacevole stare senza abiti. La finestra aperta per far entrare una corrente d’aria. Sullo stereo un disco dei Cigarettes After Sex: “Baby, he’s got to be crazy. Living like he’s John Wayne. Always facing the world and chasing the girl. Baby, he’s got to be crazy. He’s got so much in his heart. But he doesn’t know what to do. All he wants is her. Lying inside his room”, ti canterò. “Mi piaci”. Sarò la tua modella e tu il mio pittore. “Mi piaci”. Ma noi non ci lasceremo come Wally e Egon. Se una persona ti piace non l’abbandoni, così, come niente. Lui la lasciò per sposarsi con un’altra. Un tranquillo matrimonio borghese».
«Saremo belli e dannati. Wally e Egon».
«Io e te… Ma per lasciarsi bisogna prima essere stati insieme. Noi non siamo mai stati insieme. È vero, non abbiamo mai fatto colazione insieme. Non ci siamo mai addormentati insieme. Non ci siamo mai baciati. Mai un vero abbraccio. Forse una volta sì. Ma ce ne siamo accorti quando ormai era tardi. Possiamo però sempre fantasticare di una casa a Piazza di Spagna dal prezzo inarrivabile, vicino a quella del poeta romantico John Keats. In una delle strade lì vicino visse per alcuni anni la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, a Via Bocca di Leone. Poi si trasferì a Via Giulia, dove morì per il rogo causato da una sigaretta mentre si era addormentata in seguito a una forte ingestione di barbiturici. “Vienimi a trovare”, diceva ai pochi amici. “Mi venga a trovare”, a qualche conoscente. Era molto sola. Noi non saremo mai soli. Abiteremo a Cinecittà, nella zona delle ville di fronte al Parco degli Acquedotti, faremo finta di essere due divi del cinema, sempre invitati alle feste dei produttori sull’Appia Antica. Anche se oggi a Cinecittà non si fa più il cinema. E sull’Appia Antica non si fanno più feste. Oppure a San Giovanni. Pieno di gente, ma non come quella del sabato pomeriggio a Via del Corso. Ricordi il primo appuntamento alla Coin?»
«Mi sono sempre piaciuti i grandi magazzini. A Parigi passo più tempo alla Galerie Lafayette che altrove. A Boulevard Haussmann ti comprai un bikini stile Costa Azzurra anni Sessanta. Era bianco a righine rosa. Non te l’ho mai visto addosso. Ricordo i movimenti delle tue mani coperte dai guanti di lana. Fuori dalla Coin, prima di salutarci. Era inverno. Nella terrazza dell’Eur era estate».
«Ora il bar all’ultimo piano dove abbiamo preso il tè non c’è più. E non c’è mai stato il nostro primo appuntamento. Non ci siamo mai parlati davvero: parlarsi vuol dire parlare di noi due, di noi due insieme. Non raccontarci storie, ma parlare. E non ci siamo più neanche noi, ormai. Ormai, ormai, ormai, non vorrei più usare questa parola. Ormai che… A volte penso di incontrarti. Così, per caso: svolto l’angolo di una via e ci sei tu. Oppure stai attraversando la strada, sei sull’altro marciapiede. Agitiamo le mani per farci notare. Ieri, al supermercato, avrei voluto vederti al reparto dei dolci. Avremmo comprato gli stessi biscotti, quelli secchi secchi. Ne avremmo mangiato uno prima di andare alla cassa. È quando vado nei luoghi in cui non siamo mai stati insieme che ti penso di più. Penso a quel pomeriggio in cui mi parlasti delle difficoltà economiche alle quali ti costringe l’arte. Eravamo usciti dalla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi dopo la presentazione del libro di una nostra amica e camminavamo verso le vie interne oltre Piazza San Silvestro e tu mi raccontasti di quanto fosse difficile andare avanti scrivendo, in una città ingrata che ti frega sempre, eri così disperato, in alcuni momenti arrabbiato. Ma era qualcos’altro a colpirmi. Non capivo bene perché mi facessi quel discorso, a volte confuso, sempre pieno di sfiducia. Lo capii solo molto tempo dopo, capii che mi riguardava… Ma tu che ne sapevi di quello che volevo io? Me lo hai mai chiesto? Mi hai tolto la possibilità di fare una vita di miseria e di difficoltà con te. Mi hai negato la speranza che un giorno insieme ce l’avremmo fatta. Mi hai impedito di sognare in una piccola casa fredda d’inverno aspettando l’estate come un regalo. L’affitto pagato per un altro mese come una conquista. La bohème di due poveri amanti felici. Mi hai tolto gli stenti che in due possono essere romantici – o almeno sopportabili. La gioia di mangiare ogni tanto qualcosa di buonissimo. Quell’abitino tanto desiderato e poi comprato perché per una volta ci avevano pagato decentemente. Mi hai precluso le lacrime di disperazione perché niente va bene. I sorrisi perché qualcuno cominciava a farci firmare bei contratti per le nostre cose. A darci i teatri, quelli con le poltrone di velluto e i palchetti. Io la tua attrice. Tu il mio drammaturgo. Le notti svegli, tu a scrivere, “vieni a letto, sono le quattro”, ti avrei detto, scarmigliata e assonnata, “dai, fammi sentire come viene dalla tua voce”, mi avresti chiesto tu, incurante del sonno e dell’alba che presto sarebbe arrivata, e io avrei recitato quella scena appena composta, e in nessun teatro l’avrei più fatta bene come quella mattina. Hai mai visto i bambini a teatro giocare tra le poltrone mentre i genitori provano? Sono fantastici e felici, lo sai? Saremmo stati unici, come lo sono tutte le coppie innamorate. Saremmo stati bravi. Avremmo ricordato i tempi difficili con dolcezza. E non avremmo avuto più paura che tornassero. Sapevamo che potevamo sopravvivere. Avremmo abitato almeno una di quelle case. Ce ne sarebbe bastata una. Calda d’inverno. D’estate avremmo preso il sole in terrazza, il vento di Roma la sera ci avrebbe rinfrescato, Roma è famosa per il suo vento che viene da ponente. Un vento che non soffia via lontano, ma avvicina. Ma magari non è accaduto niente tra noi perché ce ne stavamo al riparo ognuno nella propria relazione fallimentare. Nei conflitti che alla fine la tenevano in piedi, fino al crollo. Non puoi fare niente contro la sofferenza di chi non ti ama. Puoi solo aggiungere dolore al dolore. In ogni caso non ne valeva la pena. Perché non ne abbiamo parlato? Perché? O perché immaginavamo chissà che storia avesse l’altro. Un’altra lei. Un altro lui. E probabilmente non c’era nessuno. Era solo un fraintendimento e voci che chiacchieravano a sproposito. Forse finì tutto una sera ancora prima di cominciare, in un museo all’aperto, la gente intorno, la confusione e gli spritz e noi che non capivamo. Era estate. Mi lasciasti sola. Ma anche tu eri solo. Eri più solo di me, ma allora… No, è che tu eri affezionato alla tua solitudine, alla tua dannazione, alla tua infelicità, facevano di te uno scrittore, facevano di te un eroe, uno stupido, povero piccolo scrittore senza parole, ma sì, ormai a che serve, ormai, ormai: ormai è tardi. O, più semplicemente, abbiamo avuto solo paura. Di che poi, non lo abbiamo mai capito. Questa città ti spaventa e ti confonde. Ti fa vedere ciò che non c’è. È una città di fantasmi. E i fantasmi non esistono. Ieri al supermercato non ce l’ho fatta a trattenere le lacrime. Ho pianto comprando biscotti secchi, latte della centrale e Ovomaltine. È proprio quando vado nei posti dove non siamo mai stati insieme che ti penso di più. Con rabbia e nostalgia. Con amore. Forse perché lì avremmo potuto essere chiunque. E finalmente noi due. Io e te. In questa maledetta città che uccide ogni amore. È stata edificata intorno a delle rovine, no? Sì, ti fa credere che oltre quei ruderi non ci sia niente che possa resistere a lungo. Sere fa ho visto un concerto di una band che si chiama Roma Amor, li conosci di certo, una volta hanno anche suonato con gli Spiritual Front. Era in un locale di Centocelle. C’era una canzone intitolata “A Cosa Pensi?” La cantante era bella. Aveva un fiore tra i capelli. Fiori anche sul piccolo palco e lucette. “A quello che tu sai di mio o da quello che credi, a quello che io so di te anche se non mi vedi”, cantava Alessandra Euski, è il suo nome; seduta su uno sgabello, le gambe accavallate, suonava la chitarra, era così intensa e fragile, melanconica. “A chi uscirà sconfitto dal suo tiro alla fune”. Già. Ti feci una carezza a un concerto degli Spiritual Front, ti passai vicino e ti sfiorai il viso con la mano, ricordi? Io ricordo quel concerto lì. Non uno freddo nel buio. Non uno con la tua assenza. Quello. Mi allontanai subito, sperando che tu mi cercassi tra il pubblico per restituirmi quella carezza, o un bacio. Ma tu non ti spostati da là. Ogni volta che vado a un concerto ci penso. Questa città rende timidi. Se solo ci fossimo parlati. È proprio così, non ci siamo mai parlati. Questa è la prima volta, e tu non ci sei. Non ci siamo mai parlati, questo ci ha rovinato. Il gatto degli Spiritual Front posò la fisarmonica e fumò le ultime boccate della sua sigaretta. Si asciugò gli occhi. Anche il fisarmonicista dei Roma Amor – lui si chiama Michele Candela – alla fine della canzone, ha poggiato lo strumento sulla sedia e si è tolto il berretto. “A cosa pensi? A me ogni tanto? Io non comprendo, ma in compenso canto”. Si chiamavano davvero Roma Amor. Io ero lì da sola. E ti ho pensato».

Sergio Gilles Lacavalla

Annunci

2 thoughts on “amoR – Variazioni sul tema di un incontro

  1. Pingback: Final | VERDE RIVISTA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...