Sono passi – tacchi – di danza

“Questa è la biografia inverosimile di Lorenzo Zerbola, nato e vissuto per diciannove anni dalle parti di Biella, e poi un po’ a Bologna e un po’ a Torino. Quasi laureato in lettere moderne a Torino, Sono passi tacchi di danza è il suo primo racconto che viene pubblicato. Ha un blog del tutto in fase di costruzione che si chiamerà Hernybluh e che lo dice già così poi i lettori del futuro lo troveranno, quelli del presente no. Se deve dire quali autori gli piacciono direbbe ultimamente John Irving e Walter Scott – anche se il preferito di sempre resta Boris Vian – e se deve dire cosa gli piacerebbe fare, non lo sa cosa gli piacerebbe fare. Forse scrivere, forse; cantare no.”
L’illustrazione è di Emmeppi. La settimana prossima sarà l’ultima: Sergio Gilles Lacavalla, Luca Marinelli, Raimondo Maniero, poi traslocheremo. Ciao!

Sono passi – tacchi – di danza che si sentono battere a tempo di valzer, poi di swing, del giovane assicuratore mascherato, a un’ora insolita della notte: le quattro. Non sente niente per le cuffie sulle orecchie, mentre svolazza per l’elegante via Marlboro con una mazza da baseball tra le macchine parcheggiate ordinatamente. Con fare classico – che lui definirebbe “artistico” – sfarfalla come se indossasse un tutù alto sulle anche e con il braccio teso, da cigno, comincia il suo lavoro: amputa specchietti, frange vetri e ammacca telai. Risparmia una seicento rossa: forse perché conosce il proprietario, o perché gli ricorda qualcuno; e poi nella conta, la filastrocca che canticchia, era arrivato a tredici, numero sfortunato, per giunta di venerdì, mezzanotte passata…

Il signor Mandricardo assiste dalla finestra a quel vandalismo danzante, preso di sorpresa, cerca il telefono ma la corsa è lenta e il quinto fegato, appena trapiantato, si rivela decisamente peggiore rispetto agli altri quattro. L’assicuratore mascherato vede la luce in casa del vecchio e la sua ombra affannarsi in giro, così si sistema la cravatta e si toglie la maschera, una calza da donna. All’arrivo degli sbirri avrà già svegliato tutto il quartiere con sonanti bestemmie, disperandosi davanti a una delle tante auto distrutte, per poi dileguarsi senza nemmeno vedere l’ambulanza raccogliere il corpo senza vita del povero signor Mandricardo.

Un caso decisamente poco interessante per il commissario, che lascia le incombenze di rito ai suoi sottoposti, fa le condoglianze alla vedova Mandricardo, torna frettolosamente a casa a dormire – sono pur sempre le quattro del mattino.
Intanto, dell’eroe mascherato, Augusto – che nome del cazzo – nemmeno l’ombra.

Qualche giorno dopo il commissario, passando per via Pall Mall, si ferma davanti al palazzo delle assicurazioni Vineis e suona il citofono:
«Sono io, apri, bel casino che hai fatto l’altra sera!»
«Grazie commissario, ma mi sono trattenuto, anzi: sono stato fermato».
«Il vecchio è morto».
«Avanspettacolo!» garrisce quello e, rimpiangendo di non avere un pompon o una sciarpa di strass al collo, si limita a vorticare turbinosamente sulla sedia girevole.
Il commissario getta sul tavolo due mazzi di volantini legati con l’elastico. «Hai dimenticato questi».
L’assicuratore si sporge e guarda la pubblicità graficamente poco riuscita del suo studio. «Bella porcheria, vero?»
«Guarda che tu la devi smettere. Questa volta non ci hai guadagnato niente. Nessuno, ho controllato, ha raccolto un volantino».
«Non preoccuparti, qualche settimana fa ho inviato una mail pubblicitaria a tutti i residenti. Guarda che bella: se ci clicchi fa anche una musichetta».
Il commissario, che da due anni ha sempre meno voglia di scherzare, si riprende i volantini e lo avvisa: «La prossima volta che vedo di nuovo un casino del genere li porto dal questore, capito?»
«Mi piaci quando sei così uomo» lo saluta quello.

Quando è già fuori alla fermata del pullman butta il plico di volantini in un cestino, vede arrivare il pullman e all’improvviso un bambino orrendo, sgualcito, come ultimamente stanno qui in giro, gli morde al volo un dito, ma per fortuna il commissario riesce a divincolarsi e salire sul pullman. L’uomo si tiene la mano, prende posto e guarda il bambino dal finestrino mentre quello lo osserva con una bavetta di sangue che gocciola dal labbro divertito.

In Corso Muratti è pieno di questi ragazzini inselvatichiti che muoiono di fame e scorrazzano, battendo il tempo con le loro gambe di legno o di latta. Un uomo, poco lontano dal portone civico 66, succhia furtivamente il latte dalla tetta di una donna che dorme su un materasso gettato a terra, sporco di giallo, mentre uno dei suoi neonati, ancora vivo, piange quasi subito. Al commissario gli viene da vomitare.
Poi, al solito, sale a svegliare la coppia del piano di sopra che avrà lasciato il rubinetto della vasca aperto, forse un altro degli inquilini è morto come una rockstar – sarebbero due volte in un mese, sei in un anno.
Sentendo il citofono e i pugni sulla porta, i ragazzi capiscono subito che è il commissario e quindi rispondono:
«Sì, ok, abbiamo capito: la vasca, dio bono» e vanno a controllare.
Dentro c’è Stefano, amico di lei, che s’è addormentato con una canna in bocca. Lo svegliano – non è morto – lui vorrebbe prenderlo a schiaffi, ma lei lo frena con una mano – una carezza – e con l’altra prende dalla bocca di Stefano la canna e la riaccende. Poi soffia il fumo nella bocca di lui, per calmarlo. I due ragazzi portano Stefano sul divano ad asciugare.
La coppia non ricorda da quanto tempo Stefano dorma lì, nella vasca; forse Stefano senza casa esiste da sempre, forse da ieri. I due si confondono, lei prende la testa del fidanzato tra le mani:
«Questo è un altro, quello che dici tu è morto… No, quell’altro è scomparso…»
Lei cerca di spiegare: «Stefano è quello con una benda sull’occhio, vedi? Gli ho dato un’unghiata io, ma non chiedermi perché, non so quanto tempo fa…»

Stefano si sveglia, in mutande, in un posto diverso da quello in cui si è addormentato, ma non se ne accorge. Accende il computer e lo tiene sul petto, si gratta il mento. Le notizie sono le solite, su tutti i giornali, se non sei abbonato leggi tre righe e vai d’intuito. Stefano scende al bar, scocciato, prende un amaro e una brioche al cioccolato. Ecco, su La Stampa di ieri, nell’inserto locale, un articolo sul caso di Augusto, l’eroe di periferia, che acciuffa i ladri, svela gli inganni e riporta la quiete nei centri abitati, al momento indagato per la presenza sul luogo dell’omicidio Garrone.
Un vecchio alle sue spalle sentenzia solennemente tra i rumori del bar: «C’è qualcosa di marcio in questa città».
Stefano non risponde, esce e se ne va.

La maschera la tiene in tasca, stropicciata – quando la indossa le pieghe sembrano rughe – e ci gioca con le dita, mentre cammina quasi consapevolmente verso il negozio di vinili, come ogni volta che si sente malinconico e nostalgico. Entra, non saluta e si mette a sfogliare gli album della sezione Prog Italiano.
Alza la testa e sbraita contro la musica appena partita: «Cos’è sta merda?»
Il tizio del negozio si irrigidisce – colpevole – e non dice niente. Il vinile sul giradischi l’ha messo su lui.
Intanto Stefano trova nello scatolone delle offerte, conciato male, tutto ondulato, il vinile dei Fusti Robusti, la band che dieci anni prima accompagnava in tour, da Bolzano ai paesini calabresi. Fino al Festival Bar, dove una loro esibizione in playback fu salutata con un fitto lancio di monetine – lire pesanti – da parte del pubblico.
Ci avevano creduto davvero, poi basta, smesso.
«Siamo dei giganti per l’Italia» si ripetevano ubriachi sul camioncino che li portava in giro, lungo autostrade e viuzze dimenticate.
Stefano ricorda come la band lo escludesse puntualmente dallo sporadico banchetto delle groupies, lasciandogli solo le briciole.
Il gruppo lo rimproverava per i suoi eccessi di personalità, davvero esagerati per un turnista, poi per quei capelli, così corti che stonavano con l’estetica della band. A ben vedere la loro era musica del cazzo rispetto alla roba d’oggi.

Questo vinile dei Fusti Robusti se l’era fatto stampare proprio Stefano perché quelle diavolo di musicassette si rompevano al terzo/quarto ascolto, si srotolavano in chilometri di nastro nero e poi si attorcigliavano come stelle filanti. Il disco – unica copia originale, pezzo unico, sacro – l’aveva venduto per comprarsi infinite sigarette, dopo averci pisciato sopra, ubriaco, una sera che gli faceva schifo tutto.
Il tipo del negozio guarda Stefano. «Allora me lo compri oggi, o no?»
«A quant’è che lo fai?»
«Lo sai, sempre il solito prezzo».
Stefano si fruga le tasche – monetine, le chiavi della seicento e il cellulare: «Non li ho».
Il tipo del negozio fa una faccia per nulla stupita e ritorna a leggere.

Di colpo si sentono le urla di una donna, i clienti continuano a curiosare nei cestoni dei dischi, invece Stefano esce di fretta, indossa la maschera e corre a combattere il crimine nella speranza, almeno stavolta, di venire bene in foto, sorridente, per il giornale di domani.
«Certo che il tizio del negozio potrebbe metterla una copertina di plastica nel vinile, per evitare si rovini ancora» pensa Stefano.

Salvata la donna, vede la sua seicento con il parabrezza frantumato e, attaccati al tergicristalli divelto, un collant e un volantino: Vineis Assicurazioni.

Lorenzo Zerbola

2 thoughts on “Sono passi – tacchi – di danza

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