Tsantsa (la risposta giusta)

Ciao, noi siamo Verde e amiamo Firenze, se non lo sapevate aka se avete perso le puntate precedenti (qui, qui) aka se non siete nostri lettori (sospendiamo il giudizio), restate sereni perché questa settimana vi abbiamo permesso di scoprirlo: lunedì abbiamo letto Lavinia Ferrone, mercoledì Simone Lisi, oggi Matthew Licht con Tsantsa (la risposta giusta). L’illustrazione è di Emmeppi. Buon fine settimana, un abbraccio a tutti gli avvocati che ci leggono.

 

La prima impressione che ebbi della giungla amazzonica era che non mi piaceva. Impressione confermata quando l’avvocato mi disse che ci eravamo persi. Tutte le sue chiacchiere, vestitino safari e gingilli GPS non ci avrebbero tirati fuori da lì. L’unica cosa da fare, disse, era battere su un albero. Ci mettemmo a martellare sul fusto di una magnolia con i lati non taglienti dei nostri machetes.
«Ecco, dovrebbe bastare così» disse l’avvocato. «Ora aspettiamo».
«Di morire?»
Deglutì forte. «Ci verranno a prendere gli indios».

Non ci misero molto. Erano poderosi dèi della foresta dai capelli neri tagliati a ciotola. Bracciali di fibra gonfiavano i loro bicipiti. L’avvocato tese verso di loro il suo machete in un gesto di pace, tenendolo per la lama. L’indio più alto e forzuto lo prese e gli mozzò la testa con un colpo solo. Il sangue schizzò dappertutto. Il corpo senza testa cadde piano, come un albero spruzzante sangue. Non appena toccò la terra spugnosa, gli fu addosso uno sciame di formiconi rossi e scorpioni.
L’indio mozzatore di teste mi guardò. «Lui, l’avevamo già visto» disse. «Era un avvocato. Lavorava per le multinazionali. Loro ci abbattono gli alberi, e fanno costruire supermercati. Tu sei uno di loro?»
«Io? Scrivo pornografia».
«Non è come essere avvocato, vero?»
«Decisamente no».

Uno degli indios raccattò la testa grondante dell’avvocato e la mise in una sporta tessuta da liane.
«Siete Jívaros? Yanomami?» chiesi al mozzatore di teste.
«Siamo Bororos. Io sono il Capo Uai-Uai».
«Siete voi che credete che noi esseri umani non siamo individui, ma solo parti di una coscienza collettiva, dipendenti da ciò che ci circonda per la nostra identità?»
«Proprio noi. In questo momento, per esempio, tu esisti perché non ti abbiamo tagliato la testa… non ancora. Andiamo».

Quei Bororos camminavano spediti. Passare attraverso la fitta e soffocante giungla per loro era come fare due passi su Broadway. Il villaggio di capannoni di vimini era dentro un’ampia radura. Gli abitanti stavano accovacciati nudi. Mi fissavano come se non avessero mai visto prima un uomo bianco calvo. Le giovani Bororo erano graziose, e sembravano amichevoli. Una di loro mi salutò, scuotendosi tutta. Capo Uai-Uai mi afferrò per l’orecchio e mi trascinò dentro un capannone. Mi trovai in un ambiente di soli uomini: vecchi che sembravano pipistrelli rasati, guerrieri pieni di muscoli e machetes. C’era un fuoco acceso, nonostante facesse così caldo fuori. Cominciai a sudare nervosamente.

«Ok, uomo-porno della grande città, faccelo venir duro».
«Ehi, aspettate. Non sono un cantastorie tribale. Utilizzo un… insomma, una macchina per scrivere. Pubblicano i miei racconti su riviste segaiole».
«Noi non leggiamo. Né scriviamo. Qual è il problema? Sei stanco di vivere?»
Non risposi. Quel che avevo da dire sulla vita li avrebbe solo spazientiti.

Iniziai con una banalissima scena del tipo pizza consegna a domicilio. Poi raccontai del dottor Johnny Wong – un nanerottolo asiatico, proctologo, specialista in donne incinte. I Bororos mi pregarono di fermarmi un attimo, per far venire ad ascoltare anche alcune pupe della tribù che erano incinte davvero. Tony il sarto di reggiseni su misura li mise in confusione. Dovetti spiegare il concetto della biancheria intima a dei selvaggi a culo nudo. Con Mr. Kenneth, il parrucchiere superdotato e non del tutto frocio, non ebbero problemi.

Poco dopo, la tribù si era riunita nel capannone per sentire storie salaci. Alcuni si erano messi a scopare per terra. I Bororos trombavano in silenzio, emettendo grugniti. Gli insegnai un torpiloquio essenziale. Poi raccontai di mia zia Doris, che mi iniziò ai misteri dell’amore carnale. Impazzirono.
Si era fatta notte. Avevo la gola secca. Chiesi a Capo Uai-Uai se potevo fare una pausa, bermi una scodella di chicha.
«Ancora una» disse. «Anale».

A cena mangiammo scimmia arrostita. Almeno speravo che fosse scimmia. Cocktails di chicha fecero effetto. Capo Uai-Uai spinse verso di me una fanciulla snella. Alcune racchie prepararono una sezione di capannone per me e la mia nuova moglie. Alla piccola Miao non sembrò strano consumare la luna di miele davanti alla tribù. Anch’io mi abituai all’idea.

La mia posizione nella vita tribale era alquanto privilegiata. Non ero tenuto a partecipare alla caccia, o la guerra, la ricerca di teste da mozzare e rimpicciolire, se non me la sentivo. Al Capo Uai-Uai spettava la prima scelta su cosa mangiare, poi allo stregone, poi a un fustacchione che ammazzava giaguari a mani nude, poi a me. Ogni due settimane, più o meno, ero di scena per la Serata delle Storie. Miao imparò a fare lo spogliarello. La musica faceva schifo – tamburi attutiti e flauti lunghi due metri – ma i musicisti Bororos misero mano ai machetes quando proposi cambiamenti al loro repertorio.

Una notte, Miao mi disse che Chunga l’uccisore di giaguari le aveva dato cinque zanne per una scopata nella foresta, dove non erano in vigore i tabù tribali. Cercai di spiegarle che prostituirsi non è una bella cosa, ma lei non capì, o fece finta di non capire.

In breve tempo i guerrieri smisero di partire per le battute di caccia. Restavano nelle loro amache a far battute di seghe. Una spedizione punitiva contro una tribù rivale fu annullata perché gli uomini del capannone nord si erano scambiati le mogli con quelli del capannone ovest. La produzione del manico si bloccò quando le Bororo trovarono un nuovo uso dei pali, che prima adoperavano per la trebbiatura.
Capo Uai-Uai voleva recidere delle teste per mantenere la disciplina, ma era distratto dal suo dovere dalle nubili.

Lo sciamano avrebbe potuto accusarmi di essere uno spirito maligno, e farmi friggere nell’olio di palma per un’orgia cannibale. Ma anche il vecchio stregone era ossessionato dal sesso.
I Bororos erano ridotti ad un branco di scimpanzé bonobos in calore, per colpa mia. La coscienza mi diceva che dovevo andarmene. Ma tra me e la civiltà corrotta c’era la giungla impenetrabile. Da solo non ce l’avrei fatta.

«Senti, Miao» dissi. «Sono un uomo cattivo».
«No che non lo sei, paparino. Tu mi rendi sempre così felice».
«Ne sono contento, ma non sono buono per la tua tribù. Voi Bororos dovreste essere dei guerrieri cacciatori di teste. Ma siete diventati dei segaioli, ninfomani, puttane». Tastai la sua collana di zanne di giaguaro.
«Tu ci hai insegnato a fare l’amore anziché la guerra» disse lei.
«Sì, ma devo tornare alla mia tribù».
Pianse, ma capì.

Partimmo prima dell’alba.

Capo Uai-Uai ci stava aspettando. Spuntò da dietro un banyan, con in mano il machete. Non aveva l’aria di voler scherzare. Spinsi di lato Miao.
«Avanti, Uai-Uai, fa di me un esempio di ciò che succede ai fabbricatori di lerciume».
Mi porse il suo machete. «Vaya con diòs. Miao, accompagnalo fino a Rio, ma torna subito. Ho una borsa piena di zanne di giaguaro da regalare alla mia prossima moglie, cioè te».
Miagolò contenta e batté le mani. Sapeva che qualsiasi giaguaro avrebbe fatto di me spezzatino.
Capo Uai-Uai mi strinse al petto in un abbraccio fraterno. «Ci siamo divertiti un fottìo» mi disse, «ma ora sparisci, viscido».

Come regalo d’addio, mi diede la testa del mio ex-amico avvocato, rimpicciolita fino alle dimensioni di un pugno peloso. Ne ero estasiato: per qualche motivo, avevo sempre desiderato una tsantsa.

Miao mi fece arrivare sulla spiaggia di Copacabana al tramonto. Ballammo un’ultima lambada orizzontale, poi scomparve, bramosa di zanne di giaguaro.

La testa rimpicciolita dell’avvocato pende dal codino sopra il televisore. Ogni tanto faccio una domanda alla mia tsantsa, come fosse un giocattolo profetico da seduta spiritica. Le labbra rigonfie sono cucite con un filo grezzo ricavato dalle piante della giungla, e sono inoltre sigillate da delle lunghe spine nere. La tsantsa mi dà ogni volta la risposta giusta.

Matthew Licht

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