Ho sognato Ester

L'amor_Bruciato

Giulfin, L’amor bruciato

Ciao, è lunedì mattina e noi rimediamo alla realtà facendo i conti con il sogno. Ci aiuta Stefano Solventi con Ho sognato Ester: “Se ripenso adesso alla sua faccia, mi viene da considerarla come l’esatto opposto di quella rapita, smaniosa che aveva nel sogno. È una conclusione a cui arrivo, mi rendo conto, in un’ansia d’interpretare, forse persino di compensare. Come se facendo i conti col sogno potessi rimediare alla realtà. Come se un sogno avesse un qualsiasi merito o chissà quale demerito nei confronti della realtà.”
L’illustrazione di Giulfin. Buon inizio di settimana.

Ho sognato Ester. Per la precisione: ho sognato di leccarle la fica. Mi sono svegliato di colpo, spingendo via il piumone. Avevo le gambe fredde, sudate, e una mezza erezione. Romina non si è accorta di nulla. Ha continuato a dormire rannicchiata, raccolta nel sonno come in una tasca, come se fosse l’unico modo per proteggersi dall’emicrania che l’aggredisce quasi ogni sera. Ho aspettato che il mio battito si regolarizzasse, respiro dopo respiro, e mi sono infilato di nuovo sotto il piumone. Tentare di riaddormentarmi è stato inutile. Ormai c’era quella sensazione viscida, indecifrabile, come un monito convulso. Non mi sentivo minimamente in colpa, né spaesato. Non c’è nulla di male o di insolito, in effetti, nell’idea di leccarla a Ester. È single da sempre, a parte qualche relazione effimera e piuttosto disarticolata. Ormai non ce le racconta neanche più, le sue storie. Non che i colleghi manifestino particolare interesse quando lo fa, o in generale nei suoi confronti. Mi ci metto anch’io, tra coloro che esercitano questa blanda indifferenza. No, non le parliamo spesso. Del resto, in ufficio coltiviamo proprio quel tipo di amicizia misurata, incolore e indolore così ben rappresentata dalle serie tv e dai film più dozzinali: un cameratismo cordiale tra i maschi e la complicità rituale tra le femmine, il tutto entro i limiti della convenienza, calcolata sulla misura delle otto ore da passare tra le stesse mura. Otto ore scarse, in ogni senso.

Certo, ci sono anche momenti di allegria più – come dire? – partecipata, ma la norma è un rotolare di battute in bilico sulla volgarità e considerazioni generiche su scampoli predigeriti di previsioni meteo e rassegna stampa. Tutto qui.

In questo senso, Ester è una presenza aliena. Capita infatti, con una ciclicità umorale, intermittente, che dimostri il bisogno di confidarsi, senza una spiccata predilezione riguardo al confidente. Ester è una bella donna, e vi assicuro che stavo per scrivere una bella ragazza, malgrado i 45 anni, forse 46 o 47, non ricordo bene. Veste sempre in jeans e stivali, i jeans spesso colorati, gli stivali alti d’inverno, bassi e chiari d’estate. Porta magliette e maglie aderenti che le valorizzano il seno, non grande ma raccolto, due prominenze ben distinte, decise e intriganti, puntate nella stessa direzione del suo sguardo. Ha i capelli castani che talvolta tinge di nero, la pelle chiara picchiettata di efelidi, una combinazione che le regala un permanente senso di fragilità. Non ama prendere il sole, di conseguenza – è solo una deduzione – odia il mare e la montagna. Le piace passare le vacanze visitando grandi città in cui spesso torna, più per un intimo bisogno di conferme che non – è un’altra deduzione – per volerne approfondire la conoscenza. Ricordo che è stata almeno tre volte a Berlino e a Praga, poi a Tallin, Breslavia, San Sebastian, Goteborg. Cose così. Riesce a sembrare, anzi, a essere bella malgrado le lenti spesse degli occhiali, una sfumatura di sdegno perenne e quel tabagismo nevrotico, serrato. Dicono che il fumo tolga brillantezza alla pelle, ma la sua pelle le sta bene così, opaca e pallida, come il marchio di una costante digressione o una fragilità maligna, piena di risvolti.

No, non c’è niente di strano a desiderare Ester, a sognare di leccargliela. Ma la prima cosa a cui ho pensato appena sveglio, gettandomi il piumone ai piedi, è il suo odore. Ho continuato a pensarci a lungo, come se fosse l’unico, vero motivo per cui quel sogno mi sembrasse tanto improbabile e a dirla tutta fastidioso. So bene che per un sogno non vale la pena perdersi in seghe mentali. Si sogna, e basta. Il fatto che sia erotico non cambia le cose, o non dovrebbe farlo. Ma l’odore di Ester rendeva quel sogno una indecifrabile, sconveniente anomalia.

Ester ha questo problema: un odore scorbutico, strano, ferino. Non direi che puzzi, anche se è così che quasi tutti in ufficio liquidano la questione. No, non lo chiamerei puzzo: è come se ci fosse qualcosa di troppo suo, di intimo e persino affettuoso, che dimentica di portarsi addosso. Sono i suoi cani, presumo. Anzi, ne sono certo. Ne ha tre, tutti bastardi, a pelo lungo. I suoi abiti, i suoi capelli, la sua pelle, persino il suo alito a volte, sono impregnati dall’odore umidiccio e schiumoso dei suoi cani. Ne ho sentite di malignità su questa faccenda. Vi assicuro che più di un collega è convinto che tra Ester e i suoi cani il rapporto oltrepassi, diciamo così, la consuetudine. Io no, non l’ho mai creduto. Mi sembra stupido e indecente persino ipotizzarlo, persino ridacchiare se ne accennano in una battuta tanto disgustosa quanto, ormai, prevedibile. Ma a forza di sentirlo dire, di misurarmi coi ghigni storti dal ridacchiare e i denti stretti del finto sdegno, qualcosa mi è penetrato dentro, e quell’odore mio malgrado ha finito per sembrarmi un po’ più ripugnante. Ad aggravare la situazione ci sono le sigarette. Il fumo le resta addosso come una barriera che sigilla tutto il bel campionario olfattivo in un ecosistema disgustoso, in certi giorni persino nauseante. Lo puoi sentire solo se ti avvicini, certo. Diciamo a quindici, venti centimetri. Ma quando lo fai, t’investe come se fosse il suo modo di comunicarti la rassegnazione, lo squallore, l’avvilimento solitario della sua vita da ultraquarantenne troppo consapevole e incarognita per accontentarsi di un ripiego. Ripiego a cui ci siamo adeguati tutti, in un modo o nell’altro. Sposati, divorziati, rifiutati, single. Tutti.

La sensazione strana riguardo al mio sogno nasce da qui, da quell’odore che mi rende Ester del tutto indesiderabile nella realtà. Ma nel sogno la realtà sembrava viaggiare a una frequenza diversa. A partire da Ester. Era nuda, ma non riuscivo a distinguere i dettagli, non mettevo a fuoco i capezzoli, ad esempio, o le pieghe della carne. Il volto invece mi appariva nitidissimo. L’espressione trasognata, esausta, gli zigomi arrossati, negli occhi vagava una luce che tremolava per la soddisfazione di concedersi, di mostrarsi aperta a ogni eventualità carnale. Sentivo che c’era stato qualcuno prima di me, presenze la cui traccia aleggiava ancora lì intorno. Uomini, sicuramente. Non erano presenti, pur essendoci. Non riesco a spiegarmi meglio di così. Comunque, lei era seduta, nuda, su un divano credo di pelle, chiaro come le pareti della stanza, come la luce nella stanza, come il fruscio silenzioso di quella stanza dove tutto sembrava essere già stato detto ma aleggiava ancora come un sussurro caldo, innocente e osceno. Ovviamente non avevo mai visto quell’espressione sul volto di Ester. Non c’è mai stata una vera vicinanza con lei, non certo in questo senso. Ci sono momenti in cui riesce a essere provocante, soprattutto d’estate, con le magliette aderenti che lasciano indovinare il turgore dei capezzoli. Ma c’è pur sempre il suo odore, che col tempo ha finito per sembrarmi insopportabile. Tanto che evito, per quanto possibile, di starle vicino. Questo significa che in molti casi potrei averla evitata anche solo a causa di un pregiudizio. Perché, in effetti, non è che Ester abbia sempre quel cattivo odore.

Qualche giorno fa però è successa una cosa. Io ed Ester siamo stati vicini come da molto non accadeva. Era un mercoledì. Lo ricordo bene perché Alessia si era finta malata per passare la mattina col tipo che aveva conosciuto all’inaugurazione della mostra di suo fratello, la sera prima, un martedì. Ricordo bene il tipo con cui ha scopato Alessia, un trentenne (forse meno) coi capelli rasati, le spalle strette e una camicia nera dal taglio costoso completamente abbottonata, senza cravatta. Spiccava tra gli invitati come una zebra in un branco di ronzini. Venne fuori che era un giornalista freelance, autore tra le altre cose di un reportage sulla street art nell’est Europa, premiato in chissà quale rassegna francese o spagnola. Insomma, era uno che ne aveva da dire e raccontare più di tutti gli altri invitati (diciassette, tolto qualche imbucato perlopiù di passaggio) messi assieme. Non molta gente, d’accordo, ma neppure poca trattandosi della mostra fotografica di un esordiente (il fratello di Alessia) senza alcun talento particolare, almeno dal mio modesto e disinteressato punto di vista. In ogni caso, io e Romina ce ne andammo dopo venti minuti. Romina aveva il suo solito scazzo, se ne frega di fotografia e di street art, in più odia cordialmente Alessia. Insomma, alle dieci e mezza mi sussurrò che le era salita un’emicrania bestiale, probabilmente una scusa, ma non trovai alcun motivo per metterlo in dubbio e dopo un rapido giro di saluti ce ne andammo. Del resto, andare a letto alle undici il martedì sera e addormentarsi di colpo è più o meno uno standard, per me e Romina. Da un bel po’ di tempo a questa parte. La mattina dopo, in ufficio, incontrai Ester al distributore del caffè. C’erano altri colleghi, ovviamente, vista l’ora. Quando arrivò il nostro turno, in maniera presumo neanche troppo casuale, rimanemmo soli.

Ester aveva una luce insolita sul viso. I capelli erano voluminosi, morbidi all’apparenza, come se fossero appena stati lavati. Notai inoltre l’eyeliner più pronunciato dietro le lenti spesse. Mi fissava. Le sorrisi e dissi, come va? E lei: mi accompagni sul terrazzino a fumare? Ovviamente non ne avevo voglia, in più dovevo sbrigare anche il lavoro di Alessia, rischiavo di fottermi l’intervallo per il pranzo, ma temetti che potesse sembrare una scusa, e in parte lo sarebbe stata. Così accettai. Sul terrazzino si stava male, c’era un vento bastardo e non avevo con me la giacca. Ester indossava una sciarpina di seta, teneva un braccio piegato a coprirsi la pancia mentre con l’altro portava la sigaretta alle labbra con movimenti contratti dal freddo. Dietro le lenti, il suo sguardo divenne pesante, pieno di implicazioni. Un po’ m’intimoriva, come sempre. Mi chiese come me la passavo. Le solite cose, risposi, io e Romina ci stiamo specializzando a metterci a letto alle dieci. A parte ieri, aggiunsi, perché c’era l’inaugurazione della mostra del fratello di Alessia. Mi pentii subito di averlo detto, ma a lei non sembrò importare di non essere stata invitata. In realtà, la sua solita aria indifferente sembrava essersi ispessita, come se non le fregasse di nulla né in particolare né in generale, o che tutto smettesse d’interessarle un attimo dopo averne appresa l’esistenza. Spostò lo sguardo verso l’esterno, verso lo scampolo di parcheggio che si può scorgere da quel terrazzino di merda al quarto piano di uno stabile tutto vetro e orribili lastre di cemento tempestate di ghiaia. Lo sai, mi disse. Cosa?, feci io dopo qualche istante di silenzio. Espirò il fumo e gettò la sigaretta facendola volare di sotto, ignorando il vaso raccogli-cicche. No, nulla, disse. Rientrammo. Lei si sfregava le braccia con le mani, irrigidita. Aspetta, le dissi. Si voltò, fermandosi. Mi fronteggiò col viso che adesso mi sembrava pallido, stremato e irrisolto come una vecchia cicatrice. C’è qualcosa che non va, le dissi, vero? Non rispose. Non capivo dove volesse guardare, se volesse guardare qualcosa. Non capivo a quale distanza volesse trovarsi, da me e da tutto il resto. Poi accennò un sorriso col quale penso volesse dissimulare la sua condizione, togliersi dal viso e dal corpo quel senso di precarietà infetta, ma non fece altro che renderla più vulnerabile. Le posai una mano sull’avambraccio. Guarda, ti capisco, le dissi, ogni mattina è sempre più uno schifo alzarsi per venire qui. In quel momento, in quel preciso momento, tornai a sentire il suo odore. Era una presenza lieve, una sfumatura appena che sfarfallava sul bordo delle narici, ma bastò perché lo riconoscessi. Credo di avere reagito involontariamente, con un sussulto delle labbra, del naso, annodando l’espressione.

Non so dire se Ester se ne accorse, non so se fu per questo che il suo sorriso prese una piega più spenta, ostile. Già, disse, è uno schifo.

Se ripenso adesso alla sua faccia, mi viene da considerarla come l’esatto opposto di quella rapita, smaniosa che aveva nel sogno. È una conclusione a cui arrivo, mi rendo conto, in un’ansia d’interpretare, forse persino di compensare. Come se facendo i conti col sogno potessi rimediare alla realtà. Come se un sogno avesse un qualsiasi merito o chissà quale demerito nei confronti della realtà. L’unica cosa vera, se devo provare a dirla, è che non posso, non riesco a dimenticare l’immagine di Ester seduta, abbandonata sul divano, la pelle chiara dei cuscini in qualche modo sorella della sua pelle pallida, bianca, indifesa. Senza più efelidi, come se fossero d’improvviso evaporate, forse a causa dell’incandescenza del piacere. Nel sogno, ci sono io che mi abbasso su di lei. Mi avvicino alla sua fica spalancata tra le gambe aperte. Ma è una deduzione logica, una connotazione dell’esperienza. Tra le sue gambe non c’è che uno spazio bianco, come una pagina. Mi avvicino. Non sento alcun odore. Inizio a leccare dove so che dovrei trovare la clitoride, le grandi labbra, l’entrata cedevole della vagina. Cedevole, penso, per avere già provato lungamente piacere. Mi metto a esercitare le dinamiche del cunnilingus senza provarne le sensazioni gustative, olfattive, tattili. Lo faccio come un automa, in effetti, ma non c’è molta differenza rispetto a quello che avviene di solito nella realtà, quando io e Romina mettiamo in scena l’una a beneficio dell’altro i nostri risaputi rituali di sesso, celebrando il modo in cui ci siamo adeguati alla dimensione privata e collettiva di esistere. Intanto vedo che il piacere torna a possedere Ester, la riempie. Continuo a non sentire niente, né odore né sapore, eppure so che sto facendo ciò che è necessario per chiudere un’equazione irresistibile, per rispondere a un richiamo.

Quando mi sono svegliato, tra i primi pensieri ci sono state quelle sensazioni: nessun sapore, nessun odore. Erano le sei e mezzo. Impossibile riaddormentarmi. Per l’eccitazione, certo, e per tutto il corollario di emozioni confuse, contraddittorie. A quest’ora forse Ester è sveglia, ho pensato. Così ho preso la decisione, senz’altro impulsiva, di mandarle un messaggio. Ripensandoci, e considerato tutto quel che ne è seguito, averlo fatto mi sembra incredibile.

Buongiorno, le ho scritto, sai che ti ho sognata? Non è stato un sogno innocente, ho aggiunto.

Mi ha risposto dopo un paio di minuti. Nel suo messaggio ha scritto Davvero? Racconta. Te lo racconto dopo, le ho scritto, di persona. Meglio se lo racconti ora, mi ha risposto, non mi sento bene, potrei non venire in ufficio. Ho esitato qualche attimo e le ho scritto Semplice, te la leccavo, ma come si può leccarla in un sogno, era tutto molto strano, tu eri strana. Il messaggio successivo si è fatto attendere due, tre minuti. Ho pensato che potessi averla offesa, o scandalizzata. Ero già in bagno quando ho sentito la notifica del nuovo messaggio. C’era scritto In che senso strana? Sembravi felice, ho risposto, come non ti ho vista mai. Ha ribattuto quasi subito: Quando lo hai fatto il sogno? Mezz’ora fa, circa, le ho risposto. Ma tu pensa, ha scritto. Non ci sono stati altri messaggi.

Non le è andata bene, a Ester. Il tentativo di suicidio è stato un fallimento. Aveva pianificato tutto. Prima ha avvelenato i cani, poi ha buttato giù il Nembutal che in qualche modo è riuscita a procurarsi. Uno dei cani però ha iniziato a guaire e a quel punto una vicina si è insospettita, ha suonato il campanello e il cane si è messo a ululare. La vicina a quel punto ha chiamato la polizia. Nel giro di mezz’ora sono arrivati anche i vigili del fuoco che hanno sfondato la porta e l’hanno salvata, se così si può dire. Per i cani non c’è stato nulla da fare. Adesso Ester sta come demolita sul letto di questa camera d’ospedale. Sembra che le abbiano tolto ossa e muscoli, assieme a quella che con tutta l’approssimazione del caso potremmo definire volontà. Il volto è rappreso in un gonfiore che stempera i tratti somatici. Senza occhiali, fissa il soffitto con lo sguardo inerte. La riconosco, certo, ma non è lei. È come una storia che mi hanno raccontato, un’approssimazione di carne senza il giusto grado di sensibilità. Senza dimensione e calore. Le prendo la mano. Lei mi rivolge un sorriso pescato dal fondo di una rassegnazione sfibrata. D’un tratto parla, con la voce affilata da un rimpianto vacuo e forse perfino rabbioso. Una voce stanca, però ferma, limpida. Mi dice: nello stesso momento in cui mi hai sognata, sai?

I suoi occhi non tremano.

Stefano Solventi

3 thoughts on “Ho sognato Ester

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  3. incipit portentoso: le prime tre righe sono degne del miglior zio Charles. poi il passo della narrazione si fa più introspettivo, al limite del dramma psicologico (notevole il modo in cui tratteggi, con pennellate intense, ma al limite del campo visivo, la personalità sofferta e “scomoda” di Ester). mi è molto piaciuta l’attenzione quasi maniacale che hai dedicato al piano sensoriale olfattivo e tattile, cosa che conferisce alla protagonista, per quanto sfuggente, una consistenza fisica e corporea tridimensionale. e, d’altro canto, tatto e olfatto sono sensi “ancestrali”, vorrei quasi dire primitivi, quelli che ci “toccano più profondamente l’ombelico dall’interno” come scrisse molto tempo fa Buco Nellacqua. forse anche per questo, pur senza calcare troppo la mano, la rassegnazione e la disperazione di Ester ultraquarantenne-troppo-consapevole comunica un dolore capace di stimolare in modo efficace l’empatia del lettore, nonostante la sfumatura sgradevole “che sfarfalla al bordo delle narici”. bello soprattutto lo spessore umano del “non detto”, quel “Lo sai? mi disse” lasciato a galleggiare nel vuoto, senza un seguito verbale. unica nota forse negativa, che però magari riguarda solo me come lettore n=1, in qualche passaggio della narrazione mi sono dovuto costringere a non scorrere a salti le righe: forse, potato di qualche centinaio di parole, il racconto germoglierebbe ancora meglio.
    : )

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