I manieristi (1/6): Ritorno al realismo

I tre ex-blogger e scrittori mancati Karl, Louis e Vinz cercano riparo nella cricca editoriale romana, ma incontrano soltanto un poeta mui caliente sudamericano che dà loro dei Fascisti de mierda. Così, spiando Emmanuel Carrère, decidono di fingersi Raimondo Maniero, “il meno noto tra i minori ignoti”.
Sesta puntata de I manieristi (ormai quasi mensile), l’illustrazione è di DeadTamag0tchi. Ciao, a lunedì (torna lui, non mancate).

Louis si divertiva tantissimo a imitare le pose e le espressioni da imbonitore televisivo, rispondeva a tutte con la gentilezza e il piglio di chi voglia convincere all’acquisto.
«Ragazze, venite a godere dell’espressione contrita di un vero scrittore asociale. Raimondo Maniero non ha profili. Niente Facebook, Twitter, Instagram. Non troverete una sua foto in rete, un suo status. Così donandosi, egli ha deciso quest’oggi di soffrire per voi su questi duri scalini».
Un paio di amiche insistettero in tutti i modi per farsi un selfie con noi tre, ma Karl si rifiutò categoricamente di sorridere, tenne chiusi gli occhi com’era uso presso certe tribù che avevo studiato all’esame di antropologia culturale e le diffidò con tono severo dal pubblicare la sua immagine su Internet.
«Fingersi qualcun altro ti aiuta» gli dissi.
«Ma io non fingo affatto».
Louis gli dette spago: «Che ti passa mai per la testa? Fingere non è un’azione contemplata dal vocabolario di Raimondo Maniero».
«Per favore, adesso non mi tirerete mica fuori anche voi la storia del ritorno al realismo? Lo sappiamo tutti che è sempre e solo una questione di punti di vista. O no?» chiesi un po’ disorientato dal loro atteggiamento.
«La verità non è degli occhi» recitò Karl.

Era un’altra citazione da uno dei racconti raccolti in Televisore a dolore. S’intitolava Gli occhiali del sarto e raccontava la storia di questo sarto, ormai quasi del tutto cieco, che portava gli occhiali per far credere ai clienti di vederci ancora. In realtà cuciva la stoffa affidandosi esclusivamente alle mani e a un senso dell’orientamento tattile che aveva sviluppato per sopperire al proprio difetto.
«Noi mica portiamo degli occhiali» disse Louis, «però quello sì. Guardate un po’ chi arriva… Questo è davvero un bel colpaccio».

Intabarrato in una giacca di velluto verde, un po’ logora e abbottonata stretta sulla pancia, con una pashmina magenta intorno al collo, si stava avvicinando il temutissimo e al tempo stesso chiacchieratissimo Juri Moria. Il critico delle stroncature facili, il curatore di antologie generazionali che ormai da tre decenni sapeva fotografare lo spirito dei tempi, con quegli occhiali piccoli e dalle lenti spesse aveva tutta l’aria di un nostalgico leninista che organizza riunioni clandestine e si accalora sputacchiando tutto intorno alla sua barbetta da intellettuale fin de siècle. Fossimo stati Nabokov o Gogol’, avremmo potuto descriverlo come un cagnaccio contrariato dall’ordine mondiale, uno spelacchiato e imbolsito randagio pronto a mordere la mano degli scrittori nemici della rivoluzione. Per ogni decennio egli non aveva scelto che pochi protetti, deturpatori e violentatori della lingua che facevano dell’incomprensibilità un vanto. La trama non è niente aveva scritto nella famosa introduzione di Logora l’epoca, la prima antologia che aveva curato ormai trent’anni prima. La trama non è niente e la lingua è tutto un mondo, disorientato e alla deriva, che questi autori scuotono fin nelle fondamenta. La lingua è la nostra unica speranza, tutto il resto è menzogna.

Fu quello l’unico momento in cui Karl vacillò, e la maschera di fissità che fino ad allora aveva indossato con disinvoltura sembrò sul punto di scucirsi dal suo volto. Sebbene dei tre fosse senza dubbio quello che meno si prendeva sul serio – in virtù di una presenza a se stesso che lo incardinava sui montanti di quella realtà che io e Vinz potevamo vedere esclusivamente proiettata sullo schermo nero della nostra mente, dietro le nostre palpebre chiuse – non fu facile coinvolgerlo in quello che stavamo vivendo come un rito di passaggio: la rievocazione di Maniero era un modo per dare voce a quell’affermazione personale che finalmente decidevamo di rendere in pubblico dopo anni trascorsi nelle cornici sempre più strette di piani d’ascolto oramai privi di raccordo.

L’apparizione di Moria fece traballare il coinvolgimento già sorvegliato del nostro amico. Nella sua posa da attore consumato apparve una crepa all’altezza delle spalle, che cedettero come svuotate dall’interno trascinandosi dietro il collo e la testa; Karl si stava ritraendo come una lumaca nella sua conchiglia.
L’espressione severa sul suo viso perse colore. Dovevamo fare qualcosa.

***

Moria era tutta un’altra storia rispetto a Cayetano, e sarebbe riduttivo, forse presuntuoso, dire che era la nostra bestia nera: Moria era il car sharing delle nemesi collettive, la striscia blu che aleggiava su chiunque, automobilisti, ciclisti o pedoni, e li costringeva a parcheggiare in divieto di sosta pur di sottrarsi a un obolo odioso e inefficace. Lo avevamo inseguito per anni, avevamo desiderato prima di essere lui, al suo posto, e poi di essere con lui, nel suo posto. Più i nostri tentativi non raggiungevano alcun esito, più il suo potere aumentava, mentre intanto la metratura dell’appezzamento del suo mondo diminuiva a vista d’occhio. Lì dove le antiche promesse di fervore creativo ed effervescenza intellettuale stavano tramutandosi nelle premesse della costituzione di una agenzia letteraria unica con un solo autore, un solo libro e una sola narrazione, lo spazio era finito da tempo insieme ai soldi, alle idee e agli scambi con l’esterno. Eppure registravamo con sgomento l’inalterata direzione del flusso migratorio verso quelle terre – chiunque cercava di entrare, nessuno pensava di uscirne. Il reale era al di là di quel panorama che rinsecchiva ogni giorno di più e Moria era lo sceriffo del villaggio che mai s’era accorto di appuntare al petto una stella di latta. Restava pur sempre una stella.

Si dirigeva verso di noi descrivendo una traiettoria perfettamente regolare, pur compulsando lo smartphone con il capo chino sullo schermo. «Sembrava Max Renn inghiottito da Videodrome» avrebbe detto più tardi Vinz, esprimendo il concetto con una precisione che nessuno di noi avrebbe saputo eguagliare.

«Non ti agitare, Raimondo!» dissi a Karl.
«Non chiamarmi così, vuoi che ci senta?» mi rispose stremato. Sulla sua fronte si stavano già sciogliendo grosse gocce di sudore.
«Certo, è quello che vogliamo, no? Stai calmo!»
«Non dirmi di stare calmo! Tra le tante persone in cui potevamo imbatterci, proprio lui doveva capitare?»
«Gli stai dando troppo peso» intervenne Vinz, con poca convinzione.
«Stai sereno!» lo incalzai.
«Stai sereno? Di un po’, sei scemo? È una delle sue espressioni preferite!»

Potevamo vedere i lampi blu del touchscreen infrangersi sulle lenti dei suoi occhiali. Il pesante zaino che gli fasciava la schiena era colmo di libri e gli incurvava le spalle. Il folto pizzetto sembrava ingrigirsi passo dopo passo, sotto i nostri occhi. Come poteva una figura talmente anonima, per giunta imbolsita, rappresentare per noi una minaccia? Era una proiezione esasperata della identità che stavamo ancora ricercando o semplicemente una questione di chimica che sfuggiva al nostro controllo?

«Respira, Raimondo!»
«Karl. Il mio nome è Karl!»
«Abbassa la voce, finirai per farti sentire» dissi.
«Scriverà un lungo articolo su di noi, anzi no, ci demolirà su Facebook con una sola battuta, tra un post sul PD romano e uno su Elena Ferrante. Ci distruggerà».
«Lui scrive in ogni momento di tutto, non possiamo farci niente».

Vinz aveva centrato in pieno la questione. Eravamo ossessionati da Moria perché era ovunque ed era impossibile evitarlo. Pronunciava giudizi su qualsiasi tema e argomento con una sicumera insopportabile. Ermeneutica e analitico erano le parole d’ordine del suo agire pubblico e privato. Ogni sua evocazione non lasciava nulla di intentato, le sue apparizioni seguivano canovacci millenari e la sua scrittura era un enorme mosaico in cui l’ovvio si ricomponeva. Era sfibrante e non potevamo farci niente, se non voltare lo sguardo da un’altra parte.

Karl aveva bisogno di essere rassicurato e di sentirsi dire che non avevamo nulla da temere. Potevamo continuare a recitare la nostra parte perché era quella che ci eravamo scelti. Lo sguardo di Vinz rimbalzava da Moria a noi con l’aria seccata di chi è costretto a interrompere un gioco divertente a causa di un imprevisto spiacevole. Non era turbato quanto Karl, ma s’era chiuso in un silenzio che senza volerlo aveva aumentato la tensione.

«Non lo farà» esclamai infine sovrappensiero, non trovando nulla di più incisivo da dire.
«Come fai a esserne sicuro?» mi chiese Karl.
«Non si abbasserà certo a parlare di noi».
«Non sarebbe la prima volta che accade» disse Vinz.
«Ma mai sulla sua pagina Facebook» lo corressi.
«E chi ha detto che parlerà di noi?» chiese Karl. «Parlerà di lui e farà autofiction su di noi!»
«Se Maniero fosse vivo ti prenderebbe a ceffoni».
«Vedrete che non accadrà nulla, si limiterà a salutarci».

Naturalmente Vinz si sbagliava. Il dispositivo di riconoscimento interno di Moria era settato su un valore non inferiore a cinque: soltanto dopo il quarto incontro era in grado di distinguere i volti e associarli ai nomi. Fino ad allora noi avevamo avuto a che fare con lui soltanto tre volte: le prime due furono memorabili.

***

La prima volta era stata sei anni prima, all’inaugurazione delle Serate suburbane di narrativa popolare, un festival organizzato da un centro culturale del Tufello. Vinz era stato invitato a presentare il suo secondo romanzo, Il punto di fuga, di cui tanto avevamo discusso per l’inaspettata svolta sci-fi che aveva deciso di imprimere alla sua scrittura. Gli anni trascorsi non hanno disciolto il gelo che sento ancora nelle ossa se ripenso al giudizio tombale col quale Moria, davanti a tutti, liquidò il libro: sebbene non si avvicini neanche lontanamente a ciò che la letteratura domanda, disse massaggiandosi un polso, a tratti può rappresentare una lettura piacevole.

Due anni più tardi fu la volta di Karl. Alla serata conclusiva di Esor_dire, la manifestazione che si prefiggeva di introdurre al pubblico gli esponenti della “futura colonna vertebrale dell’editoria nazionale”, Moria accompagnava l’ultimo dei suoi pupilli, Federico Rossi Bravo, con il suo romanzo salteriano che già dal titolo tradiva il ruolo cruciale ricoperto dal critico nella gestazione dell’opera: ne In cielo è lasco e verde, infatti, anche i capoversi e gli aumenti di interlinea, così si giurava nell’ambiente, erano preziosi, ponderati, essenziali. Non ho mai capito cosa passò per la testa di Karl quella sera, e cosa lo spinse a pensare di poter lasciare a Moria una copia del secondo volume della sua Cospirazione delle Lettere. «Mi dispiace» disse Juri declinando l’omaggio, «non leggo romanzi gialli d’ambientazione postale». E gli strinse la mano.

Moria si era fermato e adesso era davanti a noi. Come un semaforo rosso, immobile ma vigile, presidiava il territorio con quel piglio da Aldo Brandirali della filiera editoriale del centro Italia. Alzò lo sguardo dal Samsung e diede un’occhiata in giro. Nei paraggi, fatta eccezione per noi, non c’era nessun’altro.
O così almeno credevamo: in realtà Sarah non si era persa un istante di quella scena lunghissima che sembrava proiettata attorno a noi a 50 fotogrammi al secondo, negli spazi vuoti che s’andavano fulminando mano a mano che il sole calava. In quel momento, probabilmente, si stava domandando chi fosse l’uomo con lo smartphone, chi fossero i due tizi con il cartello e soprattutto chi fosse davvero Raimondo Maniero.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Raimondo Maniero

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