Traspirazioni

“Ho lasciato Trento dieci anni fa appena terminato il liceo e da allora sto cercando un luogo dove fermarmi. Nel frattempo ho capito che da grande avrei voluto correggere i libri degli altri, lavoro che in teoria faccio, ma che in pratica mi costringe a servire Jameson senza ghiaccio nelle notti berlinesi.
È anche grazie a quella tristezza che porta alcuni estranei a cui voglio bene a bere del pessimo whisky che da un anno ho cominciato a scrivere. Per merito loro alcuni miei pezzi sono apparsi su Abbiamo le prove, minimaetmoralia, Soft Revolution.” 
È Francesca Faccini, che con Traspirazioni è per la prima volta su Verde. L’illustrazione è di Federico Bressani.

Nina non aveva mai sentito una stronzata più grande della frase “segui i tuoi sogni”. Ci provava ormai da diversi anni a raggiungerli ma, alla soglia dei trenta, l’unica certezza della sua vita era la totale precarietà in cui viveva. Un’insicurezza lavorativa e sentimentale di cui – ne era certa – non avrebbe mai sofferto se quel maledetto giorno avesse superato il test di medicina. A distanza di un decennio si trovava ancora a pensare a quei suoi compagni di classe che, invece, non avevano fallito la prova. Non si ricordava l’ultima volta che li aveva visti, eppure se li immaginava splendenti avvolti da un camice bianco, impegnati a organizzare un matrimonio da favola e preoccupati dall’idea che il Messico ad agosto poteva non essere stata la scelta migliore per il viaggio di nozze.

Le foto che questi personaggi pubblicavano periodicamente su Facebook poco si discostavano dal matrimonio a maggio e dalle vacanze messicane.
Per una strana forma di masochismo mista a superiorità intellettuale, Nina era solita gustarsi quelle foto con birra, sigarette e arachidi tostate.
Stava al pc con i capelli raccolti, i pantaloni della tuta oversize infilati nei calzini, sgranocchiando le sue Snack Friends, leccando i rimasugli di sale dalle dita unte, crogiolandosi nel suo sadico voyeurismo.
Nina si mostrava orgogliosa della sua condizione di donna single, senza figli, senza lavoro fisso, ma adesso vedendo i sorrisi dei chirurghi e delle dermatologhe si sentiva senza futuro come se le fosse preclusa ogni tipo di gioia. In questi momenti si affacciava al davanzale della cucina e guardava giù immaginando le giornate dei passanti, inventando esistenze.

Dopo il diploma alla scuola di formazione professionale dell’attore Nina si era rivolta all’agenzia dello spettacolo Art Office.
Incontrò Mattia, gestore di artisti e manager di talenti in un caffè diurno vegan, frequentato da creativi in tenuta total black che bevevano centrifugati con lo sguardo fisso sullo schermo del loro Mac.
Prima ancora che Nina avesse il tempo di presentarsi, Mattia l’aveva salutata chiamandola per nome sbandierando una confidenza al limite tra l’inopportuno e l’accogliente. Dopo un iniziale disagio, Nina era stata sedotta dalla sicurezza e dalla semplicità con le quali Mattia aveva analizzato la sua condizione di attrice e dopo solo mezz’ora s’era convinta che fosse necessario assumere un atteggiamento da vincente per poter far cinema o teatro.
Mentre cercava di attirare l’attenzione della cameriera per ordinare due caffè americani, l’uomo aveva ironizzato sulla tendenza di alcuni artisti a essere snob. Secondo lui preferire i film d’autore e le compagnie teatrali evitando il campo pubblicitario o il cinema commerciale si rivelava spesso una scelta sbagliata.
Ascoltando queste parole, Nina ripensò alle sue scelte, al tipo di attrice che voleva essere e con la mente tornò a quando tutto era cominciato.

La prima volta che aveva calcato un palco era stata in quarta ginnasio. Aveva deciso di iscriversi al gruppo teatrale del liceo spinta dalla madre: “Vai, buttati, ti servirà a fare nuove amicizie”. L’insegnante del corso era Gianni, un professore di lettere in pensione, convinto che cercare di sviluppare nei ragazzi maggiore controllo della propria fisicità fosse l’insegnamento propedeutico alla recitazione. Nina aveva impiegato un anno intero per iniziare a prendere confidenza con un corpo goffo di cui non riusciva a controllare le improvvise reazioni.
Per arginare il rossore che a ogni lezione affiorava sul suo viso e per cercare di bloccare la sudorazione utilizzava la psicologa inversa. Quando iniziava a sentire la pelle umida o il volto in fiamme cominciava a bisbigliare “arrossisci, arrossisci, arrossisci”, oppure “suda, suda, suda”, ma quasi sempre durante la pausa andava in bagno per cambiare maglietta o per bagnarsi la faccia con acqua ghiacciata. Nina aveva capito di non avere consapevolezza dei propri movimenti già dal primo incontro di teatro, quando si era inginocchiata composta, attenta che la maglietta non si sollevasse, per prendere con entrambe le mani una pallina da tennis lanciata da Gianni che le gridò: «Apri quelle gambe! Che fai, prendi la pillola del vaticano?»

Nina ripensava a quell’episodio quando stava sul set della pubblicità degli assorbenti Lady Jasmine, dove impersonava il ruolo di una giovane donna che saltava sul tram rovesciando i fogli stretti sotto il braccio. Accucciatasi, il suo sguardo incontrava quello di un uomo che si era precipitato ad aiutarla e con il quale avrebbe trascorso la serata senza preoccuparsi di eventuali macchie di sangue. Mentre guardava in camera sussurrando “Lady Jasmine, i migliori alleati delle donne”, Nina continuava a pensare a quanto fosse denigrante avere degli assorbenti come amici e cercava di immaginare quali commenti avrebbe fatto Gianni vedendola fare degli squat a piedi uniti per raccogliere dei documenti. Il fantasma dell’insegnante la seguiva dal giorno in cui aveva firmato il contratto con Art Office, accordo che l’aveva trasformata in una piccola star di pubblicità di serie B.

Nei giorni delle riprese Nina era frastornata dalle urla del maestro: «Diamine Nina, hai indossato una maledetta spilla con la scritta FEMINISM per tutti i cinque anni di liceo e ora sgambetti sul bancone di un finto bar dicendo “Voglio essere la tua unica bionda”! Ti prego, tra la disoccupazione e la traspirazione, la prima Nina, la prima!»
Si sentiva costantemente tesa verso una realizzazione personale che non riusciva a raggiungere per il semplice fatto che non esisteva nessun’idea di se stessa a cui tendere.
Nina non seguiva più i suoi sogni, erano questi ultimi a inseguirla, a farla vergognare. L’unica consolazione era tornare a casa, appollaiarsi sul davanzale e osservare gli altri, guardare fin dentro le cucine, le camere da letto.

Poi, una sera, sulla banchina della metro, il suo sguardo s’era perso, andato a scomparire dentro una donna grassa. Per un tempo eterno era rimasta lì, come una passeggera clandestina rifugiata su un corpo accogliente; s’era ridestata solo con l’arrivo della metro.
Da quel giorno aveva preso a sedersi vicino a donne corpulente, sceglieva il corpo più accogliente, ci si sedeva di fronte e iniziava a osservare le pieghe che la pelle faceva sul corpo, le grinze del collo, quelle all’altezza del gomito. Poi chiudeva gli occhi e immaginava di abitare quelle stesse forme; accarezzava le gambe massicce, l’addome morbido, il sedere ingombrante. Infine risaliva e palpava le braccia, solide, forti, indistruttibili. Mentre le lacrime iniziavano a rigarle il viso, apriva per un istante gli occhi per controllare che la donna a cui stava rubando il fisico ci fosse ancora. Finché poteva Nina si serviva di quella robustezza e di quel vigore estraneo, perché sapeva che la sopravvivenza era anche una questione di braccia.

Francesca Faccini

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