Quaderno blu cretese #4: Mai un greco dentro al mare

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Giulia Pex, Quaderno blu cretese

O come finiscono le cose: l’estate, settembre e il Quaderno blu cretese, il diario delle vacanze di Simone Lisi (le puntate precedenti sono qui). Siamo tristi e telegrafici, è giovedì, ma l’illustrazione inedita è sempre di Giulia Pex (ευχαριστίες). Domani c’è Maniero. Stop.

Agia Roumeli sembra a una prima occhiata il campo base dell’Everest. I ristoratori sonnecchiano come gatti egizi, aspettando l’orda affamata che scende dalle montagne attraverso le gole di Samaria. A una prima occhiata io e Diana siamo gli unici due a non indossare scarponi da montagna.

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Il cameriere albanese di Chora Sfakion che parlava italiano ha rappresentato una preoccupazione in questi giorni vacanzieri per la promessa che mi ha strappato la prima sera: oggi no, ma ti prometto che verremo una di queste sere a cena da te. Ovviamente abbiamo iniziato a girarci alla larga. Solo che, essendo il paese composto di dodici abitanti, me lo ritrovavo davanti dappertutto: al bar a bere l’ouzo, dal panettiere, in fila alle poste a comprare i francobolli, dovunque. Oggi che siamo partiti ho tirato un sospiro di sollievo: al suo ristorante per turisti a farci spellare noi non ci siamo andati. Eppure qualcosa non torna, se posso essermi così lasciato imprigionare a una promessa assurda fatta a uno sconosciuto che per giunta faceva questo di lavoro.
Cosa dice di me? Che tipo di persona sono?
Ora nel nuovo albergo, nel nuovo paese cerco i lati positivi: in fondo ciò che conta è che gli siamo sfuggiti, ma che fatica inventarci dei percorsi alternativi per non incontrarlo, insomma un’ampia parte della faccenda, io lo so, sta in quel tirare di lungo, evitare con appositi percorsi quell’angolo (impossibile, perché era l’unica via d’accesso del paese); una verità sta in quel suo sguardo che vedo rivolgermi da lontano verso i miei occhiali scuri, capelli abbassati sugli occhi e baffi finti, se solo li avessi avuti.

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Le radio dei bar locali sono bassissime, cos’è questa malia? Agia Roumeli è un mix di Valtellina e di Canarie. Staremo qui le prossime quattro notti, diverremo presto degli habitué, di questo fazzolettino tra mare e montagne.

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Scrive il capo di Diana per sapere come stiamo, informandoci di inondazioni e sismi nell’isola di Creta. Noi non ne sapevamo niente. E per fortuna questo villaggio segue alla lettera le norme del piano regolatore e addirittura sono stati fatti venire anni fa, al momento che si trattò di costruire, dei tecnici e degli ingegneri giapponesi, così da fornire un’accurata regolamentazione anti-sismica.

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I ragazzi libici o albanesi che sul traghetto mi avevano dato pensiero (un pensiero irrazionale, che ci volessero ammazzare tutti, stuprare Diana mentre mi sgozzavano e mi inculavano) sono venuti anche loro nel piccolo paese isolato per vendere sedie, cuscini e altri oggetti di scarso valore.
Che schifo mi faccio a volte a cadere così nei pregiudizi, penso, mentre guardo con occhi velati il tanghero che un po’ propone e un po’ sembra dire al ristoratore: meglio per te se la compri questa trapunta.
Ma sono ingiusto, è tremendo questo pensiero dicotomico che non sa uscire di un millimetro da buonistico o dal razzistico, vorrei davvero aver seguito certi corsi universitari con più profitto.
Dieci o dodici anni dovevo rimanere a filosofia, non sette come le persone normali.

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Ho cominciato a fare nelle foto la faccia da scrittore. Non è solo per la Parker bianca avorio, per il quadernino fitto, il tavolino, la terrazzina, le montagne in fondo dove volano i rapaci, ma è proprio un’espressione della faccia. Da scrittore. Che assurdità.

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L’intera costa e strutture turistiche sono destinate ad americani e tedeschi, i greci hanno una funzione puramente accessoria. I greci adesso hanno tutto, ma non hanno più nulla (poeti troiani). Uomini e donne arrivate dall’Est lavorano al posto loro. Nessuno ha colpa, i greci si fanno vecchi, lo erano già, i giovani imparano l’inglese e le altre lingue del potere. I ragazzi greci vanno via. I ragazzi dell’Est vengono a Creta, hanno negli occhi le guerre, ci portano a tavola i souvlaki. Gli slavi lavorano duramente: con la stagione estiva ci devono vivere loro, le loro famiglie e tutte quelle dei greci e i figli all’estero, insomma quei Greci che stavano qui con le loro pecore e gioia. È normale che la limonata costi così cara: è il prezzo per aver perso tutto e essere liberi (poeti troiani).

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Dopo il mare del Nord, il mare della Russia (la barca attraccata al molo dove i marinai si sono sbronzati tutta la notte e intrattenuti con la bellissima fanciulla slava; i colori della bandiera russa e la famiglia sempre russa di sei o sette figli tutti identici), dopo il mare del Nord, Loutro è un luogo fuori dal tempo, costa azzurrissima. Sono le nove di mattina, il mare è calmo.

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Un’altra cena, o come finiscono le cose.

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La signora del negozio di pareo da mare, quando le ho detto che era un regalo per la mia ragazza, mi ha guardato come a dire: conosco quelli come te, maniaco.

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Del greco non abbiamo imparato che poche o pochissime parole, quelle che rímano tra loro: parakalò, efharistò, quest’ultima nella nostra mente fa pensare a eucarestia, che non sappiamo comunque che cosa voglia dire.

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Il padre di famiglia che è steso accanto a noi e altre venti o trenta corpi: un greco di circa quarant’anni molto peloso, ma non mostruosamente peloso, un costume arancione corto, inizia a perdere i capelli in cima, una moglie e tre figli (due bambine e un bambino, il maschio è il più grande, che giocano vicino a noi, ma sono bravi, non rompono tanto i coglioni). Il padre ha una caratteristica che me lo rende degno di tutto il mio interesse e mi fa distrarre dal libro in inglese (Life of Pi) trovato nella libreria dell’albergo, e mi distrae dall’osservazione di Diana con un turbante in testa (la mia maglietta) che legge Teresa Ciabatti.
L’uomo ha sempre indosso l’auricolare e parla a mezza voce nel microfono. Va avanti così da ore. È una lenta litania che non si è interrotta né durante il pranzo (dei panini fatti lì per lì dalla moglie, col formaggio – lui ha anche controllato la data di scadenza, sempre con l’auricolare) ed è anche proseguita mentre la moglie dormiva accanto a lui. Ora in questo istante che ne scrivo si è alzato, sempre sussurrando e si è spostato davanti al chiosco dei gelati. Ora è tornato. Dice qualcosa a sua moglie o forse mi sbaglio, sempre all’altro nell’auricolare.

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Questi lettini sono talmente vicini l’uno con l’altro che se ci fosse un arbitro di un torneo di bocce, decreterebbe che la mia fidanzata non è Diana ma la madre di due figli che mi sta distesa a sette centimetri. Diana sette centimetri virgola tre. Vince la signora con costume intero.

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Per un greco che vende la frutta che senso può avere fare il bagno in mare? Infatti non lo fa.
Resta dietro al suo furgoncino e mi chiede da dove vengo.
«Italia».
«Ah, Italia, Mafia!»
«Yes».
«But also here in Greek», prosegue lui. Sta là a non vendere neanche una zucchina, di fare il bagno non gli passa neanche in mente, mentre il nipote obeso sì, lui si è fatto un tuffo in mare, così tanto per sciacquarsi il sudore, ma non l’ho capita la figura del nipote. Cosa sogna, cosa vuole. Penserà magari di me che in Europa faccio un lavoro di concetto, chissà cosa pensa.
Del resto è possibile che l’anziano non sia il nonno, ma il padre.

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Ragazza che sul traghetto siedi più avanti e ti strappi le doppie punte e le getti con nonchalance dietro te, sappi che esse non si smaterializzano, ma mi arrivano addosso.

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Ragazza che ti strappi le doppie punte e interrompi la tua occupazione per scattare l’ennesima foto al paesaggio, posso presentire il tedio dei tuoi contatti Facebook nello scorrere quelle centinaia di foto tutte uguali in impercettibili scale di marrone. Una in costume, non sarebbe meglio?

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Abbiamo costeggiato la ricchezza. In alcuni rari momenti abbiamo pensato di farne parte. In altri ci siamo convinti che a un occhio esterno, qualcuno di molto simile a noi, saremmo anche potuti essere scambiati per ricchi. Invece ci eravamo solo svegliati presto, molto presto, eravamo arrivati in spiaggia per primi così da avere la prima fila dei lettini.
Tutto qui.

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Ci sono vari modi di bere da una bottiglia d’acqua. Ce ne saranno infiniti, ma più esattamente due: o mettendo il foro raso alla bocca, o mettendo il foro, l’imboccatura della bottiglia, dentro la bocca.
Niente. Era così per dire.

*

Nell’albergo in cui abbiamo vissuto l’ebrezza della mezza pensione, esistevano tre livelli di cameriere: il capo-cameriere che era anche l’amministratore delegato dell’azienda, con stipendio d’oro e minimo dello sforzo; lui mi dava robuste pacche sulle spalle e non aveva nessun contatto con Diana. C’era poi il secondo cameriere, che aveva tutte le responsabilità, si faceva il culo più grosso, e mi dava una pacca veloce sulle spalle e non aveva nessun non dico contatto, ma sguardo a Diana. Diceva sempre: buongiorno buonasera, buonappetito, come va? Bene, e al nostro, e te? Rispondeva, io sono stanco, ed era vero, non era per niente una posa, tipo noi
stanchi dopo una giornata di mare; infine c’era il terzo cameriere che non aveva neanche diritto di parlare. La voce in questo senso non è un diritto fondamentale del lavoratore.

Forse il cameriere numero tre non parla la lingua, forse è straniero, ci siamo detti con Diana, mentre il cameriere numero due sta imparando e ripete sempre la stessa frase per memorizzarla bene. Mentre il cameriere uno, dotato perfino di nome, Andreas, conosce non solo la lingua ma ne sa anche altre straniere. Chissà, ci siamo detti con Diana.

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Una cosa che ho sempre fatto nella mia vita da quando lo ricordo è stato guardare le persone. Tipo adesso sul traghetto. Guardo quelli che mi sono attorno e provo a capire tutto di loro. J.
Marias direbbe …, non mi ricordo più.
È una sorta di gioco in verità, i bambini che spiano gli adulti, senza che ci sia un vero segreto da scoprire, o forse c’è un segreto, non lo si è mai capito questo punto. Fatto sta che in questo processo di guardare, io continuo a farlo anche oggi che sono adulto con una certa insistenza, il che potrebbe quasi farmi passare per un ficcanaso. Ma nessuno se ne accorge mai, perché nessuno guarda. Gli unici che sembrano accorgersi sono i bambini. Tutto questo discorso mi rendo conto rischia di apparire scabroso, guardare i bambini è male, ma io non li guardo in quel senso e comunque ripeto guardo tutto, solo che lo sguardo di ritorno arriva solo da loro. A volte anche da qualche ragazza o ragazzo, ma là capisco che è un altro caso ancora.

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L’uomo del V secolo avanti Cristo, un antico greco, o un colono della magna Grecia, posso arrivare ad immaginarlo estremamente vicino al mare, ma mai dentro al mare.
Su uno scoglio senza alcun problema, posso farlo, posso immaginarlo nell’atto di entrare in mare, ma che non vi si immerge. Un attimo prima sì, che guarda verso di me come paralizzato, intorno un mare cristallino, celeste verde immobile o solo lievissimamente increspato.
Posso arrivare perfino ad arrivare a immaginare un antico greco che esce dal mare, un attimo dopo essere stato nell’acqua, ma mai un greco dentro al mare, questo è impossibile.

*

Ho incontrato in un bar sotto l’ombra degli ippocastani la quarta scrittrice del viaggio. Non ho visto se scriveva con l’alfabeto greco o se in caratteri europei. Scriveva in stampatello, mi sembra. La ragazza aveva dei tratti mascolini, il casco da motociclista e ho pensato subito fosse lesbica, così, per gli stereotipi che subisco come tutti.
Poi è arrivata una sua amica e lei ha smesso di scrivere, amica o amante chissà, con marcate occhiaie, al che io ho pensato fosse la sua compagna e che fosse eroinomane. Solo che poi l’eroinomane ha iniziato a mangiare una focaccina quindi mi sono saltati tutti gli schemi perché se mangiava allora non era eroinomane, ma se non era eroinomane allora magari non era nemmeno lesbica e magari nemmeno la sua amica scrittrice lo era (lesbica intendo). Ho domandato alla ragazza dove l’avesse trovata quella focaccia che sembrava così buona, lei me l’ha spiegato, ma con Diana non siamo riusciti a trovare la panetteria e dopo un po’ che giravamo a vuoto siamo tornati in albergo.

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L’ex villaggio turistico costruito su palafitte è stato riconquistato dai ragazzi coi telecomandi dell’aria condizionata. Si attende per domani o dopodomani una reazione da parte dei fricchettoni, che almeno provino a riconquistare una porzione delle baracche in cambio di fumo o di chissà quali prestazioni sessuali.

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Tre settimane di ferie bene eh, non ci possiamo certo lamentare, ecc ecc., ma ai tempi dei nostri genitori erano come minimo cinque settimane.

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Ho continuato per tutto il corso delle vacanze a trattenermi da pronunciare ad alta voce un pensiero: che non avevamo incontrato nessuno di conosciuto. Che insomma in tre settimane neanche una persona amica, un vicino di pianerottolo da salutare, chessò. Ma poi, ma poi, puntualmente sulla via di ritorno è successo. Nell’aeroporto di Chania ho riconosciuto la compagna di un collega di lavoro, La Bene, anche detta, prima che diventasse moglie del mio collega, “La Bene diahane” per il suo linguaggio non esattamente raffinato.
Si aggirava nel duty-free con un uomo che evidentemente non era il mio collega e senza il figlio di circa un anno con cui più volte sono passati in ufficio a farsi belli.
Era là tra profumi e olive sottolio, e altri prodotti alimentari finto-veri, era lei con quel suo passo lento e voce aspra, sono sicuro, senza figlio e senza marito, o almeno adesso ne sono convinto.
Nell’aeroporto, sul bus navetta e dentro l’aeroplano ho evitato in ogni modo di farmi vedere. E lei ha fatto altrettanto.

Creta, 8/23 luglio 2017

FINE (qui tutte le puntate)

Simone Lisi

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