Quaderno blu cretese #2: Differenti tipi di scarafaggi

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Giulia Pex, Quaderno blu cretese

L’estate finisce ai primi nubifragi di stagione (a proposito, avete tirato fuori i piumini?) o il 21 (o il 23: equinozio o solstizio?) del mese? Per noi rigidi osservanti, lo sapete, la data da segnare è il primo settembre, ma conta davvero qualcosa? L’estate non è forse uno stato mentale (qualsiasi cosa significhi)? Cosa rimane? Intanto i cari vecchi diari delle vacanze. Ogni mercoledì di settembre il Quaderno blu cretese di Simone Lisi ci porterà in Teva alla scoperta di differenti tipi di giovani scarafaggi pompieri pseudo Hemingway perlopiù nudisti alle prese con le nuove forme assistenziali del capitalismo post crisi. Le illustrazioni realizzate su misura sono della divina Giulia Pex.
Siamo in Grecia, il tempo è un altro (lo sapevate che possono andare in verticale?).

Rifuggiamo i barbari, le coste cementificate, la musica dance che rilegge i classici degli anni Ottanta con basi anni Novanta, poi al primo scarafaggio che compare accendendo la luce, non va più bene niente. Ma in effetti gli insetti erano due (uno è scappato velocissimo appena ho aperto la porta della veranda; l’altro ha avuto atteggiamenti da essere umano, paura, rabbia, disperazione mentre io procedevo a eliminarlo). Sostare in quello spazio, in quel segmento certamente limitato, limitatissimo, tra il civilizzato e il non civilizzato, in quel luogo di transizione, il non-ancora-sputtanato, ma in fondo già parzialmente indirizzato in quella direzione. Questo è quello che cerchiamo nelle nostre vacanze al Sud, in Cilento, a Creta, dovunque.

*

Ho scavato sulla spiaggia, sul bagnasciuga, una sorta di castello, ma non antropo-architettonico, un semplice cumulo di sabbia. Poi ho detto a Diana: considera che il tempo è un altro, questo secondo, cento anni. Allora degli uomini – ho continuato – hanno edificato la fortezza molti secoli fa e infatti guardando a nord si vedono ancora le cave con la cui sabbia si è costruito il palazzo, là, a qualche centinaia di chilometri (anche lo spazio è altro).

Poi l’acqua ha invaso del tutto la zona alle spalle della fortezza. Si è creato un mare interno, tra le cave del nord e la fortezza. Lo vedi? Negli anni la struttura ha subito grandi danni a causa delle inondazioni, poi l’acqua del mare interno si è a poco a poco prosciugata. È passata quell’epoca in fondo felice quando il mare interno non ci faceva pensare all’infinito mare esterno e ai suoi pericoli: le onde che a poco a poco erodono il palazzo antico. Già qualcuno guardando verso nord nega le verità degli scavi, che sia mai esistita l’epoca di una cava: qualcuno sostiene non furono gli uomini, ma fu un Dio a edificare il palazzo. Con il passare del tempo tutto si confonde nella memoria e in un certo senso la voce di un deus ex machina è rassicurante. Oltre a essere comprovata dall’immobilismo che regna tra uomini della fortezza: andare nel nord in cerca di una nuova cava per risanare il palazzo appare impossibile. Perché?

Ogni anno che passa le onde si portano via un nuovo pezzo di roccia, tutto crolla sotto ai colpi delle enormi onde. Il sole, affermano gli astrologi, è più basso di qualche secolo fa: c’è chi sostiene che scenderà ancora, si abbasserà fino al mare, fino a prosciugare anche il mare esterno.

C’è chi parla invece di imminenti maree che finiranno per sommergere tutto, che sommergeranno il castello e perfino le remote cave nel nord del Paese. Passano i secoli e niente ancora si fa per risanare le mura. Il mare interno è ormai un ricordo lontano, la tanto attesa missione alle cave rimane un miraggio, un’impresa impossibile. Il palazzo sulla spiaggia è quasi del tutto assorbito dalla terra su cui si erge.
E ha quel punto ho smesso di parlare e ho scavato altra terra con le mani e ho rinforzato il monte di sabbia. Un nuovo mare interno si è formato dopo poco e con la mia azione ho assicurato qualche altro millennio di storia per il castello sulla spiaggia.

È così che penso io, ho detto a Diana, che ha risposto che era la cosa più originale che le dicevo da anni.

*

Secondo Diana esistono differenti tipi di scarafaggi. Le ho detto che la cosa non mi stupisce, anzi sono certo che ne esistano milioni. Quello che però Diana sta cercando di dirmi è che nello sconfinato panorama mondiale non le importa, ma nel ristretto scenario di quelli che occupano il nostro albergo ne fanno parte anche quelli del secondo tipo, che sono i più temibili: ovvero quelli che possano andare in verticale. E quindi?, le ho chiesto dopo aver compiuto il consueto rito della scopa, del pestone e della rimozione del cadaverino. E quindi guarda te che albergo di merda, ora una bella recensione negativa non gliela toglie nessuno.
Va bene Diana. Eppure le recensioni erano tutte positive.
Eppure un cazzo.

Comunque ieri eri così tranquilla. Rilassata. E già era successo, uguale a oggi.
È che non pensavo fossero scarafaggi del secondo tipo, ma del primo, quelli che vanno solo in orizzontale.
Io penso siano tutte fandonie, che non è cambiato niente da ieri, che la spiaggia è bella, che siamo stati bene, che fa caldo e gli scarafaggi sono terribilmente antropomorfi, siano essi del tipo uno o del tipo due.

*

Ho comprato prima di partire un paio di sandali neri, Teva si chiamano, scarpe da tedesco in vacanza a Riccione. Sandali che, come ho potuto capire da piccoli segnali (le indossava anche Maddalena a fine della passata stagione) sono tornati di moda.
Benissimo.

Solo che io ho comprato un numero che mi calza preciso, al limite del preciso, quasi piccolo, tuttavia ho deciso di tenerle perché le avevo ordinate su internet e fare il reso era difficile. Poi ho capito, ma dopo, che il modello scelto, senza il laccio dietro, era una variante ciabattona, rozza, rispetto al modello originale, con la chiusura dietro, pronto per scalare le montagne. Risultato: indosso queste scarpe con un certo imbarazzo. Eppure, eppure son belli, mi dico a me stesso per auto-convincermi. Eppure, il numero è giusto, eppure eppure è solo una questione di tempo, poi la suola prenderà la forma del piede e tutto andrà a posto. Spesso ho creduto che la mia vita fosse tutta così: qualcosa di bello che non so bene come fare a portare.

*

Se ho visto la crisi Greca?
Sì, l’ho vista.
Nelle stazioni degli autobus. Il capitalismo ha le sue forme assistenziali, in un certo senso, o almeno dei palliativi: patatine fritte 1 euro la porzione, yogurt greco 50 centesimi, l’acqua della cannella non la paghi. Quindi ecco spiegata l’anziana signora con la pensione minima che siede in questa stazione degli autobus. Fa fresco, l’aria condizionata è condizionata, la musica è sexy. La donna siede ignorando del tutto gli schermi televisivi, gli altri anziani seduti e i turisti. Mi dico che il menu patate e yogurt non sarà il massimo dell’equilibrato, ma se non hai più i denti allora va bene. La signora prende una pasticca che tiene nella scatola dentro al sacchetto, conta gli spiccioli, in un fazzoletto ha mezzo croissant della colazione in offerta di stamani, lo
sbocconcella. Di anziani così nelle stazioni cretesi ce ne sono. Magari, interviene Diana, magari è Moliere, magari la signora è ricchissima.
Magari, rispondo.

La signora ripone la medicina (non è una sola scatolina, sono varie). Poi mi accorgo che guarda con insistenza per terra: le è caduto uno spicciolo, ma la donna guarda la moneta ai suoi piedi con rammarico: non riesce a chinarsi a raccoglierla (penso per un attimo che potrei aiutarla io, ma sarebbe ingiusto nei confronti del mio ruolo di osservatore imparziale).
Speriamo solo non fosse da uno o due euro.

*

E i giovani?
Che?
Li hai visti i giovani della crisi? Come sono? Che facce hanno? Che facce hanno quelli che hanno visto la bancarotta, le code ai bancomat? La disoccupazione giovanile al sessanta per cento?

Sono come noi, identici. Lavorano nei bar, nelle gelaterie, lavorano e guadagnano, ma molto meno di noi, parlano un inglese scadente, come noi, ma lo parlano. Che pensavi, che morissero di fame?

Mi chiede un ragazzo che lavora in un bar se sono italiano, e io dico di sì, e lui mi dice che somiglio a un qualche motociclista della MotoGp. Sono uguali a noi i ragazzi greci, anche io ho detto la stessa frase a un ragazzo israeliano, e sia io che lui non avevamo idea a chi fossimo paragonati.

Il loro paese è una colonia estiva per turisti europei, d’inverno per pensionati europei. Sono come noi, degli indiani d’America, ma invece che sterminati, sono stati lasciati a lavorare nel parco gioco che è casa loro, casa nostra. La ristorazione è una madre che ci accoglierà tutti, scrivevo in qualche epoca più lucida di questa.

*

Fino a oggi ho incrociato due persone che scrivevano. Due donne. Una signora italiana sulla spiaggia, un fitto quadernino. La signora l’avevo già vista al ristorante la sera prima e forse (ma dico forse) il pomeriggio prima, sempre in spiaggia. Con il marito che aveva detto: non sei neppure in grado di decidere dove vuoi cenare. I ristoranti erano due e io ho capito l’incertezza della donna e detestato il marito che non l’aiutava e non dava stimoli per prendere quella decisione in un certo senso impossibile. Poi i due erano rimasti nel nostro stesso ristorante, pochi tavoli più in là.
Il giorno dopo, come dicevo, ho rivista la donna che scriveva e mi sono chiesto che cosa. Se una cronaca, un diario come questo che faccio io composto delle cose che vede e che fa, o so invece i sogni della notte, o magari tutt’altro: auto-fiction, fantascienza, romanzi erotici. Poi, seconda figura, nella stazione degli autobus ho visto scrivere una ragazza che sembrava italiana, ma forse era turca o greca, vagamente fricchettona e anche là solito quadernino fitto e un occhio tra l’infastidito e il pudico quando si è accorta che io la fissavo.

Mi verrebbe da aggiungere: che ci si accorge sempre di qualcuno che guarda, che è quello che in fondo si cerca, scrivendo, ma la signora della spiaggia, sono sicuro non mi abbia visto, il marito non l’avrebbe mai tollerato, e quindi sì, c’è speranza per la letteratura.

*

C’è un pompiere a Heraklion o meglio c’era. Non che sia morto spegnendo qualche incendio, è solo andato in pensione. Così il pompiere di Heraklion si è ritrovato con un sacco di tempo libero e la consapevolezza che chi si ferma è un uomo finito. Questo è quello che mi ha raccontato il proprietario dell’Hotel Agua Marina, di Falasarna, quando gli ho chiesto di chi fossero le croste appese in camera e dietro la sua scrivania.
Ha anche detto che adesso comunque è già migliorato.

*

Lo pseudo-Hemingway n°1 è rimasto totalmente impassibile quando lo pseudo-Hemingway n°2 è comparso da in fondo alla spiaggia di Kos-Fachion e si è andato a mettere giusto accanto a lui. Non ha battuto ciglio. Neanche quando ha tirato fuori un cappello tirolese con annesso mazzetto di fiori alpini. Poi, pseudo-Hemingway n°1 ha ignorato l’abbronzatura invidiabile dell’altro, ha ignorato anche il fatto che questi abbia deciso di andare a fare il bagno proprio quando lui voleva farlo (spazio in mare ce n’era per tutti e due, ma in effetti sulla spiaggia c’era uno pseudo-Hemingway di troppo). Poi pseudo Hemingway 1 si è messo la Nivea, si è esfoliato i talloni con uno strumento apposta e se ne è andato via.
Ci ha anche salutati, ma all’altro niente, neanche uno sguardo.

*

Turismo di massa fa immediatamente pensare a sterminio di massa. Il turista perde ogni specificità e si fa numero indistinto, si fa ombra nell’occhio del ristoratore, corpo da portare dentro al ristorante dove poi qualcun altro si occuperà di estorcergli il massimo che sia possibile ottenere da lui. Trasportare i turisti alla spiaggia è una pratica che ricorda la deportazione, i treni verso i campi: i turisti procedono in file scortate da uomini che si prendono gioco di loro in un idioma che gli altri non capiscono. Perfino i vestiti dei turisti tendono a confondersi: se di solito lo sforzo dell’uomo è rendersi apparentemente unico scegliendo uno stile “suo”, il turista di massa diviene indistinguibile da ogni altro, si riconosce per cappellini e canottiere, ciabatte, telefoni sempre in mano e macchina fotografica al collo.
Parla la lingua internazionale del turista, una lingua inesistente, ed è odiato da ogni uomo.

*

Dalla costa libica sono risaliti con gommoni e moto d’acqua. Sono partiti all’alba. Con i fucili mitragliatori dentro le buste di plastica perché non si bagnassero. In vista della costa hanno buttato in mare i sacchetti e indossato a tracolla dove c’erano, altrimenti tenute in mano. Poi si sono divisi le spiagge. Sono una decina le principali, sono quelle da cartolina, affollate di turisti francesi e italiani. Non così affollate nel mese di luglio, qualcuno l’aveva detto e ripetuto di aspettare agosto, ma poi si è dovuto cominciare, i ragazzi non si riuscivano più a tenere. In generale è stato tra il semplice e il semplicissimo. I locali sono scappati con le barche, quelli dei pochi bar si sono asserragliati mentre i turisti hanno provato a scappare: alcuni in acqua, alcuni tra le rocce, c’è chi ha provato a scalare la ripidissima montagna alle spalle della spiaggia e si è ammazzato da solo. Ammazzare i bambini è stato spiacevole, ma del resto sono nemici, e poi che senso avrebbe avuto risparmiarli? Nemici di domani.

Nel pomeriggio siamo tornati a casa e andati su Google e Facebook a vedere le notizie sui giornali internazionali. Di tutte le spiagge la più fotografata era quella dei nudisti per il solito piacere occidentale di vedere corpi nudi da ogni parte.

CONTINUA (qui tutti gli episodi)

Simone Lisi

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