GATTINI™#32: FISICA APPLICATA

“La professoressa ci assegnò un progetto scolastico da sviluppare prima della fine del semestre. Avevamo carta bianca sull’idea, sullo sviluppo e sulla presentazione. Lo scopo era trovare un’applicazione pratica a una legge fisica.” È l’incipit di Fisica applicata, l’ultimo racconto prima della pausa estiva. Lo ha scritto AM, per la prima volta con noi, che di sé dice: “Leggo da sempre. Mi piacciono le storie. Mi piace raccontarle. Inseguo una scrittura divertente, auto-ironica e attenta al dettaglio. Amo la natura, i sogni e quello che gli altri non vedono.”
Come ogni anno ci lasciamo con le solite domande: riusciremo a leggere tutti i racconti che ci avete inviato (sono tantissimi, grazie!)? Riusciremo a organizzare la data di Bologna? Quando torneremo a Firenze? E noi, torneremo a settembre? E voi, che intenzioni avete? Saremo ancora i profeti di DeadTamag0tchiche fine farà il nostro contenitore degli orrori indifferenziati aka GATTINI?
Tra un mese esatto tutte le risposte (e il solito mucchietto di discrete novità). Ciao, buone vacanze!

La professoressa ci assegnò un progetto scolastico da sviluppare prima della fine del semestre. Avevamo carta bianca sull’idea, sullo sviluppo e sulla presentazione. Lo scopo era trovare un’applicazione pratica a una legge fisica.
Mi piaceva molto sperimentare, sarebbe stata un’esperienza coinvolgente. Il laboratorio tecnico della scuola poteva essere utilizzato a nostra discrezione durante parte o tutto lo svolgimento del progetto. Su di un quadernetto appuntai il procedimento di costruzione del mio strumento. Avrei preso sicuramente un bel voto.

Fu un lavoro in grande stile. Scelsi il PVC come materiale principale di utilizzo. Il PVC o polivinilcloruro è un materiale plastico monomerico molto usato; presenta lieve elasticità e ottima resistenza.
Per prima cosa la base: un rettangolo 140×80 cm, spesso e pesante. Poi i lati del parallelepipedo: due rettangoli 140x120cm e due 80x120cm di materiale trasparente. Fusi il materiale lungo gli spigoli facendoli aderire perfettamente. Rifinii in un secondo momento i punti che mi sembravano più deboli. Provai a dare qualche scossone per provare la tenuta. Sembrava solido. Per completare la teca preparai il coperchio: un sesto rettangolo 140×80. A quest’ultimo praticai un foro circolare del diametro di 8 cm. Fissai una guarnizione morbida lungo tutto il perimetro del coperchio. Lo appoggiai sulla struttura controllando la perfetta chiusura. Mi resi conto che una volta appoggiato il coperchio era difficile rimuoverlo. Aggiunsi due maniglie per il sollevamento. Per gentile concessione del custode ottenni il permesso per l’utilizzo dell’aspirapolvere industriale. Al foro saldai il tubo di aspirazione, che collegai all’aspirapolvere industriale. La accesi. Faceva un gran rumore; doveva averne di anni, ma si dice che i motori come li facevano una volta non li facciano più. Appoggiai una mano al foro; fu subito risucchiata. Ottimo.

La professoressa venne a controllare i lavori. Sembrava soddisfatta. Conversava col tecnico di laboratorio mentre passeggiava tra i nostri tavoli di lavoro. Avrei sicuramente preso un bel voto, me lo sentivo.

Mancavano pochi giorni alla presentazione. Decisi di non attuare l’esperimento in diretta, ma di filmarlo. Avrei registrato il video il giorno prima. Se fosse andata male potevo sempre ripetere l’esperimeto. Non volevo rischiare una figuraccia.

Mi trattenni in laboratorio fino a tardi. La guarnizione aveva una minuscola fessura che lasciava passare l’aria. Non andava bene. La sistemai. Il tecnico venne a chiamarmi, doveva chiudere. Lo pregai di aspettare ma non volle cedere. Lo assillai a tal punto che acconsentì a venire prima la mattina seguente.

Mi svegliai molto prima del suono della sveglia, saltai giù dal letto e mi preparai lentamente, ma con una certa agitazione. Non avevo ancora ripreso l’esperimento, poteva andare tutto storto. La manciata di minuti che mi separavano dal laboratorio la passai pensando a tutti i modi di possibile fallimento del mio progetto. Certo, avevo fatto i conti per bene, ma se la guarnizione avesse perso aderenza di nuovo?
Avevo mal di stomaco.

Il tecnico arrivò con un‘aria assonnata e pure lievemente scocciata. Mi salutò stancamente, cercando la chiave giusta per aprire. Tre mandate ferrose rimbombarono nel mio cervello. Tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette lievemente sgualcito. Ne estrasse una, se la accese e inspirò.
Entrai. Afferrai il primo oggetto pesante che trovai; non aspettai neanche che quegli stanchi neon smettessero di saltellare e facessero una luce piena. Gli diedi una botta sulla testa. Si ribaltò in avanti senza accennare il minimo tentativo di rivolta. La sigaretta cadde con lui. Lo trascinai dentro.

Lo sollevai con uno sforzo inimmaginabile. Riuscii a farlo ricadere a metà dentro la mia teca. Le pareti traballarono, temetti si rompesse tutto. Spinsi su le gambe. Ricadde all’interno con un tonfo. Che fatica, sudavo. Lo guardai. Che idiota! I vestiti, avevo dimenticato di toglierli. Scavalcai ed entrai con lui, lo svestii; lanciai i panni fuori. Atterrarono sul pavimento. La fibbia della cintura emise un sinistro schiocco a contatto con le mattonelle. Le mutande le lasciai, non era decoroso toglierle. E ai fini del mio esperimento non era necessario. Lo sistemai semiseduto, con la schiena appoggiata; la testa ancora penzoloni sul petto. Era ora di uscire. Lo calpestai inavvertitamente, emise uno sbuffo lamentoso. Lo guardai tirando gli angoli della bocca e scoprendo i denti di sotto. Se avesse ripreso conoscenza in quel momento sarebbe stato un bel pasticcio. Uscii di fretta, accesi la telecamera, misi a fuoco, sistemai il coperchio.

Nel filmato c’ero io, con le ascelle pezzate, che spiegavo come la temperatura del punto di ebollizione di un liquido si abbassasse proporzionalmente al diminuire della pressione. Accendevo l’aspirapolvere. Continuavo la spiegazione aggiungendo che nel caso specifico l’acqua, sia essa libera o contenuta in un corpo, raggiunge l’ebollizione anche a temperatura ambiente se si crea il vuoto. In secondo piano il tecnico, che si guardava attorno spaesato, il sussultare del tubo di aspirazione, il suo tentativo di sollevare il coperchio che sempre maggiormente restava fissato ai bordi del parallelepipedo. Poi il suo stramazzare, e finalmente la riuscita del mio esperimento: la pelle delle braccia, della pancia, delle gambe vibrare lievemente. Poi vistosamente. Infine il borbottare delle bolle di vapore. Di più, di più, di più.

Molte persone, sia con che senza cravatta, mi fecero domande su domande. Ma nessuno mi disse mai che voto avevo preso.

AM

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