È STATO IL VENTO

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Foglietta, Fiction

“Nato nella campagna toscana fra campi di mais, zucchine, melanzane, carote e aie piene di galline, oche e anatre, pensai di trasferirmi a Firenze per studiare filosofia teoretica passando gran parte della mia gioventù su testi di Rudolf Carnap, Saul Kripke, Ludwig Wittgenstein, il circolo di Vienna ed altre amenità: quando si dice due braccia rubate all’agricoltura. Poi ho fatto altre cose e per resistere, vivo nascosto, leggo soprattutto racconti, ogni tanto ne scrivo, alcuni sono su Svolgimento e su Spaghetti Writers. Amo Antonio Tabucchi e qui spiego perché”.
Diamo il benvenuto a Simone Bachechi, che con È stato il vento è per la prima volta su Verde. Foglietta invece ci saluta oggi: noi continueremo a seguirla qui e qui e così speriamo di voi.

Come tutte le mattine Sabino Guerzoni aveva parcheggiato la sua auto nel piazzale vicino alla stazione. Mancavano quindici minuti alle sei, era ancora buio e nel parcheggio gratuito, uno dei pochi rimasti in una zona non ancora pedonalizzata dalla giunta ecologista, soffiava un vento tagliente da nord est. La sera avrebbe recuperato l’auto, chiamato sua moglie Clorifilla per chiederle se dovesse passare al supermercato e poi sarebbe rincasato chiudendo fuori il mondo alle sue spalle.

Al ritorno dal lavoro il parcheggio era ancora pieno, ma la sua auto non c’era più. Cercò di ricordare esattamente dove l’avesse lasciata, era sicura che fosse lì dove invece della sua Opel grigia ora c’era una Punto rossa. Per un attimo pensò che l’avessero rubata, ma poi notò le strisce bianche e splendenti che ancora odoravano di fresco sovrapposte a quelle ormai sbiadite. Avevano ritinteggiato la segnaletica: l’auto era stata dunque rimossa durante il giorno? Sabino Guerzoni imprecò dentro di sé: era stato sprovveduto e distratto, e ora avrebbe dovuto recuperare la sua auto.
Fortunatamente il comando dei vigli urbani si trovava a soli trecento metri. Si mise in coda allo sportello pronto a cantargliene quattro.

Di fronte a lui c’era un signore anziano, mite e dall’aspetto dimesso, che aveva avuto la sua stessa disavventura. Guerzoni non si trattenne, s’intromise, disse che non c’era nessun cartello, che era una follia spendere centinaia di euro per il carro attrezzi, per la procedura di recupero, per il verbale, e Dio solo sa cos’altro. Senza accorgersene aveva alzato il tono della voce, e straparlava di class-action e rivolte civiche; un paio di astanti annuirono senza troppa convinzione. L’impiegata allo sportello rispose con frasi sconclusionate e contraddittorie a difesa sua e di tutto il corpo dei vigili urbani. Disse che era stata colpa del vento che aveva rimosso i cartelli, disse che erano stati montati tre sere prima e poi rimossi per paura del vento stesso, disse che avevano scritto la data sbagliata e che l’avevano corretta la mattina intorno alle sette. Disse altre cose, tutte inverificabili e improvvisate e quella strana legge vinse, come sempre vince la legge, anche la più incomprensibile, in modo inesorabile.

Guerzoni pagò ed ebbe il permesso di recuperare la sua auto al deposito di Via Dino Buzzati. Tornò a casa pieno di rancore e di rabbia per l’ingiustizia subita. Avrebbe certamente fatto ricorso, ma ora non voleva rovinarsi la serata. Non chiamò la moglie, che del resto non si era fatta sentire: sicuramente aveva pensato lei alla cena.

Così parcheggiò la sua auto, prese le sue cose dal sedile posteriore e si avviò verso il cancello di ingresso. Il vento, ancora lui! gli fece cadere il cappello. Lo raccolse. Mentre camminava notò davanti a sé un uomo con il suo stesso zaino dirigersi verso la casa. Lo seguì pensando che proseguisse dritto e invece incredibilmente lo sconosciuto infilò una chiave nella serratura del cancello, entrò nel cortile, aprì la porta della sua casa e la chiuse alle sue spalle. Il Guerzoni non ebbe la prontezza di reagire e d’altronde non era il caso di far scenate in mezzo alla strada. L’estraneo era vestito quasi come lui, camminava come lui, aveva lo stesso zaino e lo stesso cappello. Unica differenza: era entrato in casa sua con circa quaranta secondi di anticipo rispetto al suo solito. Guerzoni fece le scale con il cuore in gola, era una sensazione irreale, era come guardarsi a distanza. Con quei fantasmi nella mente giunse alla soglia della porta della cucina dove avrebbe voluto, come tutte le sere, salutare e abbracciare sua moglie. Quell’uomo era già seduto al tavolo di cucina e parlava con Clorifilla delle cose accadute durante la giornata e, con la più sfacciata naturalezza, le chiese cosa ci fosse per cena. Non poteva credere che Clorifilla avesse un amante, dedita al lavoro e alla famiglia com’era.

Si attardò dietro lo stipite della porta per un paio di minuti ad ascoltarli. Desiderava di non essere lì e sperava di non assistere a nessun gesto di intimità tra i due, di fronte al quale si sarebbe sentito costretto a entrare in scena, chissà in che modo.

Quella pantomima doveva finire. Finalmente si affacciò sulla porta, ma nessuno dei due mosse un passo o fece un gesto, tutto continuò come prima, come se nessuno lo vedesse. Era come se si stesse manifestando una nuova fenomenologia, dove lui c’era ma non era lì davvero, voleva parlare ma non ci riusciva. Guerzoni si sentì di troppo, un intruso. Provò ad urlare, a sbattere qualcosa in terra, ad afferrare posate e stoviglie, ma si sentiva bloccato, inerme. Fu assalito dal morso di un’improvvisa malinconia che provava di solito la domenica sera, leggerissima, impalpabile.
Il telefono squillò e Clorifilla rispose. La donna ebbe un leggero tremito, portò la mano sulla bocca come per trattenere un rigurgito o un pianto soffocato. Guerzoni capì che stava parlando con Marika, la loro figlia che studiava a Utrecht. Parlavano di lui. Guerzoni non voleva ammettere e confessare a sé stesso il tremendo segreto che adesso affiorava nella sua mente.

L’uomo pensò che se quel cartello non fosse volato via o caduto chissà dove sarebbe tornato a casa in tempo, come sempre. Se solo non avesse avuto quel contrattempo dell’auto, sarebbe bastato arrivare anche cinquanta secondi prima di quell’uomo, o solo un secondo, quello perso a raccogliere il cappello…

Cos’era stato, e cosa lo aveva causato? Era stato forse il vento? Perfino lui era volato via chissà dove, in un altro spazio, in un altro tempo, forse lo stesso in cui erano finite le foglie. Già, ma dove vanno le foglie quando vengono spazzate via?

Simone Bachechi

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