UN KARAOKE DEVASTANTE E ALTRE COSE VERDI CHE NON FARÒ MAI PIÙ #2: GIACOMINO

Una sigaretta_Primitus

PrimituS, Una sigaretta (acrilico su tavola)

Un karaoke devastante e altre cose verdi che non farò mai più è l’agile tema che abbiamo scelto per il primo atto della collaborazione tra Narrandom e Verde. La settimana scorsa Giovanna Giordano ci ha quasi convinti che i karaoke bar e Dossobuono esistessero già nel 1976; in un universo molto simile, forse lo stesso, Martina Marasco si domanda come ha fatto Giacomino a cadere nel pozzo (il tempo passa, la storia è nota).
Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.
Illustrazione di
PrimituS (Una sigaretta, acrilico su tavola).

Per prima cosa c’è un’altalena, solo che non serve a dondolare, serve a far aggrappare Giacomino.
L’altalena è fatta di un’asse di legno e due corde che penzolano.
Ma il pozzo è stretto, strettissimo, e la tavola dell’altalena s’è incastrata.
E dopo c’è Giacomino.

Hanno lanciato nel pozzo una corda con in fondo un microfono, così sentiamo Giacomino che parla e che dice che sta bene. Fortuna che l’hanno lanciata prima dell’altalena, perché ora bisogna toglierla, ostruisce.
Ostruisce e costruisce sono quasi uguali, come parole. Manca la ci. La ci di casa, di cuore, di cioccolato e di tutte le cose belle.
Ci è anche la ci di cacca, che non è bella, però fa ridere.
Che l’altalena ostruisce me l’ha detto Giosuè Carone.

Giosuè Carone si è tolto la maglietta ed è rimasto in mutande, perché secondo lui in mutande è più facile recuperare Giacomino.
Anche questo fa ridere.
Mi chiedo se anche Giacomino avrebbe riso di quel vecchio di vent’anni in mutande, con la barba e tutto, ma poi mi sono ricordata che Giacomino è al buio e che probabilmente non avrebbe visto il vecchio in mutande.
Il vecchio ha passato un sacco di tempo a cercare di togliere l’altalena dal buco del pozzo.

Giosuè Carone dice anche che il pozzo è largo ventotto centimetri, che sono pochi, io l’ho visto e mi sono chiesta ma Giacomino ci passa appena, tutti gli dicevano che era un bambino ciccione – non eravamo cattivi, scherzavamo, e poi lui mi diceva sempre che ero una nana – e quindi vedere che nessuno passava da dove era passato lui mi fa venire un po’ da piangere, per tutte le volte che gli abbiamo detto che era grasso.
Però sono cose che si dicono, tra fratelli, perciò non mi viene più tanto da piangere.

Mi è venuta fame e allora sono andata a casa a mangiare da zia Carmela. Mamma e papà sono rimasti con Giacomino. Ho pensato che aveva fame e volevo lanciargli un panino, ma c’è l’altalena. Poi sono tornata.

Dopo il vecchio di vent’anni hanno provato a far calare altre persone nel buco. Ma tornavano su poco dopo, sporche e piene di tagli.
«Giacomino, ci senti?»
«Ho paura!»
«Non devi. Adesso ti tiriamo fuori».
Fortuna che fa fresco lì sotto, perché quassù, sulla terra, è giugno e fa un super caldo. Mamma piange come una disperata. Papà piange anche lui e io mi chiedo solo perché ci mettono tutto quel tempo. Basta lanciare una corda, Giacomino la prende e noi lo tiriamo su. Va bene, ci serve una corda molto lunga, ma la troviamo.
Comunque, si è fatta notte e io sono andata a dormire da zia Carmela.

Come aveva fatto poi a cadere, Giacomino? Sicuro quando risale si becca un bel rimprovero e magari due o tre sculacciate, perché non ci doveva stare nel bosco, da solo, e poi se vedi un pozzo tu non ci entri dentro, è stato perché è curioso, Giacomino, e papà l’ha sempre rimproverato per questo.
Di nuovo avrà fatto qualche guaio. Come quando per inseguire una lucertola a tre code si è quasi fatto investire da un camion su via Europa.

Sono un po’ triste.
Mamma vuole più bene a lui che a me. Lo so per certo perché una volta Giacomino le ha chiesto se voleva più bene a lui o a me e Giacomino mi ha detto che voleva più bene a lui.
Io l’ho odiato. E un po’ sono contenta che è caduto nel pozzo.

Se c’ero io a cadere nel pozzo mamma piangeva così?

Però ho anche paura. Ho paura che quando poi Giacomino torna su, i miei genitori gli vogliono ancora più bene perché è vivo e ha superato un po’ di giorni nel pozzo.
Chissà se gli è scappata. Magari si è sporcato. Magari si è pulito con le mani. Di sicuro, si è pulito con le mani, perché lui è maschio e ne fa di queste schifezze.

Comunque, sono arrivati i giornalisti. Le telecamere che ci sono qui sono le stesse che ci sono in tutte le case del mondo, solo che nelle case del mondo non si chiamano telecamere ma si chiamano televisori, e di nuovo sono un po’ arrabbiata, perché Giacomino è in TV e io no, ma dopotutto non è ancora uscito da lì, perciò ora nessuno può sapere che faccia ha Giacomino.
Una donna vestita da uomo sta parlando al microfono. Dice che faranno un tunnel di fianco al buco, così possono arrivare da sotto e salvare Giacomino. Ma io non sono convinta: come fanno a sapere di preciso dov’è, Giacomino?

Venite da me: sono la sorella! Posso raccontarvi tutte le cose che volete su di lui… di quando all’asilo si è mangiato per sbaglio la terra della sabbionaia, di quando il gatto nero del vicino si è avvicinato e lui invece di accarezzarlo come ho fatto io si è messo a piangere. Vi racconto di quella volta che ha fatto le puzze in macchina e invece si era fatto la cacca addosso, o di quando ha vomitato quando gli hanno fatto la puntura, dopo che si era capottato con la bicicletta.

Vi racconto io di come lui non sa cantare, infatti la mamma canta sempre lei e ogni tanto fa cantare anche me, perché Giacomino è proprio stonato, e poi Giacomino non mangia le cose verdi!
Non mangia gli spinaci, non mangia l’insalata, fa i capricci, sempre, e se nella pasta cade un pezzo di basilico lui si mette a urlare e piangere finché la mamma deve rifargli il piatto, perché a lui non basta togliere il pezzetto di basilico, lui non se lo mangia più, se c’è del verde.

La mamma è disperata, Giacomino è cattivo e comunque gli vogliono più bene a lui.

Qualcuno dice che il trapano si bloccherà a pochi metri. Tante persone vogliono dare una mano, ma son tutte grosse, e nessuno capisce che se è caduto un bambino, un altro bambino lo deve recuperare.

Sono pronta, mi sono sistemata il vestito, faccio anche la faccia triste finta, quella che ha mamma quando sente le mamme dei miei amici lamentarsi dei brutti voti a scuola, o quella che ha papà, quando mamma litiga da sola.
Vi dirò tutto, se mi intervistate.

«Giacomino, ci senti?»
«Giacomino, dì qualcosa».
«Giacomino! Giacomino».

Anzi, no, ho cambiato idea, non dovete intervistarmi. Scendo io giù nel pozzo!

Scendo io, prendo Giacomino e lo tiro su, e controllo che respira e tutto, e viene l’ambulanza a portarlo in ospedale e tutta la TV può allora venire da me, e io parlerò e dirò che è stato facile, ho fatto quello che era giusto, che siamo gemelli e io lo conosco più di tutte le altre persone del mondo, e no, non sono un’eroina, ho fatto solo il mio dovere, non dovete dedicarmi una statua, una piazza o una via, magari però posso fare una parte con Heather Parisi a Stasera niente di nuovo, una piccolina, ma se poi volete aspettare che cresco e sostituirmi a lei va bene uguale, o magari non la sostituiamo, facciamo che Heather va al posto di Sandra Mondaini che è vecchia e io vado al posto di Heather.
Ma nessuno viene da me. Vanno tutti da mamma.

Mamma si è messa a cantare La rondinella, che è quella che ci canta quando non vogliamo dormire. È una canzone in dialetto. E io parlo italiano, a scuola, a differenza di Giacomino, che parla in dialetto e ci fa fare le figure. Ma la mamma, in televisione, parla in dialetto.

Vene lu ientu e cotula lu ramu
Tieniti beddhu miu se no catimu.
Ca se catimu nui ‘n terra sciamu
E simu de cristallo e ne rumpimu.

E intanto piange. E tutti intorno si stanno in silenzio, mentre il signore che guida il trapano dice che non si può più trapanare, perché la terra è dura, e una signora dice che l’aveva detto, che avrebbero trovato la terra dura, g-r-a-n-i-t-i-c-a, e allora smettono di scavare.
Papà prende la telecamera accanto a lui, la lancia per terra e urla.
Nessuno fa più niente. C’è chi si toglie il cappello. Chi prova a scavare attorno al pozzo a mani nude, chi se ne va.

E mamma piange, e canta. E le persone intorno che non se ne vanno la guardano in un silenzio fortissimo e vorrei urlare per riempire quel niente, ma è come se avessi mangiato un pezzo gigante di pane e frittata e non riesco a masticare e mandarlo giù.

Mamma la rondinella
Mamma la rondina
Mamma la rondinella
Gira vola e se ne va

Le persone piangono. E un po’ mi viene da vomitare. Mi viene da vomitare perché ora nessuno fa più niente. Mi viene da vomitare perché io a Giacomino voglio bene, è il mio fratello gemello, lui si mangia la pasta che avanzo e io gli giuro che non ho mai messo apposta il basilico sul suo sugo, solo una volta, giuro che non volevo farlo, sono stata cattiva. Però ora trovate un modo per tirarlo su.

Le persone invece stanno ferme e zitte.
C’è solo mamma, che canta.
Penso che forse io Giacomino non lo vedo mai più.

Martina Marasco

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One thought on “UN KARAOKE DEVASTANTE E ALTRE COSE VERDI CHE NON FARÒ MAI PIÙ #2: GIACOMINO

  1. Era il 1981 e ricordo mio padre che guardando la televisione imprecava contro lo schermo gridando di mandar via tutta quella gente. Forse ce n’era veramente troppa. E troppa fu la polemica che ne seguì. Riposa in pace alfredino da vermicino

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