BUIO PESTO@TODO MODO #6: MERCY OF DARKNESS

Vinicio Motta

Vinicio Motta, fotografia di Francesco Vignozzi

Il 13 maggio scorso, a Firenze, Vinicio Motta ha letto molto bene (video) Mercy of Darkness, un racconto scritto per la serata a tema Buio Pesto alla libreria Todo Modo. La fotografia è di Francesco Vignozzi.

L’album che mi accingo a recensire è il riuscitissimo esordio, completamente autarchico, dei Mercy of Darkness, band tutta italiana che incasello, senza troppi patemi, nel genere dark country. Scaricabile gratuitamente dal sito internet ufficiale del gruppo, l’album, che non ha un titolo, è una zuppa coerente di oscurità, storicismo, e frontiera postatomica che conquista sia musicalmente che visceralmente, e che riascolterò mentre scrivo questa recensione.

Il disco si apre con il brano La sagra.
L’incipit dell’album, felice innesto di una ballata schizofrenica su una ninna nanna sincopata, è un vero capolavoro. Il ritornello inganna: dopo la terza ripetizione, al termine di un primo ciclo prevedibile, muta profondamente, trasformandosi in un caleidoscopio di archi inaciditi al limite della cacofonia.
Superata la prima metà del minutaggio, La sagra si arricchisce con filastrocche dalla sintassi strampalata, per poi partorire armonicamente, in prossimità delle battute finali, una specie di canto gregoriano country che odora di barbecue e legno marcio e che è in grado di ammaliare anche il più conservatore dei musicologi.

La pista da ballo pullula di musi lunghi. Il buffet, che da lontano pare sano e succulento, è in realtà un’orgia di budella in decomposizione e vermi festanti.
Nuovo brano, nuovo giro di giostra.

Sto ballando il liscio con una donna macilenta e dal muso lungo lunghissimo, talmente lungo che sconvolge la mia percezione della luce e dell’oscurità, le cui nature, ora, mi appaiono sia distinte che confuse, come acqua e olio in una sfera senza spazi vuoti condannata a un rotolamento eterno.
Lo spaziotempo si squarcia, rivelando un fondale limaccioso di vanità e noia, una chimera di emozioni olografiche e sentimenti frattali. Silenzio infinitamente breve, poi una strega ignorante maledice il tramonto, ottenendo, però, l’effetto contrario: un’orchestra di ombre.

Terza traccia…
Quarta…
Quinta…
Fino alla decima, la penultima.

Mezzanotte, l’ultimo brano, che si apre con un fugace incipit jazz avulso dal resto dell’album, cova, a differenza di tutte le tracce che la precedono, un dissenso più evoluto, rivoluzionario: sotto l’abito campagnolo, piange lacrime di dubstep neoclassico.
Nessuna pietà degli eretici.

Gironzolo malinconico nel buio pesto di una notte vinilica, sfiorando gomiti silenziosi. Stavo scrivendo qualcosa, prima di arrivare qui. Una sceneggiatura. Oppure un libro di cucina. Non so. Qualunque cosa fosse, mi ha deportato qui.

Balli in maschera…
Cadaveri ambulanti…
Nature morte…
Poi il nulla assoluto.
È già mezzanotte.

Recensirò lo sbalorditivo battesimo discografico dei Mercy of Darkness, band dark country tutta italiana.
La loro musica come sottofondo.
Play.
Prima traccia: La sagra.
L’album che mi accingo a recensire è il riuscitissimo esordio, completamente autarchico…

Vinicio Motta

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