IL DOLCE VOLO

Aspettavamo questo momento da tanto, veramente: Verde ha di nuovo Vinicio Motta, “parecchio triste”, dice lui, “più del previsto, tuttavia il risultato mi piace e soddisfa. Le viscere avevano ragione”, e questo sì poteva essere serenamente il titolo che invece è Il dolce volo.
Ammirate Foglietta: sarà con noi ogni lunedì di luglio.

Il Tempo è un severo egoista.
L’ho capito la prima volta che ho cambiato il passato.
Storia lunga.
Come dite? Volete che ve la racconti?
Va bene, vi accontento.

Estate dell’anno scorso, ultima domenica di luglio.
Pioveva, quel giorno.
Ne approfittai per stare a casa e dedicarmi anima e corpo alla pasticceria, il mio hobby preferito.
Avrei preparato la sachertorte, che adoro.
Cioccolato fondente
sale fino
burro
zucchero
miele
farina doppio zero
uova
confettura di albicocche
panna fresca liquida
sciroppo di glucosio
Avevo tutto.

Bussarono alla porta.
Non attendevo ospiti.
Guardai attraverso lo spioncino: nessuno.
Tornai quindi in cucina. Euforico, iniziai a raccogliere gli ingredienti della sacher.
Bussarono di nuovo.
Infastidito, raggiunsi di corsa l’uscio di casa, che spalancai senza prima accertarmi se sul pianerottolo ci fosse qualcuno.
Oltre la porta, il nulla.
Fanculo, pensai.

Il mio piede sinistro sfiorò qualcosa: sul pavimento, tra i miei alluci, un biglietto da visita giallo.
Raccolsi il cartoncino.
Su entrambi i lati, una scritta scarlatta recitava: “Benvenuto nella Velocità dell’Atroce.”
Inarcai il sopracciglio destro, la mia testa si era messa alla ricerca del significato di ciò che avevo appena letto.
La Velocità dell’Atroce, pensai, la Velocità dell’Atroce…
Il cartoncino, improvvisamente, non c’era più. Volatilizzato.
Feci spallucce e tornai nel mio trilocale, chiudendo la porta.
Ero tutto fuorché sorpreso, mi sentivo come se un attimo prima non avessi assistito a un evento quantomeno insolito.

La sacher venne benissimo.
Fu il mio pranzo: spinto da una fame ancestrale, la divorai in mezzora.
Il mal di stomaco non si fece attendere.
Vomitai, dopodiché crollai a letto sfinito.
Sognai di essere un’automobile di carne che, quando correva al massimo della sua velocità, modificava la realtà a suo piacimento.
Mi svegliai all’alba del giorno dopo.
Rinato! Mi sentivo strabene, come se avessi appena lasciato il letargo perfetto.
Andai a fare footing.
Non praticavo dello sport da circa quattro anni, eppure quella mattina mi sentivo davvero, davvero in forma, un leone.
Corsi per due ore di fila: il mio nuovo record personale. Alla fine, non avevo nemmeno l’affanno ed ero a malapena sudato.
Tutto normale, no?
Domanda retorica, ovviamente.
Ma era quello che pensavo: che fosse tutto normale.

Rientrato a casa, mi feci una doccia fredda, per poi regalarmi un riposino.
Mi svegliai cinque ore dopo.
Non mi sentivo né riposato né stanco, né triste oppure felice, ero come immerso in una bolla di indeterminazione esistenziale.
Mi sporsi dalla finestra della camera da letto.
Il quarto piano, pensai, il quarto piano…
Salii sul davanzale e mi lanciai nel vuoto.
Terzo piano: il diagramma di flusso della mia vita passata.
Ero troppo lento.
Secondo piano: i sogni che non avevo ancora realizzato.
Quanto tempo mancava al marciapiede?
Primo piano: l’invenzione della parola.
C’ero quasi.
Piano terra: l’onda d’urto generata dal big bang.

Ero seduto sul cesso di casa, mi sforzavo di fare la cacca.
Boom, un’esplosione in strada.
Ricordavo quel momento come se fosse capitato il giorno prima.
Stavo rivivendo tutto…
Ero tornato indietro nel tempo. Di un anno.
In cucina presi un cono gelato dal freezer e iniziai a mangiarlo.
La prima volta che avevo vissuto quella situazione, ero subito andato in strada a curiosare. Non era finita bene.
Finii di mangiare e accesi la TV: i telegiornali già parlavano dell’esplosione.
Nessuno sapeva ancora cos’era appena successo.
Io sì, ovviamente.
Sogghignai.
Non per le vittime e i feriti, che mi lasciavano indifferente, ma per il privilegio che mi era stato concesso.
Boom.
Ecco la seconda esplosione.
Quella che mi aveva rovinato la vita per sempre.
Svenni.
Sognai di bruciare e di non sentirci.
Mi svegliai dopo alcuni secondi.
Avevo visto i film di fantascienza sbagliati: la mia cultura cinematografica mi aveva illuso che il ricordo e le conseguenze della seconda esplosione sarebbero svaniti.
Lato positivo: il mio corpo era integro, nessuna cicatrice.
Forse, pensai, la memoria si adatta più lentamente.

All’improvviso, alla mia destra ecco materializzarsi dal nulla un vecchietto travestito da fungo.
«E lei chi sarebbe?», dissi all’uomo. «Fuori da casa mia!»
«Io», rispose solennemente l’intruso, «sono il Re Pigro. E la Velocità dell’Atroce è la mia regina».
«Se ne vada subito!
Il vecchietto mi sorrise, quindi con un balzo felino si lanciò dalla finestra del soggiorno, in quel momento spalancata.
«Ancora uno e sarò libero», disse alle mie spalle la voce del vecchietto. «Vieni con me».
Ci gettammo insieme dalla finestra.

Tornai indietro nel tempo, di nuovo all’istante in cui, mentre ero seduto sul cesso, era scoppiata la prima esplosione.
Ero solo…
Il Re Pigro, a quanto pare, c’era riuscito: aveva dimenticato.
Mi gettai ancora dalla finestra.
E ancora.
Fino a perdere il conto.
A ogni morte il ricordo della seconda esplosione si indeboliva sempre più. Stava funzionando.
Sono passati due anni.
Mentre pianifico il mio prossimo suicidio, alla radio Caterina Caselli canta “Insieme a te non ci sto più”.
Indosso il mio abito da fungo e canticchio:
… si muore un po’… per poter vivere…

Vinicio Motta

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