UNA CASA PERFETTA

Lorenzo Vargas nasce a Roma in circostanze misteriose nell’aprile del 1991. Di lì in poi non gli succede granché.
Partecipa a Masterpiece per Rai3, grazie al quale pubblica con Bompiani Pierre non Esiste nel 2015; nel 2017 fa il bis per Las Vegas Editore con Una più del Diavolo; nel mezzo ha una rivista di narrativa, Il Bradipo, ma forse non ce l’ha più, o forse sì, sapete come va con queste riviste; ha scritto anche per altri periodici di narrativa online, ma al momento non se li ricorda. Ha sceneggiato La Prova, un cortometraggio su Youtube che sta vincendo premi da tutte le parti. Come ogni artista che si rispetta è vittima di moti di autodistruzione e infatti è iscritto a Giurisprudenza.
Una casa perfetta è il suo primo racconto per Verde. L’illustrazione è di Red Tweny.

Infissi.
L’agente immobiliare e Linda ne parlavano da più di mezz’ora e Franco si chiedeva come fosse umanamente possibile disquisire così a lungo su qualcosa che si limita a reggerti le finestre.
Armadi a muro, isola nella cucina, pavimenti in cotto, erano preoccupazioni di Linda. Franco voleva solo una stanzetta fresca e buia dove poter produrre la sua amata birra; quelle venti-trenta bottiglie l’anno gli permettevano di non sentirsi un individuo del tutto sterile, la cui unica utilità era incasellare numeri in un calzaturificio.

Avrebbe voluto essere come Linda: Linda, che riusciva a parlare mezz’ora di infissi senza sembrare una folle; Linda che viveva di pittura e che, allo stesso tempo, lavorava part-time alle poste, per aver ben presente l’orrore che mi aspetta, qualora decidessi di smettere.
L’agente, incalzato da Linda, elencava ogni materiale presente nella villetta (ceramica, gres porcellanato, vibranio); oltre ai più comuni, reperibili sul pianeta Terra, ne figuravano alcuni che sembravano usciti da un film di fantascienza di serie B.
I due ragazzi erano sorpresi: per quel prezzo incredibilmente basso si aspettavano di trovare una rimessa per gli attrezzi invece s’erano trovati al cospetto di una villetta spaziosa ristrutturata recentemente e ben collegata dai servizi pubblici.

«No signora, nessuno degli operai aveva una micosi alle unghie delle mani, ma dovrei… ecco… controllare».
Non sapeva più che altro andare a sviscerare. L’edificio era impeccabile. I grandi occhi nocciola di Linda cercarono quelli di Franco, nel panico.
Fu allora che l’agente immobiliare abbassò per la prima volta lo sguardo e cominciò a stropicciarsi le mani. Sembrava più basso, la voce gli si era fatta stridula.
«Prima di firmare però dovrei farvi vedere una cosa…».
Linda sospirò di sollievo. Sorrise a Franco. C’era la fregatura: il mondo era salvo!
«Avrete notato che il prezzo della villa è insolito per questo tipo di abitazioni…»
Linda annuì seria mentre Franco s’incupì: lui in fondo ci aveva sperato nell’affare da sogno.
L’agente fece alcuni passi indietro, mettendo le mani avanti:
«Non voglio che vi spaventiate. Per favore, seguitemi sopra».

Si diressero verso la rampa di scale che portava alla soffitta, in una lenta e solenne processione. Linda si sforzava di identificare qualche gravissimo difetto architettonico o il segno del passaggio di feroci termiti mangiauomini. Intanto l’agente perdeva colorito gradino dopo gradino.
Franco udì un lamento simile a quello di un animale ferito, seguito da un’indecifrabile nenia melanconica.
«Ma la sentite anche voi?»
L’agente immobiliare sospirò rumorosamente:
«In un attimo sarà tutto più chiaro», disse.
La coppia si scambiò un paio d’occhiate nervose.
Giunti in cima, l’agente pose la mano sul pomello e rassicurò la coppia:
«Vi giuro che è assolutamente innocuo».
«Come innocuo, che vuol dire innocuo?», si allarmò Linda.
Ora la melodia si udiva chiaramente.
«L’annuncio non diceva che la casa fosse un duplex», protestò Franco.

L’agente aprì la porta e la musica di una vecchia canzone anni Ottanta esplose. I due giovani si tapparono istintivamente le orecchie. All’improvviso la musica si abbassò.
Linda si strinse a Franco, soffocando un’imprecazione.
«Scusate se la musica era alta».
Non sapendo che dire Franco, incredulo, fece un gesto di comprensione con la mano. A parlare era stata una figura umana, seduta su uno sgabello in una zona poco illuminata. L’agente implorò la coppia affinché non fuggisse.
Era un ometto esile, avvolto da un alone azzurrino. Portava una maltrattata divisa da contabile, sporca e mangiata dalle tarme in più punti. La pelle del viso rattrappita e sparuti ciuffi di capelli aggrappati alla testa. Le palle degli occhi erano lucide e pulite. A ben vedere sembrava che la calotta cranica fosse esplosa dall’interno per permettere ad un misterioso esserino una rapida fuga.
«QUESTA CASA È INFESTATA E NON AVETE DETTO NIENTE?!?», sbraitò Franco contro l’agente immobiliare.
«Signore, davvero, è innocuo, non ve ne sareste nemmeno accorti…», balbettò l’uomo.
«Ma io le faccio passare un guaio, le faccio rimpiangere di non essere anche lei allo stato gassoso!», urlò furioso il ragazzo.

L’alterco fu interrotto da un’esplosione di musica proveniente dallo stereo, questa volta una vecchissima e struggente canzone anni Cinquanta. Il trait d’union della playlist si faceva intelligibile. Una volta tornato il silenzio, i tre osservarono la mesta figurina luminescente con la mano ancora ferma sulla manopola del volume. Si diresse verso la finestra e, quando la luce la sfiorò, fu presa da piccole intermittenze statiche, che ne scomponevano la forma per brevi istanti.
«Per favore. Ho mal di testa, abbiate pietà…»
In effetti, il fantasma sembrava del tutto innocuo. Veniva quasi da commiserarlo, con la sua pelle tirata e la luminescenza azzurrina che gli evidenziava le scavature del volto. Fu proprio quella vista misera che restituì a Linda una certa lucidità:
«Oddio, ma lei è un fantasma vero?»
Quello la fissò per un po’, poi si grattò pensoso la parte della calotta cranica scoperchiata:
«Sembro un modello di intimo?»
«No, guardi è che non ce l’aspettavamo…»

Franco avrebbe voluto prendere l’agente e spixelarlo, ma Linda gli teneva il braccio per farlo desistere. L’agente immobiliare era in trepidante attesa, con gli occhi speranzosi. Evidentemente, nel giro della casa, la vista del fantasma era una tappa finale ed obbligata.
Linda quasi delusa disse allo spirito:
«Ma lo sa che un fantasma me lo immaginavo più…»
L’essere la interruppe sbuffando:
«Oh, ho capito! Mi immaginavate col lenzuolino, a trascinarmi le catene per casa, a fare ohhhhhhhhhhh, uhhhhhhhhh!»
Franco riprese la parola:
«Amore, ti rendi conto che stiamo parlando con un morto? Andiamocene, tanto non ci trasferiremo mica qui, no?»
L’agente li implorò:
«No, vi prego! Il defunto non vi darà nessun fastidio, è il coinquilino perfetto, vero signor Parodi?»
Gemito del fantasma.
«VERO?»
«Seh, seh. Sto qui tranquillo».
A quel punto Linda incuriosita dall’atteggiamento dello spirito gli chiese:
«Non ci infesterebbe casa? Non è quello che fate voi fantasmi?»
«Noi fantasmi? Signora, e chi ne ha mai visto un altro? Ma poi che mi frega di infestarle casa?»

Il tono dimesso ed esausto dell’ectoplasma calmò Franco che a quel punto si rivide in lui: anche lui avrebbe voluto starsene tranquillo a fare la sua birra e veder documentari su Discovery Channel. E invece Franco vai a lavoro; Franco fai i corsi di perfezionamento; Franco vai a pagare le bollette; Franco quando pensi che avremo un bambino; Franco quella ragazza non ci piace; Franco ai tuoi genitori non piaccio; e Franco questo e Franco vai ad infestare la casa e gné gné gné.

«Tesoro, magari non è un’aspirazione del signore. Magari vuole solo… che ne so…Avrà un hobby…», ipotizzò lui.
Gli occhi dell’agente immobiliare si riaccesero di speranza.
«Mi piacerebbe, ma toccare le cose mi costa una gran concentrazione. Non è esattamente il massimo per darsi al punto croce. Comunque non fraintendetemi, un sacco di tempo fa, quand’ero morto di fresco, ho provato a infestare un po’ la casa».
«E poi che cosa è successo?»
«Se ne sono andati tutti. È bastato farmi vedere. Ma erano gli anni Settanta: la gente era più impressionabile».
«E poi?»
«E poi niente. Ne sono venuti altri, se ne sono andati altri……»
All’improvviso il fantasma tacque. Si prese la testa tra le mani, inclinò in avanti il cranio e l’occhio gli cadde dall’orbita dissolvendosi una volta al suolo. Lo spirito parve non accorgersene, continuava a massaggiarsi la faccia, lasciando un piccolo alone di fumo ad ogni spostamento. Si alzò e iniziò a camminare avanti e dietro.
«Signora le posso fare una confessione?»
Linda annuì e anche Franco.
«La verità è che non ce la faccio più. Tanto la casa sarà venduta. È inutile opporsi ormai…Ma poi chi me lo fa fare? Una volta spaventate duecento coppie, il padreterno mi resuscita e vinco l’orsetto? È meglio che me ne resti qui con la mia musica. Volete la casa? Prendetela. A me non interessa, non vi darò alcun fastidio. Magari portatemi un nuovo CD ogni tanto. Ora che uscite, siate cortesi, fatemelo ripartire da capo, tanto le canzoni migliori sono andate».
Un silenzio gelido cadde sulla stanza impolverata. Nessuno se la sentiva di parlare. Franco si limitò a far ripartire lo stereo, che gli ricordava tanto quello che avevano i suoi genitori quando era piccolo. Poi i vivi si allontanarono, lasciando lo spirito nell’eco posticcio di Lana Del Rey.

«Allora, la prendete? Avrete notato che il signor Parodi, benché nella sua peculiare condizione, sarà un coinquilino impeccabile».
La coppia fissava il pavimento splendidamente rifinito. Linda non avrebbe sopportato di vedere ogni giorno la povera anima arresa del signor Parodi: le bastava il suo Franco.
Intanto Franco era crollato in una crisi d’identità in piena regola: vedeva se stesso in Parodi, ma non nel futuro, bensì nel presente.
Inaspettatamente, fu lui a prendere la parola:
«Senta, noi… noi non ce la sentiamo di prendere questa casa».
«Ma come? Con questo prezzo non vi cambiate nemmeno il computer! È per i pavimenti? Li stavate guardando prima, li faccio cambiare! Di tasca mia!»
«No guardi, i pavimenti sono splendidi».
«Gli infissi?»
«No, è il povero signor Parodi».
«Il fantasma? Ma è innocuo!»
«Non lo chiami così. Ha un nome, è un essere umano e credo di parlare anche a nome di mia moglie se dico…»
Linda annuì.
«Parodi ci fa troppa tristezza. Non si preoccupi, non diremmo nulla a nessuno. Troppa tristezza…»
Si voltarono ed andarono via, mentre l’agente immobiliare tentava disperatamente di dissuaderli. L’utilitaria grigiastra della coppia sparì velocemente all’orizzonte.

Pino Parodi osservava triste le volute della polvere. L’ultima coppia sembrava gente per bene. Tutto era così tetro e senza uno scopo. In realtà aveva mentito. Conosceva altri fantasmi, ne udiva l’eco durante ciò che la sua non-vita sostituiva al sonno. Spiriti furenti dagli affari sospesi. Vendette plurigenerazionali da portare a termine. La sua questione in sospeso? Le chiavi dell’auto.

Fuori pioveva e le aveva dimenticate in casa. Le cercò dappertutto e scendendo dalle scale scivolò per colpa delle suole infangate. Batté la testa sulla ringhiera e morì sul colpo. Si era manifestato qualche mese dopo, in cucina, mentre il primo agente immobiliare tentava di piazzare la casa. Inconsapevole di essere morto aveva semplicemente chiesto se qualcuno avesse visto le sue chiavi.
Poi degli operai, verso la metà degli anni Ottanta, sventrarono per la prima volta la villetta per renderla più appetibile. Così facendo, avevano reso del tutto irrintracciabili le chiavi, il suo biglietto per uscire da quell’insopportabile prigione.

La nenia radiofonica si interruppe bruscamente con un sonoro botto di circuiti spezzati.
Mentre Parodi era sovrappensiero, l’agente immobiliare entrò nella soffitta brandendo una vecchia mazza da baseball e spaccò senza pietà lo stereo.
«Benissimo. Nemmeno un po’ di musica mi spetta. Che agonia».
«Sono stanco di te! Non riesco più a contare le coppie che hai depresso! Mio padre è già impazzito a causa tua! Cerca di collaborare, dannazione!».
«Collaborare? Dovrei sorridere, fare il simpatico?»
L’agente agitò la mazza da baseball cercando di essere minaccioso:
«Senti, smettila oppure io…»
«Oppure? Mi agiterai una mazza da baseball attraverso il corpo?»

Il volto dell’agente si contorse in troppe emozioni per poterne identificare anche solo una: era qualcosa di molto simile a un infarto. Parodi per un attimo si preoccupò. Del resto, l’impossibilità di vendere la casa contava come affare in sospeso, e di certo non avrebbe voluto passare l’eternità in sua compagnia. Preso da una strana frenesia tornò a infierire sul povero stereo, riducendolo a un cumulo di frammenti di plastica. Dopo una mezza dozzina di colpi, la mazza cedette. Curiosamente, al posto del segmento divelto, ne apparve una perfetta riproduzione, traslucida e pervasa da un delicato lucore azzurrino che faceva interferenza con la luce dell’esterno.

L’agente si fermò un attimo a osservarla, trapassò l’estremità azzurrina con la mano, lasciando al proprio passaggio una scia di leggero fumo dello stesso colore. Mentre si preparava a colpirlo, Pino Parodi chiuse gli occhi e si domandò con sincera curiosità quale conto in sospeso potesse avere una mazza da baseball.

Lorenzo Vargas

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