ROCK CRIMINAL #24: TERRY KNIGHT

Ieri abbiamo fatto un discreto casino (verde) quando abbiamo realizzato che non avremmo pubblicato in tempo la nuova Rock Criminal di Sergio Gilles Lacavalla. Tutta colpa del già ex redattore, ex collaboratore e prossimo ex-curatore della nostra rivista, pronto a lasciare (“In Fuga” alludono i bene informati) anche la gestione del blog (non tutti sanno che da più di un anno la testata di Verde è in vendita a 20 euro. Per info).
Il 1 giugno 1967, cinquant’anni fa, usciva Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Paul McCartney era già morto o il macabro scherzo era ormai sfuggito di mano (ci ricorda qualcosa)? Terry Knight era un genio del marketing, il signore della truffa e uno che la sapeva lunga su PID Hoax.
L’illustrazione è di
DeadTamag0tchi.

Cosa non era quell’immenso cartellone a Times Square. Prendeva un intero isolato. Dalla 45th alla 46th Strada di Broadway. Comparso all’improvviso la mattina di domenica 14 giugno del 1970, si ergeva imponente per sessanta piedi d’altezza e duecentosessanta di lunghezza sopra gli Astor-Victoria Theaters e il Museo delle Cere di Ripley. Era costato, tra costruzione e affitto dello spazio, centomila dollari e pubblicizzava, attraverso i primi piani dei tre componenti della band, il terzo disco dei Grand Funk Railroad, “Closer To Home”, in uscita il giorno dopo. Il traffico si bloccava, la gente si fermava e tutti a tenere lo sguardo alzato verso l’insegna che aveva superato per dimensioni e attenzione anche l’enorme display da venticinque piedi per cinquanta frontali e venticinque per venticinque laterali all’angolo sud-est tra la 7th Avenue e la 43th Strada voluto da John Lennon e Yoko Ono per augurare ai newyorkesi il buon Natale del 1969 con lo slogan contro la guerra in Vietnam “War is over! If you want it”. Sul cartellone sotto i ritratti di Mel Schacher, Don Brewer e Mark Farner, invece c’era scritto: “Three faces among the countless who belong to the New Culture setting forth on its final voyage through a dying world… searching to find a way to bring us all closer to home”.

Ah, le manie di grandezza di Terry Knight. Il produttore e manager dei Grand Funk Railroad che aveva messo su quell’operazione. Si disse che in realtà l’appariscente insegna non fosse costata proprio la somma che aveva dichiarato lui alla stampa, ma solo sessantamila dollari, che, comunque, non erano mica uno scherzo (quella di John & Yoko ne era costati venticinquemila). E che l’investimento fosse stato a carico dell’etichetta discografica della band, la Capitol Records. In ogni caso, il merito esclusivo se lo attribuì lui. Il disco, ovviamente, si prese subito le prime posizioni delle classifiche, dischi multioro e riconoscimenti del genere che tanto piacciono all’industria dello spettacolo, e spinse in avanti anche “Survival”, l’album dell’anno successivo. Il cartellone fu rimosso nel novembre del 1970, ma nel 1971 c’erano ancora molti newyorkesi che dicevano di averlo visto, sempre lì, svettante e grandioso sopra il complesso immobiliare di proprietà della Artkraft Strauss Sign Corporation, a ricordare loro la data della band annunciata in città per il 9 luglio. Quando i biglietti furono messi in vendita, bastarono settantadue ore per sparire dai botteghini. File lunghissime giorno e notte. Il concerto si tenne al William A. Shea Municipal Stadium, lo stadio del baseball dei New York Mets che aveva assistito prima di quel giorno glorioso a un solo tutto esaurito per un evento musicale: il 15 agosto del 1965, sessantacinquemila esagitati spettatori si strapparono i capelli e urlarono fino a coprire la musica per i Beatles. I Beatles, però, ci impiegarono due settimane per veder staccati i tagliandi per ogni ordine di posto. Come i Beatles, i Grand Funk Railroad arrivarono allo stadio del Queens da Manhattan in elicottero. Fecero il loro ingresso nella struttura in limousine nera con i vetri oscurati. E furono acclamati, secondo qualcuno, più della formazione di Liverpool in piena beatlemania. Suonando hard rock. Erano la band di maggior successo in America all’inizio degli anni Settanta.

Sotto il grande manifesto di Time Square, per un certo periodo, ci fu un’altra insegna, più piccola, molto più piccola: quella del cinema che aveva in programmazione il film su “Let It Be” dei Beatles. “An intimate experience on film The Beatles Let It Be”, diceva la frase di presentazione.
Terry Knight e i Beatles: ormai a nessuno poteva più sfuggire l’associazione tra loro. L’aveva fatto apposta il produttore americano a far mettere quel cartellone proprio lì. Era l’ultimo atto della personale vendetta su Paul McCartney.

Nel 1968, Knight era a Londra per rilanciarsi dopo i fallimenti come cantante solista e dei Terry Knight and the Pack (con due di loro avrebbe poi formato i Grand Funk Railroad), che comunque avevano aperto per i Rolling Stones a Cleveland, Detroit e Chicago, e lo si poteva incontrare negli studi della neonata Apple Records durante le registrazioni del cosiddetto “White Album” per rimediare un contratto con l’etichetta dei Beatles. Là assistette a delle animate discussioni tra i quattro e all’abbandono di un giorno di Ringo Starr che facevano presagire la fine della band. Lui stesso ebbe un diverbio con Paul McCartney, che non ne voleva sapere di prenderlo nella sua scuderia. Quel burrascoso soggiorno gli servì però per ottenere un contratto con la Capitol Records, distributrice dei Beatles negli USA, e gli suggerì l’idea per il primo singolo a suo nome con l’etichetta statunitense: “Saint Paul”. Terry Knight, ammettiamolo, era un genio della pubblicità e degli intrighi. “Saint Paul” era una canzone che alludeva a una malinconica perdita su citazioni di canzoni dei Beatles come “Strawberry Fields Forever”, “Hey Jude”, “Lucy In The Sky With Diamonds” e “She Loves You”, cantate soprattutto da bambini, e raccontava la delusione del suo rapporto con McCartney. Diceva: “Qualcosa era andato storto. Non potevo ascoltare la tua canzone così triste nell’aria. Mentre loro gridavano fai attenzione […] Hanno detto che ti sei iscritto per pagare oggi […] Lascia che ti porti giù, giù, giù… […] Penso ci sia qualcosa che non va […] Ehi Paul”. Il senso di fine presente in queste parole pare anticipare quella stramba teoria chiamata PID (Paul Is Dead). La Maclean Music, divisione americana della Northern Songs Ltd inglese, l’editrice musicale dei Beatles, prima bloccò il brano per quelle citazioni del suo catalogo. Poi stranamente acconsentì alla pubblicazione. Terry Knight sorrise.
Paul is dead.

«Ho capito male o hai detto che Paul McCartney è morto?», chiese il DJ della radio di Detroit WKNR-FM Russ Gibb il 12 ottobre 1969 a un tipo che, presentandosi come Tom, gli buttò lì la notizia.
(Ma guarda un po’, proprio un’emittente del Michigan, lo stato di Knight, ex conduttore di programmi musicali per WLQV di Detroit, WTAC di Flint e CKLW di Windsor, Ontario, sulle rive del fiume Detroit).
«Hai capito bene, Paul è morto: mercoledì 9 novembre 1966 alle cinque del mattino. E quello che c’è adesso è un sosia».
«E come sarebbe successo?»
«Era uscito dagli studi di Abbey Road dopo aver litigato con gli altri Beatles ed è salito sulla sua Aston Martin DB5. Si è fermato per caricare un’autostoppista, ed è ripartito con lei. So che la ragazza si chiamava Rita, che era incinta ma voleva abortire e allora era scappata dal fidanzato che non voleva. Non si è accorta subito che Paul era un Beatle, parlava e parlava e quando ha capito con chi era in macchina, gli è saltata letteralmente addosso. Paul non ha visto il semaforo rosso né il camion che gli tagliava la strada, lei lo stringeva, lo toccava ovunque, lo baciava, tutti quei capelli… e sono morti entrambi».
«Tu che ne sai?»
«L’hai vista la copertina di “Abbey Road”? E chiama questo numero: 5371438». Poi attaccò. Senza farsi più risentire.

Il 26 settembre 1969 era uscito “Abbey Road”. L’8 agosto, nell’omonima strada, i Beatles avevano fotografato la copertina del disco. La prima traccia suggerita da Tom che Gibb, diffusa la notizia per radio – perché Tom lo aveva chiamato fuori onda –, seguì. I Beatles nell’agosto del ‘67 erano stati a Bangor dal Maharishi Mahesh Yogi e da lì avevano portato alcuni insegnamenti, come quello che vuole i morti sepolti a piedi nudi. Paul sulla foto della cover è l’unico scalzo e davanti a lui camminano Ringo Starr in abito scuro e John Lennon in bianco; dietro c’è George Harrison in jeans. L’interpretazione dell’immagine sarebbe che Paul è il morto, Ringo il becchino e John il prete per il funerale – in alcuni paesi orientali il bianco è il colore del lutto; George è colui incaricato di seppellire la bara. Lo scavafosse. Camminano sulle strisce, Paul è fuori passo e sulla sua linea si allontana un’auto. Un’altra invece è parcheggiata, una Volkswagen Beetle targata LMW 28IF. La macchina passata simboleggerebbe l’incidente, la targa del Maggiolino direbbe che se fosse vivo Paul avrebbe 28 anni. C’è anche un furgone della polizia sulla destra: lo stesso in servizio quella notte nella zona del sinistro. Paul, che è mancino, tiene una sigaretta con la destra. Non tutto quadra, Paul avrebbe avuto 27 anni e non 28 (secondo alcune religioni orientali però si conta la nascita dal concepimento), ma le tracce aprono tante speculazioni sulla vicenda.

Restava il numero. Da dove veniva? Russ, prima di chiamarlo, si mise a studiare gli altri dischi della band dopo la presunta morte di Paul convinto che non ci fossero segni solo in “Abbey Road”, e trovò, infatti, nel “Magical Mistery Tour” proprio quel numero, bastava capovolgere la copertina e leggere la parola Beatles così. Chiamò ma rispose un signore che disse di chiamarsi James e che non sapeva chi fossero i Beatles, aggiungendo però di richiamarlo due giorni dopo alle nove del mattino. Nove come il giorno della morte. James è il primo nome di Paul McCartney. Russ richiamò, ma non rispose più nessuno. Ormai la caccia all’indizio era diventata l’ossessione del DJ e dei fan. “Magical Mistery Tour”, il disco e il film di cui l’album era la colonna sonora, suggerirono altre congetture. La scritta sulla scrivania dove sta seduto Paul McCartney, con dietro le bandiere britanniche piegate a lutto, nella pellicola dice “I was”. Quindi, se io ero, ora non sono più: lui fu, o è un altro. Quella sulla batteria di Ringo dichiara “Love the 3 Beatles”, non 4, e Lennon alla fine di “Strawberry Fields Forever”, sussurrando “Cranberry sauce”, pare dire “I buried Paul”. C’è morte anche al fondo di “I Am The Walrus” col Re Lear di Shakespeare registrato che dice “Oh morte inopportuna!”, e prima ancora una voce ascoltata al contrario in sottofondo diceva “Ha ha, Paul is dead” e un’altra frase faceva “Oh is really dead”. Ma sarà “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” a convincere Gibb che mettendo uno specchietto al centro della grancassa in copertina sulle parole “LONELY HEARTS” ottenne “I ONE IX HE DIE”: ovvero la data dell’incidente e la morte di Paul. La statuina di Shiva, divinità indiana di distruzione (anche Hara: colui che porta via) posta davanti alla scritta floreale Beatles, la conferma.

Come il basso Hofner mancino senza una corda fatto di fiori gialli che sembrano crisantemi e una bambola con una macchinetta modello Aston Martin sopra la gonnellina, dall’altra parte c’è un guanto da guida, pare insanguinato, e anche l’oboe nero di Paul e la mano sopra il suo capo in segno di benedizione ai morti attesterebbero il decesso. La scena della cover sembra così un funerale coi nuovi Beatles in uniforme da banda e i vecchi di lato ridotti a statue da museo delle cere (non era forse stato posizionato proprio sopra il museo delle cere di New York il cartellone dei Grand Funk Railroad). E tante personalità convenute. All’interno dell’album, inoltre, Paul è seduto a gambe incrociate, come i celti seppellivano i defunti, e sulla divisa ha un distintivo con la sigla “OPD” usata dalla polizia inglese per dire “Officially Pronounced Dead”. “Good Morning, Good Morning” comincia con “Niente da fare per salvargli la vita”. E il disco si chiude con “A Day In The Life” che, malgrado la prima parte, per dichiarazione di Lennon, fosse ispirata alla notizia da lui letta sul Daily Mail del 17 gennaio 1967 riguardante la morte in un incidente automobilistico dell’amico di Paul Tara Browne della ricca famiglia Guinness, non è difficile leggervi anche una relazione a quella di McCartney nella strofa che fa così: “Si è fatto saltare il cervello in un’automobile. Non si era accorto che il semaforo era cambiato. Una folla di persone stava in piedi e fissava. Avevano già visto la sua faccia”. E se la “Lovely Rita” del brano omonimo fosse proprio lei, l’autostoppista in fuga?

Lo scontro tremendo scaraventò Paul fuori dall’abitacolo devastandogli la testa. Lo schianto e una voce che pare chiedere aiuto segue alla frase “turn me on dead man”: è il “number nine” ripetuto più volte ascoltato all’inverso, almeno così sembra, e poi si odono suoni tipo di sirene e grida e risa e sospiri sofferti, la folla e pianti e applausi, urti, schianti, esplosioni, forse, nella cacofonia di “Revolution 9” del “White Album” con parti registrate al contrario che messe nel verso giusto rivelano la terribile vicenda. Alla fine di “I’m So Tired”, del medesimo disco, allo stesso modo inverso si sente “Paul ora è morto, ci manca”, e l’ultima strofa di “Don’t Pass Me By”, ancora dell’“Album Bianco”, dice: “Eri in un incidente di macchina e hai perso i capelli”. Macabri giochi surrealisti dei Beatles e pubblicità tirata fuori dalla casa discografica quando la band era alla fine, con la complicità proprio di Knight, nonché di alcuni studenti universitari americani che nel giornale della facoltà, tipo il Northern Star dell’Illinois e il Michigan Daily, scrissero articoli su questa teoria – Tim Harper, della Drake University di Des Moines nello Iowa, ci guadagnò anche dei bei soldi andando in giro per emittenti televisive a mostrare gli elementi a favore della tesi nei talk show – oppure era tutto vero? (Ma andiamo!).
Nessuna di queste tre ultime canzoni comunque è stata scritta da Paul: la prima è di Lennon con la collaborazione di Yoko Ono, la seconda del solo Lennon mentre “Don’t Pass Me By” è di Ringo. In seguito, su “Let It Be”, Russ Gibb, ascoltando al contrario il ritornello del brano omonimo, avrebbe sentito la frase “He is dead”, e, con lo stesso procedimento, in “Get Back” si ascolta “Help me, help me, I need some wheels”.

È difficile però credere che un tale identificato come William Sheppard, ex poliziotto canadese (per qualcuno era un attore scozzese fallito di nome William Stuart Campbell, ma i nomi e i ruoli si possono tranquillamente invertire) reclutato a un concorso per sosia di Paul indetto dalla EMI che non proclamò mai il vincitore, potesse sostituirsi così bene al vero, cantando anche uguale. C’è chi dice che la scelta di non fare più concerti dopo quello del 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco fosse dovuta proprio alla perdita di Paul e che il finto McCartney riuscì a esibirsi con gli altri, dopo un lungo periodo di rodaggio, soltanto nell’addio dei Beatles sul tetto della Apple il 30 gennaio del ’69. Con una barba nera a camuffare il viso ritoccato dalla chirurgia plastica. E lì su, in alto. E poi, come faceva quel Tom a sapere come erano andate le cose? Possibile che la polizia non si sia accorta di niente? E se Tom fosse proprio un agente intervenuto sul luogo dell’incidente o il camionista o magari il fidanzato della ragazza? Oppure Tom era stato un semplice testimone dell’incidente e aveva ricostruito gli eventi precedenti lo schianto ipotizzando. Qualcuno pensò che Brian Epstein, insieme alla EMI, avesse comprato il silenzio della polizia e di chiunque sapesse e che quando in un ripensamento mostrò l’intenzione di rendere pubblica la cosa, fu tolto di mezzo, il 26 agosto 1967 simulando un’overdose di barbiturici. Tom non voleva fare la stessa fine, però non riusciva a tenersi il segreto e così…

Insomma, era impossibile trovare una teoria più sconclusionata. Ma quando a Knight chiedevano se ne sapesse di più riguardo la strana vicenda, lui scrollava le spalle e faceva il solito sorrisetto di chi sa tutto ma non dice niente. Lo abbiamo detto, era un genio del marketing. E il signore della truffa. Con i Grand Funk Railroad ci fu una lunga disputa legale perché la band lo accusava di avergli, in pratica, fregato tutti i soldi nella sua gestione che terminò nel 1972 con la sua cacciata con ignominia sia dalla band sia dalla Capitol (anche se il tribunale gli accordò una cospicua buonuscita e il cinquanta per cento delle royalty sul materiale pubblicato fino ad allora dal gruppo, mica male). Iniziò a questo punto il declino del genio dello show-biz. Annaspava, faceva di tutto per rimanere a galla. Fondò una propria etichetta discografica, la Brown Bag Records, e mise sotto contratto una buona serie di fallimenti. Gli proposero di occuparsi dei nascenti Kiss, ma rifiutò sostenendo che quei tipi conciati in quel modo non sarebbero andati da nessuna parte. Provò a farsi un po’ di pubblicità riprendendo la frequentazione, iniziata nel periodo londinese, con la modella e attrice inglese Twiggy. Lei presto lo lasciò – se mai erano stati insieme. Si fece vedere negli autodromi dove correva l’attore Paul Newman. Fece qualche gara. Le foto insieme, in tuta da corsa, bottiglia di champagne, sorridenti. Intorno belle donne. Non se lo filava più nessuno. A parte gli spacciatori.

Per aver deposto in tribunale contro alcuni di questi che lo rifornivano di cocaina, deciso a smettere, fu messo per un periodo sotto un programma di protezione testimoni e disintossicazione dell’FBI in una località segreta dell’Arizona. Intanto aveva speso tutti i soldi in macchine, stupefacenti e un jet personale. Alla fine si arrese, era stanco e malato di diabete e al fegato. Let it be. Si rinchiuse nella sua nuova casa di Temple nella Contea di Bell in Texas a sessanta miglia a nord di Austin mettendo su una piccola agenzia di raccolta pubblicitaria per qualche giornale locale sulle cui pagine le sue cronache e i successi non comparivano più. Viveva con la figlia Danielle, il fidanzato di questa, Donald Alan Fair, e tanta droga, consumata soprattutto dal ragazzo. Fu in questa desolata fase della sua vita persa nell’isolamento del complesso delle Chappell Hills che il primo novembre del 2004 arrivò la tragedia. Nel giorno dei santi che si sarebbe riversato su quello dei morti.
Terry is dead.

Le urla. Iniziò con le urla di Danielle. Proseguì con le botte di Donald sul suo esile corpo da adolescente. Lei aveva diciassette anni, lui ventisei. Stavano insieme da quando lei era quattordicenne e abitava con il padre, che ne aveva ottenuto l’affidamento dopo il divorzio, a Yuma, in Texas. Donald lavorava al locale Wendy’s restaurant, poi Terry gli aveva trovato un posto in un autolavaggio, e quando genitore e figlia si trasferirono a Temple, lui li aveva seguiti. Sembrava non potesse staccarsi da quella ragazzina. Erano entrambi strafatti di metanfetamine – per queste stavano litigando. Lui di più. Molto di più. Sembrava che la droga non bastasse mai. Non bastavano mai i soldi che gli passava lei. Non bastavano quelli che gli passava Terry Knight. Donald non faceva niente dalla mattina alla sera. Donald sfruttava quei due. Donald è più forte e arrabbiato. Dall’altra stanza Terry Knight sente le grida della figlia. Il rumore sordo delle percosse. Accorre in sua difesa. Si scaglia sul giovane e lo colpisce al volto con un pugno e poi un altro. Finiscono a terra. Lottano confusamente. Donald ha con sé un coltello da caccia di sei pollici. Lo conficca nel corpo del padre della sua fidanzata. Una volta, con rabbia, una seconda, con ancora più furia e violenza. Ora non capisce niente e continua a infilare la lama: nei polmoni, nei reni, nella milza, ovunque nell’addome e infine penetra nel cuore. Sfinito si lascia andare sul pavimento. L’autopsia avrebbe contato diciassette pugnalate. Danielle è corsa dai vicini a chiedere aiuto. I soccorsi del 911 trovano Richard Terrance Knapp, in arte Terry Knight, coperto di sangue e in fin di vita.

Donald Alan Fair aspetta la polizia seduto sull’uscio di casa al 3009 di Ira Young Drive. Con il coltello in tasca. Danielle andrà a vivere dalla madre nella non distante Copperas Cove. I giornali non diedero grande risalto alla notizia. Che cosa misera erano quelle pagine rispetto all’immenso cartellone su Times Square. Forse fu l’ultima cosa che Terry Knight vide mentre la vita lo abbandonava. Vide anche lo Shea Stadium sorvolato in elicottero. Però, che giorni! Un ultimo sorriso strozzato gli si deve essere accennato sul volto trasformato dalla sofferenza ripensando alla burla del PID. Ma ora non era uno scherzo. Adesso era tutto vero. Paul era vivo, lui era morto.

Uno strano evento intanto era accaduto anni prima. Il 5 gennaio 1976, a Los Angeles, Mal Evans, ex assistente personale dei Beatles, fu ucciso da sei colpi di pistola sparati dalla polizia che aveva fatto irruzione nel suo alloggio al 8122 W della Quarta Strada. Gli agenti erano stati chiamati dai vicini per le urla di una lite tra lui e la sua ragazza. Evans aveva un fucile e i poliziotti non gli diedero il tempo di usarlo. Ma l’arma era solo ad aria compressa. Evans custodiva una valigetta con vecchio materiale dei Beatles che sparì dagli oggetti sequestrati dagli agenti. Sembra avesse posato sul retro della copertina di “Stg Pepper’s”: era colui che interpretava McCartney di spalle – perché Paul quel giorno non poteva partecipare alla session fotografica. Vicino alla sua nuca c’era scritto “Without You”.

Sergio Gilles Lacavalla

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