GATTINI™#30: LA CADUTA

Ciao, è venerdì, c’è di nuovo Paolo Avian (La caduta) ed è arrivata la nuova meravigliosa copertina (presto le magliette) di GATTINIrealizzata naturalmente da DeadTamag0tchi. Miaooo♥♥♥

Un incalzare di bassi portentosi in alta definizione mi richiama alla coscienza, cuffie pesanti mi costringono i padiglioni, una tremenda cassa in quattro mi pesta i timpani accompagnata da sintetizzatori alquanto destabilizzanti.

Apro gli occhi su una vertigine di venticinque metri e annaspo senza mettere a fuoco alcun particolare del precipizio grigioasfalto a cui la gravità meretrice mi vuole attrarre.

Tuttavia, è più che sufficiente a capire di essere sul tetto dell’ospedale in cui ero ricoverato dopo la caduta. Stringo i braccioli della sedia a rotelle. La musica tunza e pulsa, una voce di gnocca canta never let go, never let go, no no, never let go, molto fuori luogo. Se non altro non odo i mugugni che sbrodolo dalla bocca.

La persona che mi sta inclinando in avanti oltre l’orlo dell’edificio decide finalmente di rimettermi ruote a terra. Mi strappa le cuffie e mi si presenta con un ghigno spiritato.

«Ti piace il mio nuovo remix?», chiede sarcastico. È Manuel. Cristosanto, Manuel. Dopo avermi rifilato un pugno sul muso, mi ha rapito dalla mia stanza per trascinarmi fin sopra il tetto dell’ospedale. Sento un incisivo che dondola e la mascella gonfia. Credo di sapere perché sia così incazzato, ma mi pare molto più saggio fingere il contrario.

«Perché lo stai facendo?», domando atterrito e molto molto credibile. Non soddisfatto, Manuel mi invita a sentire un altro po’ di musica orrenda. Nel frattempo mi ruota di centottanta gradi per rivelarmi che a qualche passo di distanza, spettatori della tortura, ci stanno i miei genitori sbiancati di terrore. È colpa loro se siamo a questo punto, decisamente. Ma vai a farglielo ammettere. Comunque, se loro si muovono, Manuel mi butta giù, se chiamano aiuto o si mettono a urlare, Manuel mi butta giù: le solite cazzate da aguzzini con gli ostaggi insomma. Giusto per capire che fa sul serio.

Sono finito in ospedale a causa di una brutta caduta e ora lui minaccia una caduta ben peggiore: una poetica semplice, questa di Manuel, il dj barra pittore barra poeta barra gestore di pagina di aforismi su Facebook. Cazzo di artisti del cazzo.

Io non mi posso permettere di fare il poeta maledetto, non sono neppure un cantautore disagiato, non so nemmeno sparare i dischi dalla consolle e guidare i battimani. Ho studiato economia dentro a camicie Burberry, sono il tipello di buona famiglia che il venerdì sera per andare a ballare fa i risvoltini ai pantaloni stretti, quello che tiene i wayfarer fissi nelle foto di Instagram. Pare che io voglia essere Rovazzi. Pare che io voglia essere.

Comunque di lavoro faccio il porta a porta. Mi tocca come prima tappa abbordabile sul percorso carriera approvato da mio padre. Avete presente il poveraccio sbarbato che s’attacca al citofono per chiedervi confronti con le vostre bollette, al fine di presentarvi contratti di fornitura energetica, gas e internet, e blablabla? Ecco. Una merda di vita per capirci. Ma che io sono dannatamente bravo a condurre.

Sia comunque messo agli atti che di fronte al tribunale universale io incolpo i miei genitori se sono finito a scoparmi la morettina fidanzata di Manuel, ultima di una lunga serie di ragazze impegnate. È tutta colpa del loro tradimento se il sottoscritto ha iniziato a distribuire illusioni nella vita degli altri. Sono entrato nel personaggio. Da un po’di tempo a questa parte la mia vita sembra un copione scritto.

La morettina in questione m’ha aperto la porta mentre sgocciolava lacrime in un bicchiere a seguito di un litigio futile con il futuro cornuto. Mascara colato, prosecco da discount, svampitismo accentuato e tutto il resto del cliché. Ero lì per vendere le nuove offerte combo luce e gas ma, voglio dire, una cosa tira l’altra e… Aiuta il fatto che io sia caruccio caruccio e quando corrugo la fronte sembra che mi importi realmente delle cose che mi vengono dette. E poi alcol, alcol, alcol a volontà. Alla fine è stata lei a gettarmisi addosso.

«Figlio di puttana, ti sei scopato la mia ragazza», riassume Manuel restituendomi l’udito torturato da quella musica inascoltabile e riportandoci dunque sul tetto della mia condanna.
«Io non l’ho mai nemmeno vista la tua ragazza».

Fa partire uno schiaffo come un accento sulla già sovreccitata situazione. Colgo tutta la teatralità delle reazioni di mamma e papà che provano a dire qualcosa, a farne un’altra, poi si indignano e si contorcono, ma è un po’ come se sentissero che questa scena non li riguardasse più di tanto. E allora stanno lì come pupazzi.

«Prendersela con uno sulla sedia a rotelle?!» Provo a fargli pena ché con questi artisti mezzi scemi la pietà e l’empatia attaccano un sacco. Ma quello mi scuote e dice che non avrebbe mai dovuto soccorrermi dalla caduta: «Altro che incidente! Eri caduto nel letto di Amanda!»

Amanda, Amanda, Amanduccia, Amandina, Amanducola. Che dirvi? Che si sparava un sacco di pose da pornostar, ma era chiaro quanto fosse a disagio una volta smaltito lo sbarluccichio dell’alcol. Potrei dire che io stesso ero fuori forma, e mi pareva di essere già paralizzato, menomato. E poi oh, quella non c’aveva tette e io non mi ci ritrovavo.

Manuel si crede un volpone: mi sbatte davanti alla faccia il contratto luce e gas che porta in calce il mio nome come agente incaricato, subito accanto c’è la firma di Amanda tracciata mentre io le ravanavo sotto i vestiti. Sherlock Holmes di ‘sta minchia.

Volevo solo fare l’attore, capite? Farei di tutto nella vita per poter fare l’attore: per esempio sono sempre stato un figlio modello e ho ottenuto il massimo dei voti dalle elementari al fottuto liceo, lavorando d’estate, tutto per poter infine andare davanti ai miei e dire: “Mamma, papà, mi iscrivo all’accademia teatrale”.

Si sono messi a ridere come dei pazzi, che mica avevano detto sul serio, non esisteva che il loro unico figlio si desse a quel tipo di vita: la sceneggiatura prevedeva altro. Avevo Una cosa bella, avevo Un futuro, e loro me l’hanno ucciso e ridicolizzato. Io per ripicca ho preso a rompere le cose degli altri. Ecco perché siamo qui.

Qua su questo tetto, con i miei genitori che non riescono a escogitare nulla per salvarmi il culo e allora stanno a guardare e guardano e che guardino. Chiedo al mio aguzzino di portare qua Amanda, domandarle di spiegarsi come sia stato tutto un ridicolo equivoco e soprattutto di come la soluzione luce e gas che le ho proposto sia davvero vantaggiosa.

Ma lui mi spinge avanti verso il bordo, ancora un mezzo centimetro e non potrà più trattenere il mio peso: diventerò tutt’uno con l’asfalto.

Wow, qui il dramma sta arrivando a livelli vertiginosi. Ho un conato di vomito e guardo il budino della mensa avvoltolarsi nell’aria e poi spappolarsi a terra. Ma potrebbe benissimo essere il mio pudore.

Manuel è alto due metri e uno sputo, ha i bicipiti, il culo sodo, scommetto il cazzone, insomma tutto quello che una ragazza desidererebbe. Glielo dico. Un po’ lo invidio, confesso, non sarò mai come lui. Mi spremo per stabilire una connessione, gli dico cose commoventissime e tutto il tetto, Manuel, mamma, papà, i piccioni, sono tutt’orecchi per me. Ma può darsi che stia inventando un po’.

Lui digrigna i dentoni bianchi da pubblicità, si fa rosso e finalmente sento i miei strillare: il ragazzone ha estratto una pistola, mossa che aggiunge una spruzzata di ridicolo al corpo della tragedia. Non ci vedo più.

«Che cazzo vuoi fare? Spararmi o lasciarmi cadere? Deciditi. Minchione!»
«Zitto bugiardo, bastardo!»
«Non farlo, non fargli più male!» Incredibile. Finalmente mamma e papà ricordano le loro battute!
«Lascialo!»
«Ti ripeto: scegli. O mi spari o mi butti giù!»
«Lascialo andare, facciamo tutto ciò che vuoi, ti diamo tutto ciò che vuoi!»
«Coglione non me ne frega più niente! Hai rotto il cazzo con ‘sta musica di merda!»
«Figliolo non farlo arrabbiare!»
«Faremo tutto ciò che vuoi, ma lascialo!»
«Tutto ciò che vuoi!»
«Ma poi Manuel che nome del cazzo è!? Me lo spieghi?»

Con un sonoro vaffanculo Manuel molla la sedia a rotelle e fa partire pure un colpo. La mia vita si perde nelle urla disperate dei miei.
Sipario.

Paolo Avian

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