BUIO PESTO@TODO MODO#2: IL PESTO AL BUIO

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Lavinia Ferrone, fotografia di Francesco Vignozzi

Il 13 maggio scorso Verde e In Fuga dalla bocciofila erano a Firenze, alla libreria Todo Modo, a leggere racconti inediti a tema Buio Pesto. Ogni mercoledì li pubblicheremo qui sul blog: oggi c’è Lavinia Ferrone (qui peraltro in video) con Pesto al buio.
Fotografia di Francesco Vignozzi.

Ma come andava. Ma come si muoveva. O ma poi, non c’era verso di superarlo eh, impressionante. Via. Mamma mia ragazzi. Dall’altra parte del mondo. Devi venire dall’altra parte del mondo. Me lo immagino scendere le scale del suo appartamento di una via di un isolato di un quartiere di una zona di Shangai. E da laggiù, un giorno, partire (lascia la frase come se fosse in sospensione). Cioè, hai comprato il tuo biglietto quattro mesi fa almeno. Sei venuto fino qui. A Firenze. E sei venuto qui a Firenze, da Shangai, per una conferenza di storia dell’arte. Come minimo, una conferenza sul Seicento fiorentino, tutti i cinesi che studiano storia dell’arte amano il Seicento fiorentino, c’è proprio questa predilezione specifica dei cinesi. E si vede che studi storia dell’arte. Sei un benestante cinese. Era benestante, via, si vedeva che era un benestante cinese. Indossava un completo verdolino. Dico verdolino perché…come cazzo si definisce quel colore. Come diceva il mio ex fidanzato safariano. Va beh non è proprio safariano ma qualcosa a che fare col safari ce l’ha. Comunque diciamo. C’aveva questo completo verdolino. Scarpe testa di moro lustre. Cioè, lo sapete cosa sono le scarpe testa di moro? La scarpa testa di moro ce l’hanno tutti i cinesi, cioè non so se ce l’abbiano anche i cinesi in Cina, ma i cinesi qui sì, nonostante http://www.stileestili.com la definisca come la scarpa che nessun uomo dovrebbe farsi mancare. Sta di fatto che è proprio la scarpa tipica del turista benestante cinese. Scarpe testa di moro. Completo verdolino che comunque mi va di dire che sia safariano. Che È safariano. O non c’era verso di superarlo, pericolosissimo. Andava su una bicicletta da donna bassa, quindi stava tutto ripiegato, e mentre andava su per la salitella sul ponte, siccome durava fatica, abbassava la testa, davvero sembrava una tartaruga. Ma non l’avevano inventata loro la bicicletta?! Aveva i capelli da cinese.

Avete presente come sono no, i capelli da cinese. Neri, lisci, però poi in realtà gli uomini, alcuni, come questo qua, hanno tipo un po’ delle ondine nella parte alta. Sì cioè sono lunghetti sopra e rasati sulla nuca. Non lo potevo superare perché pedalava tenendo i piedi e le ginocchia in fuori piegate. Con questa testa che gli ciondolava un po’ a destra un po’ a sinistra, come le tartarughe quando cercano la lattuga. Era instabile. Da sotto la nuca gli spuntava il colletto della camicia, bianco e rigido, altra caratteristica cinese. Sì dai, i cinesi hanno tutti: il completo, la camicia col colletto bianco durissimo, i capelli neri rasati sopra e lunghi sotto – sì che te dici, guarda ce l’hanno anche gli italiani hipster che si vestono da frate, sì è vero, però i cinesi, prima di tutto. Ce l’hanno da dinastie, cioè, per dire, la dinastia Ming, aveva i capelli rasati sulla nuca e lunghetti sopra, e poi appunto, cioè il cinese lo riconosci dal fatto che i capelli lunghetti sopra hanno delle ondine – ma poi insomma le sue scarpe lucide testa di moro spuntavano in fuori, le ginocchia piegate, faceva questo movimento con la testa che andava in giù. E poi non aveva il cappotto capito, sembrava proprio sai quei cinesi benestanti che sono stati invitati a una conferenza di storia dell’arte a Firenze, che quindi l’amico studioso gli presta la bicicletta della moglie per raggiungere il luogo della conferenza. Lui arriverà in orario con la brochure della conferenza che gli spunta dalla tasca del completo verdolino. E al pranzo dopo la conferenza berrà un solo bicchiere di vino, e mangerà solo gli affettati dell’antipasto, e non assaggerà neanche i primi dicendo che è già pieno dopo due fette di finocchiona. Così l’amico studioso che lo ospita ci rimarrà un po’ male, ma che vuoi, questi cinesi non è che sono abituati a mangiare troppo, cioè, fino a vent’anni fa nemmeno, non erano neanche abituati a mangiare. Insomma che probabilità ci saranno che te parti dall’altra parte del mondo, da Shangai metti, arrivi qui, e prendi la bicicletta alla mia stessa ora, e fai la mia stessa strada, e mi rallenti, e io, che non c’entro assolutamente niente con te, perché faccio un dottorato in biologia molecolare a Careggi, e che fino a stamattina era seriamente impossibile che pensassi a te, alla tua carriera di storico dell’arte cinese, venuto a Firenze, invitato da un amico studioso che ti presta la bici di sua moglie per raggiungere la conferenza, che viene anche da chiedersi Scusa ma quanto cazzo è bassa la moglie del tuo amico?! madonna, avrei voluto chiederglielo davvero guarda. E ogni buca che prendi, curvi con lo sterzo, che quindi io che sono in ritardo e devo andare a lavoro, non ti posso superare perché ci sono gli autobus e te vai storto. Ma la cosa assurda è stato che dopo averlo superato, perché alla fine, dai e dai, ce l’ho fatta, mi giro, lo guardo. E no. Non era. Cinese.

E ora io sono qui che faccio il pesto mentre ci ripenso. E mi chiedo che probabilità c’erano, che io ora, stasera dopo tutto il giorno, sia ancora qua a pensare a questo tipo che era in bicicletta e che da dietro, lo giuro, mi sembrava cinese. Faccio il pesto per sfogarmi, faccio il pesto e lo faccio al buio a questo punto. Perché se qualcuno del palazzo di fronte mi vede che alle undici di sera faccio il pesto, anche se lo faccio col Minipimer invece che col mortaio come vorrebbe la tradizione, magari pensa che io sia una genovese, taccagna, che vive a Firenze ormai da vent’anni, che si era trasferita qui per via del lavoro di suo marito che poi però l’ha lasciata perché alla fine si è messo con una sua collega, con cui oltretutto stava già quando la loro storia era a distanza, cioè quando lei, cioè io, ero teoricamente ancora su, a Genova, a studiare giurisprudenza magari. E che quindi ora sono sola e disperata, che faccio il pesto di notte perché è l’unico gesto che mi rimane per sentire ancora il brivido di un vacuo senso di appartenenza, e oltretutto lo faccio al buio perché, ovvio, sono una genovese. Capito.

Lavinia Ferrone

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