JEANNE E GILLES

Sergio Gilles Lacavalla, lo sapete, è il più prolifico dei nostri collaboratori. Una volta al mese leggiamo le sue storie criminaliperiodicamente i suoi atti unici: Jeanne e Gilles, che fa parte della serie Atti di vita e malavita (e contiene al suo interno una bellissima Rock Criminal bonus extra su Serge Gainsbourg), non è mai stato rappresentato in scena e debutta oggi su Verde con una illustrazione inedita della divina Giulia Pex (inchino).

Nota dell’autore. “Jeanne e Gilles” è uno degli atti di “Atti di Vita e Malavita”, dramma in nove atti unici, o in tre trittici. Ha, come tutti gli altri atti, una sua autonomia, quindi, si può mettere in scena da solo.
Alcune scene sono sessualmente esplicite. Il corpo nudo è necessario sia per il realismo della scena, perché la scena lo prevede, sia perché il corpo nudo è di per sé un elemento di drammaturgia, non solo di regia: il corpo nudo è linguaggio, una frase, un discorso. Disse la drammaturga inglese Sarah Kane, che recitò il ruolo di Grace in alcune repliche del suo “Purificati”: «“Purificati” richiedeva una semplicità estrema, cosa molto difficile da ottenere quando ti ritrovi completamente nuda davanti a centinaia di persone… Il primo istinto è quello di scappare via, ma in realtà quello che ti viene richiesto è molto semplice. Che cosa voglio? Che cosa provo? E come arrivo a provare questo?»
Tutto ciò che avviene qui, è già avvenuto. Quando Jeanne racconta i momenti di sesso, sono solo ricordi. Eppure, avvengono. Dunque, in scena, i personaggi, in questi momenti d’amore, possono fare cose diverse da quelle descritte: sono seduti sul letto, si spogliano, non si guardano, si osservano, si mettono giù. Si sfiorano i corpi nudi, la pelle ha un brivido di nostalgia, si appoggiano l’una sull’altro. La testa sulla spalla. Si baciano le bocche, si leccano i sessi. Solo alcune azioni avvengono come descritte. Mai si concludono. Si avverte sempre qualcosa di perduto. Questo è un testo sul rimpianto. Sul momento temo di non avere altri temi.
La pièce, oltre che in teatro, può essere rappresentata in un hotel vero. Penso a “Splendid’s” di Jean Genet messo in scena dai Motus – che non c’entrano niente con questa scrittura, se non per l’ambientazione.

“Stai scrivendo?”
“No, ti stavo solo pensando.”
(“Betty Blue”, Jean-Jacques Beineix / Philippe Djian)

SCENA I

Davanti a un Hotel abbandonato sul mare. Jeanne Pleiade e Gilles Dutronc.

JEANNE (Ha le scarpe in mano, una borsa sulla spalla). “Dal momento che la vita scorre nel corso del tempo senza bisogno di creare storie, le storie esistono solo nelle storie”. Non è così? E nelle storie, tutto è al posto giusto, tutto è necessario. Ogni parola. Ogni gesto. Solo nelle storie.
L’hotel di Wenders. (Guarda l’entrata dell’albergo. Poi si rivolge a Gilles).
Qual è il tuo stato delle cose, Dutronc?
GILLES Scrittore e drammaturgo senza un libro pubblicato da cinque anni, forse è passato di più da un dramma rappresentato, a parte qualche reading, col sogno di fare il concorrente a Fort Boyard.
JEANNE Lo fanno ancora?
GILLES Fort Boyard? Sì, penso di sì… o forse no… non lo so, non l’ho più visto. Non so perché… mi piaceva… insomma…
JEANNE Un intellettuale che guarda Fort Boyard. Mmm, non c’avevo mai pensato a Fort Boyard. Arrampicarsi sui muri della fortezza e gettarsi nel vuoto sopra il mare legati alle funi, risolvere gli indovinelli, restare imprigionati in una cella… sempre fradici… audaci e ridicoli. Perché no? E Les enfants du rock?
GILLES No, quello non lo fanno più, sicuro. Era roba di quando eravamo bambini. Io un po’ meno, ma tu eri proprio una bambina.
JEANNE Peccato. Ci saremmo stati bene noi due a Les enfants du rock. Intervistati da Thierry Ardisson e con la sigla di Iggy Pop, Nightclubbing. (Accenna la canzone). “Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re what’s happening. Nightclubbing, we’re nightclubbing. We’re an ice machine…”
GILLES (La interrompe). No, quello era Lunettes noires pour nuits blanches, il programma con Ardisson. Mi sembra, non ricordo bene neanch’io.
JEANNE Ah è vero! Oh che memoria!
GILLES Eri troppo piccola. Comunque non fanno più neanche quello; sì peccato, ci saremmo stati bene a Les enfants du rock e a Lunettes noires pour nuits blanches. L’intervista verità. E il tuo, Pleiade? Il tuo stato delle cose.
(Lei non risponde).
Chi è? Cosa fa? (Le chiede guardandola. Lei abbassa lo sguardo protetto dagli occhiali da sole. Ora sono entrambi seri).
JEANNE Entriamo, Dutronc.

SCENA II

Nella sala d’ingresso dell’hotel abbandonato.

JEANNE La storia qui fu interrotta, parlava di una storia interrotta, dall’esterno, il film di Wenders.
GILLES Come la nostra.
JEANNE (Scontrosa). No, senti Gilles, la nostra, se proprio la vogliamo chiamare storia, che poi non lo è mai stata davvero, la nostra, Gilles, l’abbiamo interrotta noi, soltanto noi, o forse solo tu, non lo so, ma nessuno ha colpa se non noi, con chi vuoi prendertela?
(Adesso Jeanne addolcisce la voce e sorride a Gilles).
Dai, lasciamo stare.
(Passa le dita su una poltrona della hall, se le guarda e gliele mostra sporche di polvere e sabbia. La mano è fasciata sul palmo e sul dorso).
È rossa.
GILLES È polvere mista a sabbia. Viene dal deserto.
(Le pulisce le dita con le sue. Le tiene la mano. Jeanne si guarda anche la pianta di un piede, polvere e sabbia rosse anche lì. Le scarpe poggiate a terra).
È dietro di noi, il deserto, lo senti il vento?
(Jeanne fa no scuotendo la testa).
JEANNE O forse viene da un altro pianeta, come questa luce, la luce di un altro pianeta, o dopo un’esplosione nucleare.
(Si toglie gli occhiali scuri. Li butta su una poltrona).
“Guarda: senza gli occhiali da sole, senza i guanti di plastica, siamo noi i veri sopravvissuti”.
GILLES Sopravvissuti a cosa?
JEANNE Non lo so… forse a noi… forse agli altri.
GILLES (Guardandola negli occhi) Hai gli occhi verdi.
JEANNE Sono le lenti: i miei sono sempre castani.
(Si toglie una lente a contatto. La tiene sul dito).
Vedi? Gli occhi di bosco.
(La mette nel suo contenitore preso dalla borsa, lasciando la mano di Gilles).
GILLES Già. Gli occhi di storie.
(Le riprende la mano e l’accarezza sopra la fasciatura, fa una lieve pressione, Jeanne ha una leggera smorfia di dolore e gli toglie la mano dalla sua).
Sempre la mano… sempre nel sonno, oppure quando…
(Jeanne lo guarda per qualche secondo in silenzio, poi scrolla le spalle, riprende le scarpe e le poggia insieme alla borsa su un tavolinetto davanti a una finestra che dà sulla spiaggia e il mare di uno strano grigio come il cielo. Si mette seduta sul tavolino. Porta un piede su).
Come te la sei fatta questa?
(Gilles prende la caviglia della gamba di Jeanne sollevata sul tavolino e le tocca delicatamente una piccola cicatrice).
JEANNE La conosci da sempre e me lo chiedi solo adesso.
(Pausa).
Nuotando, tanto tempo fa, ormai. Avevo poco più di vent’anni, stavo uscendo dall’acqua della piscina, dopo aver fatto alcune vasche, poche per la verità, e avevo il fiato spezzato come non mi era mai successo prima, ma era da tanto che non mi allenavo. Sulla scaletta di ferro, mi sentivo senza più nessuna forza, davvero niente, niente e… sono scivolata come una stupida, ferendomi qui. (Si tocca sulla cicatrice spostando appena le dita di Gilles, che ora le accarezza il piede. A volte glielo bacia).
L’acqua era tutta rossa, sembrava chissà che, e io stavo lì fissa a guardare il mio sangue che si apriva lento e quasi morbido e mi veniva da piangere. Poi, infatti, ho pianto. Il dottore mi medicava e io piangevo, non è niente, mi diceva, stai calma che non è niente, non piangere, mi ripeteva, ma lui non capiva, io non piangevo per il dolore e il taglio, no, piangevo per quel gesto scomposto sulla scaletta, per il fiato corto. Piangevo perché all’improvviso mi ero accorta che stavo cambiando e io non volevo cambiare. Il fiato corto mi diceva che se alle cose non stai dietro, se le lasci andare così, cambiano, e tu con loro, tutto qui. No, io non volevo cambiare… ma, come si fa… e non volevo che le cose finissero, non l’ho mai voluto. Non lo accetto. Anche se una cosa non mi piace, non voglio che finisca.
(Guarda fisso Gilles e gli toglie piano la mano dalla sua caviglia, che lui ha ripreso ad accarezzare. Poi dirige lo sguardo verso la sala bar poco più in là. La indica).
Lì c’è il bar.

SCENA III

Nel bar.

JEANNE (È dietro il bancone. Passa in rassegna le bottiglie di alcolici). C’è ancora del liquore.
(Ne prende una, la posa. Un’altra. La mostra a Gilles).
Martini bianco?
GILLES (Dall’altra parte del bancone). Va bene.
JEANNE Ricordavo che ti piace la vaniglia. E poi, va bene, poco alcolico.
(Guarda i bicchieri allineati, coperti di polvere e sabbia).
I bicchieri… sono pieni di polvere anche loro.
(Apre il rubinetto per lavarne due, ma non c’è acqua).
Non c’è l’acqua. Mannaggia. Va be’, dai. (Esce dal bancone con la bottiglia in mano e va a mettersi seduta su una sedia davanti a un tavolino. Gilles la segue e si siede anche lui, davanti a lei. Jeanne apre la bottiglia, assaggia il liquore).
È ancora buono. “Martini girl. Oh yeah”. (Accenna la canzone di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Manda giù un sorso più lungo di liquore. Passa la bottiglia a Gilles. Anche Gilles ne beve una lunga sorsata. Poggia la bottiglia sul tavolo mentre Jeanne allunga un braccio verso di lui lasciandosi andare giù fino a toccare con la tempia, lo zigomo e la guancia il tavolino. Gilles le prende la mano. Gliela bacia. Jeanne chiude gli occhi). Martini girl.
(Anche Gilles si abbassa sul tavolo portando il viso vicino a quello di Jeanne. Jeanne apre gli occhi, lo guarda).
(Gli soffio leggermente sulla faccia).
Martini girl, alito di vaniglia e alcol.
(Gli do un lieve bacio sulle labbra, stringendo di più la sua mano).
Bacio al Martini.

SCENA IV

Una stanza. In fondo al corridoio.

JEANNE (Ha lasciato le scarpe nella hall, la bottiglia sul tavolo del bar, ha con sé la borsa). Tante stanze e tutte vuote. Tutte aperte. Tutte abbandonate, come se fosse successo qualcosa all’improvviso e sono scappati tutti.
(Si siede sul letto, poggia la borsa a terra e prende un libro dimenticato sul comodino: un volume che parla della dissoluzione del rock’n’roll, dalla copertina nera come la notte dei crimini dell’anima. Con quattro segnaletiche. Pieno di storie d’amore finite male. Fa caso alla data di edizione).
Guarda, Gilles, qualcuno deve essere stato qui poco tempo fa, questo libro è recente.
(Lo apre dove c’è un segnalibro, lo porge a Gilles, che si è seduto anche lui, vicino a lei. Gli fa segno di leggere. Gilles comincia a leggere, ogni tanto lei sbircia tra le pagine, osserva Gilles, la sua bocca che pronuncia le parole, le sue espressioni da attore, legge con lui sottovoce, guarda la stanza).
GILLES “«Dai, è facile. Guarda». Gainsbarre si puntò la pistola alla tempia e premette il grilletto. Clic! «Così», e scoppiò in una risata. «Scusa scusa… ecco, adesso sono serio». Si era calmato, aveva cessato quella stupida risata, anche se ancora gli rimaneva tracciata nello sguardo strafottente, e quindi caricò il revolver porgendolo a Gainsbourg. «Su. È un attimo e non ci pensi più». Serge prese in mano l’arma e la fissò per un po’. Buttò giù un altro sorso di whisky, posò il bicchiere e poi, di scatto, pieno di rabbia e sudando freddo, aprì il caricatore e gettò contro il muro tutti i proiettili. «No! No!», urlò. «No», sussurrò piangendo. Gainsbarre scosse la testa. «Serge Serge, io te l’avevo data una possibilità. Ma tu… be’ ti rimangono sempre questi. Prendi». Serge Gainsbourg prese di nuovo il bicchiere, mentre Gainsbarre gli accendeva una sigaretta e gliela metteva tra le labbra tremanti e spaccate dalla notte insonne. Il sole dell’alba che cominciava a filtrare nell’appartamento di Rue de Verneuil carezzava Jane: fissata nel bronzo senza arti né testa. Così, almeno così, non poteva più fuggire da lui.”
(Jeanne si tira appena le ciglia dell’occhio dove ha ancora la lente e smette di leggere insieme a Gilles).
JEANNE Mi bruciano gli occhi e non ci vedo bene. (Si strofina l’occhio senza lente. Gilles posa il volume sul letto).
Lui c’è stato a Les enfants du rock. E anche a Lunettes noires pour nuits blanches. Così provocatore e seducente. Lo sai che non accettava di fare trasmissioni registrate? Temeva che poi avrebbero tagliato alcune cose che aveva detto, quelle più scandalose, ovviamente. Dirette televisive. Solo dirette. Lo adoravo da ragazzina.
(Pausa).
A Lunettes noires c’è stato anche Andrzej Żuławski; no forse era un altro programma, in ogni caso litigò con Ardisson che gli chiedeva di Sophie Marceau, riguardo il suo film del momento, La fidélité. La metteva sul personale: quanto c’è di autobiografico nella pellicola? L’ha tradita? E cose di questo tipo, detestabile… L’hai visto?
GILLES No.
JEANNE Żuławski chiuse la discussione andandosene. Anche se una volta lo sentii parlare male della sua ex moglie, di Sophie Marceau.
GILLES Non erano sposati.
JEANNE Ne sei sicuro?
GILLES No. Non lo conoscevo poi così bene.
JEANNE Va be’, è uguale. Diceva che era un’ignorante, che quando l’aveva conosciuta era davvero un’ignorante, non aveva mai letto un libro in vita sua, disse. Ed era maleducata, volgare, non si lavava. Sai, lui il grand’uomo che veniva da una famiglia di letterati. Così civilizzato e colto. Ma il suo era solo rancore. Era evidente: ormai era invecchiato e stava morendo. Poi fece un gran sorriso.
(Pausa).
Eppure mi è dispiaciuto quando è morto. Tu lo hai più visto?
GILLES Un paio di volte. L’ultima era a Parigi per il montaggio di Cosmos. Gli regalai un mio libro. Gli scrissi una dedica e lui si commosse.
JEANNE Cosa ci avevi scritto?
GILLES Qualcosa che riguardava il suo essere stato un po’ un maestro per me, lo sai, almeno un tempo deve essere stato così, una cosa del genere. Forse sembrava un addio. Sì, anch’io lo trovai invecchiato. E debole. Indifeso. Malato.
JEANNE Che fine malinconica: senza più la donna della sua vita, pieno di rabbia ma pure di rassegnazione. L’uomo sicuro di un tempo ora rideva sperduto. Con un ultimo film che per lui era stato un errore. Fatto con pochi soldi e tanti compromessi. Non ne voleva parlare. Ma Cosmos non è piaciuto neanche a me. A te è piaciuto?
GILLES No, nemmeno a me.
JEANNE Morto con ancora in testa le immagini della prima moglie che se ne era andata neanche due anni prima dopo una vita di follia, così diceva lui: che era pazza. Raccontava che una sera rientrò a casa e trovò suo figlio da solo, tutto sporco di marmellata, perché lei l’aveva abbandonato inseguendo un suo delirio mistico. Diceva che era ispirato a lei il personaggio di Isabelle Adjani in Possession. Ma questa storia dovresti conoscerla meglio di me. Probabilmente non era vero niente. Chissà se è andato al suo funerale. Non credo. Disprezzava sempre chi lo aveva lasciato. E mentiva. Anche lei era molto bella. Capelli biondi lunghi e lisci e grandi occhi chiari. Anche lei era un’attrice. Morire sbagliando. Sbagliando tutto.
GILLES Però L’amour braque lo riscatta da ogni errore.
JEANNE Sì, è vero. È un film bellissimo. E anche loro erano bellissimi e innamorati all’epoca.
(Pausa).
(Faccio colare dalla mia bocca un filo di saliva su due dita della mia mano e le appoggio sulle sue labbra. Gilles le lecca. Con le dita umide gli seguo il contorno della bocca, poi quello degli occhi. Lui abbassa lo sguardo).
(Jeanne toglie piano la mano dal viso di Gilles).
L’hai ascoltato il disco degli Spiritual Front?
GILLES (Rialza lo sguardo). Quello intitolato Amour braque? No…
JEANNE Mmm, già, capisco…
(Pausa).
Dovresti, è molto bello e… Una mano che serra un pugnale con un teschio sull’impugnatura, lo stringe sulla lama, intorno c’è un cuore fatto di filo spinato, la scritta Amour braque…
GILLES Non ti ho mai vista con una maglietta degli Spiritual Front, è strano, no?
JEANNE Ci sto bene, sai? La mia preferita è quella di Open wounds, con i due amanti che si baciano puntandosi i coltelli alle schiene.
(Pausa).
GILLES Ricordo una tua carezza a un loro concerto. Mi passasti vicino e mi sfiorasti con la mano il viso. Ma non credo che tu la ricordi.
JEANNE Invece sì. Perché non dovrei ricordarla? E ricordo anche che mi allontanai dall’altra parte del locale. Aspettando che tu mi cercassi tra il pubblico per restituirmela. O un bacio sulla guancia. Ma tu non ti spostati da lì.
(Pausa).
GILLES Tutto era stato catturato da quella carezza. Ricordo questo. Di quella sera ricordo la tua carezza e nient’altro. Ricordo che non sapevo che fare. Ricordo che non volevo che quell’azione finisse in un errore.
JEANNE Eri capace di affrontare chiunque, di notte, in un quartiere malfamato. E avevi paura di sbagliare una carezza. Di dirmi…
(Pausa).
“È più facile uccidere quando non riesci più ad abbracciare”. Era in un tuo libro.
(Pausa).
Io sono più coraggiosa di te.
(Pausa).
Sì, lo sono sempre stata.
(Pausa).
O forse lo ero. Comunque se non fosse stato per il mio coraggio…
GILLES E a cosa è servito?
JEANNE Ad avere dei ricordi. Ad avere dei ricordi, Gilles. Magari un po’ confusi. A tratti sbagliati. Ma ricordi. Per essere qui. Ancora qui. In questo niente. In questo tutto. Con il mare, la luce strana e la sabbia rossa.
(Pausa).
Dai, continua a leggere, per favore.
(Pausa).
GILLES Va bene. (Riprende il libro e legge. Jeanne a volte è distratta, si guarda intorno, guarda Gilles ma non ciò che sta leggendo; segue più i suoi pensieri che la storia). “Ma qualcosa cominciò presto a consumare Serge. Lei gli ripeteva che l’amava. Lui beveva e fumava sempre più e inciderà nel ’71 Histoire de Melody Nelson che racconta l’amore tra un uomo maturo e una quindicenne che finisce in tragedia e la dedica è alla sua giovane donna che da lì a breve avrebbe dato alla luce Charlotte. Andarono a vivere a Rue De Verneuil, al n° 5, come il profumo dello charme francese: la casa dipinta di nero che odorava di donne e innocente peccato. E di Gitanes, cinque pacchetti al giorno. Anzi, a notte: notti a scrivere una sigaretta dietro l’altra e l’alcol. «Ti ucciderai!» gli urlava Jane, lo implorava di darsi una calmata, lo schiaffeggiava e cominciò a fumare pure lei. «Vediamo chi muore prima». Durò invece tanto ancora Serge continuando a fumare e a bere sempre più perché gli avevano detto che l’alcol riduceva gli effetti del fumo, e a scandalizzare, come col disco di Jane Lolita go home con lei nuda in copertina e il film intitolato come il suo strepitoso successo Je t’aime, moi non plus nel ‘76. Quando la pellicola uscì, fu definita pornografica e la coppia aggredita da ogni parte. Il regista François Truffaut la difese, ma per due anni Jane Birkin non riuscì a trovare uno straccio di ruolo e con Serge si mise a fare la pubblicità. Quando Serge fece un nuovo disco, questo fu L’home à la tête de chou, un concept album noir con la protagonista che è uccisa con un estintore e il suo assassino finisce in manicomio con la testa rosicchiata dal coniglietto di Playboy come fosse un ortaggio. A rosicchiarlo a Serge continuavano a pensarci l’alcol e il suo fumo. Rientrava a casa ubriaco fradicio e mostruoso. Trasformato in Gainsbarre. «Gainsbarre, nome inventato che descriveva un completo nichilista. Gainsbarre rideva di Gainsbourg e prendeva in giro Ginsburg, ma tutti e tre erano dentro di lui, come in una matrioska», disse anni dopo Jane, che intanto non ne poteva più, litigavano sempre. «Una Gitane non ti tradisce» diceva lui quando un giorno Jane…”
JEANNE (Interrompendolo). Ma dove stai leggendo? Non era lì, hai saltato le pagine, dà qua, lasciamo stare, va, che è meglio. Dai. È troppo triste questo libro.
(Gilles sorride. Lei gli toglie, con delicatezza, il libro dalle mani e lo rimette sul comodino. Prende un pacchetto di sigarette dalla borsa e se ne accende una).
Vuoi? (Gli porge la sigaretta dopo una boccata. Gilles fa di no con la testa). Già, non fumi.
GILLES Non mi piace.
JEANNE Neanche a me. Giusto una ogni tanto. Vedi, è un pacchetto da dieci. (Fa ancora un paio di tirate e spegne la sigaretta su un posacenere sopra il comodino).
Dovremmo cercare un altro modo per morire.
(Pausa).
Eppure è una bella storia, quella tra Jane Birkin e Serge Gainsbourg.
(Pausa).
No, è orribile.
(Pausa).
Un libro interrotto e dimenticato, un letto non riordinato, e sì, sembra proprio che chi era qui sia scappato all’improvviso… erano due, come noi. Scappare – scopare. (Sorride).
Che stupido gioco di parole, eh Gilles? Ma se ci pensi, non è poi così stupido, no? Adesso abbiamo un posto dove stare: lontano da tutti. Anche da noi. Scappare – scopare.
(Si mette giù sul letto, poggiandosi sulle gambe di Gilles).
Guarda che strane ombre. (Fa osservando il soffitto).
Che ci facciamo qui? Eravamo noi due, quei due, vero? Non mi ricordo quasi più niente. Ma adesso va bene così.
(Si rimette seduta e apre la camicia di Gilles. Gli accarezza il torace).
Ti depili intorno ai capezzoli e sul petto, come una ragazza lo fa sulle gambe e sotto le ascelle, a volte sul pube, io il pube non lo depilo mai: hai la pelle liscia di una ragazza.
(Jeanne dà un piccolo bacio sul torace di Gilles aprendogli di più la camicia).
E come una ragazza, i tuoi capezzoli s’inturgidiscono. (Dice dopo avergliene leccato uno. Poi gli toglie la camicia).
Ti depili anche le ascelle. Hai sempre un bel corpo, Gilles. Continui ad allenarlo, vedo. Tiri ancora di boxe?
GILLES Sì. A volte.
JEANNE Mmm. (Pausa). Già. È importante avere un bel corpo, ti protegge un po’ dalla solitudine: ti guardi allo specchio, ti senti e… un bel corpo è sempre un corpo in attesa… è importante… ma c’è anche qualcosa di triste in questo.
(Ora Jeanne apre la sua camicia e si guarda il seno nudo; senza alcun sostegno del reggiseno).
Dovrei fare qualcosa anch’io, sto perdendo tono e sono molla sulla pancia. (Si osserva l’addome morbido con qualche piccola piega dalla posizione).
(Gilles mi accarezza il seno indugiando sui capezzoli che cominciano a ingrossarsi e indurirsi, poi la pancia).
GILLES Sei bella così.
JEANNE Molla?
GILLES Così. (Sorride. Sorride anche lei).
JEANNE (Gilles s’inginocchia, mi solleva la gonna e mi toglie gli slip bianchi. Gli poggio un piede sulla spalla e lui mi accarezza il sesso, comincia a leccarmelo mentre lo fisso. Mi tocca anche il piede).
Sei bellissimo, Gilles, quando mi lecchi.
GILLES Sei bella come un film di Bertolucci.
JEANNE (Mi dice staccando appena la bocca dalla mia fica umida tra i peli folti e alzando lo sguardo).
Antonioni, Gilles… era Michelangelo Antonioni, ora sei tu a non ricordare. Non ricordiamo niente… Philippe Garrel. I baci di soccorso. Senza quei baci, quando Nico morì, lui tentò il suicidio. Senza i baci. Senza soccorso.
(Gilles mi guarda in faccia ancora per qualche istante e riprende ad accarezzarmi il sesso. Lo bacia. Mi infila piano un dito nella vagina, la strofina in profondità e seguita a leccarmi. La clitoride. Le labbra. Continuo a guardarlo. A osservare quell’azione su di me che mi ricorda l’amore).
Non mi piace Antonioni: troppo sfacciatamente poetico. Vanno di moda gli occhi, non è ridicolo? Mi fanno male i capelli, ridicolo. E poi la poesia non esiste.
(Gilles non smette di leccarmi e di penetrarmi, ora con due dita. Una, dell’altra mano, è nell’ano. Continuo a fissarlo).
GILLES Allora sei bella come una canzone di Nick Cave. (Le dice fermandosi).
JEANNE E questa in che film era?
GILLES In nessun film. Romantiche, malinconiche, avvolgenti, umide e assassine. Le sue canzoni. Le tue poesie.
JEANNE (Gilles riporta la bocca sulla mia fica. Lascio uscire un po’ di pipì, solo un po’, poche gocce incerte, poi, piano il mio piacere. Gilles mi lecca ancora, bevendomi. Una poesia umida).
La poesia. No, non esiste… e se esiste, dà solo fastidio, è finta, inutile, un inganno. (Si lascia andare di nuovo giù, guarda ancora il soffitto. Porta un piede sul letto, vicino al pube).
Nick Cave era nel Cielo sopra Berlino. “Vi parlerò di una ragazza”. Avrei voluto essere una trapezista. Illudendomi di volare mentre cadevo dal trapezio nel vuoto.
O dall’insegna del Million dollar hotel.
GILLES Mi piace quando cammini a piedi nudi.
JEANNE (Gilles mi accarezza il piede che sfiora il mio pube, ha tolto il dito dall’ano, senza smettere di leccarmi e accarezzarmi il sesso). Le scarpe, i tacchi a spillo, che idiozia, che follia, per troppo tempo non mi hanno fatto sentire la terra dove camminavo. Camminare scalza sporcandomi i piedi della polvere di un altro pianeta.
Di questo posto nel nulla… Zabriskie Point. Bum! From here to eternity. From her to eternity. Da qui all’eternità. Da lei all’eternità.
(Riguarda Gilles tra le sue cosce).
Un’esplosione, e tutto finisce, così. Finire adesso… mentre scopiamo: scappare – scopare, vedi che ha un senso?

SCENA V

Jeanne e Gilles sono nudi sul letto.

JEANNE (Gilles sente sempre più il sapore del mio piacere sulla sua bocca. Forse non l’ha mai dimenticato, questo sapore. Quest’odore forte. Che impregna l’aria e i nostri ricordi a volte scordati apposta, altre perché così succede. Leccarmi tenendomi le labbra aperte, vuol dire ricordare. Esce languido. A volte è lattiginoso, denso. Poi più liquido e trasparente. Mi giro e mi inginocchio sul letto. Lascio scivolare le mani in avanti sulle lenzuola abbassandomi con il busto, facendo aderire i seni al letto. Siamo entrambi nudi. Gilles mi apre i glutei morbidi e mi lecca l’ano con un po’ di peli intorno, mi rimette un dito dentro il culo, che io lascio cedere. E ancora nella fica. La dischiude e la lecca strofinandomi la clitoride. Penetrandomi forte con due dita unite. Il rumore dello sfregamento sembra fortissimo: annulla il silenzio, lo amplifica. Sono inginocchiata come in una preghiera per questo amore, per questo momento che somiglia all’amore. Porto la mano dietro prendendo il membro rigido di Gilles, gli tolgo le dita bagnate e me lo metto dentro la vagina. Lui mi scopa solo qualche secondo, forse un minuto, forse alcuni minuti, non capisco, tra l’attimo e l’eterno, ed esce. Glielo riprendo e lo dirigo sul mio ano umido. Inculami, gli dico. Mettimelo nel culo. Gilles entra piano ma fino in fondo, fino all’intestino. Rimane immobile. Poi si muove, sono ancora pochi secondi, forse ancora un minuto, forse qualche minuto. Cerco di serrare l’ano per tenerlo in me. Lui esce. Mi volto, siamo inginocchiati uno di fronte all’altra, gli tengo il sesso e mi sdraio, le mie gambe aperte, la mia mano lo porta ancora nella mia fica, lui mi afferra i piedi e riprende a scoparmi, li stringe forte, i piedi, stringo la mia vagina sul suo pene, sono fradicia, il suo cazzo scivola fuori e Gilles si sdraia sul letto, allora gli riprendo il sesso, lo masturbo, e mi masturbo, lo porto nella mia bocca, ha il mio odore, il mio sapore, lo succhio, carezzandomi la clitoride, ancora non capisco se per pochi secondi, un minuto, forse di più, poi mi metto sopra di lui rinfilando il suo membro nella vagina sempre più fradicia, sempre di più, è un mare che cola sul suo cazzo, un ginocchio è sul letto, un piede sulla sua spalla, è una posizione scomoda, come il nostro amore, sembriamo un quadro di Egon Schiele, lui fa per togliermi da sé, ma lo blocco con le mani sul petto, con durezza, faccio no con la testa. No, ti prego no. Adesso no. E ripeto):
In una storia, ogni parola, ogni gesto, tutto deve essere al proprio posto, tutto necessario… (Sussurra). E questa è la nostra unica storia, gesti necessari. Solo questi gesti. Queste azioni. Belle, intime, naturali, facili, difficili, scomode.
(Pausa).
Leccami il piede.
(Gilles lo fa togliendo il mio piede dalla sua spalla, mentre continua a penetrarmi nella fica. Sono quasi immobile sopra di lui. Lo guardo incantata mentre la sua lingua mi lecca la pianta e le dita, lasciate rilassate tra le sue labbra. Non si cura della polvere. Della sabbia sul mio piede. Rimaste lì, attaccate alla pelle. Le sue labbra si macchiano di rosso, la sua saliva sulle dita. Ora contratte. Non porto lo smalto sulle unghie. La mia fica cola).
Adesso la bocca.
(Porto il piede indietro e mi abbasso su Gilles fino a baciarlo. È un bacio lungo, pieno di saliva).
I baci di soccorso.
(La saliva per medicare. Poi levo il sesso di Gilles dal mio e, voltandomi, mi porto con il sedere e la vagina sul suo viso).
69 mon amour.
(La mia bocca soffia questa frase sul suo membro, in un sorriso, e torno a succhiarlo, facendo aderire il più possibile le mie labbra al suo sesso rigidissimo, duro come l’alfabeto tedesco. Il mio culo con i glutei dischiusi si abbassa ancora un po’ sul suo volto, sulla sua bocca. Gilles mi lecca sia l’ano sia la vagina; entrambi palpitano, la fica continua a depositare sulla sua lingua liquido di piacere che si fa sempre più abbondante. Sempre di più. Gli cola ai lati della bocca. Il suo sesso sa ancora di me. Sempre di più. Mi giro di nuovo e mi rimetto sopra di lui).
Infilami ancora un dito nel culo, mentre mi scopi.
(Gilles mi penetra l’ano col dito, mentre mi muovo piano sopra di lui. Il suo pene immerso nel mio sesso. Piantato come a non voler più uscire da lì. Aumento il movimento e ora mi strappo la fascia dalla mano, me la mordo, come sempre, come sempre per riaprirmi la ferita. Il membro di Gilles sta per venire in me, lo sento. Io sto seguitando a venire su di lui, adesso con violenza. Ma Gilles, d’un tratto, mi toglie con forza da sé e, girandosi, eiacula abbondante e irrefrenabile sul lenzuolo. Cado sul letto, è un precipitare senza nessun appiglio. Lo guardo, masturbandomi seduta, con rabbia e disperata frenesia, con la mano insanguinata, per finire di venire con lui. Gli occhi lucidi, bagnati. Se è possibile, più della mia fica, adesso bagnata anche di sangue. Arrabbiata e confusa gli dico):
Perché? Eh? Ti ho chiesto perché? Volevo che mi venissi dentro… lo sai… tu non hai mai voluto niente da me, niente!
(Pausa, respira con affanno).
Oppure… ma che hai fatto in questi anni?
(Gilles non risponde).
Dio, Gilles. No, no, no Gilles.
(Jeanne comincia a piangere).
(Tu sei solo capace di abbassare la testa senza dire nemmeno una parola. Piangi con me. Una volta mi mandasti un messaggio di auguri, era il mio compleanno, e io ti scrissi che ti regalavo le mie lacrime. Erano lacrime belle, di gioia. Avevano un buon sapore. Mi rispondesti che le avresti conservate nella scatolina delle cose meravigliose – per un istante accenna un sorriso, continuando a piangere –, mischiandole alle tue. Ma non abbiamo mai pianto insieme. Se solo ne fossimo stati capaci. Se solo le tue lacrime si fossero realmente mischiate alle mie. Sulle labbra. Se solo ne avessimo assaggiato il sapore. Forse ci saremmo salvati. Piangi con me. Ma è inutile. Tieni la testa abbassata. E io piango anche per te. Perché io sono più coraggiosa).

SCENA VI

Jeanne non piange più. La mano è di nuovo fasciata. Stanno finendo di vestirsi.

JEANNE Viene dal deserto, questa polvere. Solo dal deserto. Il deserto dietro di noi.
Non mi piace più questo posto.
(Si chiude la camicia).
La luce ora è rossa come la polvere perché quello è un altro pianeta. E questo non è neanche l’hotel di Wenders.
GILLES Qual è il tuo stato delle cose, Jeanne?
JEANNE (Alza le spalle, non risponde). Questo me lo prendo. (Prende il libro, ne legge un ultimo frammento, come per distrarre Gilles da quella domanda a cui non vuole rispondere):
“Ancora un disco scritto per lei, Amour des feintes, fu l’ultimo gesto d’amore di Serge per Jane. Un giorno riuscì pure ad accompagnarla al pianoforte in un programma televisivo. Ma non la vedeva quasi più: gli piaceva ritrarla, però adesso non ci riusciva a chiuderla nell’obiettivo della sua macchina fotografica né a disegnarla con le matite facendola somigliante. Lei gli diceva che il disegno era bellissimo, ma non era vero e gli occhi le si riempivano di lacrime. E se non poteva vedere la sua bella Jane, Serge che viveva ancora a fare. E così Serge morì. Si sentivano tutte le sere, lei era a recitare in teatro, lui era sempre a casa. Sarebbe dovuto partire per New Orleans per registrare un nuovo album. Gainsbarre non glielo permise. Il primo marzo del 1991 andò alla festa di compleanno di Bambou in un locale, ma non tirò tardi come ai bei tempi. Tornò a casa e Gainsbarre gli versò da bere. Serge Gainsbourg morì per infarto la notte del 2, da solo – in quella casa nera di ricordi della felicità e del corpo nudo e androgino di Jane che vi girava, dove la sua stanza era ancora intatta.
Lo trovarono la mattina dopo. «Serge a bu trop de cigarettes», scrisse Liberation nel suo articolo in memoria. Jane continuò a cantare le canzoni di Serge, Serge Gainsbourg, l’uomo che aveva amato e che dentro di lei era ancora in vita (sotto terra c’era Gainsbarre – ne era convinta); continuò a cantare le sue canzoni con la sua voce esile mostrando lo spazio tra i denti, perché c’è sempre chi ha bisogno di quei brani per la serata giusta.
Al N° 5 di Rue De Verneuil, qualcuno ha scritto sul muro «Serge è in paradiso, e sta scopando».
Gainsbarre lasciò l’appartamento.”
(Si mette il libro nella borsa).
Sì, è proprio una storia orribile.

SCENA VII

Nella hall dell’hotel.

JEANNE Una pausa. A Parigi piove.
GILLES Solo una pausa.
JEANNE Solo una pausa.
GILLES Il tuo stato delle cose.
JEANNE Sto lì. Lo sai. (Sbatte l’occhio con la lente).
GILLES No, non lo so.
(Pausa).
Reciti ancora?
JEANNE No, non più.
(Pausa).
Non è rimasto niente di quei giorni.
(Gilles la guarda. Lei abbassa gli occhi. Dopo un lungo silenzio, rialza lo sguardo su di lui. Si fissano, per alcuni infiniti secondi).
GILLES È la prima volta che sento la tua voce.
JEANNE (Sorride). Te lo dissi dopo il primo abbraccio. Era vero, hai parlato solo dopo quell’abbraccio. Eravamo l’attrice e il drammaturgo. Ci studiavamo nei nostri movimenti. Nei nostri corpi estranei. Eravamo sudati. Eravamo lì, ma non mi ricordo più dove. Non ricordavamo i nostri nomi. Eravamo due attori. Davanti a tutti. Eravamo da soli. Eravamo insieme ad altri. Eravamo gli esclusi. Eravamo i marginali. (Sorride ancora. Sorride anche Gilles). Tu mi parlasti di Jean Genet. Ti dissi che anch’io rubavo i libri. Ti parlai di Sarah Kane. I lacci degli anfibi intorno al collo. Tutte quelle pillole. Ti parlai anche di Sylvia Plath. Il suicidio è una possibilità, ti dissi. Tu annuisti. Basta superare quel momento e si è salvi. Mi dicesti poi, guardandomi un po’ preoccupato, era come un suggerimento. A volte disegno o faccio altro, e passa, aggiunsi, abbassando lo sguardo. Forse ti sentisti sollevato. C’era un video di David Bowie. Mangiavamo in un bar per pochi soldi. Insalata di riso e Aperol. Cantava Life on Mars? Tu mi spiegasti che la fantascienza non c’entrava niente, quella canzone parlava di disagio familiare e di una trasmissione televisiva. Eravamo due disagiati. La televisione parlò di un altro attentato. Tanti morti per le strade di Parigi. E noi a fare queste cose, ti dissi. Ci pensavo spesso. Si può recitare in un teatro quando fuori si spara? Si può vivere una storia d’amore quando intorno a noi si muore? Ti domandai. Si può raccontarla? Eravamo un uomo e una donna senza risposte. Ti parlai anche di Michel Foucault e di Bernard-Marie Koltès, li leggevo di frequente in quel periodo. Ebbi un brivido. Oggi è un senso di spossatezza. Rende il pensiero languido e vago. Tu mi parlasti di Egon Schiele e di Wally Neuzil. Lui la lasciò per sposarsi. La lasciò per un ordinario matrimonio borghese. Mi raccontasti che quando lui fu incarcerato per una falsa accusa di corruzione di minorenne e per esposizione di disegni pornografici, gliene bruciarono uno in tribunale, lei non lo abbandonò un istante. E lui aveva abbandonato la sua modella preferita e la sua amante. Fummo d’accordo che fosse una cosa orribile. Decidemmo che avremmo fatto un lavoro teatrale sulla loro storia. Tu Egon e io Wally. Ma non avremmo parlato di quell’abbandono né delle loro morti precoci. Il pittore e la sua modella. Solo questo ora ci interessava. Due amanti. Eravamo scandalosi. Qualcuno se ne andò mentre recitavamo. Eravamo sfacciati. Eravamo timidi. Occupa case e ruba, c’era scritto su un muro. Concordammo che fosse giusto. Se ne avessimo avuto bisogno l’avremmo fatto. L’avevamo già fatto. A Place de la République la rivolta era finita. I poliziotti parlavano con le ragazze, fumavano, non badavano a noi. Eravamo rimasti in pochi. Sconfitti più dalla pioggia che non la smetteva da un mese che dalla repressione. Sotto le tende per non bagnarci troppo. Prima che partisse l’ultima corsa del métro la piazza si svuotò. Noi passeggiammo. Non pioveva più. Tu avevi una tua camicia che mi avevi portato per una scena che poi non facemmo. Ce la facciamo solo per noi due, che ci importa, ti dissi. Non tirasti fuori quella camicia. Serge Gainsbourg e Jane Birkin avrebbero ballato nella città deserta di notte. Forse l’avrebbero fatto anche Alain Bashung e Chloé Mons. Si innamorarono dopo un video di lui in cui lei recitava. Era ambientato di notte, in interni. Storie balorde. La loro invece fu una bella storia. Poi lui morì. E lei cantò le sue canzoni, con il grande seno e i capelli biondi. Le cantò per l’uomo che amava ancora. In fondo, pure loro erano due marginali. Anche se il telegiornale aprì l’edizione della sera con la notizia della sua morte, Alain Bashung è morto, fu il primo titolo. Tutta Parigi pianse. Piansi anch’io. La città sembrava uscita dal finale dell’Eclisse di Antonioni. I lampioni accesi, le vie vuote, i palazzi spenti. E noi. Mi piaceva ancora Antonioni. Avevo scritto una poesia. Mi dicesti che era molto bella. Era molto arrabbiata. Ero molto arrabbiata. Avrei voluto ascoltarla dalla tua voce, che ora non era più sconosciuta. Ma non te lo chiesi. E tu non tirasti fuori la camicia. Mi dicesti che era a righine. Maschile. So che mi sarebbe stata bene. Ti sarebbe piaciuto come mi stava. Solo la camicia e niente sotto. Parlavamo d’altro per non mettere fine al nostro incontro. Era troppo presto. Eravamo di nuovo soli. Eravamo io e te. Eravamo e poi non siamo stati più. Quell’abbraccio ci ha fregato. (Pausa). O che ne so. (L’occhio con la lente comincia a lacrimarle. Se lo asciuga. Sembrano le lacrime di un pianto malinconico e sommesso).
La polvere, mi sta graffiando la lente.
(Si guarda intorno nella hall. Adesso innervosita e come persa).
Le mie scarpe. Le mie scarpe, Gilles. Dove ho lasciato le mie scarpe? Aiutami a cercare le mie scarpe.

Sergio Gilles Lacavalla

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