SBIADIRE@ROMA

sbiadire

Paolo Gamerro, Sbiadire (Augh Edizioni 2017)

Ciao spumini! Paolo Gamerro è a Roma, stasera presentiamo Sbiadire, il suo secondo inoppugnabile romanzo appena uscito per i tipi di Augh Edizioni. Vi aspettiamo dalle 19:30 a San Lorenzo, in Via degli Aurunci 42 (qui info). Nell’attesa, beccatevi questo estratto:

Alla consolle c’è Deejay Petardo, questa sera vestito da Rugantino: si muove alla grande mentre mixa dischi giusti, in mezzo a due cagne che ballano in modo grottesco e, davanti a loro, una folla di morti viventi, cretini arrivati fin qui con le loro motorette. Dietro tutto ciò, su un grande telo bianco, è proiettato il film Cargo 200, la scena che vedo ora – e che a dirla tutta un po’ mi arrapa – è quella in cui uno mette una bottiglia di vetro in culo a un’altra.

La gente che balla mi viene addosso, mi prende a spallate, il nervosismo inizia a scivolarmi bollente tra le vene, il cocktail che sto bevendo fa letteralmente cagare e i miei occhi emanano radiazioni di misantropia bzzz bzzz. E io, giovane e promettente scrittore, bello, maledetto e tenebroso, mi muovo con un’espressione schifata stampata sul volto e tanto mal di vivere nel cuore, come è logico che sia.
Eppure dovrei essere più tranquillo, dovrei calmarmi e stare rilassato, come il mio amico Guido Marchetti, che ha la mia età, è vegano (proprio come me) ed è la copia di Noel Gallagher, suona il basso nei Norman Rockwell, che tra l’altro domani sera si esibiranno al Paranoid, un locale sui Navigli, un posto di quelli giusti.

«Che c’è che non va? Hai una faccia…» mi dice la cagnetta qui di fianco a me, la tipa che mi scopo… diciamo la mia ragazza, una fica da paura intendiamoci, ma ogni volta che apre la bocca mi viene voglia di spaccarle la faccia perché è da quando siamo arrivati che continua a squittire le sue stronzate e a salutare le sue amiche che non sopporto. Mi sta venendo mal di testa e sono nervoso, cazzo, nervosissimo perché oggi Francesco Sinistri, l’ex vj nonché il direttore editoriale della Basquiat Edizioni, doveva inviarmi le copertine del mio romanzo via mail, il mio primo libro che esce tra un paio di mesi, e non l’ha fatto. È tutto il giorno che lo chiamo al telefono per capire se non me le ha mandate perché ci sono problemi o se invece me le ha inviate ma non sono arrivate alla mia casella di posta per qualche strano motivo.

E quindi bevo, bevo e continuo a ingoiare qualcosa di indefinito, alcolico e fluorescente, e tento di smaltire la rabbia sognando a occhi aperti di appiccare un incendio in questo posto e guardare questa massa di fighetti andare a fuoco e strillare e morire piano e dolorosamente.

La musica è altissima, Deejay Petardo adesso ci sta dando dentro con questa roba strana che a me non pare nient’altro che un assordante rumore di fabbrica, ma che qui mi dicono essere harsh noise e che è una cosa che spacca tanto, e allora io me ne sto qui tutto cupo a gironzolare, guardo come gira, mi sistemo i capelli, decido di andare in bagno.

Mi guardo allo specchio e noto con soddisfazione che sono bello, tenebroso e maledetto. Con la frangia che mi copre la fronte, l’accenno di barba, gli occhi verdi un po’ tristi, il fare sbattuto, il look grunge, un po’ sfatto ma che ci sta bene, quando sei uno scrittore tormentato e sta per uscire il tuo primo libro che sarà un’autentica rivelazione; e tutti quegli stronzi che leggono, che cazzo ne so, la roba da fighetti alla “Minima et Moralia” o quei blog da coglioni, tutti quegli stronzi che mi chiedono sempre: “Cosa fai? Cosa farai? Di che cosa ti occupi?”, ecco li manderò tutti affanculo, uno dietro l’altro: il mio esordio è una vera cannonata! Insomma, se ne staranno tutti a guardarmi invidiosi, mentre io, intellettuale, li guarderò dall’alto verso il basso come spurghi.

Sono le due del mattino, è il diciotto gennaio e tra qualche mese, con Autodafé X in tutte le librerie, la mia vita cambierà in modo grandioso e sono così gasato che mi viene duro solamente a pensarci. “Stai andando alla grande!” dico tra me e me, e mi risciacquo ancora il viso, prima di ritornare dagli altri. E vado a tremila cazzo, sono carico come una mina.

Do soltanto una controllata al telefono per guardare se mi ha cercato qualcuno su facebook o twitter. Tonnellate di notifiche perché spacco.
Faccio una foto al lavandino e la posto su instagram, quindi su facebook, snapchat. Ottengo in pochi secondi un discreto numero di like. Il primo commento che ricevo è di una mia amica, una mia ex compagna di università che mi chiede: “Dove sei?”. Non le rispondo, mi metto il telefono in tasca ed esco dalla toilette. Mi sento sicuro di me stesso, pompato.

Non appena ritorno al bancone, la mia cagnetta – che si chiama Jessica, ha ventidue anni, è mora, ha le tette giganti ed è alta uno e ottanta – mi infila la lingua in bocca, mi dice che le sono mancato e mi passa un bicchiere di qualcosa. «Un po’ di spumante» mi dice, «la mia amica Ale compie gli anni e lo sta offrendo…» e non me ne frega un cazzo, trangugio il tutto mentre guardo una che balla vicino alla consolle, una biondina giovanissima alla quale violenterei all’istante il buco del culo. E quando sarò famoso mi scoperò tutti i culi di tutte le biondine che mi capiteranno sotto tiro, perché sono un cazzo di scrittore maledetto e mi fotto qualsiasi fica e qualsiasi culo voglia fottermi.

Poi il mio amico Guido, che è ubriaco, un po’ high e profuma di vaniglia, mi presenta un tipo che si chiama Simon e qualcosa che non afferro; fa il rock designer e quando gli chiedo che cosa significa lui mi risponde una roba tipo pietre.
«Ogni stagione realizzo collezioni diverse, sai, bisogna continuamente stare attenti al cambiamento… io in ogni pietra trovo un percorso, un’affascinante storia, un mondo da scoprire…» mi dice ostentando sicurezza in se stesso, tirando continuamente su con il naso e sorseggiando qualcosa che sembra vino bianco.
E io gli dico che è una cosa fica, che spacca sul serio, anche se sinceramente ho smesso di seguirlo e la mia attenzione ora è rivolta a quel tipo laggiù vicino al guardaroba, il fotografo aitante, con la barba e la maglietta bianca con lo scollo a V, mi incute un certo senso di angoscia.

Arriva un sacco di altra gente, e io vengo travolto da questa massa di persone che non conosco e che sono tutti amici di amici di amici e parlano tutti di cucina vegana, installazioni, cibo destrutturato, pinterest, pilates, slowear, apps, startup, market insights, event management, corsi di yoga e cose del genere.
«E tu invece? Che cosa fai?» mi chiede tutto baldanzoso Simon, il rock designer con i capelli mossi, le doc nere basse e i wayfarer tartaruga.
«Sono scrittore» e mi schiarisco la voce per darmi un tono, poi bevo un po’ e continuo: «Tra un paio di mesi esce il mio primo romanzo, Autodafé X, per Basquiat Edizioni…».
«Basquiat Edizioni? Rockmenia! La conosco! Se non sbaglio è la casa editrice di Francesco Sinistri, l’ex VJ di Mtv. Vomito Nichilista ha pubblicato con loro…».
Io odio quel tipo, quel rapper satanista con i rasta che fa death hip hop e gli hanno appena fatto uscire una sua cazzo di autobiografia, secondo me una cazzata totale, una merda per ragazzini.
«Sì, esatto. Vomito Nichilista è una rapstar che va forte, nell’underground e non solo, però con il mio romanzo credo che ci sia, umm, come dire, una svolta…».
«Una svolta?» continua il rock designer fissandomi nelle palle degli occhi, e noto che le sue pupille sono dilatate, mentre il sottofondo musicale cambia completamente e qui, tutti in coro, i bovini umanoidi cantano: «I get knocked down, but i get up again you’re never gonna keep me down».
«Spacca lo zio» interviene il mio amico Guido, «spacca di brutto…» e non fa in tempo a finire una frase che una ragazza mora, alta uno e ottanta, con gli occhi verdi, le tette giganti, gli si fionda addosso per farselo; credo sia una sua ex compagna di corso che mi sono fatto anche io qualche anno fa, quando studiavamo cinema e ci guardavamo i film di Mario Bava e Lucio Fulci. Ora va la merda di Netflix.
«Davvero? E di che cosa parla il tuo romanzo? Quando esce?» mi chiede sempre il rock designer, continuando a guardarmi dritto negli occhi.
«Hai presente Céline? Ecco, come lui ma più moderno, più attuale, diciamo…» e lo liquido dicendogli che è una storia che parla della mia vita e dei miei anni bui, una roba di nichilismo, misantropia e alienazione. Mi dileguo però in poco tempo, dicendogli che mi faccio un giro per prendermi da bere e che ci vediamo dopo, e non appena mi volto, con le mani al cielo, anche a me viene da seguire il coro e canto: «I get knocked down, but i get up again you’re never gonna keep me down».

Paolo Gamerro

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