LO SCETTICO E L’AMORE

Come ormai tutti sanno (tranne Paolo Gamerro), il 28 maggio scorso Francesco Totti ha giocato l’ultima partita della sua carriera e il mondo intero si è unito in una diretta Facebook lancinante (o allo stadio) per partecipare della sua paura e del suo pianto. Il suo ritiro, il funerale di Enrico Berlinguer per il calcio italiano, ci ha offerto l’ennesimo pretesto per riascoltare Flavio Giurato, proporre a Paolo Parente di scrivere un pezzo partendo da un suo bel post che avevamo letto su Facebook quella domenica sera e chiedere a Sergio Caruso un disegno per l’occasione. Lo scettico e l’amore, il risultato di questa incredibile triangolazione degna del Capitano, ha una chiusa che inspiegabilmente ha fatto arrabbiare qualcuno qui in redazione e a un certo punto recita: “Lo scettico ha frainteso la storia, si è perso qualche passaggio […] non si è accorto che anche tu non sei più una persona ma il tempo più bello, i soli che mi abbronzavano il collo quando giocavo intorno all’ombra del tuo nome, e che ritorni con le stagioni e gli anni, tutti uguali, come saremo sempre uguali noi finché rimbalzerà il pallone […]”.
Oggi è sei giugno e Verde, che ha compiuto cinque anni un mese fa, tra due giorni ne ricompirà due (tanti ne sono passati da allora). Niente cerimonie questa volta: si sta online un numero di volte indefinito ma comunque molto basso e alla fine si muore tutti per fortuna, o in rari casi purtroppo (chiude
404 e a noi qui dispiace tanto).
Addio, è stato bello, torniamo domani al
Buio Pesto.

Lo scettico mi è davanti sotto forma di dito puntato a mano nascosta, di sguardo inquisitorio a occhi chiusi, di voce che mentre non parla fa pesare il silenzio e se volesse parlare, lo so, direbbe, a me che non sono neanche una persona, “Ma ti ci guardi allo specchio? Ti sembra abbastanza il completino sudato, le gambe muscolose, un numero tondo a due cifre? E la fame nel mondo? Il conflitto siriano? Il terrorismo islamico? I cazzi che tutti i giorni ti si infilano nel culo?”

Perché lo scettico sintetizza il suo mondo nelle cose che crede importanti, che poi sono quelle che ritiene davvero brutte, gravi, più vicine possibile all’idea che si è fatto della cosa più seria che c’è: la morte, un suo surrogato.
Lo scettico non sa, non ricorda più, di quando crescemmo sbucciandoci le ginocchia sull’asfalto. Ma c’era anche lui, posso giurarlo, se non in strada a spiarci affacciato a una finestra, troppo orgoglioso per venirci a citofonare.

Dieci, undici anni, il Super Santos una propaggine della colata di catrame, uno scivolo come porta, parte la rincorsa, parabola impazzita, incalcolabile, palla che si insacca in una rete che prende l’oro del mare, il sogno, il primo, che guida i pollici dietro la schiena a sottolineare il Nome, Francesco Totti, prolungato dalla scansione imparata dal telecronista, brividi sulla pelle, gli occhi addosso, un giorno senza dubbi sarò come te, se lo voglio, sarò anzi tutto quello che vorrò essere.

E invece continuare a guardarti, per altri quindici anni, dalle gradinate dello stadio o dal divano vista televisione. La tua magia nel fatto di non esserti un po’ rimpicciolito con gli anni, come succede agli esempi, ai padri. Mi sarei aspettato di perdere su di te quello sguardo, di non vederti più coraggioso e forte, simbolo di quel sogno che se non era d’essere calciatore cos’era? Brillavi della pressione di dover essere il punto in cui convergono gli applausi, le speranze, gli elogi al genio che manifesti. Sei rimasto in alto, come il pallone che si fermava sulla grondaia e non c’era più modo di prenderlo, e a guardarlo dal basso ci veniva ancora più voglia di giocare.

E mo’ che fai? Ti inchini, scoppi in lacrime, dici di amarci? Vuoi vedere che, nel frattempo, ci hai voluto bene come te ne abbiamo voluto noi? Parli davanti al mondo, usi un voi che è come quello famigliare, ti contiene, e te la prendi col tempo, maledetto, che ti hanno imposto, tu non lo sentivi, non capivi perché ti dicessero di non poter più giocare. Ci guardi negli occhi e confessi di avere paura, di avere bisogno di vicinanza, perché è difficile spegnere la luce.

Mia madre me lo strillava dal balcone, con la mano alzata, che era l’ora di rientrare; confermava il vizio dei grandi di interrompere il tempo magico dei giochi, e salivo a testa bassa le scale, con l’unico conforto di vederli continuare in te, anche nella semplice figurina incollata, con un gesto rivoluzionario, sulla testiera del letto.

Mamma mi diceva, per dormire, pensa a qualcosa di felice. Tu pensa a quanto sei stato bello, quanto sei stato commovente, dal primo pallone in porta, all’ultimo scagliato in curva su cui hai scritto “mi mancherai”.

Guarda che fine faccio a parlare di te. Alimento le risate dello scettico, divento sdolcinato, protettivo, mi scaldo, come trovassi inaccettabile vedere i tuoi occhi farsi troppo dolci davanti alle telecamere. I padri a un certo punto è giusto metterli un po’ in disparte, sono ingombranti, rumorosi, composti di parole spigolose e sensi di colpa. La tua forza sta nel rapporto conflittuale col tempo, nel testardo rifiuto delle regole dei grandi, nella spontaneità che ti conferma l’eterno bambino che sei sempre stato, l’amico accarezzato dalla sorte che dalle strade passa a calpestare le erbe manutenute, e non dimentica mai di girarsi a guardare se c’è qualcuno a chiamarlo dal balcone, perché ha bisogno di un imperativo a cui potersi ribellare, e godere del gioco che è più bello quanto più è tardi e si dovrebbe dormire.

Lo scettico ha frainteso la storia, si è perso qualche passaggio. È ancora convinto, deviato da un’allucinazione delle piccole masse, che tu sia un bell’imbusto strapagato, mentecatto e fortunato di trovare tanti imbecilli come noi a ingrossargli lo stipendio. E non si è accorto che anche tu non sei più una persona ma il tempo più bello, i soli che mi abbronzavano il collo quando giocavo intorno all’ombra del tuo nome, e che ritorni con le stagioni e gli anni, tutti uguali, come saremo sempre uguali noi finché rimbalzerà il pallone, sforzandoci di non strillare, ché nel frattempo abbiamo imparato il decoro, come imparammo dal telecronista: “Francesco Totti”, “Fraaaaan-cesco Tot-ti!”.

Lo scettico, mi viene il dubbio, anche se non sono nessuna persona in particolare, e non posseggo una mia fede calcistica, che sia soltanto un tifoso, di quelli tristi, della Lazio.

Paolo Parente

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