GATTINI™#29: L’ORACOLO

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

Oltre che per il terzo Sacco di Roma, le morti di Lyda Borelli e di Nannie Doss e la nascita di John Dillinger, un giorno ricorderemo il 2 giugno per L’oracolo, il sesto racconto su Verde via GATTINI di un controllatissimo e a tratti irriconoscibile Max Cabrerana (lacaniani in ascolto, lo stiamo castrando?).
Viva i venerdì (miao), viva la monarchia, viva Elvis El Rey, viva la regina DeadTamag0tchi (copertina).

Quando arrivate lì da Castro, e da quell’altro che appare sempre in foto col baffo alla Clark Gable, e si fa chiamare ‘Che’ qualcosa, tutti quei sigari, vedete di ficcarglieli su per il culo.
John Fitzgerald Kennedy, nel discorso ai suoi generali prima della fallita invasione di Cuba con lo sbarco nella Baia dei Porci.

Qua, sulla grande strada di comunicazione dell’autopista n.11 Havana-Melpepa, c’è un enorme cartello con scritto in rosso: CON TU EJEMPLO COMUNISTA.
Sotto il volto di Ernesto Che Guevara, la frase: Hasta la victoria siempre.
L’immagine del Che è quella classica, immortalata anche sulle Guevara T-shirt, con lo sguardo pensieroso perso all’orizzonte.
Lasciata Nueva Paz, dopo tre ore d’auto in mezzo al nulla, c’è questo pannello di compensato che scambi per un miraggio, più che per propaganda castrista. Gli occhi severi del Che sembrano poggiarsi proprio su di te, non ti abbandonano mai, ti aspettano al varco per rimproverarti e rivelarti le fondamentali verità della rivoluzione moncadista.

L’autopista n.11 Havana-Melpepa è una delle strade più importanti per arrivare alla capitale, eppure passa un’auto ogni cento iguana.
A occhio e croce ci vuole un’ora per arrivare all’Havana e un mezzo minuto per realizzare che sotto quel sole implacabile farai la fine di un uovo alla coque.
Sul retro del cartellone passeggia sul ponteggio un parassita legnoso: a guardar meglio si tratta di un uomo a petto nudo, con una maglietta infilata nei calzoni tagliati corti che gli pende da un lato, come una coda.
Si sbraccia come una scimmia e urla a chiunque s’aggiri lì intorno.

Juan Ortega, detto El Rey Junior, non scende da quella trappola a tre metri d’altezza da quattro anni: almeno venti centimetri di barba fa.
Juan è il custode del simbolo rivoluzionario per eccellenza: l’immagine del Che.
Il suo compito è difendere la sacra effige dai nemici del popolo al soldo del potere imperialista yankee. Lo fa venti dollari al mese, che devono bastare per mantenere sua moglie Anabel e i suoi sei figli.

Juan mi racconta che una notte, durante un violentissimo uragano, una serie di fulmini ha colpito il cartellone. Si volta e mi mostra un albero rosso con radici e rami che quei mille e passa volt di scarica elettrica gli hanno tatuato sulla schiena.
Da quel giorno, per i centoundici abitanti del villaggio, Juan è posseduto da Changò, lo spirito del fulmine.
Hanno cominciato a chiamarlo Babalao Juan, a chiedergli profezie, consigli, divinazioni.
Ogni primo del mese un corteo parte dal villaggio di Pìo Pìo e gli porta in dono vestiti nuovi, carne in scatola, rum e sigari.
Changò è considerato, nelle credenze popolari, simbolo della potenza virile. Per questo le madri gli offrono le figlie e i mariti le mogli.

Juan apre la scatola di sigari Montecristo Especial N.3 che gli regalo, ne prende uno, se lo passa sotto il naso, aspira e poi dice: «Grazie, me lo fumo in un’occasione speciale».
Ora, spero almeno che mi dica dove trovare un meccanico.
Invece Juan continua il suo racconto: «Da quassù contemplo il cielo, bevo, faccio disegni con pezzi di carbone e gesso sulla superficie ruvida del cartellone. Le costellazioni che scivolano nel cielo di notte sono la mia tv».
In effetti noto che la sua baracca è tutta affrescata come quelle caverne degli uomini preistorici.
Oracolo o no, Juan mi giura di avere delle premonizioni.

«Avevo previsto anche il tuo arrivo», mi dice.
Juan Ortega, detto El Rey Junior, prosegue: «È una cosa di famiglia, per cui non dovrei dirla; ma tanto prima o poi verrà fuori».
M’interroga: «Sai, quel cantante americano, quello col ciuffo unto in testa? Dai, quello famoso che ancheggiava sempre. Ti dice niente Love me Tender
E aggiunge: «Tutti credono che Elvis, capelli tinti, centottanta chili, sia morto d’infarto a 42 anni, seduto sul cesso di casa sua a Graceland, Memphis. Se ti dicessi invece che si è rifatto una vita qui a Cuba? »
La sua rivelazione continua:
«A Varadero viveva mica male coi sussidi statali e il gruzzoletto dei diritti d’autore. Abitava in una casa particular. Plastica facciale e documenti nuovi, Fidel aveva chiuso un occhio in cambio di soffiate su operazioni militari tipo Baia dei Porci».
Juan si prende in mano una ciocca di capelli e mi chiede:
«Noti niente? Stesso ciuffo. Elvis si faceva chiamare Alejandro Vegas, El Rey».
Juan Ortega mi racconta l’ultimo incontro con suo padre Elvis:
«Me lo vedo arrivare con la sua Cadillac rosa del ‘54, accosta lì, dove c’è quella merda di cane secca, vedi? Scende dall’auto, jeans e giacca di montone con le frange. Mi fa, calandosi gli occhiali da sole sulla punta del naso: “Figliolo, come va lassù?”»
Rispondo: «Non male, papi».
Elvis si rimette gli occhiali e dice: «Figliolo, qualsiasi cosa ti accada nella vita, anche se sei nella merda fino al collo, ricordati una cosa di fondamentale importanza…».
Comincia ad ancheggiare, con quei suoi tipici movimenti del bacino, muove i piedi sollevando un polverone pazzesco e intona:
«Tutti frutti, all over rootie. A-wop-bop-a-loo-mop-a-wop-bam-boom».
Poi risale sulla cadillac.

Dico a Juan che la sua storia è molto interessante ma tra poche ore tramonterà il sole, perciò faccia l’Oracolo e mi dica quando diavolo passerà una macchina o dove trovare un dannato meccanico.
Juan strizzando gli occhi mi fa:
«Non ho ancora ricevuto informazioni divinatorie in merito».
Si alza a scrutare l’orizzonte, aggiunge:
«Due volte a settimana passa un camion stipato di lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero. Che giorno è oggi?»
Ma per fortuna Juan, come gran parte dei cubani, è anche esperto nel resuscitare motori vecchi di oltre cinquant’anni. Mi dà indicazioni su come riparare l’auto dall’alto della sua baracca. Viene fuori che il manicotto della turbina è tutto rosicchiato. All’improvviso un ratto mi salta in faccia. Juan corre a prendere il fucile ma il ratto sparisce.
«Mierda! Anche stasera riso e fagioli», esclama, lasciandosi cadere le braccia. Poi mi lancia del nastro adesivo per coprire i buchi: «Con questo almeno a Santiago de Las Vegas ci dovresti arrivare».
Saluto Juan che mi affida a Yemayá, la Virgen de la Regla.
Dallo specchietto retrovisore il Che continua a guardarmi incazzoso per un bel pezzo di strada.

Una mattina Juan sente questo rumore assordante. È completamente rintronato. L’ennesimo dopo sbronza col rum distillato nelle taniche di benzina. Colonne di polvere che salgono. Pensa che forse è il solito uragano, invece è un elicottero.
Sull’elicottero è disegnato un grosso panino con una scritta giallo senape: Mr. Bigg.
La Mr. Bigg è una catena di fast-food presente in mezzo mondo. Juan mi vede scendere dall’elicottero seguito dai miei assistenti. Sono passati pochi mesi da quando ci siamo salutati. Juan rientra nella baracca. Temo di vederlo uscire con il fucile spianato, ma ritorna con una scatola tenuta come una reliquia. Mi fa cenno di salire.
La scatola è quella dei Montecristo che gli avevo regalato. Mi abbraccia, me ne offre uno e dice: «Ricordi? Ecco un’occasione speciale».

Dico a Juan che ci tenevo a ringraziarlo perché senza di lui sarei stato costretto a mangiare lucertole o a bere il mio piscio in attesa che qualche campesinos mi salvasse da questo deserto del cazzo, o mi appendesse per i piedi a un’ agave dopo avermi rubato pure le mutande. Ma il motivo principale, dico mentre mi faccio accendere il Montecristo, è che sono venuto ad aggiornarlo sui recenti fatti politici, ovvero: Fidel siede alla sinistra del Che, Raul è in esilio a Kingstone, Giamaica.
Così Juan capisce perché non riceve più lo stipendio da sei mesi e perché sua moglie Anabel è sparita con i figli. Se la gente del pueblo non lo credesse l’Oracolo, incarnazione del potente Changò, sarebbe più morto del Cristo di Santiago.
Gli sputo fumo rancido in faccia e gli dico che, in quanto presidente della Mr. Bigg, ho stipulato un contratto con il neo costituito organo di governo, l’ANPPC.

L’Assemblea Nazionale del Potere Popolare Cubano avrà una quota di capitale societario della Mr. Bigg pari al 9,9% e uno sconto del 15% sugli happy meal per loro e rispettivi familiari. Stiamo aprendo fast-food in tutte le principali città di Cuba: Havana, Holguín, Santiago, Matanzas, Santa Clara, Trinidad. Uno dei miei assistenti gli mostra il contratto originale firmato dall’ANPPC.
Gli dico che al posto di tutti quei lugubri cartelloni propagandistici, antimperialisti, antiamericani, antiquesto e antitutto, una squadra di operai della Mr Bigg installerà grossi Bigg Cheese Burger.
Sputo a terra il tabacco che sa di piscio e indicando la chiazza marrone faccio:
«L’idea mi è venuta proprio qui, il giorno che la Ford Grand Torin ha cominciato a scorreggiare e si è fermata sotto lo sguardo fiero del Che, tutto grazie a quel fottuto ratto nel motore».
Dico a Juan che sicuramente, in quanto Oracolo, sapeva che questo giorno sarebbe presto arrivato, sapeva che avrebbe perso casa e lavoro in un colpo solo. Con uno sguardo più vuoto del centro di un onion ring, Juan fa cenno di sì. In ogni caso, rassicuro Juan che potrei dargli una mano, d’altronde ha evitato che il mio culo diventasse hamburger per avvoltoi.
Juan si fa serio, non dice nulla, all’improvviso si mette ad ancheggiare e fa:
«Tutti frutti, all over rootie. A-wop-bop-a-loo-mop-a-wop-bam-boom!»

Sotto la grande insegna di Mr Bigg c’è scritto: No coma la cartelera. Come se a qualcuno potesse venire in mente di mangiare quell’enorme panino di compensato. Il problema è che il messaggio ironico non è stato compreso dalla popolazione locale. Abbiamo dato a Juan il permesso di ricostruirsi casa lì a patto che continui a vigilare su quel gigantesco Cheese Burger a grandezza uomo.

Max Cabrerana

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