FLAMINGHI NEL GAZONE

cascata

Demonia, Cascata

“L’avevo conosciuta a Roma un sabato di dicembre del 1994. Lavoravo all’Impasse e mi stavo concedendo una pausa. Lei si guardava intorno da qualche minuto nella piazzetta battuta dal vento. La fissavo. «Potete aiutare me?», domandò. Riconobbi l’accento francese.” C’è di nuovo Marco Morana su Verde, il racconto si intitola Flaminghi nel gazone ed è illustrato da Demonia.

«Guarda Gianni, i flaminghi sono tutti nel gazone».
«Si dice prato, non gazone. E loro si chiamano fenicotteri».

Lasciai che chiudesse le persiane da sola. Lei si lamentò per il mal di testa, ma io non mossi un dito per aiutarla.
Se lo meritava tutto questo dolore. Sì, lo so che non si dice di una persona malata, che ci vuole compassione, ma mi sentivo raggirato.
L’infermiera doveva farle delle analisi e così uscii dalla stanza. Camminai su e giù nella sala d’attesa, facendomi pizzicare dalle zanzare che infestavano il reparto. Esasperato, ne spiaccicai un paio sulla finestra: i suoi flaminghi se ne stavano ancora sull’ampia distesa verde scuro che declinava verso la palude. Chi era stato il genio che aveva deciso di costruire un ospedale vicino a una palude?

L’avevo conosciuta a Roma un sabato di dicembre del 1994. Lavoravo all’Impasse e mi stavo concedendo una pausa. Lei si guardava intorno da qualche minuto nella piazzetta battuta dal vento. La fissavo.
«Potete aiutare me?», domandò.
Riconobbi l’accento francese. Cercò di spiegarmi di cosa aveva bisogno, ma era impossibile capirla. Mi concentrai sui suoi ricci biondi e sugli occhi malinconici e austeri. Alla fine tirò fuori un foglietto dalla borsa e me lo fece leggere. C’era scritto l’indirizzo di una casa che doveva visitare.
«È qui vicino», e le indicai come raggiungerlo mentre, nel frattempo, mi spremevo le meningi per trovare un modo irresistibile di proporle un appuntamento. Ma persi troppo tempo e lei si dileguò.

Ero già rassegnato a non vederla più, quando una settimana dopo a inizio turno me la ritrovai al quindici. Indossai il grembiule, presi penna, taccuino, cavatappi e mi avvicinai. Lei stava leggendo un libro. Quando mi vide, farfugliò una serie di confusi ringraziamenti per l’ultima volta, la casa ormai era sua, e io le offrii un bicchiere di rosso.
Durante tutto il turno ci guardammo con insistenza. Poi lei se ne andò senza salutare. Quando raggiunsi il tavolo per sparecchiare, mi accorsi che aveva lasciato un biglietto: era lo stesso che mi aveva mostrato quando l’avevo incontrata nella piazzetta, ma in un angolo aveva scarabocchiato il suo nome: Leila.
“Leilà”, ripetei fra me e me.

Mi capitavano tante avventure con le francesi. Inseguivano il mito di un’Italia stereotipata, tutta buon cibo e sesso focoso. Volevano trovare quello, si aspettavano esattamente quello, e io ero felicissimo di accontentarle. Mi sceglievano con approcci estremamente sbrigativi, tipo quella parigina che mi aveva infilato la lingua in bocca mentre mi chinavo per poggiare un piatto di innocenti lasagne sul suo tavolo.
Era tutt’altro che un sacrificio concedersi come cavia. Le mangiaformaggi avevano un ascendente fuori dal comune su tutti i camerieri di Roma. I francesi sono un popolo di cazzari, ma in fatto di sensualità niente da dire, sono fuoriclasse.

A turno finito mi precipitai all’indirizzo del biglietto. Leila aprì la porta con un sorriso insanguinato per gli antociani del vino e facemmo subito l’amore.
Poi si accese una sigaretta e il mezzanino si riempì di fumo. Mi chiese se avessi gioito. Io ci pensai un attimo: si poteva chiamare gioia la mia?
Mi spiegò che jouir voleva dire orgasmo. Dissi di sì, certo che ero venuto, ma lei prese il preservativo e ci guardò dentro per verificare. Quella sua necessità di accertarsi del mio godimento mi fece eccitare di nuovo. Solo che lei non aveva voglia di rifarlo.

Passò a un inglese stentato e mi raccontò che era in viaggio da tre mesi. Era partita da Bordeaux per girare l’Europa. Studiava Legge, ma l’università sostanzialmente la annoiava.
Per ricambiare quelle confidenze le parlai del mio lavoro di fotoreporter, grazie al quale arrotondavo il mio misero stipendio da portavivande. Non so perché, ma le dissi chiaramente che mi sentivo un fallito. Avevo trent’anni e il fatto di non riuscire a mantenermi solo con la fotografia mi frustrava.
Mi ascoltò in silenzio fino a quando il mio sfogo non si esaurì. Alla fine mi sentii meglio, come se mi fossi liberato di un peso. Poi mi chiese se avessi la macchina fotografica e io le dissi di sì, non me ne separavo mai.
«Allora prendi una foto di me».

Impugnai la Pentax. Le raccomandai di comportarsi con disinvoltura, e nel frattempo la osservavo in estasi. La sua bocca era occupata dalle sigarette che continuava a fumare. Quando fece un mezzo sorriso verso l’obiettivo, capii di essermi innamorato.
Poi scattai, prendendo lei e le mie stesse intenzioni in controtempo, come ogni buon fotografo dovrebbe fare.

Per una settimana passammo le notti ad ascoltare le cassette che il padrone aveva lasciato nel mezzanino. Fantasticavamo su chi potesse essere quell’uomo, divertendoci a interpretare i suoi gusti musicali.
«Per me è uno di quei persona sempre nel suo costume».
«Quindi un istruttore di nuoto?» dissi, non sapendo che costume in francese vuol dire abito. Se lo immaginava come un uomo d’affari in giacca e cravatta, sempre in viaggio e infelice.
«Tutti quelli che viaggiano sono infelici».

Scopavamo il giusto: il sesso non era né brutto né bello, lei era un’amante più organizzata che entusiasta. A me la cosa andava benissimo. Con le altre dovevo assistere a spettacoli pietosi in lingue sconosciute, con capitomboli ginnici che avevano il solo effetto di farmi passare la voglia. Si prendevano troppo sul serio e io sono sempre stato un tipo troppo ironico per certe cose.
Poi dissi a Leila che dovevo andare in Sicilia per passare il Natale con la mia famiglia. Senza farmi concludere mi domandò se poteva venire. Non mi sorprese: separarci sarebbe stata la cosa più innaturale del mondo.

Appena arrivati in Sicilia, quei retrogradi dei miei parenti le chiesero come mai non passasse le feste con i suoi cari.
«Noi non siamo fideli a Dio, a Natale nessuno è nato».
La tavola fu scossa da un tremore: Leila era compiaciuta di aver scandalizzato il parentado, e io più di lei. La sua totale mancanza di pudore mi incantava. Volevo essere come lei. Ma chi era in fondo quella splendida ragazza che si prendeva gioco della mia famiglia?

Il sole era ormai quasi scomparso dietro la palude. Nella strada che attraversava il prato si erano accesi i lampioni. Tanti punti rossi che sfarfallavano e si accordavano al colore del crepuscolo.
Leila mi toccò una spalla, io mi voltai ma non la riconobbi.
«Che hai fatto ai capelli?»
«Devo abituarmi alla mia nuova testa».
Si era fatta rasare, aveva deciso di operarsi in Sicilia.
«In un ospedale del Sud costruito vicino a una palude?»

Cercai di convincerla a tornare in Francia o almeno a Roma, ma non ci riuscii.
La crisi apoplettica l’aveva colta la sera stessa della vigilia, davanti a me, mentre la zia tagliava il panettone. In quel momento rividi le sue palpebre che sbattevano deliranti e gli occhi rivoltati. E poi sentii di nuovo il medico che ripeteva: lobo temporale, lobo temporale, lobo temporale…

«Sei ancora arrabbiato perché non ti ho detto dela maladia?»
Nel suo solito pidgin, Leila cercò di spiegarmi che non avrebbe potuto parlarmene prima. Quel viaggio era un modo per “approfittare”, disse proprio così, della vita che le rimaneva. Sarei mai andato a letto con una malata terminale? Avrei mai accettato che partisse con me?
«Il problema è che ti sei approfittata di me», rimarcai volutamente per insegnarle il giusto significato del verbo. «Volevi vivere una storia folle e mi hai scelto. Ma poteva esserci chiunque altro al mio posto».
«Anche tu mi hai approfittata», ribatté dimostrando di non aver capito che era un verbo intransitivo.
Anch’io avevo un disperato bisogno di una storia folle perché, nonostante non volessi ammetterlo, avevo bisogno di innamorarmi e avevo scelto lei semplicemente perché avevo la fissa delle francesi.
«Che c’è di male? Io ti ho usato, tu mi hai usata. Tutto va bene», concluse.
Il sole sparì. Gli uccelli adesso erano macchie scure sullo sfondo violaceo della sera. Le zanzare ci ronzavano attorno.

Dei due giorni seguenti ricordo solo le sue urla e i brevi momenti di pace quando, sfinita dal dolore, crollava in un sonno agitato. Io non chiusi occhio. Guardavo la tv, poi lei, poi la tv. E poi ammazzavo le zanzare. Ne avrò ammazzate mille.
Si risvegliò il giorno prima dell’operazione. In un primo momento credetti che fosse guarita. Poi però lei aprì bocca e mi parlò nella sua lingua. Pronunciò sillabe senza senso che sembravano versi di animali. Le cellule impazzite avevano intaccato le parti del cervello deputate al linguaggio. Forse Leila non aveva mai confuso il francese con l’italiano. Forse fin dall’inizio quel pastiche era un sintomo.
Presto il suo sguardo si svuotò e Leila si trasfigurò in un essere pallido e innocuo. Non era più la persona che avevo conosciuto, non era più nemmeno una persona. Mi fece paura.

Quella notte lasciai l’ospedale e la Sicilia. Arrivato a Roma dormii tre giorni di seguito. Poi tornai al locale e ai miei appuntamenti con le clienti più disponibili.

Trascorsero ventidue anni.

La donna aveva ordinato un bicchiere di rosso e stava leggendo un libro. A occhio e croce doveva essere lo stesso di quella volta. Anche il tavolo era quello, il quindici. Poteva essere una coincidenza?
«Ci sono tante donne a cui piace leggere sorseggiando del vino», mi dissi. E poi quella cliente aveva i capelli neri e corti, mentre Leila era bionda e riccia, di questo ero sicuro.
Indossai il grembiule, presi il cavatappi e il taccuino (elettronico, ci eravamo ammodernati) e cominciai a lavorare. Per tutto il turno non ebbi il coraggio di avvicinarmi.
A mezzanotte era rimasta solo lei. Dopo circa un minuto di nulla chiese: «Il conto». In quelle tre sillabe non rintracciai accenti stranieri.
Pagò in contanti e assieme a questi mi diede un biglietto. Chiusi il pugno. Strinsi forte. Sentii le unghie graffiarmi le mani. Aspettai che fosse uscita prima di scartare l’involucro. C’era scritto un numero, il prefisso era italiano.
Forse l’operazione era riuscita, il tumore era stato asportato e lei aveva deciso di trasferirsi in Italia. Un miracolo. Ma come aveva fatto a riconoscermi?
Il mio riflesso deforme sull’alluminio del purificatore dell’acqua mi suggeriva che ero cambiato: Gianni, un fotografo mancato che aveva superato i cinquanta senza accorgersene, un cameriere scapolo che si era mantenuto in ottima forma.
Ingoiai un bicchiere di grappa e decisi di inviarle un messaggio: quando potevamo vederci?
«Adesso».

Nell’ascensore dell’albergo pensai a quali scuse inventare. Abbandonarla in quell’ospedale era stato gravissimo. Lasciarla in un posto sconosciuto, lontano migliaia di chilometri da casa sua, era stato imperdonabile. Mi resi conto che ero pieno di sensi di colpa. Il più grande era quello di non averne avuti abbastanza. Mi sentivo colpevole di non essermi mai sentito colpevole veramente in quei ventidue anni, e quindi di non averla cercata prima. Lei, la sola donna di cui mi fossi innamorato. Come avevo potuto?

La camera aveva la porta socchiusa. Mi affacciai e la vidi. La donna era sul letto, prona, il sedere nudo spalancato verso di me.
Sentii la suoneria del mio cellulare. Un messaggio.
«Lo voglio», scriveva perentoria.
Restai immobile, stordito. In trent’anni di scopate occasionali non mi era mai capitato niente di simile. Poi il mio cervello smise di pensare. Mi sbottonai i pantaloni e mi avvicinai.
Quando finimmo mi ringraziò per aver accettato la sua proposta insolita. Era la prima volta andava a letto con uno sconosciuto: suo marito era dovuto rientrare improvvisamente a Parigi e lei era rimasta per approfittare della sua libertà, mi spiegò con un sorrisino malizioso al quale non fui in grado di rispondere.

Solo dopo essere arrivato in Sicilia chiamai il mio capo e gli chiesi un permesso di qualche giorno. Poi mi recai al gazone. Il vecchio ospedale era in stato di abbandono. In compenso la palude era stata bonificata. Solo che adesso non ci venivano più i fenicotteri. I flaminghi. Le zanzare, invece, quelle non se ne erano andate.

Nel pomeriggio cercai di rintracciare il neurochirurgo che aveva operato Leila. Purtroppo l’uomo era morto da tempo.

Le mie ricerche proseguirono nella nuova sede dell’ospedale. Quante pazienti francesi avevano potuto avere in quel dicembre del ‘94? Mi risposero che in seguito al trasloco avevano perso interi faldoni, ma non mi arresi. Volevo sapere se Leila era morta o era sopravvissuta. Qualche giorno dopo chiamai un caro amico di Roma e gli chiesi di impacchettare la mia roba e di spedirmela. Poi telefonai di nuovo al mio capo e, scusandomi per non avergli dato preavviso, gli dissi che mi licenziavo.

Dopo circa due settimane arrivarono gli scatoloni. Fra le cianfrusaglie ritrovai la mia Pentax. Erano secoli che non fotografavo più. Nella borsa c’era anche un contenitore pieno di rullini. In quel momento mi ricordai della foto che le avevo scattato. Catalogavo ogni rullino per data. Su una custodia c’era scritto: DICEMBRE 1994.
Avrei dato la vita per rivederla almeno in foto. Il suo mezzo sorriso, i suoi denti sporchi. Tuttavia quella foto mancava dalla serie di provini: al suo posto c’era solo il buio. Come un dilettante, quella notte avevo dimenticato di togliere il tappo dall’obiettivo. Era stato un bene farla finita con la fotografia.
Dopo quell’episodio interruppi le ricerche. Il cerchio in qualche modo si era chiuso.

Comprai una vecchia trattoria nel centro del paese, la ristrutturai, e con i pochi risparmi che avevo messo da parte aprii un ristorantino alla moda. Sei mesi dopo mi sposai con la cuoca. Non era francese ma era ancora giovane e voleva dei figli, il che mi avrebbe permesso di invecchiare dignitosamente.

Marco Morana

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